Nello sforzo comune di difendere la teoria marxista e il patrimonio politico della Sinistra comunista, proseguiamo il lavoro di assimilazione teorica vitale per il partito

La rivoluzione proletaria è internazionale e internazionale sarà la trasformazione  socialista dell’economia

(Resoconto sommario della riunione generale di Milano del  17-18 dicembre 2016)

(«il comunista»; N° 147;  Dicembre 2016)

 Ritorne indice

 

 

Nella Riunione Generale del 17 e 18 dicembre scorsi, presenti i compagni delle sezioni di Italia, Francia, Svizzera e Spagna, si sono affrontati due grandi temi: uno, sulla Guerra civile di Spagna, tema questo su cui il partito intende svolgere uno studio approfondito in collegamento con quanto già scritto in lavori precedenti.

L'altro, sulla questione della Dittatura del proletariato, in collegamento stretto col grande tema che stiamo trattando della rivoluzione proletaria internazionale e del passaggio dal capitalismo al socialismo, lo pubblicheremo nella seconda puntata dei resoconti della riunione generale.

 

 

1936-1939

La Guerra di Spagna

 

Chi segue l'attività del nostro partito da anni sa che molti compagni della corrente di sinistra del Partito Comunista d'Italia, sotto la pressione dello stalinismo e la repressione del fascismo, furono costretti all'esilio in altri paesi, in particolare in Francia e in Belgio, e che nel 1928, a Parigi, fondarono la Frazione di sinistra del PCdI all'estero. Seguitarono a svolgere attività politica  come "Frazione" difendendo il marxismo restaurato da Lenin e l'autentico potere proletario rivoluzionario instaurato nell'Ottobre 1917, contro ogni attacco opportunista e, soprattutto, contro lo stravolgimento teorico, programmatico, politico, tattico e organizzativo attuato dallo stalinismo sia nel partito bolscevico sia nell'Internazionale Comunista. La bussola che quei compagni della corrente della sinistra comunista seguirono era data dalle tesi del Partito comunista d'Italia, dalla sua fondazione fino alle tesi di sinistra di Lione del 1926, e dalle tesi dell'IC dei primi 2 congressi. Ciò non toglie che di fronte alla generale sconfitta della rivoluzione proletaria in Europa, alla sconfitta del comunismo rivoluzionario in Russia e nell'Internazionale, nella piccola schiera di comunisti di sinistra che si era organizzata nella Frazione all'estero emergessero posizioni contrastanti che si rivelarono anche di fronte alla Guerra di Spagna; tanto che vi furono alcuni compagni della Frazione che partirono alla volta della Spagna per combattere contro Franco nelle file delle brigate antifasciste.

Sono in effetti molti gli articoli che si occuparono all'epoca della Guerra di Spagna, del franchismo, dell'intervento delle potenze imperialiste e di che cosa rappresentava a livello mondiale questa guerra. Questi articoli si possono trovare nelle due pubblicazioni della Frazione all'estero (Bilan e Prometeo). Un altro lavoro, svolto dal compagno Vercesi, intitolato “La tattica del Comintern 1926-1940”, e pubblicato a puntate nella rivista Prometeo del dopoguerra, dal 1956 al 1947, si è occupato della "questione spagnola", in particolare nel cap. 6 – “La guerra di Spagna, premessa alla seconda guerra imperialistica mondiale (1936-1940)”. Dello stesso tema il partito tornerà ad occuparsi trattando la questione del Fronte Popolare che caratterizzò la politica dei partiti stalinizzati, in particolare in Francia e in  Spagna. Nel 1964-65 uscì un lavoro nel “prolétaire” e poi, tradotto, nel “programma comunista” (Ce que fut en réalité le Front Populaire, “le proletaire” 1964/65, nn. 13, 14, 16, 18, 19, 20; Che cosa fu in realtà il Fronte Popolare, “programma comunista” 1965, nn. 10, 11, 12, 13, 14). A conferma della complessità dell’analisi della “guerra di Spagna” del 1936-39, evidenziata dal Rapporto tenuto all'ultima RG – vero primo “semi-semi-lavorato” –, vale la pena riportare, di questo lavoro, i brani del capitoletto “Il vero significato della guerra di Spagna”:

«Nella formulazione di Lenin, guerra fra Stati moderni sigifica guerra imperialistica di concorrenza diretta contro tutti i proletariati, mentre guerra civile è guerra di classe del proletariato internazionale contro tutte le borghesie. La complessità della guerra di Spagna deriva del fatto che essa partecipa dei due aspetti. Guerra civile perché il proletariato vi interviene violentemente, sconquassando le istituzioni dello Stato borghese. Ma anche guerra capitalistica, perché questo assalto rivoluzionario fu deviato in una lotta condotta sotto la bandiera ideologica della futura guerra imperialistica e secondo le regole di disciplina sociale atte a stabilire e a rafforzare l’autorità dello Stato borghese.

«Proprio perché in Spagna la rivoluzione fu immediatamente battuta dalla controrivoluzione, proprio perché due governi egualmente borghesi – il repubblicano e il franchista – aspiravano alla direzione dello stesso Stato di classe, proprio perciò il proletariato spagnolo fu tratto in inganno sulla natura della propria lotta, e, in base a questo precedente, si poterono convincere tutti i proletari del mondo che, all’interno dello stesso modo di produzione, degli Stati sfruttatori e oppressori, potessero battersi per la “Libertà” contro altri che la negavano.

«Alla base di ogni lotta armata v’è un conflitto di interessi materiali. Quelli della reazione fascista di Franco erano fin troppo evidenti; quelli degli operai che gli risposero con l’insurrezione non erano certo più misteriosi. Il conflitto inziale era un conflitto tra capitalismo e proletariato. Solo stornando l’insurrezione operaia dai suoi obiettivi primitivi, si poteva trasformarlo in un conflitto tra “l’ideale democratico” e la “barbarie fascista”.

«La risposta operaia all’offensiva franchista prorompe in un momento in cui la guerra internazionale, sola soluzione capitalistica alla crisi capitalista, è a due passi. Le principali condizioni per il suo scoppio sono ormai riunite, dal momento che la sola classe che poteva  ostacolarla, il proletariato, è battuta e il suo partito internazionale, diventato semplice appendice degli interessi nazionali russi, ne accetta l’eventualità. L’insurrezione che scoppia a Barcellona alla notizia dello sbarco di Franco, sembra rovesciare la situazione: la borghesia ha ragione di temere che, seguendo l’esempio degli operai spagnoli, i proletari d’Europa si riprendano, e ricostituiscano, il loro fronte di classe. Quindi è per lei una necessità vitale che, ad ogni costo, la lotta armata contro Franco cessi di essere una rivoluzione. Nell’ “imbroglio” spagnolo, gli interessi immediati delle grandi potenze si contraddicono, ma l’interesse del capitalismo in generale è ben chiaro: inquadrare gli insorti di Barcellona in un esercito regolare agli ordini di un governo borghese.

«Per raggiungere questo risultato è necessaria un’ideologia che non sia un’ideologia rivoluzionaria; sono necessari dei partiti operai che non combattano, o non combattano più, il capitalismo. Questa ideologia è l’antifascismo, questi partiti sono i partiti delle due Internazionali degeneri; il frente popular ne sarà la ragione sociale. E, poiché il pericolo per il capitalismo è grande, poiché la classe operaia spagnola è risoluta ed eroica, la manovra è spietata, la lotta è terribile su tutti i fronti: sul fronte militare, dove i mercenari di Franco, muniti di un armamento ultra-moderno, sterminano senza quartiere i miliziani armati di vecchi fucili, giungendo fino a massacrare i prigionieri; sul piano politico, in cui le “forze dell’ordine” del campo repubblicano non indietreggiano di fronte all’assassinio per eliminare i dirigenti rivoluzionari.

«La guerra di Spagna ha raggiunto vertici di violenza e di orrore che sono stati memorabili. Questo perché il modo rivoluzionario col quale il proletariato spagnolo rispose al fascismo, era intollerabile per i democratici borghesi e per i loro alleati opportunisti nelle file operaie. Abbiamo già detto che gli antifascisti non hanno mai lottato contro il loro preteso avversario: in una situazione ben precisa, in cui la loro parola d’ordine cessava di essere uno slogan elettorale per divenire una lotta armata condotta dalla frazione più combattiva della classe operaia coi suoi mezzi di classe, gli antifascisti, staliniani in testa, non potevano che sabotare questa azione e questi mezzi. Lo fecero restituendo ai proprietari fondiari e ai capitalisti ciò che l’insurrezione aveva loro confiscato, restaurando lo Stato repubblicano, proclamando la volontà del governo di ristabilire  “il rispetto dell’ordine e della proprietà”.

«Se Franco trionfò, lo si deve per una buona parte all’efficacia di questa opera di scalzamento dell’operato rivoluzionario: essa privò gli operai in lotta della sola forza contro cui i carri armati, gli aeroplani e i mercenari più sanguinari sono impotenti: la convinzione rivoluzionaria, la volontà dittatoriale dei proletari armati»  (da “il programma comunista” n. 13/1965).

Diamo ora il resoconto del rapporto tenuto alla scorsa RG in cui sono sintetizzati i punti messi in evidenza e che formano altrettanti argomenti da approfondire e sviluppare.

 

 

Una prima sintesi delle posizioni del partito sugli eventi di Spagna

 Top

Con questo lavoro presentiamo una prima sintesi della posizione del partito sugli eventi di Spagna nel periodo 1931-1939, che corrisponde alla fase della Seconda Repubblica e della guerra civile. Se è vero che fino ad ora il partito non dispone di alcun lavoro che tratti in modo specifico la guerra e l’ascesa della lotta di classe in Spagna durante il periodo precedente, è anche vero che la Sinistra comunista aveva già plasmato le sue posizioni sulla questione durante quegli avvenimenti attraverso articoli pubblicati in Bilan e Prometeo. Inoltre, il lavoro di bilancio svolto dal partito sul periodo controrivoluzionario, apertosi con la sconfitta della rivoluzione bolscevica in Russia e con la distruzione dell’avanguardia del marxismo rivoluzionario in tutto il mondo per mano della reazione stalinista, ha trattato marginalmente il tema della Guerra di Spagna facendo riferimento ad alcuni aspetti degli sviluppi internazionali degli avvenimenti e attraverso la critica dei postulati stalinisti. Ci riferiamo concretamente alla politica del Fronte Popolare adottata dai partiti comunisti stalinizzati nel 1935, ma anche al lavoro svolto su fascismo e democrazia, sul significato delle democrazie dopo la seconda Guerra mondiale ecc. Non è corretta l’affermazione che sostiene che l’assenza di un partito marxista in Spagna durante il periodo preso in esame abbia portato a un’assoluta assenza di posizioni marxiste su di esso. Dall’esistenza del Manifesto la critica marxista ha una base internazionale e non ha bisogno di essere al centro degli eventi per collocarsi nella sua prospettiva. Coloro che pensano questo, e quindi ritengono valide solo le posizioni sostenute dai protagonisti diretti, ignorano il rapporto dialettico tra il momento della critica delle armi e quello delle armi della critica. Vogliono fare della teoria e della pratica marxista una sorta di bilancio annuale in cui si ipotizza che a un tanto di teoria deve corrispondere un tanto di pratica. Succede che, per loro e per il loro bilancio, la pratica che svolgono deve sempre equilibrare il dare e l’avere.

Il lavoro che segue non consiste in una presa di posizione originale sulla Guerra di Spagna. Non vi è alcuna nuova indagine o una scoperta dell’ultima ora. Secondo gli accademici, la Guerra di Spagna è il tema storico su cui è stato scritto il maggior numero di articoli e libri. Alcuni sono di ottima qualità e, senza rappresentare una visione marxista sulla questione, sono in grado di chiarire i punti più oscuri sull’argomento nella misura in cui si riferiscono alla lotta fra le classi come asse centrale degli eventi. Rimandiamo a questi studi per una visione storiografica del tema, mentre il nostro sforzo in questo testo è quello di raccogliere, ordinare ed esporre correttamente i dati storici più rilevanti per mostrare le tesi centrali della Sinistra sulle varie questioni affrontate. A quelle che abbiamo già brevemente segnalato sopra, noi aggiungiamo la tesi centrale che consideriamo dimostrata: lo sviluppo della lotta di classe del proletariato è all’origine delle convulsioni sociali che portano alla guerra civile. Allo stesso tempo, la sua immaturità politica lo porta alla sconfitta subìta, il cui epicentro datiamo al 1934 e non al 1937, essendo gli anni seguenti al 1934 un prolungamento del processo di disarmo politico e organizzativo che era iniziato dopo l’ottobre asturiano.

In occasioni future potremo sviluppare via via in modo approfondito ciascuno dei temi fondamentali che vengono qui trattati in modo limitato, ma che indichiamo solo per spiegarne il valore riguardo al proposito finale. Se fino ad ora il partito non ha avuto la possibilità, che richiede necessariamente la presenza costante e regolare nella regione spagnola, di farsi carico del lavoro sulla Guerra di Spagna, questo non ha significato una minore chiarezza nelle sue posizioni generali, ma sviluppare questo lavoro come inizio di uno studio sistematico della storia del proletariato spagnolo deve servire a rafforzare questa coerenza e regolarità che erano mancate.

 

 

BREVE CRONOLOGIA

 Top

 

1931

•  Il 12 di aprile si tengono le elezioni comunali, nelle città vincono i repubblicani e, immediatamente, una piattaforma che riunisce i grandi rappresentanti della borghesia e gli intellettuali piccolo-borghesi, che si sono andati formando come alternativa a loro, gestisce l’avvio della Repubblica.

•  Il 14 aprile nelle giunte comunali si proclama la Repubblica. Il re lascia il paese scortato dai Giovani socialisti, che si incaricano di evitare che ci siano turbolenze a Madrid.

•  Governo provvisorio: Alcalá-Zamora, Lerroux, Azaña, Maura, Caballero ... cioè, il Comitato Rivoluzionario repubblicano-socialista, appoggiato dalla Guardia Civil (Sanjurjo, il futuro golpista). La prima legge votata da questo governo è “Difesa della Repubblica”, che attribuisce al governo il potere di sopprimere le libertà qualora l’ordine repubblicano sia in pericolo, legge che si applicherà sistematicamente contro i proletari, veri nemici di questo nuovo regime.

•  In giugno si convocano le Cortes Costituyentes (una sorta di Assemblea costituente) che vengono votate in modo irregolare in due turni con piccole elezioni parziali sparse in tutto il paese; la destra tradizionale non presenta propri candidati in buona parte delle circoscrizioni.

•  Nel mese di novembre, si riuniscono le Cortes con la maggioranza della Coalizione repubblicano-socialista che agisce sulla base del suo programma del 1909.

•  In dicembre, nuovo governo sempre costituzionale. Il Ministero del Lavoro viene assegnato a Largo Caballero, membro della fazione di sinistra del PSOE. Sue saranno le leggi tendenti a regolare l’offerta di manodopera: Legge dei contratti (Contratti collettivi) e delle Giurie miste (continuazione di quella di Primo de Rivera).

 

1932

•  Gennaio: insurrezione dell’Alto Llobregat e Cardones ad opera di elementi della FAI. Successivo sciopero generale di 5 giorni in risposta alla repressione da parte del governo.

•  Agosto: colpo di Stato di Sanjurjo. Le guarnigioni di Siviglia, comandate da Sanjurjo, si sollevano contando sul fatto che quelle di Pamplona,   Valladolid, Madrid, Cadice e altre le avrebbero seguite. Il colpo di Stato si decide in poche ore in occasione di uno sciopero generale nella capitale andalusa  che vede l’intervento del governo contro i rivoltosi. Gli operai del quartiere di Triana danno un esempio di eroismo che costerà loro una sanguinosa repressione quando lo stesso Sanjurjo trionfa nel 1936.

 

1933

•  Gennaio: l’insurrezione della FAI a Barcellona e nella provincia di Siviglia. Repressione di Casas Viejas, dove le forze dell’ordine uccidono senza pietà gli abitanti del villaggio che si erano asserragliati in una casa. Atteggiamento ben diverso rispetto alla facilità con cui il governo di Azaña lasciò fuggire Sanjurjo dopo il suo colpo di Stato.

•  Dicembre: insurrezione della FAI nell’Alta Aragona.

 

1934

•  Gli scontri politici aumentano di giorno in giorno.

•  Prima dell’ingresso della CEDA (destra) al governo, il PSOE dichiara lo sciopero insurrezionale con il proposito di ripristinare il precedente governo del 1933 (Coalizione repubblicano-socialista).

•  5 ottobre. Insurrezione “fallita”. “Insurrezione del settore radicale del PSOE”.

•  In Catalogna, il governo della Generalitat [governo autonomo] proclama lo Stato Catalano. La CNT rifiuta di partecipare allo sciopero. La repressione dell’esercito mette fine alla breve indipendenza della regione.

 

1935

•  Fondazione del POUM.

•  Più di 35.000 prigionieri a seguito della rivoluzione dell’ottobre del 1934. A Valladolid, per esempio, la CNT e il PC scompaiono, completamente smembrati. “I veri socialisti sono per la maggior parte in carcere”.

•  Nel corso di quest’anno, il numero delle vertenze di lavoro è minimo. La repressione dei mesi precedenti è stata così dura che gli operai non si sentono protetti di fronte all’atteggiamento ostile del governo verso ogni tipo di manifestazione. La brutale repressione delle organizzazioni e dei sindacati di sinistra ha causato il dominio assoluto della classe padronale favorita dal governo di destra. Si verificano, allo stesso tempo, atti di violenza perpetrati da fascisti e destri come l’assalto al Casino repubblicano di Valladolid da parte di elementi jonsistas [membri delle JONS – Juntas de Ofensivas Nacional Sindicalista].

 

1936

•  16 febbraio: le elezioni sono vinte dal Fronte Popolare nelle città con oltre 1.000 abitanti. La pressione tanto a lungo contenuta dei lavoratori non poteva più essere sopportata (...). Si chiedevano miglioramenti salariali, reintegrazione dei licenziati, amnistia per chi era stato processato per la rivoluzione dell’ottobre del 1934 ecc.

•  Marzo: occupazione delle aziende agricole in Estremadura e in altre zone.

•  Giugno: sciopero degli edili a Madrid, per la prima volta la CNT, il sindacato nel quale si sono organizzati i lavoratori più poveri della città, supera la UGT e impone lo sciopero a oltranza.

•  Nelle settimane che precedono la guerra, l’uccisione del tenente Castillo (socialista) e di Calvo Sotelo (di destra) precipita gli eventi.

•  18 luglio. Viene dichiarato lo stato di guerra. Le organizzazioni operaie nel frattempo iniziano lo sciopero generale. Gli operai si battono contro i militari. Dapprima a Barcellona e poi a Madrid, battono l’esercito, mentre i leader del governo lanciano messaggi di ritorno alla calma e sono pronti a patteggiare con i i ribelli. Quello che sembrava un golpe di poche ore si trasforma, a causa della risposta operaia, in una vera e propria guerra civile.

•  Colonne operaie si muovono per prendere Saragozza. È l’inizio delle “milizie operaie”. Si forma la Brigata Lenin con trotskisti provenienti da altri paesi, cui si aggregano anche membri della minoranza della Frazione di Sinistra del PCI.

•  In novembre, le forze franchiste arrivano a Madrid. Il governo abbandona la città. I proletari della capitale si battono contro le truppe ribelli. Compaiono le Brigate Internazionali inviate dalla Russia. Madrid resiste e la guerra si trasforma in un conflitto di posizioni che durerà altri due anni e mezzo.

 

1937

•  Fatti di maggio: di fronte al tentativo del governo della Generalitat di riprendere la sede della Telefónica, occupata dai lavoratori della CNT, ricompaiono in città le barricate. Nel giro di poche ore gli operai controllano praticamente per intero Barcellona e alcuni leader propongono di prendere il controllo assoluto. I leader anarchici, poumisti ecc. invitano alla calma e a deporre le armi. Solo piccole sezioni libertarie, come gli Amici di Durruti e altri poumisti (cellula 27) e trotskisti si oppongono.

Dopo la resa operaia, una colonna militare inviata dalla capitale (Valencia) occupa la città, lasciando dietro di sé una scia di militanti operai uccisi.

•  Repressione contro i proletari e le loro organizzazioni: assassinio di Andrés Nin, incarcerazione dei leader del POUM. Omicidio di leader della Gioventù Libertaria. I rivoluzionari entrano in clandestinità.

 

1939

•  Febbraio: Barcellona cade senza scontri.

•  Marzo: colpo di Stato di socialisti e anarchici contro il governo di Negrin. Rivolte a Madrid. Il nuovo governo dichiara Madrid città aperta.

•  Aprile: fine della guerra civile spagnola.

 

 

CONTROTESI E TESI

 Top

 

Controtesi 1. La Guerra civile è stata una “guerra solo spagnola”.

 

Sostiene che tanto le cause quanto lo sviluppo della Guerra civile rispondono esclusivamente o principalmente a cause interne spagnole e che anche le sue conseguenze si riducono all’ambito nazionale. E’ difesa da tutte le correnti che presero parte a qualche istanza governativa.

 

Tesi 1. La guerra di Spagna è stata insieme una guerra imperialista e una guerra civile, che si è sviluppata all’interno dei confini nazionali coinvolgendo tutte le forze sociali spagnole.

 

Il fatto che fosse così, non toglie che la caratterizzazione della guerra fosse imperialista, cioè una guerra tra borghesie che hanno ormai abbandonato la loro fase progressista nella storia e che usano il proletariato per alcuni scopi che, da nessuna delle due alleanze borghesi in guerra, possono servirgli a evolversi positivamente in senso storico: con la vittoria di nessun fronte borghese imperialista il proletariato avrebbe potuto liberarsi dagli ostacoli che impediscono il suo sviluppo, né avrebbe potuto chiarire la necessità di una lotta rivoluzionaria definitiva antiborghese.

 

Alla Spagna non sono mancate guerre nazionali rivoluzionarie e cioè:

 

a) La cosiddetta Guerra d’indipendenza contro gli eserciti napoleonici, in cui le forze unite delle classi subalterne hanno diretto la lotta sia verso l’indipendenza nazionale sia verso il cambiamento rivoluzionario delle basi del vecchio regime.

b) Le guerre carliste del decennio degli anni ’30 e ’70 del XIX secolo, che videro lo scontro della borghesia urbana, insieme alla parte liberale dell’esercito, ai contadini (ad eccezione della Navarra) e al proletariato nascente contro la reazione assolutista della nobiltà. La questione dinastica Isabel-Carlos nascondeva dietro di sé la lotta tra un partito borghese progressista sostenitore della parcellizzazione delle terre comunali, la fine dei privilegi forensi e l’insediamento nel paese di una monarchia costituzionale contro le forze feudali appoggiate dal contadiname benestante che traeva benefici dalla persistenza delle terre comuni. La sua sconfitta ad opera della “fazione isabelliana” segna definitivamente il passaggio dal sistema feudale al dominio dell’oligarchia terriera insieme alla borghesia industriale e finanziaria.

c) La guerra cantonalista del 1874 fu l’ultimo sollevamento di una piccola borghesia rivoluzionaria esclusa dal governo del paese e incapace di progredire. Strettamente legata all’antico splendore del commercio marittimo e agrario del sudest e dell’est del paese, questa classe ha trascinato con sé buona parte del settore artigianale in declino e delle forze operaie inquadrate nel partito anarchico dell’Internazionale.

Finito, nel 1876, il periodo delle rivoluzioni nazionali, il momento diventa o quello della guerra civile rivoluzionaria che vede essenzialmente lo scontro fra proletari e borghesi oppure quello della guerra imperialista, nazionale e internazionale. Per collocare la Guerra civile in questa ultima opzione basterebbe il fatto che il conflitto del 1936-1939 non fu una guerra rivoluzionaria, ma, per escludere le argomentazioni che una guerra imperialista è solo quella che contrappone due nazioni capitaliste rivali, basterebbe illustrare brevemente le forze in gioco:

- Portogallo: interessato ad avere un governo amico oltre il confine, appoggia i movimenti di truppe decisive per i nazionalisti nelle prime settimane di guerra.

- Italia: interessata a impedire il passaggio dei francesi verso le colonie africane e a mantenere le posizioni nel Mediterraneo (Baleari) supporta la parte nazionalista che le offre garanzie in entrambi i sensi.

- Germania: interessata a indebolire la Francia, a impedire all’URSS di ottenere appoggi nell’Europa Occidentale e a limitare il raggio di influenza britannica, sostiene la parte nazionalista che, per di più, le garantisce libertà di sfruttamento dei giacimenti minerari della penisola.

- Gran Bretagna: principale investitore straniero in Spagna e sostenitore di una politica di ripresa delle ostilità con la Germania, appoggia con il suo “fragoroso silenzio” e con agevolazioni finanziarie la parte nazionalista, nella quale vede un potente alleato contro l’influenza sovietica.

- Francia: interessata a mantenere un governo amico a sud dei Pirenei e vicino alle sue colonie in Africa, ma contraria a uno scontro con la Germania e preoccupata dall’influenza degli avvenimenti per la parte repubblicana, semplicemente non ostacola i compiti della diplomazia del governo di Madrid.

- URSS: interessata a una politica di riavvicinamento alle potenze francese e inglese e di contenimento delle richieste tedesche, interviene ufficiosamente mediante le Brigate internazionali che, salvando Madrid dal finire sicuramente nelle mani di Franco, fanno sì che la guerra continui per altri due anni e mezzo.

 

Le prime tre potenze (Portogallo, Germania e Italia) appoggiano apertamente Franco con armi e uomini che saranno decisivi per la sua vittoria in una guerra di lunga durata per la quale la parte nazionalista non era preparata. Gli altri esprimono i loro interessi nell’ambito di un Patto di non intervento, che mirava a mantenere la stabilità internazionale.

Lo sviluppo delle operazioni militari durante i quasi tre anni di guerra aveva a che fare più con gli interessi delle potenze imperialiste che operavano sul terreno spagnolo che con le necessità della vittoria militare in sé.

Abbiamo già detto che non è il carattere mondiale, ma quello interborghese che caratterizza come imperialista la Guerra di Spagna, ma va segnalato che anche negli anni successivi a essa, con lo scoppio della seconda Guerra mondiale, le linee base si manterranno come dimostrano gli accordi di Yalta, Teheran e Potsdam: l’URSS sostiene tiepidamente il blocco militare antifascista e la Gran Bretagna, con gran vantaggio, mantiene, insieme agli Stati Uniti, le principali relazioni commerciali con la Spagna.

 

Controtesi 2. La Guerra civile è stata uno scontro tra fascismo e antifascismo.

 

Posizione assolutamente condivisa da tutte le correnti politiche con una presenza significativa in Spagna esprime il contrario della precedente: completa il carattere internazionale che risulta ovvio per la presenza di truppe straniere in Spagna, ma non va d’accordo con il discorso nazionalista della guerra esclusivamente spagnola.

 

Tesi 2. In Spagna non vi fu un rilevante movimento fascista e l’antifascismo fu solo la copertura ideologica per la lotta imperialista e la repressione proletaria da parte della borghesia repubblicana.

 

Secondo le posizioni del marxismo, il fascismo è caratterizzato dall’essere:

 

a) La reazione della borghesia contro la lotta rivoluzionaria del proletariato. In questo senso, il fascismo è la concentrazione massima delle forze borghesi, salvando le differenze politiche delle varie fazioni che competono tra loro, per agire come un unico partito della controrivoluzione volto a distruggere l’avanguardia comunista del proletariato e a integrare la rete associativa sul suo terreno economico nell’apparato statale.

b) La limitazione, in campo economico, delle forze centrifughe della classe borghese stessa come risultato della concorrenza fra capitalisti che crea l’anarchia del sistema economico basato sulla “libera impresa”. In questo modo, il fascismo, di fronte alla crisi capitalista, che è una crisi di sovrapproduzione che colpisce i profitti della borghesia, centralizza il capitale in unità più grandi rispetto alla singola impresa ponendo dei limiti alla libera concorrenza e aumentando così il tasso di profitto generale dell’economia nazionale, che beneficia anche della soppressione dei conflitti politici ed economici generati da un proletariato posto sul terreno della lotta di classe rivoluzionaria.

 

Viste entrambe le caratteristiche essenziali, è evidente che in Spagna non c’è stato il fascismo né come movimento politico antirepubblicano né come sistema istituzionale risultante dalla vittoria di Franco nella guerra (anche se alcuni settori della destra cercano di imitare la propaganda fascista e la sua estetica, come i seguaci Gil Robles, e costituiscono gruppi di aperta ispirazione fascista, come la Falange).

Per quanto riguarda il primo punto, in Spagna non c’era un proletariato rivoluzionario all’attacco e guidato da un influente partito comunista rivoluzionario, che potesse costringere la classe borghese a centralizzare le sue forze intorno a un suo  partito unico, che impiegasse pertanto gli stessi metodi che si ricavano dalla dottrina marxista, per vincere. Si tratta di una differenza fondamentale rispetto al caso dell’Italia, ma anche della Germania, nella quale un partito marxista, debole sul terreno teorico e tattico, ma in ogni caso in grado di essere riportato sulla strada corretta, rappresentava davvero una minaccia per la borghesia nazionale.

In Spagna ci fu un vasto movimento sindacale, con una forza crescente dal 1930, che tanto nelle campagne quanto nelle città agiva spinto dalle convulsioni economiche che gettavano i proletari nella miseria. Questo movimento operaio era fortemente influenzato da partiti operai opportunisti (PSOE e POUM principalmente) e da partiti apertamente borghesi (Esquerra Republicana de Catalunya). In definitiva, questa influenza è stata decisiva perché nelle file del proletariato non si ponesse la questione del potere, asse centrale della lotta rivoluzionaria in qualunque paese e in qualunque circostanza. La borghesia spagnola non si batte contro una rivoluzione operaia di segno comunista, ma contro il caos generato da un movimento sindacale tanto forte da causarle continuamente problemi sotto forma di scioperi e tentativi insurrezionali per tutti e 5 gli anni dello Stato repubblicano. Tutto ciò è essenziale per capire che la lotta della borghesia contro questo proletariato non è da attribuire esclusivamente alla fazione di Francisco Franco.

Il governo repubblicano, che ha avuto una nutrita storia di scontri con il proletariato, assume l’iniziativa repressiva su due questioni. La prima è l’integrazione delle organizzazioni sindacali nello Stato, tramite cooptazione di CNT e UGT da parte dei governi di Madrid e Barcellona e l’imposizione di sindacalizzazione obbligatoria per tutti i lavoratori (e queste sono certamente misure di tipo “fascista”, solo attuate da un governo democratico). La seconda è l’annientamento dei proletari che oppongono resistenza alle imposizioni di entrambi i governi, nazionale e locale. Questa politica repressiva è stata introdotta da governi guidati dal PSOE e dal PCE con la collaborazione locale del POUM in Catalogna.

Da parte di Franco, la repressione, più diretta nella misura in cui non ha avuto a che fare con uno sciopero armato del proletariato dopo la rivolta, si è concretizzata sul terreno politico con lo sterminio fisico degli attivisti politici e sindacali e, sul terreno economico, con la creazione di un sindacato verticale al quale sono stati chiamati gli elementi considerati “sani” di UGT e CNT. Se in quest’ultimo obiettivo i franchisti non hanno avuto successo in un primo momento, bisogna notare che, a distanza di una generazione di proletari, sarà lo stesso PCE (e parte della CNT) a integrarsi volontariamente nell’organizzazione sindacale dello Stato.

Riguardo al secondo punto, la centralizzazione economica caratteristica del fascismo si realizza sulla base di una determinata quantità di capitale investito nell’economia nazionale. Questo capitale minimo necessario non esisteva in Spagna. Non si ha un fenomeno di concentrazione analogo a quello italiano o tedesco, ma l’economia continua, nei limiti nazionali, nelle mani di singoli capitalisti, che contano sul favore del governo, ma che non rispondono a un piano. È esistito, indubbiamente, un tentativo di dirigere l’economia nazionale per mezzo dello Stato e, nella misura in cui lo sforzo bellico lo richiedeva, questo tentativo ha avuto successo. Si sono avuti anche fenomeni caratteristici del fascismo come il partito unico o il sindacato verticale. Ma non vi sono stati processi di formazione di cartelli o trust simili a quelli osservati in Europa. Vent’anni dopo la guerra, con l’inizio dello sviluppo economico del paese attraverso investimenti di capitali esteri, la Spagna adotterà, come il resto degli imperialismi europei e americani, una politica di forte intervento dello Stato nell’economia; questo fenomeno non ha però alcun legame con una eccezionalità fascista in terra spagnola, ma con il moderno capitalismo ultrasviluppato attuale. Le tendenze apparse durante la guerra per gestire centralmente l’economia, legate, come si diceva, allo sforzo bellico, portarono a questo e all’inizio del lungo periodo di tempo noto come “autarchia”, in cui la Spagna restò fuori dai grandi circuiti commerciali internazionali.

Da parte sua, il governo repubblicano, con i decreti di nazionalizzazione operò nella stessa direzione attraverso le principali industrie che potevano essere utilizzate per la produzione bellica. Così la tradizionale struttura delle piccole imprese catalane cadde sotto un unico piano indirizzato a produrre sempre più velocemente del nemico. Perciò, se l’economia concepita dai nazionalisti di Franco la si definisse fascista, per lo stesso motivo bisognerebbe farlo per i nazionalisti repubblicani.

 

Controtesi 3. La Guerra civile è stata il preludio alla seconda Guerra mondiale come scontro tra democrazia e fascismo.

 Top

Questa tesi, che risponde allo stesso criterio di interpretazione dei fatti della tesi precedente ed è data anch’essa per certa da tutte le correnti politiche con presenza significativa in Spagna, assimila la seconda Guerra mondiale a uno scontro tra democrazia e fascismo. Partendo dalla caratterizzazione data alla guerra di Spagna che abbiamo spiegato nella controtesi 1, giunge alla conclusione che questa è stata il prologo del grande conflitto mondiale del 1939-1945.

 

Tesi 3. Il conflitto imperialista in Spagna obbedisce alle tensioni delle grandi potenze a seconda di come queste si configuravano nel 1936 e non secondo lo schema finale del 1939.

 

Poche parole per spiegare questa posizione:

- 1936: la Gran Bretagna e la Germania non cercano ancora la guerra. La Francia segue la Gran Bretagna e neppure lei la cerca.

L’URSS, in un’altra giravolta della sua politica estera, cerca di avvicinarsi alle potenze europee contro la Germania. Gli Stati Uniti non si esprimono chiaramente.

- 1938: Patto di Monaco, concessioni in Cecoslovacchia alla Germania da parte di Francia e Gran Bretagna. Russia isolata.

- 1939 (agosto): Patto sovietico-tedesco, Germania alleata dell’URSS, che esce dal suo isolamento, e apre la strada alla spartizione della Polonia con la Germania.

- 1939 (settembre): inizia la seconda Guerra mondiale con l’invasione della Polonia da parte della Germania. Passano quasi due anni prima che URSS e Germania rompano le relazioni.

 

L’alleanza Italia-Germania contro la Russia e la Francia del 1936 in Spagna non sarà definitiva ed estensibile al resto d’Europa; infatti cambierà almeno due volte posizione prima dell’inizio della seconda Guerra mondiale. La storiografia successiva, in particolare quella stalinista che ha voluto nascondere il sostegno alla Germania nazista e con esso la politica di conciliazione con il fascismo difesa dai partiti nazionalcomunisti, era fortemente interessata a presentare ideologicamente la guerra civile spagnola come anticipazione del contrasto tra democrazia e fascismo che sarà il leit motiv di tutte le borghesie del mondo nella seconda Guerra mondiale.

 

Controtesi 4. La guerra civile è stato uno scontro tra feudalesimo e capitalismo.

 

Si tratta di una posizione difesa essenzialmente dal PCE e seguita dal POUM. Secondo questa posizione, il nazionalismo rappresentato da Franco, e al suo interno soprattutto dai proprietari terrieri del sud e dell’ovest del paese, corrisponderebbe a una risposta delle classi feudali del paese che si opponevano alla rivoluzione democratico-borghese in atto la cui cristallizzazione politica di maggiore importanza era la Repubblica.

 

Tesi 4. Il colpo di Stato del 1936 è una reazione della borghesia e non delle classi feudali.

 

È necessario qui segnalare questa tesi in quanto la controtesi sopra descritta è di solito utilizzata per definire la Repubblica e l’intera opera del governo repubblicano durante la guerra come fattori di progresso per il proletariato, che sotto il loro ombrello avrebbe dovuto combattere solo il feudalesimo. Ovviamente si tratta di una posizione che si basa sull’identificazione del fascismo con il feudalesimo, vale a dire, sulla definizione del fascismo come reazione essenzialmente agraria e dell’oligarchia terriera preborghese, anziché come movimento della classe borghese appoggiata essenzialmente dagli industriali (non a caso è Togliatti che difende per la prima volta quella posizione in un articolo di 1929).

In sostanza, riguardo l’identificazione fascismo-reazione feudale, i lavori del partito sono sufficientemente chiarificatori da non dover ripetere qui la tesi centrale della sinistra a questo riguardo. D’altra parte, abbiamo esposto sopra qual è la realtà del fascismo spagnolo. Quindi lasciamo alla prossima tesi sulla storia della Spagna il compito di chiarire la questione sul presunto regime feudale che avrebbe regnato nelle campagne spagnole nel 1936.

 

Controtesi 5. La Spagna, nel 1936, è un paese feudale.

 

Vi si sostiene che la sopravvivenza della monarchia, il limitato potere del parlamento, la questione dei nazionalismi catalano e basco e il potere dei proprietari terrieri, sarebbero, sul terreno politico, caratteristici di un paese non borghese, che aveva la sua contropartita economica nel predominio agrario del latifondo, nella scarsa industrializzazione del paese e nella mancanza di una vasta classe media. Tesi difesa da PSOE, PCE e il CNT.

 

Tesi 5. La Spagna, nel 1936, è un paese capitalista.

 

Il XIX secolo in Spagna, come nel resto d’Europa, è il periodo nel quale il modo di produzione feudale cessa di essere predominante. Nel Capitale viene spiegato il modello inglese di transizione tra feudalesimo e capitalismo. In esso viene perfettamente riassunta la tendenza generale alla conversione della proprietà feudale in proprietà capitalistica, alla espropriazione del contadiname, alla comparsa del proletariato nelle campagne e nelle città e alla nascita quindi della grande industria capitalistica. Questo modello non si ripete esattamente in tutti i paesi, ma avviene in modo diverso sia in relazione alla storia particolare di ogni paese, sia per il fatto che la transizione tra il modo di produzione feudale e il modo capitalistico di produzione non si verifica simultaneamente in tutte le aree storiche e neppure nelle diverse regioni che fanno parte di ognuna di esse. Ma il contenuto di questa transizione è invece identico: liberazione della manodopera sottomessa alla servitù feudale, comparsa  del capitale come accumulazione dei mezzi di produzione nelle mani della moderna borghesia e controllo del potere politico nazionale da parte di questa.

Così, la guerra tra Austria e Germania del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870 pongono le basi per il trionfo definitivo della borghesia in Germania, che si sarebbe realizzata pienamente solo diversi anni più tardi e in una forma che riflette ancora la transazione avvenuta con l’aristocrazia feudale. Questo trionfo della borghesia non somiglia per nulla al classico modello rivoluzionario della Gran Bretagna o della Francia. Ma alla fine il contenuto è lo stesso in entrambi i casi.

In Spagna il modello è ancora meno puro: l’esistenza di una vasta base di economia monetaria già nel XIII secolo; la nascita di una proto-borghesia ad essa associata; il successivo dominio coloniale dal quale si ricavano materie prime e che richiede investimenti di capitale; l’uscita della Spagna dal circuito mercantile europeo a partire dal XVII secolo e il conseguente affitto ad altre borghesie del suo sviluppo economico, sono caratteristiche del paese, già segnalate da Marx nei suoi articoli sulla Spagna, che hanno determinato il tardivo emergere della classe borghese, difficilmente definibile fino alla metà del XIX secolo.

Questa classe borghese, che non ha una base industriale, tranne che nella regione catalana, è debole e ha interessi poco chiari per quanto riguarda le esigenze politiche immediate per il paese, al punto che in buona parte, perché possa arrivare a vedere difeso il suo programma storico contro l’aristocrazia del vecchio regime, è necessario guardare allo sviluppo delle lotte intestine all’interno dell’esercito, istituzione della quale entrano a far parte i figli dei settori borghesi e piccoloborghesi più dinamici e che svolge le battaglie più importanti riguardo a questioni cruciali.

La rivoluzione borghese – intesa con le caratteristiche classiche della rivoluzione francese – non ha avuto luogo in Spagna: è più corretto parlare del progressivo consolidamento di una borghesia poggiato sull’appropriazione di terre comunali, sullo sviluppo del commercio con le colonie americane e su una limitata crescita industriale. Tale borghesia condividerà interessi economici immediati con l’oligarchia terriera e, lentamente, entrambe arriveranno a farsi carico dello Stato, che adotta questa forma ibrida tra autocrazia e regime costituzionale, mai in realtà abbandonata.

La modernizzazione capitalistica del paese non è, quindi, un brusco cambiamento che altera sistematicamente le condizioni di vita precedenti il XIX secolo, ma è un lento progresso che arriva a completarsi solo negli anni ’60 del XX secolo.

 

Bisogna tenere a mente tre punti:

 

a) La struttura dello sfruttamento agricolo in Spagna nel XIX secolo è capitalista. Lo sfruttamento del grande latifondo e i sistemi di piccolo sfruttamento contadino sono costituiti, in alcune zone fin da prima della Guerra d’indipendenza, da vaste masse di contadini liberi e senza terra che vengono assunti dai proprietari terrieri. Questa è la caratteristica tipica di un capitalismo in realtà incompiuto e determina il fatto che la classe dei proprietari terrieri fa parte, sì, del sistema dei rapporti capitalistici, ma la sua origine feudale non è sparita dalla sua fisionomia. I problemi derivanti dalla sottoutilizzazione delle terre si sono aggiunti allo sfruttamento di tipo capitalistico subìto dalla classe operaia agricola in Spagna, ma non è l’essenziale.

b) Nel XIX secolo l’unità nazionale in Spagna si realizza pienamente. L’eliminazione dei privilegi forensi dei Paesi Baschi e della Navarra, insieme alla loro eliminazione anche in Catalogna, che si è verificata nel XVIII secolo, è stata la base dell’omogeneizzazione nazionale e della creazione di uno Stato unitario che esiste dalla Restaurazione Alfonsina del 1874. La scarsa strutturazione nazionale, a causa di fattori naturali e del basso sviluppo economico del paese non significa che sopravvivesse un sistema di privilegi locali, frontiere interne e differenze nazionali che avrebbe reso impossibile lo sviluppo del capitalismo nazionale.

c) La sopravvivenza di un sistema istituzionale zeppo di vestigia nobiliari non significa che lo Stato non sia borghese. Monarchia, aristocrazia ecc. sono formule legali che continuano a esistere come risultato della transazione fra potere nobiliare e borghese. Impediscono il pieno sviluppo della borghesia, ma non ne limitano la parte essenziale. Si può parlare di una borghesizzazione della nobiltà, che d’altra parte era sostenuta dalla rendita agraria di origine non feudale, inversa rispetto al processo di aristocratizzazione della borghesia avvenuto nel corso del XVII secolo.

 

Per quanto riguarda il contenuto economico, le formule giuridiche relative alla proprietà e, in breve, il dominio sociale della borghesia, nel momento in cui si arriva alla Seconda Repubblica il capitalismo in Spagna è pienamente instaurato. Gli intralci feudali a questo capitalismo erano praticamente inesistenti e lo scarso sviluppo economico del paese non può essere loro attribuito in quanto è dovuto alla particolare storia del capitalismo spagnolo.

 

Controtesi 6. La Spagna, nel 1936, è un paese semifeudale.

 Top

E’ una derivazione dalla posizione precedente. Difesa dal POUM e dai trotskisti; questa “tesi” ha avuto grande forza nella misura in cui è stata la base per l’attuazione della lotta per i compiti democratici proposti da Trotsky in tutte le indicazioni alla Sinistra Comunista di Spagna [ICE], dapprima, e al gruppo bolscevico-leninista successivamente.

 

Tesi 6. La Spagna, nel 1936, è un paese capitalista.

 

In realtà la controtesi 6 non è una vera e propria “tesi”, ma fornisce sostegno e supporto a difesa dei compiti democratici, base delle posizioni trotskiste e del POUM: questa difesa consisteva per il POUM in una politica di codismo al governo e per trotskisti in una politica di codismo al POUM. Pertanto la posizione sul semifeudalesimo della Spagna ha le stesse implicazioni politiche e tattiche di quella sul feudalesimo.

 

Controtesi 7. La Seconda Repubblica ha come programma la realizzazione della rivoluzione democratico-borghese in Spagna.

 

Secondo questa posizione le forze borghesi trovano nella crisi della monarchia, che si apre con la caduta del dittatore Primo de Rivera, un impulso che riesce definitivamente a unirle per realizzare la loro rivoluzione in sospeso. Questa rivoluzione prenderà la forma istituzionale di repubblica in quanto la monarchia era il principale garante del potere feudale.

Questa posizione è difesa da tutte le correnti politiche (tranne gli anarchici) nel cui schema storico il passaggio dal feudalesimo al capitalismo non è la condizione necessaria per la rivoluzione proletaria.

 

Tesi 7. La Seconda Repubblica è stata la soluzione politica della classe borghese spagnola per frenare l’ascesa della lotta di classe del proletariato.

 

Senza bisogno di interpretazioni storiche di grande rilevanza, è possibile confermare questa tesi che appare già negli articoli della Sinistra Comunista d’Italia (Bilan) fin dal primo momento: oggi contiamo sulla testimonianza non solo dei fatti, ma dei protagonisti, che hanno chiarito che la proclamazione della repubblica fu un’operazione a tavolino realizzata dai principali rappresentanti della borghesia. Così, Maura per i proprietari terrieri degli uliveti, Romanones per i proprietari cerealicoli, Cambò per gli industriali catalani e Lerroux per le classi medie urbane, organizzarono l’uscita di re Alfonso XIII con il pretesto di una vittoria elettorale dei repubblicani (nei distretti urbani) nell’aprile del 1931.

La realtà, al di là dei miti che pretendono di trovare sempre l’individuo geniale (statista, avventuriero o militare che sia) dietro agli eventi storici, è che dal 1929 la borghesia non poteva più governare la Spagna come aveva fatto fino a quel momento. Il ricorso alla dittatura di Primo de Rivera, con l’obiettivo di un’uscita ordinata dalla guerra coloniale del Marocco e del definitivo sfiancamento della lotta del proletariato catalano, è stato troncato quando questa dittatura non si dimostrò in grado di mantenere dritto il timone contro le tempeste mondiali che si agitavano. Primo de Rivera cadde e così ripresero le agitazioni nelle campagne e nelle fabbriche del paese, i sindacati tornarono a prendere forza, si riorganizzarono le correnti politiche. La piccola borghesia che partecipa a questa situazione di tensione sociale è assolutamente incapace di organizzare il proprio intervento e i suoi tentativi di dirigere i proletari hanno un esito più che discutibile. La borghesia capisce che è indispensabile andare non verso un regime repubblicano, ma, concretamente, verso un governo parlamentare guidato da PSOE e repubblicani di sinistra. Si noti che il PSOE partecipava alla dittatura di Primo de Rivera e che, quindi, il governo del paese non gli era del tutto estraneo, e che nel suo programma sosteneva la coalizione repubblicano-socialista dal 1910.

Si realizza, quindi, il trasferimento delle funzioni istituzionali. I rappresentanti della piccola borghesia, cresciuta al calore dello sviluppo industriale del paese fin dal 1914, sono chiamati a formare il governo e a progettare una nuova forma per lo Stato. Si chiede la pace sociale ai sindacati, si favoriscono le correnti (UGT, Sindacati di opposizione nella CNT) che sono disposte a sostenerla. Si giunge anche a sacrificare gli interessi di alcuni grandi proprietari terrieri che vengono minacciati di esproprio delle loro terre per risolvere il problema della disoccupazione e della povertà dei proletari rurali.

Non si tratta di un programma rivoluzionario borghese, ma dell’intervento dell’opportunismo socialista con il duplice obiettivo di contenere il movimento della classe operaia e di realizzare una serie di opportune riforme per dare stabilità istituzionale al paese, che veniva da 25 anni di continui sussulti.

Non si tratta neppure di un programma rivoluzionario piccolo borghese. Gli intellettuali piccoloborghesi che sono chiamati al governo e al parlamento, non hanno nulla a che vedere con i rivoluzionari della loro stessa classe di un secolo prima. Sono essenzialmente elementi conservatori (Azaña, Ortega y Gasset, Ramon y Cajal ...) rappresentanti di una classe che non ha più alcuna alternativa storica che possa far credere nel loro provvidenziale ruolo.

Anche la presenza di elementi massonici nella costituzione del nuovo regime, fonte di tensione con la Chiesa cattolica e di innumerevoli conflitti, ha la sua origine nella smania di controllare le rivendicazioni del proletariato. La Chiesa è, in Spagna, uno dei maggiori proprietari terrieri e uno dei più grandi banchieri. È, di fatto, il collegamento tra l’aristocrazia monarchica tradizionale e la borghesia del XIX secolo e, pertanto, in gran parte responsabile di un regime che ha impedito l’ascesa sociale della piccola borghesia. Questa, rivolta verso la massoneria, ha idealizzato una Spagna senza il cattolicesimo, identificando quest’ultimo con il medioevo dal quale il nuovo governo parlamentare l’avrebbe liberata. C’era poi anche la questione del finanziamento delle riforme repubblicane; infatti la base materiale dell’opportunismo, cioè il consolidamento di uno strato di proletari privilegiati, richiede denaro e la Chiesa possedeva enormi ricchezze. Gli incendi di conventi e chiese che avvengono fra il 1931 e il 1936 sono iscritti in questa logica e servono a legare il proletariato a un programma piccolo-borghese di cui ancora si vantano gli opportunisti del XXI secolo.

Il programma di riforme repubblicano-socialiste si scontrerà con la propria incapacità e la scarsa disposizione della borghesia di portarlo a termine. La crisi mondiale, aggiunta a un conservatorismo atavico e totalmente contrario all’accondiscendenza nei confronti della plebe, connaturata con le classi possidenti del paese, mostrò rapidamente i limiti del riformismo. I proletari spinti dalla fame, risposero rapidamente e in meno di due anni si contarono decine non di scioperi, ma di moti insurrezionali nelle campagne spagnole. Le illusioni piccoloborghesi di un proletariato docile furono stroncate da Azaña che ordinò di fucilare i proletari senza processo e conferì privilegi straordinari alla Guardia Civil.

La piccola borghesia chiamata al governo per controllare il proletariato, quindi, ha fallito. E questo fallimento è stato il vero detonatore della guerra civile.

 

Controtesi 8. Il movimento operaio spagnolo, in maggioranza libertario, è un’eccezione e nella sua natura eccezionale sta l’origine della rivoluzione spagnola.

 

La CNT-FAI, la cui politica trovò una giustificazione da parte del POUM durante la Guerra civile, traccia in questo modo una linea che va dal predominio libertario nella AIT fino al fenomeno della collettivizzazione e delle milizie sindacali del 1936. Con questa linea si pretende di spiegare che gli avvenimenti in Spagna si collocano al di fuori del corso degli eventi nel resto del mondo, nella misura in cui il proletariato nazionale avrebbe emanato una dottrina capace di sottrarre il paese alla storia. Rappresenta la giustificazione tanto della politica anarchica prima della guerra quanto della partecipazione della CNT-FAI al governo.

 

Tesi 8. La caratteristica essenziale del proletariato spagnolo non è il suo orientamento libertario, ma la sua costituzione debole come classe nei termini che Marx ha espresso nel Manifesto del 1848.

 

Secondo la spiegazione del Manifesto del Partito Comunista (1848):

 

«In genere, i conflitti insiti nella vecchia società promuovono in molte maniere il processo evolutivo del proletariato. La borghesia è sempre in lotta; da principio contro l’aristocrazia, più tardi contro le parti della stessa borghesia i cui interessi vengono a contrasto col progresso dell’industria, e sempre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri. In tutte queste lotte essa si vede costretta a fare appello al proletariato, a valersi del suo aiuto, e a trascinarlo così entro il movimento politico. Essa stessa dunque reca al proletariato i propri elementi di educazione, cioè armi contro se stessa» [cap. I, Borghesi e proletari].

 

L’assenza di lotta rivoluzionaria tra borghesia e feudalesimo implica che il proletariato non acquisisce l’educazione alla lotta politica che sarebbe stata necessaria. Il modesto sviluppo sociale, con uno Stato che non è sorto come espressione del dominio della borghesia sulla classe feudale, ma come un’entità debole che riflette nella sua natura la lenta metamorfosi della società spagnola, genera un proletariato debole. Si può dire che anche nel paese della rivoluzione proletaria, la Russia, la società era assolutamente arretrata. Non si tratta, però, di ritardo in termini assoluti, ma delle implicazioni di questo ritardo per la lotta di classe del proletariato. Nel caso russo, con una borghesia in via di continuo rafforzamento dal 1870, ma che in nessun momento ha avuto accesso allo Stato, da cui è stata esclusa dalla nobiltà zarista, la lotta di classe del proletariato viaggia di pari passo con la rivoluzione antifeudale (rivoluzione doppia), nella quale trova una vera e propria scuola e un grande allenamento che spinge le masse proletarie verso la lotta e permette al partito rivoluzionario di definire chiaramente il suo programma (base della sua esistenza) e di difenderlo di fronte a tutte le classi escluse dal potere. Era un ritardo sociale benefico per la lotta rivoluzionaria perché in esso le forze sociali si sviluppavano senza ambiguità, in un certo senso “pure”. Invece, in Spagna, il trasferimento pacifico del potere da una classe sociale a un’altra attraverso il progressivo inserimento della borghesia nello Stato, a causa dell’esistenza di un capitalismo molto meno dinamico di quello russo, impedisce che la nascente classe proletaria si liberi definitivamente dal controllo che la piccola borghesia esercita su di esso.

Questo è uno dei motivi di fondo perché questa piccola borghesia controlli politicamente il proletariato fino allo scoppio della Guerra civile, stabilendo il suo programma democratico come unica aspirazione generale delle classi subalterne, influenzando direttamente le organizzazioni sindacali (anche senza essere fisicamente troppo presente in esse). In Spagna il proletariato non ha avuto un programma rivoluzionario unico, non si è organizzato intorno ad un partito politico nazionale, non ha superato, in poche parole, lo stato di dispersione e di atomizzazione (per regioni, per industrie ecc.) caratteristico di fasi poco sviluppate tanto del capitalismo quanto della lotta politica. Su questa base, è stata la piccola borghesia a controllare le espressioni di lotta proletaria nella misura in cui queste continuavano a subordinarsi al suo programma. In effetti la prima volta che tutta la classe operaia spagnola si manifesta in un’unica direzione, senza differenti tendenze per regione o mestiere, accade nel febbraio del 1936, quando gli operai si schierano dietro il programma del Fronte Popolare. E questa situazione si verifica perché i disordini e i moti continui in ambito regionale che si erano fatti più frequenti con la Seconda Repubblica, ma avevano una lunga tradizione in Spagna, vengono superati da una corrente unificatrice all’interno della quale tutte le tendenze operaie concordano di agire... sotto il governo della piccola borghesia repubblicana.

 

Controtesi 9. Nel 1936, in Spagna, inizia una rivoluzione proletaria.

 Top

Posizione comune a CNT-FAI, POUM e gruppi minoritari anarchici. Secondo questa tesi la rivolta militare di luglio dà luogo a una reazione da parte della classe operaia che si appropria delle leve politiche ed economiche essenziali (controllo dell’industria, degli approvvigionamenti, della sicurezza ecc.) a tal punto da arrivare a ritenere che il potere borghese sia scomparso e che siano i proletari stessi a dirigere la società. Secondo questa posizione:

- Il proletariato governa dal luglio 1936 attraverso il Comitato delle Milizie antifasciste.

- Le collettivizzazioni rappresentano il contenuto economico socialista di questo governo.

- Le milizie operaie sono il potere militare del proletariato rivoluzionario.

 

Tesi 9. Nel 1936, in Spagna, la reazione proletaria al golpe non si trasforma nella sua rivoluzione.

 

Il principale sostegno alla tesi sulla rivoluzione operaia del ’36 risiede nel mito della Catalogna proletaria.

Lì, effettivamente, lo sciopero generale indetto in risposta alla rivolta dei generali sfocia, nell’arco di pochi giorni, in una sconfitta dell’esercito da parte delle forze d’urto operaie appoggiate dalla parte leale di polizia e Guardia Civil. Nasce una fraternizzazione tra i soldati inquadrati nelle truppe ribelli e proletari in lotta contro di esse. Le pattuglie operaie, dirette dai Comitati di difesa della CNT, assumono il controllo delle strade a Barcellona e questo porta con sé anche il controllo degli approvvigionamenti, della sanità ecc. Poco dopo ha inizio la collettivizzazione delle imprese. Vengono inviate colonne formate da operai del sindacato al fronte dell’Aragona. La stessa Generalitat della Catalogna riconosce che il potere è nelle mani della CNT-FAI e si pone come organismo ausiliario del Comitato delle Milizie antifasciste della Catalogna, organo prevalentemente libertario, ma che comprende anche il PSUC (partito catalano associato al PCE ), la UGT, Esquerra Republicana, l’Unione di Rabassaires e il POUM. Questo organismo dirigerà la vita della Catalogna da luglio a ottobre.

La prima e più immediata conclusione che si trae dalla sequenza di eventi è che, nel caso in cui una rivoluzione avesse avuto luogo, questo avrebbe riguardato solo la Catalogna. Madrid, anche se vede come le forze operaie sconfiggono i ribelli, rimane sotto il controllo del governo, sostenuto incondizionatamente da CNT, UGT, PCE, PSOE e POUM. A Valencia, dove gli avvenimenti sono meno accesi, accade lo stesso. Nei Paesi Baschi, nelle Asturie ecc. si ripete lo stesso modello. Nelle regioni di Andalusia ed Estremadura le giunte locali si limitano a svolgere i soliti compiti e, in poche settimane, i militari prendono il controllo. La “tesi della rivoluzione” è, in realtà, la “tesi della rivoluzione in una sola regione del paese”. Per di più, questa posizione non si riferisce esclusivamente al fatto che il potere fosse nelle mani della classe lavoratrice, ma pretende anche che il “comunismo libertario” si sia insediato tanto in Catalogna quanto nelle aree in cui le milizie operaie sono arrivate; ci troviamo di fronte a una posizione più reazionaria ancora di quella del socialismo in un solo paese: si tratta di “socialismo in una sola regione”!

La realtà è che, fin dall’inizio, le forze proletarie che si lanciano contro i ribelli nazionalisti sono inquadrate nell’ambito di un programma borghese antifascista. Dalla repressione dell’insurrezione nelle Asturie nel 1934, l’insieme delle correnti politiche e sindacali presenti nella classe operaia spagnola aveva assunto e continuamente sostenuto che la battaglia finale sarebbe stata, in Spagna come nel resto del mondo, tra democrazia e fascismo. E per questo era necessario non solo mettere tutta la classe operaia sotto questa bandiera, ma anche fare causa comune con la piccola borghesia antifascista che in Spagna era rappresentata dalle forze repubblicane di sinistra. E’ certo che sia il POUM, sia gli elementi più radicali della CNT-FAI sostenevano che solo il fascismo potesse sconfiggere la rivoluzione proletaria, ma per entrambi questa rivoluzione era qualcosa di indefinito, etereo e senza reali implicazioni pratiche. Pertanto sia il POUM, sia la CNT-FAI appoggiano il Fronte Popolare, perché la loro “rivoluzione antifascista” non aveva alcun significato concreto al di là della ripetizione di una fraseologia rivoluzionaria. Durante tutti gli eventi seguiti al colpo di Stato di luglio, vedremo il CNT-FAI e il POUM accodarsi ciecamente ai dettami della borghesia repubblicana.

 

A proposito del Comitato di Milizie antifasciste (CMA).

 

Dopo le giornate di luglio nelle quali gli operai bloccano il colpo di Stato, si costituisce, in Catalogna e in altre regioni dello Stato controllate dal governo repubblicano, un organismo che riunisce i partiti contrari al colpo di Stato e i sindacati operai. Quindi non è un organizzazione proletaria; esso non include non solo le correnti operaie, ma consente l’accesso a Esquerra Republicana de Catalunya e all’Unione Repubblicana. È un organismo, per la sua composizione, interclassista. Attraverso di esso, si attua la collaborazione tra il proletariato e la piccola borghesia per fare la guerra contro i militari ribelli, si mantengono rapporti con il governo centrale ecc. Il Comitato è un governo che concentra tutte le forze inquadrate nel programma antifascista ed è l’organo essenziale perché la borghesia e la piccola borghesia, ossia le classi sociali che devono essere escluse immediatamente dal potere durante una rivoluzione proletaria, esercitino il proprio potere sul proletariato.

Il Comitato avrà vita breve, da luglio a ottobre. Una volta che la situazione è sotto controllo nelle strade, le organizzazioni partecipanti lo dissolvono, o si integrano direttamente negli organismi istituzionali repubblicani rivitalizzandoli, oppure creano in apparenza nuovi organismi istituzionali ma con la stessa natura (come nel caso del Consiglio della Generalitat della Catalogna). Nel passaggio da una formula all’altra, la borghesia e la piccola borghesia si sono assicurate la collaborazione delle forze operaie, la loro integrazione nei corpi dello Stato e, di conseguenza, la subordinazione del proletariato al dominio borghese che barcollava grazie alla mobilitazione del proletariato armato nelle strade.

 

A proposito di collettivizzazione.

 

In campagna e in città, i proletari prendono il controllo delle terre e delle fabbriche, in particolare di quelle i cui proprietari le avevano abbandonate o erano stati uccisi dalle forze operaie. L’occupazione e la gestione delle fabbriche e dei campi ha come funzione primaria quella di garantire la sussistenza ai proletari che vi lavorano e, inoltre, quella di contribuire allo sforzo bellico fornendo armi, rifornimenti militari ecc. Questa collettivizzazione porta al quadro seguente:

- dominio politico della borghesia e della piccola borghesia;

- produzione a carico degli operai.

 

Ovvio che, localmente e nazionalmente, se governa la borghesia, la produzione è quella per il regime borghese. Questa semplice spiegazione dovrebbe essere sufficiente a chiarire che le collettivizzazioni non sono la realizzazione immediata su terra ispanica del contenuto economico del socialismo (2).

Ma il mito libertario della rivoluzione nasce proprio sulla confusione assoluta dei termini; dunque è necessario chiarire: la proprietà legale delle imprese può essere privata, pubblica o “collettiva” senza diminuire il fatto che esse costituiscono l’unità elementare del capitalismo.

Anche posta sotto un piano superiore dell’economia pianificata dello Stato, la produzione di quelle imprese è la produzione di plusvalore, di pluslavoro non pagato ai proletari. L’unico piano che rende possibile, in prospettiva, la scomparsa della produzione capitalistica è contenuto nel programma della rivoluzione proletaria internazionale che pone l’intera produzione, e non poche centinaia di aziende, sotto il controllo dello Stato proletario, il quale inizia il suo intervento nell’economia al fine di organizzarla in una prospettiva in cui saranno assenti lo scambio, i profitti, la pianificazione particolare ecc.

Una società collettivizzata, a Barcellona per esempio, ha acquistato le sue materie prime da un’altra società. Con questo atto essa scambia, con l’altra impresa, valore, indipendentemente dal fatto che si quantifichi  monetariamente. Nel farlo, traffica con il plusvalore estorto ai lavoratori che hanno lavorato nell’impresa fornitrice di materie prime; lo scambio è vantaggioso per entrambe le aziende nella misura in cui si scambiano valori determinati dall’estorisoione di plusvalore. E’ forse scomparso qui lo sfruttamento, al di là dell’affermazione, del tutto sbagliata, che ai lavoratori sia corrisposto “il prodotto integro del loro lavoro”? No: di plusvalore del lavoro salariato vivono tutte le aziende legate fra di loro dal mercato, unico ambito della pianificazione economica internazionale del capitalismo. La sopravvivenza della moneta, buoni o qualsiasi altro sostituto di questi, nella “Catalogna rivoluzionaria” è indicativo del fatto che il capitalismo non era scomparso, ma era cambiata solo la proprietà dei mezzi di produzione considerati uno per uno, passando dai padroni individuali alle cooperative attraverso le relazioni commerciali.

L’argomento libertario prosegue affermando che le imprese e le terre collettivizzate avevano cooperato fra di loro. Che di fatto avevano strappato alla Generalitat il “Decreto di collettivizzazione” dell' ottobre 1936, grazie al quale venivano poste sotto una direzione unica. A confutare questa affermazione basterebbe il fatto che tale decreto, emesso da un governo borghese, collocava le imprese collettivizzate sotto la sorveglianza di un organismo di tale governo, pertanto al servizio della borghesia. Ma è facile anche sottolineare che, anche se, per assurdo, la Catalogna avesse instaurato il “socialismo collettivizzato”, c’era comunque un mondo al di là del fiume Ebro e dei Pirenei e, con questo mondo, sarebbe accaduto quello che abbiamo esposto sopra.

La realtà sulla collettivizzazione deve essere studiata sulla base della situazione economica reale della Spagna prima del 1936. Con un’industria poco sviluppata e un’agricoltura divisa tra minifondo estremo e grandi proprietà, il problema della dimensione dei campi era di vitale importanza in quasi tutti i casi. La guerra mette il governo repubblicano e Franco nella posizione di dover aumentare la produzione agricola e industriale per vincere. Sul versante repubblicano, le collettivizzazioni sanzionate dal governo locale della Catalogna e da quello nazionale di Madrid, svolgono il ruolo di realizzare la concentrazione industriale necessaria, condizione imprescindibile per aumentare la produttività. Aumentare la base produttiva è un progresso, che si realizza in termini esclusivamente capitalistici: mantiene tutte le caratteristiche della produzione di beni e capitali, rispetta la proprietà privata ecc. Ma si tratta di un progresso necessario, non solo di fronte al trionfo del versante repubblicano. Anche nell’ipotesi che i proletari avessero preso il potere il 19 luglio, essi avrebbero dovuto procedere allo stesso modo, sviluppando un sistema industriale a base capitalistica come unica via per raggiungere la capacità produttiva necessaria per far fronte a una guerra in cui erano stati ancora più isolati di quanto non fosse la parte repubblicana. Solo superando il ritardo atavico della campagna e dell’industria spagnola si sarebbe potuta sviluppare una classe proletaria sufficientemente compatta e potente per affrontare la guerra.

E aggiungiamo: la guerra in campo economico l’ha persa la parte repubblicana perché l’aumento della capacità produttiva poteva essere realizzato solo dalla forza politica che dirigeva la gran parte del proletariato. Siccome la borghesia e la piccola borghesia hanno continuato a governare, le tendenze centrifughe di entrambe, manifestatesi come lotta contro la collettivizzazione guidata dal PCE e l’UGT, vanificarono l’unica politica economica valida in quel frangente.

Quando la borghesia riprese la proprietà privata delle sue fabbriche in Catalogna, dopo il febbraio 1939, scoprì che queste si trovavano in condizioni migliori di quando le avevano abbandonate: la guerra aveva consentito il processo di accumulazione del capitale che la borghesia non era stata in grado di svolgere; il proletariato aveva realizzato quel che la borghesia non aveva potuto fare in 150 anni di storia: ma lo ha fatto per la classe nemica, cosa che certamente non voleva. Questo fu la sua tragedia.

 

A proposito delle milizie operaie.

 

Le milizie operaie erano organizzazioni militari istituite da partiti e sindacati che andavano a combattere in prima linea contro i militari ribelli, una volta sconfitti nelle principali città. Soprattutto a Barcellona,  dove le milizie, partite per l'Aragona e dirette dai principali capi anarchici, acquisirono un carattere romantico di liberatori dei contadini oppressi da secoli. Ma al di là della mitologia miliziana, le milizie furono un ulteriore fenomeno del processo di inquadramento del proletariato sotto la bandiera borghese dell’antifascismo e della collaborazione di classe.

In un primo momento il proletariato agisce con le armi dei militari sconfitti e le autorità repubblicane sanzionano legalmente l’inevitabile. Subito dopo, seguendo le indicazioni dei sindacati e delle organizzazioni politiche, i proletari armati si dirigono al fronte per conquistare le città nelle mani dei militari ribelli (da Barcellona a Saragozza), o per fermare la loro avanzata (da Madrid a Sierra Norte e a Guadalajara). Si stabiliscono i fronti e l’organizzazione dei miliziani in colonne al fine di salvare lo Stato repubblicano dalla minaccia militare. Poi le milizie si integrano nell’Esercito repubblicano, gli irriducibili vengono espulsi o se ne vanno volontariamente, il disarmo del proletariato termina quando la repressione repubblicana nelle retrovie non viene contrastata dai proletari inquadrati nelle milizie proletarie del fronte.

Dal luglio ’36 al maggio ’37, la borghesia ha dovuto far altro che aspettare. Le organizzazioni operaie si sono incaricate di giustificare progressivamente il disarmo in nome dell’efficienza militare. E la logica è schiacciante: la direzione proletaria, di cui facevano parte principalmente il CNT-FAI e, in misura minore, il POUM, spinge i proletari a combattere per la Repubblica, che identificano ora con un regime “proletario”. Essi sono posti sotto la disciplina politica della borghesia; da qui ad accettare la disciplina militare il passo è breve. Nel 1936 non esiste un esercito proletario, se non nel senso di un esercito formato da proletari sotto la direzione borghese, indipendentemente dal fatto che ai comandi ci fossero militanti operai di primo piano. D’altra parte, i proletari che combattono nelle file di Franco sono spaventati dalla repressione, che è aperta e senza scrupoli fin dal primo giorno. Essi non sono truppe anti-proletarie se non nel senso di essere dirette a tal fine. Su ambedue i fronti della trincea la natura degli eserciti è data dal potere borghese che li dirige entrambi, e su ognuno dei due fronti la borghesia lancia al massacro gli operai gli uni contro gli altri.

 

Controtesi 10. Nel 1936 non è stato possibile sviluppare la lotta rivoluzionaria a causa dell’insufficiente appoggio di cui godevano le correnti rivoluzionarie organizzate.

 

Questa posizione ambigua è stata difesa dai membri della CNT-FAI che hanno scelto di cedere il potere in Catalogna alla borghesia. Si tratta della famosa polemica sul fatto che fosse possibile “andare a  prendere tutto” posta da Garcia Oliver, capo CNT e, in seguito, ministro repubblicano. Grazie a questa posizione la maggior parte del CNT può sostenere che, data la scarsa forza organizzativa del CNT in tutto il paese, una “presa del potere” da parte sua avrebbe implicato una “dittatura anarchica” contraria ai suoi principi.

 

Tesi 10. Nel 1936 gli anarchici organizzati nella CNT-FAI non sono capaci di gestire il potere a causa non tanto di una contraddizione con i loro principi, quanto della politica di collaborazione con la borghesia, che dominava queste organizzazioni, inneggianti alla lotta antifascista.

 Top

Secondo le posizioni difese dai leader anarchici, una volta che il proletariato armato ha impedito il colpo di Stato nelle grandi città del paese, la CNT, unica organizzazione di massa che aveva sempre difeso al suo interno la necessità della lotta diretta contro la borghesia, aveva solo una forza proletaria organizzata nella zona catalana e un tentativo di prendere il potere in Catalogna avrebbe significato il suo isolamento dal resto del paese che era sotto il controllo del governo repubblicano.

Questa posizione copre il fatto che, già subito dopo la vittoria contro i militari, i capi anarchici avevano accettato che il governo borghese della Generalitat continuasse ad esercitare le sue funzioni: rispettavano quindi il potere della borghesia come l’unico possibile, accettando di collaborare con lui e solo dopo essi teorizzarono l’impossibilità di liquidarlo.

In realtà, le giornate di luglio mostrano, in tutta la Spagna, che il proletariato aveva oggettivamente la forza sufficiente per spazzare via la borghesia. Ma ad allontanarlo da questa possibilità sono stati i suoi leader che negli ultimi due anni avevano difeso il programma antifascista di collaborazione tra le classi.

I leader del CNT affermavano: possiamo contare su una forza reale solo in Catalogna, in parte a Madrid e ancora meno a Valencia. Si vede chiaramente come il loro “programma rivoluzionario”, propagandato dal 1931 e che prevedeva la sua messa in atto attraverso molteplici insurrezioni locali, suscitate dalla strategia di “ginnastica rivoluzionaria”, non fosse altro che verbosità, confidando nella “spontaneità delle masse” e che, anche quando questa spontaneità emergeva con tutte le sue forze, la respinse. Mentre i leader anarchici discutono con la Generalitat, lasciano nelle mani della borghesia repubblicana il proletariato delle zone prese ai militari e, soprattutto, il proletariato agricolo andaluso e dell’Estremadura protagonista di molti esempi eroici di lotta nei mesi precedenti al colpo di Stato. Questo proletariato, spinto all’inattività dai capi dell’opportunismo operaio e dalla piccola borghesia locale, sarà massacrato in capo a poche settimane dalle truppe marocchine guidate da Franco. D’altra parte, seguendo il corso degli eventi nell’asse essenziale Barcellona-Madrid-Valencia, vediamo che i leader anarchici si rifiutano di dare la parola d’ordine della presa del potere; Madrid sarà abbandonata dal proprio governo centrale al suo destino, nel novembre 1936, lasciando ai proletari madrileni il peso della difesa della città. Il PCE, in quei giorni, preferì non parlare di difesa della Repubblica, ma di rivoluzione, allo scopo di conquistare influenza sulla classe operaia. A Valencia, poche settimane dopo, la parte più irredenta delle milizie, appoggiata dai comitati operai locali, manifesta per le strade contro la politica del governo. Infine, all’inizio di maggio del ’37 e nel corso di questo mese, la reazione partirà da entrambe le città (Madrid e Valencia) contro Barcellona operaia che era insorta. I leader anarchici abbandonano al loro destino i proletari agricoli, si rifiutano di affrontare il governo repubblicano a Madrid e Valencia e, infine, accettano la reazione borghese contro la città che non avevano voluto controllare. Una Barcellona esclusivamente nelle mani degli operai avrebbe costituito un esempio per i proletari di tutto il paese e avrebbe forse potuto costituire un punto di partenza per cambiare il corso degli eventi. Le forze  proletarie c’erano, ma tragicamente mancavano  l’influenza determinante e la direzione del partito comunista rivoluzionario, un partito che non poteva crearsi nel corso della guerra civile e, tantomeno, dal nulla.

 

Controtesi 11. Nel 1936 in Spagna non avviene una rivoluzione, ma un processo rivoluzionario nel quale, all’insurrezione operaia contro il colpo di Stato, succedono un vuoto di potere da parte della borghesia e la comparsa di un potere embrionale dei comitati operai.

 

Questa controtesi, difesa oggi da gruppi di ultra sinistra, è una formulazione ex novo a partire dalla controtesi 9 originale, a cui si è aggiunta l’idea della “rivoluzione in potenza” per salvare l’evidenza storica che non vi fu alcuna rivoluzione, ma senza rigettare la “originalità spagnola”, che avrebbe visto svilupparsi una rivoluzione caratterizzata come anarchica. I fautori di questa posizione pretendono di essersi ispirati ai testi della Sinistra comunista per elaborarla.

 

Tesi 11. Né la risposta operaia al colpo di Stato è stata un’insurrezione rivoluzionaria, né i comitati operai furono embrioni del potere proletario.

 

La tesi del marxismo rivoluzionario è chiara e si applica a tutti i paesi e in tutti i momenti dell’arco storico: solo in presenza di un partito di classe con un forte radicamento tra le masse proletarie e un’organizzazione solida e compatta, sulla base del programma comunista rivoluzionario può realizzarsi la rivoluzione proletaria, passando indispensabilmente per la presa del potere attraverso la via insurrezionale e la  dittatura di classe esercitata dal partito.

La corrente libertaria, che ha negato questa tesi sin dalla sua comparsa scontrandosi con Marx ed Engels nella Prima Internazionale, sostiene che la Guerra Civile spagnola fornisce la prova che sia possibile una rivoluzione senza partito e senza presa del potere. Per difendere questa posizione, essa è ricorsa sia all’argomento classico esposto nella controtesi 9, sia a forme più raffinate come quella che confutiamo in questa nostra tesi. Al di là dei problemi di approccio formale, il contenuto è sempre lo stesso: si pretende di teorizzare la possibilità di prescindere dalla lotta politica condotta dal Partito comunista, organo di combattimento della classe proletaria. In ultima analisi, si ricorre sempre a qualche fatalità insormontabile per spiegare il fallimento del proletariato e per sostenere la necessità di fare la rivoluzione senza il partito.

Nella fattispecie, è evidente che il termine “processo rivoluzionario” è un semplice gioco di parole destinato a coprire il vuoto teorico che appare quando non si vuol parlare di “rivoluzione”. Che cos’è un processo rivoluzionario, se non una rivoluzione, riuscita o fallita? I fautori di questa posizione dicono, in realtà, che in Spagna ci fu una rivoluzione, ma non lo sostengono apertamente per non mostrare il crollo delle teorie libertarie una volta affrontato il fuoco della dura realtà.

D’altra parte, i comitati operai, che secondo loro potrebbero essere stati un “potere proletario” se non fossero stati frustrati, sono semplicemente organismi emersi all’interno del CNT per soddisfare le esigenze di base (forniture, etc.) dopo i combattimenti di strada contro i militari. Sono organismi tecnici del sindacato col compito di far valere la sua forza. Ma in nessun modo, come si insinua, sono gli embrioni di consigli operai, soviet o giunte rivoluzionarie. Ricordiamo qui il significato storico che ebbero i soviet come forma di Stato proletario: le sue funzioni si compivano non a carico di un sindacato, ma come organismo di combattimento di tutti i proletari diretto dal Partito comunista rivoluzionario; e i proletari appartenevano al soviet al di là dell’ideologia, aderissero o meno al partito, ma per il semplice fatto di essere proletari.

I comitati degli operai in Spagna furono certamente espressione della forza della classe operaia e senza dubbio intorno a loro si organizzarono i lavoratori più disposti a combattere non solo contro i golpisti, ma anche contro la borghesia della parte repubblicana. Ma le loro attribuzioni finiscono lì, non sostituiscono, né potenzialmente né di fatto, la necessità del proletariato di dotarsi di propri organismi che costituiscano la base del loro Stato di classe.

 

Controtesi 12. La rivoluzione proletaria fu soffocata dallo stalinismo.

 

Secondo questa posizione, comune a tutte le correnti libertarie in Spagna, vi è stata una controrivoluzione stalinista, guidata dal PCE come agente principale della lotta contro le conquiste operaie e difensore dello Stato repubblicano.

 

Tesi 12. La “controrivoluzione” in Spagna non fu opera dello stalinismo, ma della borghesia di entrambi i lati nel contesto generale della guerra imperialista in cui ogni potenza implicata lottò per difendere i suoi interessi, di cui il primo era mantenere il proletariato sottomesso alle esigenze della guerra, e tale obiettivo era difeso da tutte le correnti in gioco.

 

In senso stretto, non potendo parlare di “rivoluzione” in Spagna, non si può parlare nemmeno di “controrivoluzione”. Il termine “controrivoluzione” può essere inteso anche nel senso di una politica e un’azione preventiva della classe dominante borghese di fronte al pericolo imminente della rivoluzione proletaria. Ma anche da questo punto di vista non è corretto parlare di controrivoluzione in Spagna, poiché, in assenza di una decisiva influenza del partito comunista rivoluzionario su ampi strati proletari e in assenza di una tradizione di lotta classista radicata nelle file proletarie, il movimento operaio spagnolo – diretto dai partiti opportunisti legati alla tradizione socialdemocratica, allo stalinismo e all’anarchismo e da sindacati altrettanto opportunisti – non è mai riuscito a rompere con la collaborazione interclassista. Per questo la particolare e continua combattività che il movimento operaio spagnolo ha espresso nel decennio degli anni ’30 del secolo scorso non ha avuto come sbocco la lotta di classe rivoluzionaria. 

Lo stalinismo è il nome sintetico che usiamo per fare riferimento alla controrivoluzione che, nella Russia sovietica e in tutti i paesi colpiti dall’onda rivoluzionaria che si apre con la presa del potere da parte dei bolscevichi nel 1917, ha colpito l’avanguardia comunista del proletariato e ha liquidato non solo i suoi rappresentanti in carne ed ossa, ma anche tutto il lavoro di restaurazione dottrinale iniziato da Lenin e i suoi compagni in risposta alle precedenti ondate di degenerazione opportunista.

Non occorre approfondire gli aspetti del bilancio della controrivoluzione che la nostra corrente ha elaborato dal momento in cui dispose delle forze necessarie per questo scopo e sulla base del quale ha reso possibile la ricostituzione del partito comunista; è un lavoro al quale il partito attuale si richiama continuamente. Sottolineiamo che una delle principali conseguenze della controrivoluzione è stata quella di identificare definitivamente gli interessi del capitalismo russo con lo sviluppo della politica che seguivano i partiti comunisti in ogni paese. Così, la lotta per la rivoluzione proletaria fu rigettata e sostituita da accordi con ciascuna delle borghesie nazionali a seconda delle esigenze della potenza imperialista russa.

Abbiamo spiegato le caratteristiche specifiche di questa politica in Spagna nella Tesi 1. Va notato che questa politica è stata adottata al fine di garantire che il proletariato spagnolo non fosse in grado di rompere le briglie che lo obbligavano alla collaborazione di classe imposta dalle sue organizzazioni politiche e sindacali già da prima della Guerra Civile. Questi lacci non erano del tutto al sicuro nelle mani dei leader anarchici, che subivano una pressione molto forte da parte della base operaia, né nelle mani del POUM o della Sinistra socialista, che avevano sì formalmente proclamato la necessità di prendere il potere negli anni precedenti la Guerra Civile, ma che in questi anni affrontavano una base ribelle che non condivideva le loro parole d’ordine di pacificazione.

D’altra parte, il caos seguito al colpo di Stato, quando i proletari avevano il controllo delle strade, ha richiesto un partito centralizzato che fosse in grado di imporre gli interessi della borghesia e della piccola borghesia una volta che questi avevano perso la forza che davano loro i partiti tradizionali, i quali, a loro volta, si trovavano ora in una situazione troppo complicata,  data la loro politica di permissivismo nei confronti dei militari ribelli.

Il PCE, rappresentante degli interessi russi in Spagna, il PSUC, succursale catalana di questo e, soprattutto, la diplomazia e i corpi repressivi russi insediati in Spagna, adempivano il compito di repressione preventiva contro i proletari nei confronti dei quali i sindacati e le organizzazioni politiche non erano in grado di assolvere. E’ stata, quindi, una repressione tipicamente borghese, fisica e non ideologica, a inquadrare le forze più propense tra le classi medie a condurre l’attacco contro i proletari in nome dei superiori interessi della patria in guerra. Le sue caratteristiche più nefande – la liquidazione dei dirigenti del POUM e di migliaia di operai della CNT, e di quelli della corrente trotskista – non sono qualcosa che appartiene esclusivamente allo stalinismo, ma sono comuni a tutta la borghesia. Se furono i servizi segreti russi, che, sotto l’ombrello della “guerra rivoluzionaria nazionale” auspicata dal PCE, si macchiarono le mani, ciò è stato possibile perché contavano sul partito più potente al servizio dell’ordine repubblicano. L’esperienza in Russia li aiutò, certamente, ma la controrivoluzione in Russia era diretta contro un’avanguardia marxista, che andava annichilita anche dottrinalmente (questa è la caratteristica essenziale dello stalinismo), mentre in Spagna bastò usare la forza militare che, fra l'altro, la borghesia spagnola aveva messo a sua disposizione.

 

(1 - continua)

 

 

Partito comunista internazionale

www.pcint.org

 

Top

Ritorne indice