Capitalisti e  minatori: spietata ricerca del profitto capitalistico contro vite umane

(«il comunista»; N° 135; Luglio 2014)

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13 maggio 2014: Soma, cuore del distretto delle miniere turche, nella provincia di Manisa, Turchia nord-occidentale, 120 km da Smirne. Un'esplosione in una miniera di carbone, a 2000 metri di profondità, provocata probabilmente da un cortocircuito nel sistema elettrico, fa una strage di minatori. Al momento dell'esplosione, nelle viscere della terra, erano al lavoro ufficialmente registrate 787 persone di cui circa 400 intrappolate dall'incendio e dal crollo di parte della struttura seguiti all'esplosione. I minatori morti, i17 maggio, ammontano ufficialmente a 301, più di 80 i feriti, e vi sono ancora minatori da trovare, ma continui incendi e crolli impediscono di proseguire nelle ricerche. In realtà i morti possono essere molti di più, poiché se sono 363 quelli salvati, 301 quelli ufficialmente dichiarati morti, che fine hanno fatto gli altri 123? E visto che nelle  miniere, come in molte altre industrie, vi sono lavoratori impiegati ma non registrati, che dunque lavorano in nero, quanti altri morti si aggiungono a quelli ufficiali? Le statistiche borghesi hanno sempre barato, per difetto o per eccesso, a seconda della convenienza.

Una tragedia comunque annunciata! La mancanza di misure di sicurezza, anche soltanto elementari, nelle miniere turche è cosa risaputa da anni, ma questo non ha spinto né le società proprietarie delle miniere, né il governo, a dotare queste vere e proprie fabbriche di morte dei sistemi di sicurezza, anche se previsti  dalle leggi del paese. Secondo gli stessi rapporti preliminari degli esperti, nella miniera "mancavano spie per le fughe di monossido di carbonio, il killer invisibile che a Soma ha fatto strage di minatori", "i soffitti erano in legno e non in metallo", "nella miniera non c'era nemmeno una camera di sicurezza in caso di incidente"; secondo report più aggiornati, nelle gallerie mancano "vie di fuga, sistemi di condizionamento dell'aria, infrastrutture efficienti e tecnologie che possano prevenire le morti" (1). Se a questi rapporti si aggiungono le parole di vanto del proprietario della miniera, Alp Gurkan, vicino al partito islamico Akp del premier Recep Tayyip Erdogan, quando lo scorso anno affermava di aver ridotto da 130 a 24 dollari il costo di una tonnellata di carbone dopo la privatizzazione della miniera (2), e le continue denunce da parte dei minatori sindacalizzzati, del tutto inascoltate, sui pericoli di incendi e di crolli, non si può che arrivare ad una conclusione: i minatori non muoiono per fatalità, per una disgrazia - secondo il premier Erdogan questi incidenti in miniera sono "usuali", citando altre stragi di minatori in Europa, in Cina, negli Usa  (3) -, ma per cosciente e voluta negligenza in materia di sicurezza da parte dei proprietari delle miniere, capitalisti privati o pubblici che siano, nella loro spietata ricerca del massimo profitto a spese della vita dei proletari.  

Secondo i dati ufficiali, nel 2013 i minatori uccisi nelle diverse miniere turche sono stati 93. Nel 1992, un'esplosione nella miniera di Zonguldak, nella regione del Mar Nero, aveva fatto 263 vittime, e nella stessa miniera, nel maggio 2010, altri 30 minatrori hanno trovato la morte. Secondo i calcoli del quotidiano turco Hurryet online, dal 1941 i minatori morti nelle miniere del paese sono almeno 3000 (4), ma non viene citato il numero di infortunati che saranno certo molti di più.

Se le condizioni di morte dei minatori sono queste, quali sono le condizioni di vita e di lavoro?

Il salario, per il quale i  minatori lottano da tempo per non farlo decurtare, è di 70 lire turche, 24,4 euro al giorno, ossia 4 euro l'ora. I turni di lavoro di 6 ore l'uno sono continui su 24 ore; si lavora per 6 ore senza tregua, senza condizionamento d'aria, senza attrezzature adeguate alla respirazione, immersi nella polvere di carbone inalata turno dopo turno, giorno dopo giorno, fino a quando un crollo, un incendio, un'esplosione mette fine alla propria vita.

Dal 2005 le miniere sono state privatizzate e ciò ha comportato un sensibile peggioramento di condizioni di lavoro, e di vita, già terribili. Se una tonnellata di carbone costa alla società Soma Holding, come affermava il suo arrogante proprietario Gurkan, l'81,5% in meno di quando le miniere di carbone erano statali, come ha ottenuto questo risultato? Direttamente sulla pelle dei minatori: licenziando, aumentando il carico di lavoro per ogni minatore e per ogni turno, servendosi di società d'appalto che notoriamente sfruttano bestialmente i loro lavoratori e, naturalmente, risparmiando soprattutto sulle misure di sicurezza. La vita dei minatori, per i capitalisti - che siano a capo delle società minerarie o che siano al governo locale o nazionale - vale talmente poco che non si fanno alcuno scrupolo di fronte alle continue tragedie: come ha sintetizzato il premier Erdogan, gli incidenti anche mortali nelle miniere sono usuali!

I minatori cercano di organizzare la difesa delle proprie condizioni di lavoro, e di vita, immediate; si sindacalizzano, cercano di lottare, ma quasi sempre si imbattono in sindacati che nel proprio DNA hanno l'assoluta sudditanza degli interessi dei lavoratori a quelli della proprietà della miniera. Più e più volte hanno protestato contro le misure di sicurezza insufficienti o del tutto assenti negli impianti minerari; come la volta che 300 minatori si erano rinchiusi, nel novembre scorso, in fondo alla miniera di Zonguldak, la stessa dove ai 263 morti del 1992 si sono aggiunti i 30 del 2010. Due settimane prima dell'ultima esplosione di Soma, il partito di opposizione parlamentare, il CHP di Kemal Kilicdaroglu, aveva chiesto in parlamento che si desse l'avvio ad una inchiesta sulla sicurezza proprio nella miniera di Soma, richiesta bocciata in un parlamento dove il partito di Erdogan ha la maggioranza assoluta (5). D'altronde, negli ultimi due anni, le autorità avevano condotto quattro ispezioni nella miniera di Soma, elogiando i dispositivi di sicurezza! (6).

Di fronte a questa ennesima tragedia vi sono state manifestazioni di protesta e scontri violenti con la polizia, non solo a Soma, dove il premier Erdogan, giunto nel pomeriggio del 14 maggio, è stato duramente contestato, ma anche in diverse altre città, a Kizilay, ad Ankara e a Istanbul. E i sindacati, temendo che la collera proletaria prendesse il sopravvento rompendo in modo incontrollato la tanto agognata pace sociale, si sono precipitati a proclamare uno sciopero "di protesta" per la mattina seguente. Se per i capitalisti la vita dei minatori vale come quella delle bestie da soma che se muoiono vengono semplicemente sostituite, per i sindacalisti democratici e amanti della pace sociale non vale molto di più. La Turchia è il paese in cui avvengono più incidenti e morti sul lavoro che in qualsiasi altro paese d'Europa; e ciò è dovuto non al fatto che la Turchia sia un paese capitalisticamente sottosviluppato, ma al fatto che al capitalismo turco, intrecciato saldamente con il capitalismo europeo e mondiale, questo sia ancora permesso da sindacati opportunisti e partiti dei lavoratori venduti all'inganno democratico che, aldilà delle parole di protesta, non sono e non saranno mai in grado di rispondere agli attacchi di spietato sfruttamento dei lavoratori con la necessaria forza, con determinazione e nella prospettiva di farla finita con un sistema economico e sociale basato esclusivamente sullo sfruttamento del lavoro salariato che prevede non solo fatica fisica, oppressione economica e sociale ma anche il massacro, oggi nelle miniere e nei cosiddetti "incidenti" sul lavoro, domani nelle guerre di rapina. Nel frattempo, papa Francesco invita a pregare per i morti di Soma

I minatori turchi, come i loro fratelli di classe sudafricani, cinesi, boliviani, congolesi, russi, polacchi o pachistani, hanno di fronte a sé un futuro di altre esplosioni, altri crolli, altri morti se continueranno a contare su forze politiche e sindacali che hanno a cuore prima di tutto il bene dell'economia esistente, la produttività, la competitività, il benessere delle aziende nazionali; che fanno dipendere la sopravvivenza dei proletari dal buon cuore dei capitalisti, dalla loro "coscienza", dalla loro "umanità"; che fanno dipendere la vita dei proletari da leggi che non vengono mai applicate o sistematicamente aggirate e da "diritti" sanciti soltanto virtualmente ma mai applicati. Se esistono dei "diritti"a favore degli interessi proletari li si deve soltanto alla forza con cui i proletari hanno lottato per conquistarli e farli riconoscere per legge. Ma è storicamente dimostrato che la borghesia dominante ha sempre cercato di negarli nei fatti, soprattutto se l'applicazione di tali diritti è direttamente proporzionale all'aumento dei costi di produzione e dei costi del lavoro. L'interesse esclusivo dei capitalisti è di far fruttare il più possibile e nel tempo più breve possibile il capitale  investito: tutto ciò che contribuisce a questo scopo, sul piano politico, economico, sociale, è valutato positivamente; tutto ciò che intralcia in qualche modo la corsa verso quel traguardo va eliminato, distrutto, in ogni caso combattuto. Questo è il principio morale della borghesia. I suoi sentimenti di umanità, di pietà, di compassione sono in realtà espressioni verbali, di retorica, di temporanea convenienza che possono precedere o seguire le tragedie come quella di Soma, e che solitamente si trasformano poi in un assegno di pochi euro "a risarcimento" di vite che non possono mai essere risarcite proprio perché sono state distrutte per accumulare miliardi di euro di profitti!

L'antagonismo di classe che si basa su interessi di classe contrapposti e inconciliabili non è un concetto astratto a cui amano riferirsi i comunisti: è la conseguenza sociale e politica dell'impianto e dello sviluppo della società attuale basata sullo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale, dunque sullo sfruttamento della classe del proletariato, della classe dei senza riserve, da parte della classe borghese che è padrona di tutto, dei mezzi di produzione, dei mezzi di distribuzione, della produzione stessa e della vita dei proletari.

Combattere contro la classe borghese, contro la classe dei capitalisti e di tutti coloro che li sostengono e li difendono, è per i proletari prima di tutto una necessità di vita ed un dovere di classe verso i propri fratelli proletari di qualsiasi nazionalità, di qualsiasi credo, età e sesso, sfruttati bestialmente, infortunati, mutilati, morti a causa della stessa oppressione capitalistica: morti nelle guerre economiche, commerciali e finanziarie che le borghesie si fanno costantemente; morti nelle guerre guerreggiate al solo scopo di rapinare terre, fabbriche, mercati e masse proletarie alle borghesie concorrenti; e, infine ma non ultimo, morti lottando per se stessi, per difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro e per difendere la sopravvivenza delle proprie famiglie.

 

Ribolla: minatori ammazzati dall'incuria e dalla sete di profitto, anche allora

 

4 maggio 1954, 8:40 del mattino. Miniera di lignite, di proprietà della Montecatini, a Ribolla, in provincia di Grosseto, nella zona detta delle "colline metallifere" per la presenza di minerali già sfruttati al tempo degli etruschi.

Il fumo che esce da una vecchia galleria  indica che è in atto un incendio. La direzione della Montecatini decide di spegnere l'incendio mandando nel pozzo la squadra antincendio; e decide di mandare altri 43 minatori di quel turno per lavorare nelle gallerie vicine a quella in cui è in atto l'incendio. Nella galleria centrale, a 265 metri di profondità, nel pozzo Camorra, uno scoppio di gas (il famoso grisù) causa crolli e frane, l'incendio si propaga all'interno della galleria. 43 minatori perdono la vita, alcuni bruciati vivi, altri per asfissia o dilaniati dall'esplosione.

Le cause della tragedia? La fatalità, dissero i giudici di fronte ai quali furono portati a giudizio i dirigenti della Montecatini! Ma la realtà,  come in tutte le tragedie che segnano la storia delle miniere e dei minatori, si ripete con una continuità criminale: le gravi mancanze sul piano della sicurezza nella miniera sono state la vera causa della tragedia, e i minatori,  perciò, non sono morti per disgrazia ma sono stati consapevolmente mandati a morire!

Che bisognasse spegnere l'incendio con tutte le precauzioni del caso, e prima di mandare nelle stesse gallerie altri minatori a lavorare, l'avrebbe capito anche un bambino. Ma il fatto più grave ancora è che i  minatori furono stati mandati nel pozzo a lavorare senza maschere antigas, e in assenza del medico della Montecatini. I soccorsi arrivarono con estremo ritardo, e i vigili del fuoco riuscirono ad entrare nel pozzo e in galleria quando ormai non c'era più niente da salvare. Per il recupero delle salme ci volle più di un mese.

In ogni caso, una commissione d'inchiesta (che la Montecatini non era riuscita evidentemente a comprare, mentre riuscì a convincere, con lauti risarcimenti, le famiglie dei minatori morti a ritirare le procure per la costituzione di parte civile nel processo) accertò che il sistema di ventilazione non era per nulla adeguato alla morfologia della miniera e che, proprio nei giorni immediatamente precedenti alla tragedia, era stato spento! Non solo l'incendio nella vecchia galleria, ma anche l'esplosione del grisù erano ampiamente annunciati.

Dunque, il profitto innanzitutto! L'incendio non doveva fermare l'attività di estrazione della lignite; i minatori dovevano scendere nel pozzo e fare il loro lavoro, a qualunque costo. Infatti costò la vita a 43 operai su 47.

 

Ribolla. La morte differenziale

 

Trattando i vari e complessi aspetti della questione agraria, nel giornale di partito del tempo, "il programma comunista", all'interno della lunga serie "Sul filo del tempo" che raccoglieva un notevole numero di articoli con lo scopo di ricollegare la critica alle varie interpretazioni opportuniste e revisioniste del marxismo ai fondamenti della teoria del marxismo rivoluzionario, si pubblicò il "filo" intitolato Nel dramma della terra parti di fianco (7), uscito proprio poco dopo la tragedia di Ribolla, nel quale sono inseriti due paragrafi, dal titolo "Ribolla. La morte differenziale" e "Politica economica!", con i quale Amadeo Bordiga, autore come tutti sanno di questi articoli, riprendeva il filo della questione della rendita come fatto di classe poiché, sotto il capitalismo, "il diritto di proprietà sulla terra è diritto di prelievo sul lavoro di uomini". Riproduciamo qui di seguito i paragrafi dedicati alle miniere, riguardanti la miniera di lignite di Ribolla, la sciagura che ha ucciso i minatori e la rendita differenziale che il capitale ricava dal terreno meno fertile come dalla miniera meno fertile.

«Con le prime notizie sulla sciagura che ha ucciso 42 lavoratori nella tenebra, nel soffoco e nel fango del lavoro estrattivo, si sono diffuse le descrizioni della miniera di lignite toscana (8). Nelle prime notizie, nelle primissime date senza ancora pensare ad effetti spregevoli di partito, tutti lo hanno detto: la vecchia miniera male attrezzata e ormai prossima ad esaurirsi e tale da non meritare la spesa di un modernamento di installazioni doveva andare in disarmo. Ma sarebbe stata la disoccupazione e la fame per il piccolo paese di Ribolla, che non aveva alcuna altra risorsa economica.

«Quindi la miniera è rimasta aperta e la soluzione è degna dei principii che reggono il sistema capitalistico: è un fatto che i morti non mangiano.

«Un'altra fabbrica, ad esempio, che facesse per ogni unità lavorativa cento di prodotto invece di mille sarebbe stata chiusa da decenni, ma la miniera era aperta. I procedimenti erano quelli di secoli fa, e quelli che le descrizioni dell'ottocento attribuiscono alle miniere inglesi e francesi di combustibili fossili. Mentre queste si vanno liberando di tali procedimenti grazie a moderni impianti di sicurezza, i nostri impianti italiani invece peggiorano.

«Ma ciò è conseguenza diretta delle leggi economiche del capitalismo. Altri e più industriali paesi sono anzitutto ricchi nel sottosuolo di minerali di qualità e di potenza calorifica molto più alta: noi siamo ridotti alla lignite e alla torba perfino e ad adoperare miniere di fertilità deteriore.

«Esse regolano bene il prezzo internazionale e tengono su quello dell'antracite, che ci farà profumatamente pagare il pool del carbone, il rentier della coltivazione europea dei combustibili e dei minerali, nido caldo del sopraprofitto capitalista sulle materie prime della morte militare e civile.

«I combustibili che si scavano dalle viscere della terra derivano dalla digestione geologica di vegetali, di savane e foreste. Sono più o meno ricchi di carbonio e di varia potenza calorifica. Si classificano all'ingrosso in torbe, ligniti, litantraci ed antraciti. Gli ultimi sono i ricchi carboni fossili che in gran parte vengono da Inghilterra, Stati Uniti, Sud Africa ecc. In Italia ve n'è poca dotazione: il fabbisogno totale è tra 12 e 15 milioni annui di tonnellate, la produzione, oggi, di appena 2 milioni. Mussolini nei piani autarchici la volle portare dai 3 del 1939 a 4, pari a un terzo del fabbisogno. Nel 1942, anno di guerra, la famosa Azienda Statale Carboni Italiani, fondatrice di nuove città, raggiunse infatti i 5 milioni di tonnellate (9).

«La poca antracite si estrae in Val d'Aosta e nella sarda Barbagia. Quantità ancora minori di litantrace nel Friuli e nell'Iglesiente. L'antracite delle ottime miniere istriane dell'Arsia è perduta dopo la guerra. Il grosso è lignite sarda, umbra, del Valdarno e del grossetano; dei vari tipi dai più ricchi (picea, xiloide) ai più magri (torbosa) il carbone "Sulcis" si classificava già come una lignite ed è di basso valore.

«L'antracite migliore arriva al potere calorifico di oltre 9.000 calorie per chilogrammo, il litantrace sta sulle 8.000, le varie ligniti tra 7.000-7.500 e meno, la torba che va prima essicata, verso i 3.000.

«I prezzi internazionali di questi combustibili vanno da 24 mila lire per tonnellata del carbone sudafricano, a 18 mila dell'antracite inglese, 14 mila del litantrace, 8 mila circa delle ligniti nazionali; e le migliori anche 10 e 11 mila. Il prezzo dunque varia con la efficienza calorifica, in ragione di un duemila lire per ogni migliaio di calorie-chilogrammo. Lo stesso vale dire che il minerale più spregevole, e quindi la meno fertile miniera, regola il mercato generale».

E ora il paragrafo successivo.

 

Politica economica!

 

«Si dice che la spesa di estrazione del carbone Sulcis, scadentissimo rispetto ai carboni fossili di importazione (in effetti, di massima, la spesa di estrazione dipende dalla massa di materiale e non dal suo potere calorifico e deve sensibilmente essere la stessa: le difficoltà tecniche si compensano e le miniere di combustibili più ricchi sono logicamente meglio attrezzate negli impianti di taglio, elevazione, sicurezza e quindi a lavorazione più produttiva), sia sulle 11.700 lire nette per tonnellata. Secondo le gazzette commerciali lo si esita solo a prezzi inferiori al listino e con una perdita di 4 mila lire alla tonnellata: una rendita al rovescio. Ma non vi è dubbio che alla spesa netta di capitale costante e salari (le maestranze minacciano continui scioperi vantando crediti verso le aziende) si aggiunge il profitto delle società esercenti ed anche una rendita "assoluta". E' Pantalone che la sborsa: il gioco costa allo Stato italiano 4 miliardi annui. In queste assurde condizioni la produzione aumenta, l'azienda tiene scorte di montagne di questo pessimo carbone, come pare che altrettante se ne ammonticchino nei docks di Genova di buon carbone importato in eccesso, pagato in valuta pregiata all'estero.

«Poiché non vi sono ragioni che il prezzo individuale di produzione del Cardiff o dei carboni extraeuropei sia molto diverso dalle 11-12 mila lire italiane, la differenza tra tale prezzo e il valore di mercato, per circa uno scarto da sei a dodicimila, costituisce rendita differenziale per quelle miniere. Esse pagheranno, di sirà, più alti salari, ma grazie ai macchinari migliori è certissimo che le tonnellate-anno per ogni unità lavorativa sono molte di più.

«In tutto questo qual è la bestialità potente, la demagogia economica più imbecille? Non il denunziare la rendita, il sopraprofitto, il profitto delle società capitalistiche, che si combattono solo sul terreno dell'organizzazione sociale e politica dell'intera Europa e non con manovre mercantili e legislative, ma il reclamare che le miniere da disarmare siano tenute aperte; chiedere, pur sapendo bene che si tratta di un assurdo, che siano dotate, mentre stanno per esaurirsi, di costosi impianti di sicurezza.

«Questo lo chiedono i partiti "estremi" che devono fabbricare voti locali nelle elezioni, e non altro, col pagliaccesco merito della lotta contro "anche un licenziato solo".

«Questo lo chiedono a coro insultandosi con i primi solo per l'effetto sulla balorda platea, i capitalisti, lieti che al saldo passivo provveda a proprio carico lo Stato e naturalmente la classe lavoratrice italiana.

«In tutti questi movimenti balordi il mondo degli affaristi mangia soldi a palate e il mondo dei chiacchieroni parlamentari giustifica la coltivazione della più idiota delle miniere: quella della fessaggine umana.

«Quando il logico sviluppo delle leggi economiche del capitalismo aziendale - che sono anche in Russia matematicamente le stesse e con gli stessi fatali effetti - sbocca nella strage, non se ne trae l'occasione per svegliare nella classe proletaria il possesso della rivoluzionaria dottrina di classe, ma si cerca, con la mentalità più crassamente borghese, la "responsabilità", la colpa di questo dirigente capitalista meglio che di quello o di tutti, lo scandalo, ossigeno supremo di questa smidollata Italia postdonghiana, che nella sua sciagurata opera di amministrazione, comune nelle direttive a governi e opposizioni, ricalca dell'uomo di Dongo (10) le istruzioni, con la sola differenza di ottenere risultati di gran lunga più coglioni.

«Se il capitale italiano, povera sottosezione del capitale mondiale, ma ricca di esperienza e di espedienti per storica eredità, ponesse a concorso il modo migliore per tenere la classe operaia lontana dal ritorno ad un potenziale rivoluzionario, vincerebbe da lontano il primissimo premio lo stalinismo locale, coi capilavoro delle sue manovre e del suo linguaggio, in ogni successiva occasione più platealmente, cafonescamente ruffiano.

«Deve credersi che glielo paghino già. E se questa fosse insinuazione, andrebbero disprezzati un poco di più» (11).

 

Marcinelle: «...sono tutti morti!»

 

Marcinelle: questo nome è inciso a fuoco nella memoria dei proletari italiani e belgi, ma anche di molti proletari europei non solo perché nella miniera del Bois du Cazier, a Charleroi, in Belgio, nell’incendio scoppiato l’8 agosto del 1956 morirono bruciati, dilaniati dalle esplosioni e soffocati dal grisù 262 minatori di 12 nazionalità diverse, e soprattutto italiani e belgi, ma anche perché sull’onda di quella tragedia i proletari “stranieri” in Belgio cominciarono a non essere più trattati peggio degli animali.

Finito il secondo macello imperialistico mondiale, l’Italia si presentava come un paese da ricostruire interamente, ma con una oggettiva mancanza di risorse minerarie atte a produrre energia elettrica, e con una enorme massa di proletari disoccupata e sradicata dalle campagne, mentre il Belgio si presentava con una disponibilità di risorse minerarie notevole – soprattutto per il carbone, il combustibile utilizzato in gran quantità per produrre elettricità – ma con manodopera indigena altamente insufficiente. Già nel 1922 i governi italiano e belga avevano firmato delle intese con le quali si scambiavano minatori italiani contro carbone belga. Nel 1946 non fu difficile ai due governi riprendere il filo di quelle intese, rinnovando il necessario protocollo. E così venne firmato, con quell’accordo, un contratto tra i due Stati secondo il quale il Belgio si impegnava a vendere all’Italia ogni mese 2500 tonnellate di carbone ogni 1000 minatori inviati.

Secondo il protocollo che i rispettivi governi firmarono a Roma il 23 giugno 1946, le aziende carbonifere del Belgio dovevano garantire ai lavoratori italiani “convenienti alloggi, un vitto rispondente, per quanto possibile, alle loro abitudini alimentari nel quadro del razionamento belga; condizioni di lavoro, provvidenze sociali e salari sulle medesime basi di quelle stabilite per i minatori belgi” (12). "Buona qualità" di carbone contro "buona qualità" di manodopera e "buona qualità" di condizioni di lavoro; così poteva sembrare alle decine di migliaia di proletari italiani spinti dalla miseria del dopoguerra e dal bisogno ad accettare, senza nemmeno conoscere effettivamente il loro contenuto, i contratti di lavoro nelle miniere del Belgio.

L'accordo tra il governo di unità nazionale italiano e il governo belga prevedeva l'emigrazione nei cinque bacini carboniferi belgi (Borinage,Centre, Charleroi, Liège e Campine) di 50mila operai di età non superiore a 35 anni, a gruppi di 2000 a settimana. Le condizioni economiche promesse: parità di salario con i minatori belgi, trattamento pensionistico e sanitario equiparato, diritto agli assegni familiari per le famiglie rimaste in Italia. Il contratto di lavoro prevedeva però l'obbligo di rispettare la durata minima contrattuale di un anno, pena la detenzione prima del rimpatrio, il mancato rinnovo del passaporto e l'impossibilità di cambiare lavoro prima di aver lavorato in miniera almeno cinque anni!

La fame di carbone per l'industria italiana che doveva riprendere i suoi forsennati ritmi fece sì che, dalla firma dell'accordo tra i governanti italiani e belgi, città, cittadine e paesi di campagna furono inondati di manifesti, di color rosa allo scopo di distinguersi e farsi notare anche da lontano, per cercare manodopera per il Belgio con le allettanti promesse sopra ricordate.

I candidati minatori provenivano da molte regioni sia del nord che del centro e sud Italia, e venivano convogliati a Milano, alla stazione ferroviaria centrale, per iniziare il loro lungo viaggio (previsto di 18 ore ma in realtà durato quasi due giorni) verso l'agognato lavoro che avrebbe assicurato la sopravvivenza loro e delle loro famiglie.

Visitati sommariamente, venivano però fatti salire su carri merci (come animali). Nell'attraversamento della Svizzera i carri merci venivano blindati, per non permettere a nessuno di scendere in un paese che non intendeva occuparsi di loro, ma che poteva essere una meta più vicina a casa e meno spaventosa. Questo vero e proprio traffico di braccia da lavoro ammassate nei carri merci - come i candidati ai lager durante l'ultima guerra mondiale -  non doveva disturbare lo svolgimento dei viaggi in treno dei normali passeggeri, perciò le fermate dei treni merci che portavano in Belgio migliaia di schiavi salariati erano previste esclusivamente nelle stazioni merci. Giunti a destinazione i candidati minatori venivano disinfettati - come avveniva agli emigranti in America - e indirizzati agli alloggi. Altra sorpresa: gli alloggi erano le vecchie baracche di lamiera in cui erano stati ammassati i prigionieri di guerra russi e tedeschi, colmi di sporcizia, lontani dai centri abitati perché i minatori stranieri dovevano rimanere il più invisibili possibile. Chi aveva famiglia poteva alloggiare nelle cosiddette "cantine" dove avevano un letto e un pasto gestiti dalla stessa proprietà delle miniere per 500 franchi al mese.

Una buona parte degli operai che giungevano in Belgio provenivano da paesi di campagna, di montagna o di mare e non avevano alcuna idea di che cosa significasse lavorare in miniera, al buio, fino a 1000 metri o più di profondità. Infatti, dopo la prima discesa in miniera molti di loro volevano tornarsene a casa, ma scoprivano in quel momento che non potevano andarsene: erano prigionieri delle aziende minerarie, obbligati ai lavori forzati in miniera (turni da 8 ore, seminudi per il caldo, senza maschere antigas, rischiando la vita ad ogni scintilla dei martelli pneumatici con cui scavavano la roccia e in ogni cunicolo da cui poteva sprigionarsi il mortale grisù), per 1, 2, 5 anni! Erano stati venduti dalla borghesia italiana come schiavi alla borghesia belga, che ne disponeva in tutto e per tutto.

Per i proletari italiani vi era in più l'umiliazione di essere trattati come cani; nei locali pubblici veniva esposta normalmente la scritta: "vietato agli animali e agli stranieri", e spesso la scritta era: "vietato ai cani e agli italiani"! Questo, d'altra parte era un costume ben conosciuto anche in Italia, visto che per tutti gli anni '50 e '60 in molte città del nord, a Torino, a Milano, a Genova era frequente imbattersi in cartelli del tipo: "non si affitta a meridionali"! I borghesi e i piccoloborghesi hanno un odio di classe congenito che non cambia da paese a paese.

Le condizioni di vita quotidiane, dunque, si presentavano da subito completamente diverse da quelle promesse nei manifesti rosa. E le condizioni di lavoro?

Senza maschere antigas, con lampadine che facevano pochissima luce, senza protezione per le orecchie sottoposte al rumore assordante e continuo delle escavatrici e dei martelli pneumatici che sollevavano di continuo nuvole di polvere di carbone che veniva respirata per 8 ore ad ogni turno. Se i minatori non morivano a causa degli "incidenti" in miniera, morivano successivamente per la silicosi e le malattie contratte durante il lavoro. Gli ascensori che portavano ai pozzi? Erano tutti di legno e venivano utilizzati contemporaneamente per i carrelli di carbone e per gli uomini; solo che ogni ascensore portava 8 carrelli e nello spazio rimanente di un carrellosi dovevano stipare, accovacciati e uno sull'altro, 32 uomini per volta (13).

Dopo il disastro dell'agosto del 1956 alla miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, furono aperte molte inchieste anche perché la tragedia non poteva essere nascosta come invece tanti altri "incidenti". Ciò nonostante, sebbene fosse evidente a tutti i minatori quali fossero state le vere cause  di quel massacro, la giustizia borghese non fece mai luce sui fatti. Il processo si tenne a Charleroi, nella città dove aveva sede la proprietà della miniera. Tutti furono assolti, salvo uno che venne ritenuto come "il responsabile" del disastro, ma siccome era morto proprio in quel disastro non potè nemmeno fornire la sua versione. Gli interessi della miniera innanzitutto: furono senza dubbio difesi fino in fondo!

Negli anni che seguirono quell'8 di agosto 1956, si continuò da parte di tutte le autorità possibili a commemorare quella tragedia, ma, come sempre, i borghesi, che siano autorità politiche, economiche, finanziarie o sociali, si lavarono la coscienza erigendo statue e ponendo targhe "alla memoria", pronunciando discorsi che toccano le corde della commozione e che demagogicamente elevano "moniti per il futuro", perché certe tragedie non succedano più, perché le condizioni di vita dei lavoratori migliorino e perché nelle condizioni di lavoro siano finalmente messe in primo piano le misure di sicurezza. E mentre  alzano le preghiere al cielo perché entità sconosciute o divine possano tener lontane certe disgrazie dalla vita terrena di uomini dediti alla fatica del lavoro, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, i capitalisti succhiano sangue e sudore dal lavoro salariato trasformandoli in profitti da intascare in gran quantità e più velocemente possibile. I musi neri dei minatori, la loro silicosi, il loro tormento da lavoro in mezzo al fango, alle polveri e al rischio continuo di saltare in aria o di morire soffocati nei bui cunicoli delle viscere di una terra normalmente disprezzata e vissuta soltanto come fornitrice di materie prime da vendere e su cui speculare, quei musi neri, finché in silenzio scendono sotto terra a scavare o a morire per padroni sempre puliti e ben vestiti, non fanno ancora paura.

Quante altre Marcinelle devono ancora succedere perché i musi neri si alzino in tutta la loro forza di classe e riconoscano fratelli di classe tutti i proletari che nelle fabbriche e nei campi condividono lo stesso tormento di vita e di lavoro, si uniscano in un unico grande fronte di classe per combattere un nemico dai mille artigli e dalle mille sembianze, ma in ultima analisi sempre lo stesso? Nemica non è la terra, nemico non è il carbone, non è il grisù, tantomeno la fatalità: nemico è il sistema economico e sociale basato sullo sfruttamento del lavoro salariato, il capitalismo, che si presenta davanti al proletariato come classe proprietaria dei mezzi di produzione, dei mezzi di distribuzione, dei mezzi di sussistenza, di ogni prodotto fabbricato dal lavoro umano, come classe borghese dominante. Questo è il vero nemico di classe.

La mancanza di misure di sicurezza nelle miniere, come in ogni altra fabbrica da cui i capitalisti ricavano il profitto, grazie allo sfruttamento intensivo ed estensivo della forza lavoro salariata, come l'abbattimento dei salari o la diminuzione delle pause, l'aumento dei ritmi di lavoro e delle ore di lavoro per singolo lavoratore, non è dovuta ad una amministrazione distorta e poco oculata delle risorse delle aziende: sono fatti inerenti alla spasmodica ricerca del profitto capitalistico. Come dimostrato dalla teoria marxista della rendita differenziale, è il terreno meno fertile che regola il prezzo di mercato del prodotto che se ne ricava; così per il prodotto estratto dalla miniera: la miniera meno fertile contribuisce a regolare il prezzo di mercato dei prodotti ricavati dalle miniere più fertili, grazie alla rendita differenziale che si applica ai prodotti ricavati dalle miniere più fertili. Le miniere meno fertili vengono tenute aperte proprio a questo scopo; ma proprio perché meno fertile, il capitalista non investe capitali per ammodernarla, attrezzarla dei migliori sistemi di sicurezza ecc. Perciò nelle miniere meno fertili, i proletari che vi lavorano sono più esposti al rischio di incidenti e di morte. E' un rischio ben conosciuto dai padroni delle miniere! Ma anche tra le miniere meno fertili esiste la concorrenza; perciò, come ogni azienda capitalistica, la miniera meno fertile sta in piedi, si sviluppa e resiste alla concorrenza di mercato alla sola condizione di avere un costo di produzione e, quindi, un costo del lavoro più bassi dei concorrenti. Sono cinicamente fattori economici, non c'entrano il cuore e il sentimento che i capitalisti, in quanto anch'essi uomini, potrebbero mettere in primo piano rispetto agli interessi economici. E' il modo di produzione capitalistico che domina sulla società borghese e, alla pari della merce e della moneta, non ha cuore, non ha anima, ma risponde soltanto e  materialisticamente alla legge del mercato, che poi è la legge del profitto capitalistico. Gli stessi capitalisti, se si abbandonano ai sentimenti e alla pacifica convivenza, prima o poi vengono maciullati dal mercato, cioè da altri capitalisti che rispondono con più coerenza alle ciniche leggi del mercato che di per sé sono disumanizzate e disumanizzanti.

Il modo di produzione capitalistico che ha sottomesso i bisogni di vita della specie umana ai bisogni del capitale e del mercato, non si cambia in un modo di produzione che soddisfi pienamente i bisogni di vita della specie umana, organizzando la società in modo razionale e nell'armonia sociale senza più antagonismi di classe e sfruttamento dell'uomo sull'uomo, con le preghiere, le petizioni, le pacifiche manifestazioni, le discussioni parlamentari in una democrazia che si rivela sempre più inconsistente e inefficace pur nelle vicende politiche e sociali più semplici.

Il cambiamernto non potrà che essere rivoluzionario, non potrà avvenire che attraverso la rottura completa di ogni legame politico, sociale, organizzativo e ideale che impedisce la libera espressione e la strenua difesa degli interessi di sopravvivenza della stragrande maggioranza della specie umana, cioè del proletariato.

Allora dalle viscere della terra, dall'abisso in cui i proletari sono sprofondati grazie all'opera continua e capillare delle forze di conservazione sociale e dell'opportunismo politico e sindacale, alla stregua del magma vulcanico, concentratasi la forza materiale più esplosiva che esista perché rappresenta le vere forze produttive imprigionate dal capitalismo e forzate a servire un mercato che non ha più alcuna ragione storica di esistere, si alzerà la marea rossa del proletariato internazionale per gettare all'aria un sistema sociale che non ha più nulla da offrire alla specie umana se non miseria, tormento, fame, disoccupazione, disperazione, morte.

L'8 agosto del 1956, alla miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, nel bacino carbonifero di Charleroi, scoppia un incendio che, per la mancanza di misure di sicurezza e protezione e per una manutenzione del tutto inadeguata, per i ritardi colpevoli rispetto all'intervento di soccorso, e per una struttura mineraria assolutamente esposta alla tragedia in caso, per l'appunto, di un incidente del tutto prevedibile in miniera (un carrello mal posizionato nell'ascensore, che colpisce e trancia di netto il condotto dell'olio provocando le scintille che danno l'avvio all'incendio), non potrà mai essere classificato come prodotto della fatalità o causato dall'errore di un solo individuo. I 262 minatori morti rappresentano l'ennesima strage di proletari da imputare al sistema capitalistico di produzione, i cui sicari sono gli avidi capitalisti che a Marcinelle, come a Ribolla, e in tutti gli innumerevoli "incidenti sul lavoro", hanno dimostrato e dimostrano di apprezzare moltissimo la rendita e il profitto capitalistico, piegandosi a qualsiasi crimine pur di ottenerlo, e di disprezzare moltissimo la vita dei proletari: trattati come schiavi per sfruttarli il più possibile e come carne da macello nelle miniere come nelle fabbriche in periodi di pace e nelle guerre di rapina in periodi di conflitti armati a causa di una concorrenza che non può essere sconfitta coi soli mezzi della guerra commerciale o monetaria.

Per i capitalisti padroni di miniere vale sempre il tema già accennato a proposito di Ribolla, e cioè quello della rendita. Vale in questo caso la pena di riprendere un altro brano dai "fili del tempo" da cui abbiamo tratto i brani su Ribolla. Si tratta del "filo" intitolato Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale (14); il paragrafo è intitolato:

Marcinelle

«Nell'economia del mondo capitalista tutti i consumatori di beni che sono offerti dalla natura, li pagano a condizioni più severe di quelli che sono tratti da umano lavoro. Per questi pagano il lavoro, ed un margine di sopravalore che la concorrenza, fin che vige, tende a ridurre. E la società borghese li offre ai suoi membri più a buon mercato delle precedenti società, poco manifatturiere.

«I prodotti della terra in senso lato sono pagati dal consumatore secondo il lavoro e il sopralavoro, adeguati al caso del "terreno peggiore". Anche in questo caso tuttavia si aggiunge un terzo termine: la rendita, ossia il premio al monopolista della terra, al proprietario fondiario, terza forza della società borghese "modello". Il terreno più sterile detta per tutti i consumatori di cibi il prezzo di mercato. Ne segue che i proprietari monopolisti dei terreni più ricchi aggiungono alla rendita assoluta, o minima, la rendita differenziale dovuta al minor costo delle loro derrate, che il mercato paga allo stesso prezzo.

«Crescendo i popoli e il consumo, la società deve dissodare le terre vergini e utilizzare tutte le superfici libere, fertili o sterili. Il limite alla fisica estensione determina il monopolio, e le due forme della rendita.

Per ardua che a molti appaia, essa è il cardine del marxismo e solo chi non l'ha mai digerita crede che la dottrina dell'imperialismo sia sorta come un'aggiunta al marxismo, studio preteso del solo capitalismo concorrentista. La teoria della rendita contiene tutta quella del moderno imperialismo, del capitalismo monopolista, creatore di "rendite" in campi anche prevalentemente manifatturieri, e che quindi si può chiamare col termine di capitalismo a profitto più rendita, e con Lenin: parassitario.

«Bene intesa la dottrina, viene chiaro che nulla cambia se questa rendita con radici in cespiti tradizionali e nuovissimi, passa allo Stato, ossia alla società medesima capitalista organizzata in macchina di potere: ciò avviene al fine di tenere in piedi il suo fondamento mercantile monetario ed aziendale. Prima di Marx, Ricardo lo aveva proposto e Marx ne svolge la critica, fin dalla sua formazione, completa ed integrale.

«I giacimenti di lignite di Ribolla sono tra i meno fertili, come lo sono in massima quelli belgi di antracite, e mai converrà al capitalismo, dove non vi è premio di rendita differenziale, come nelle migliori miniere francesi, olandesi, inglesi, tedesche, americane, spendervi per installazioni più costose atte ad aumentare la resa e garantire la vita del minatore.

«All'economia presente non è d'altra parte consentito di chiudere quelle miniere; e resteranno allo stato di quelle descritte da Zola nel Germinal, col cavallo bianco che non vedrà più la luce del sole, e che comunica con uno strano linguaggio della tenebra con due minatori condannati con lui dalla "società civile". Può il progresso fermarsi, per scarsità di carbone?!

«Ora che esiste una Comunità superstatale del Carbone, come del Ferro, tra Stati che hanno nazionalizzato le ricchezze sotterranee al pari dell'Italia, e su scuola fascista, si hanno gli estremi di ultramonopolio, per saldare sulla scala delle rendite differenziali, basse a Ribolla o a Marcinelle, una rendita base assoluta. Ma questa non basterà certo a pagare nuovi impianti, forse appena alla macchinosa impalcatura affaristico-burocratica che lavora, lei sì! "alla luce del sole".

«Quando le logore condutture elettriche dei pozzi fanno divampare l'incendio, non bruciano solo le attrezzature e le carcasse degli uomini, ma brucia il carbone del prezioso, se pur poco fertile, giacimento geologico. Brucia perché le gallerie scavate dall'uomo gli conducono l'ossigeno dell'aria atmosferica, ed ecco il perché dei muri di cemento che esistevano a tappare vecchie gallerie. Quindi l'alternativa tecnica: mandare giù ossigeno per i morenti e i temerari loro salvatori, o chiuderlo perché ogni tonnellata di ossigeno ne annienta circa mezza di carbone? I minatori hanno gridato all'arrivo dei preparatissimi tecnici chiamati di Germania: li avete fatti venire per salvare non i nostri compagni, ma la vostra miniera! Il metodo, se le urla inferocite dei superstiti non si fossero levate troppo minacciose, sarebbe stato semplice: tappare tutti gli accessi!

«Senza ossigeno tutto si calma, l'ossidazione del carbonio, e quella analoga che avviene dentro l'animale uomo, e chiamiamo vita.

«Vi è dell'altro - e non sono periodici rivoluzionari che riferiscono queste cose! Per un'antichissima tradizione, che certamente è più vecchia del sistema sociale capitalistico, fino a che il minatore non è riuscito, vivo o morto che sia, dalla sinistra bocca della miniera, questa continua a pagare per lui l'intero salario, anzi il triplo di esso. Il minatore infatti ha solo otto ore da permanere là sotto, e se non esce si suppone che stia erogando altro turno. Quando il cadavere è estratto e riconosciuto, i turni sono chiusi, e la famiglia non avrà che una pensione, inferiore dunque all'importo di un turno solo. Interessa dunque la compagnia, privata o statale o comunitaria, che le salme escano comunque; sembra che per questo le donne urlavano che le bare chiuse, su cui posavano pochi oggetti riconoscibili per l'identificazione, non si sapeva se contenessero detriti degli uomini, o del giacimento.

«Fate uscire tutti i vivi, e tappate per sempre queste discese! Non potrà mai dirlo la società mercantile, che si impantanerà in inchieste, messe funerarie, catene di fraternità, in quanto capisce solo la fraternità da catena, lacrime coccodrillesche, e promesse legislative ed amministrative tali da allettare altri "senza riserva" a chiedere di prendere posto ancora nelle lugubri gabbie degli ascensori: di cappello alla tecnica! Non è facile cambiare il sistema di coltivazione seguito per lunghissimi periodi. E la teoria della rendita vieta che si lasci ferma l'ultima miniera, la più assassina: è essa che detta ad una società negriera e strozzina il ritmo massimo della folle danza mondiale del business carbonifero; che appunto il limite geologico dei suoi orizzonti futuri, restringendosi, spinge sulla china dell'economia di monopolio, del  massacro del produttore, del ladrocinio contro il consumatore.

«Il racconto giallo di Marcinelle fa vibrare i nervi del mondo. Per quanto altri turni, di otto ore per otto, i "dispersi" del ventre della terra, come ieri quelli delle profondità dell'Atlantico, consumeranno ricchezza di questa civile economia borghese, che da tutte le cattedre vanta la sua spinta gloriosa verso un più alto benessere? Quando si potrà depennarli dai registri paga, e pregato Dio per loro l'ultima volta, passare a dimenticarsene?».

 

Scava, vecchia talpa, scava!

 

Siamo ancora in una situazione mondiale in cui il proletariato, pur subendo micidiali colpi alle sue condizioni di vita e di lavoro, pur sottoposto a regimi di sfruttamento bestiali e pur costretto ad offrire  fiumi di sangue nei disastri provocati dall'incuria borghese e da un congenito disprezzo della vita proletaria da parte delle classi borghesi di ogni paese, martoriato, bombardato, ammazzato nell'indifferenza, stuprato sistematicamente; una situazione in cui il proletariato non dà ancora segni di forte reazione classista, noi comunisti rivoluzionari, certi dei fondamenti della teoria marxista, leggiamo la storia per come si svolge materialmente da secoli e millenni, sapendo che nella società umana sono le forze produttive il vero motore sociale e che i conflitti di classe, che hanno regolato finora tutte le società divise in classi, giungono con la società capitalistica al loro ultimo stadio storico. Le rivoluzioni hanno fatto fare da sempre i grandi balzi in avanti alla società. All'appello manca ancora l'ultima delle grandi rivoluzioni classiste, quella proletaria mondiale, per la quale i fatti economici e sociali che si svolgono nel sottosuolo sociale lavorano senza chiedere nulla in cambio. La vecchia talpa è sempre al lavoro!, e Marx ce lo ricorda con uno splendido brano contenuto nel suo testo del 1852 Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte:

«La rivoluzione va fino in fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo (...) Non ha condotto a termine che la prima metà della sua preparazione: ora sta compiendo l'altra metà. Prima ha elaborato alla perfezione il potere parlamentare, per poterlo rovesciare. Ora che ha raggiunto questo risultato, essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura, lo isola, se lo pone di fronte come l'unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di distruzione. E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l'Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia talpa!».

L'Europa, nel 1852, valeva il mondo;  e siamo nel periodo in cui la rivoluzione deve ancora portare a termine la metà del suo lavoro. Alla storia non si può dettare il tempo, ma la rivoluzione moderna, la rivoluzione della classe del proletariato che per orizzonte ha il mondo intero, è parte della storia, e completerà l'opera quando tutti i fattori economici, sociali e politici saranno maturi per concludere il suo ciclo storico.

 

 


 

 (1) http://www. ilmessaggero.it/ primopiano/ esteri/ turchia_ soma_ miniera_ morti_ feriti_ arrestati_dirigenti/notizie/ 697204.shtml#fg-slider- auto-69682,  del 18-19/5/2014. Vedi anche http://www. lettera43.it/ cronaca/ turchia-a-soma-la-battaglia-del-sindacato-dei-minatori_43675129572.htm, del 16/5/2014.

(2) Idem.

(3) htpp://www. ilmessaggero.it/ primopiano/esteri/ turchia_miniera_morti_soma_esplosione/ notizie/ 689801.shtml, 14-15/5/2014. 

(4) Vedi http://www. lettera43.it/ cronaca/ turchia-a-soma-la-battaglia-del-sindacato-dei-minatori_43675129572.htm, del 16/5/2014.

(5) Vedi http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/13/news/miniera_turchia-86041269/, del 13/5/2014.

(6) htpp://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/   turchia_miniera_morti_soma_esplosione/notizie/689801.shtml, 14-15/5/2014.

(7) Il “filo del tempo” intitolato Nel dramma della terra parti di fianco è pubblicato nel nr. 10 del 14-28 maggio del 1954 dell’allora giornale di partito “il programma comunista”. Raccolto poi, insieme a tutti gli altri “fili del tempo” dedicati alla questione agraria e alla teoria della rendita fondiaria secondo il marxismo, nel volume intitolato Mai la merce sfamerà l’uomo, Edizioni Iskra, Milano 1979.

(8) L'esplosione di grisù nella miniera di Ribolla (Grosseto) avvenuta il 4 maggio 1954 è stata preceduta da analoghe esplosioni: nel 1925 (7 morti), nel 1935 (una decina di vittime), nel 1945 (15 morti).

(9) La produzione italiana di carbon fossile, fra antracite e Sulcis (in Sardegna), superava di poco, nel 1953, il milione e 70 mila tonn; da allora è scesa a cifre infinitesime.

(10) Mussolini, notoriamente catturato dai partigiani nel villaggio di Dongo, sul lago di Como, con tutta la sua "corte", il 23 aprile 1945.

(11) I paragrafi citati dal “filo del tempo” sono contenuti nell’articolo Nel dramma della terra parti di fianco, cit.

(12) Estratto dal protocollo che i governi italiano e belga hanno firmato a Roma il 23/6/1946, Camera dei Deputati, Atti Parlamentari, Discussioni, Seduta del 4 ottobre 1956, Roma, Tipografia della Camera dei Deputati, 1957.

(13) Vedi http://win.storia.net/arret/num189/artic2.asp, http://restellistoria.altervista.org/pagine-di-storia/storia-dellemigrazione-italiana/italiani-morti-in-miniera-marcinelle, AA.VV., Per un sacco di carbone, ACLI Belgio, Liége, dicembre 1997; Leuzzi A.G., 50 anni di presenza dell’INCA CGIL in Belgio. Azioni e conquiste per il progresso della legislazione sociale, INCA-CGIL Belgio, Bruxelles, ottobre 2004.

(14) Cfr. Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, della serie “Sul filo del tempo”, pubblicato nell’allora giornale di partito “il programma comunista”, n. 17 del 1956; ripubblicato poi nel volume dallo stesso titolo per le Edizioni Iskra, Milano 1978.

 

 

 

 

Partito comunista internazionale

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