Guerra o rivoluzione

(«il comunista»; N° 181 ; Marzo-Aprile 2024)

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La guerra russo-ucraina ma, in particolare, la guerra che Israele sta conducendo contro Hamas e la popolazione palestinese di Gaza, dopo l'incursione delle milizie di Hamas il 7 ottobre scorso nei kibbutz israeliani, ha sollecitato molti gruppi di estrema sinistra europei delle più diverse tendenze - dagli anarchici ai trotskisti, dagli operaisti agli automi alle varianti più improbabili di internazionalisti - a lanciarsi reciproci appelli ad unirsi in una lotta « anti-guerra » passando sopra ogni loro differenziazione pur di presentare ai popoli del mondo, e ai proletari, una reazione alla guerra di oggi e alla preparazione della guerra mondiale di domani. Non sono mancate, e sono ancora in corso, manifestazioni studentesche a sostegno dei palestinesi e della soluzione « due popoli due Stati ». La posizione della Sinistra comunista d'Italia e nostra strettamente ad essa legata, è nota ai nostri lettori e simpatizzanti. Ciò nondimeno è necessario tornare sugli aspetti fondamentali della questione « guerra o rivoluzione », prendendo spunto da un Congresso « anti-guerra » che varie organizzazioni vogliono tenere a Praga i prossimi 24-26 maggio.

 

 

Le fasi che lo sviluppo del capitalismo ha attraversato, dalla sua vittoria rivoluzionaria sul feudalesimo alla sua espansione mondiale fino alla sua ultima fase imperialista, sono state sempre caratterizzate dalla guerra : guerra economica, guerra di concorrenza, guerra sociale, guerra rivoluzionaria, guerra militare, guerra di rapina, guerra controrivoluzionaria. E’ il suo inevitabile sviluppo ineguale che ha scandito le sue fasi di sviluppo in periodi che non combaciavano in tutte le aree del mondo, dividendole in aree molto avanzate, aree meno avanzate e aree arretrate. La storia dei modi di produzione che si sono susseguiti nell’arco di millenni ci dice che lo sviluppo dell’era capitalistica, rispetto allo sviluppo dei modi di produzione precedenti (feudale, asiatico, schiavista, primitivo), è stato molto più veloce ed espansivo internazionalmente di quanto non lo potessero essere i modi di produzione precedenti ; e ciò è stato determinato sostanzialmente dal lavoro associato – negli opifici, nelle manifatture, nelle fabbriche –, dallo sfruttamento del lavoro salariato e dalla produzione di merci, quindi, dal prevalere del valore di scambio sul valore d’uso dell’intera produzione. La storia dello delle società umane è, in realtà, la storia dello sviluppo delle forze produttive che, raggiunto un determinato grado, tendono a rompere le forme di produzione entro le quali si sono sviluppate. E’ così che dal comunismo primitivo, quando non esistevano proprietà privata, scambio mercantile, organizzazione statale e relativa forza militare, e non esistevano le classi sociali, si è passati alle società divise in classi, alla società schiavista, alla società feudale, alla società borghese e capitalistica. Secondo il marxismo, la società capitalistica è, storicamente, l’ultima delle società divise in classi perché lo sviluppo delle forze produttive sotto il capitalismo è tale da consentire un’organizzazione sociale comunistica, ossia senza divisione in classi, ma con uno sviluppo della produzione, delle sue tecniche e dell’organizzazione del lavoro tale da consentire un’organizzazione sociale non più distinta tra classe dominante e classi dominate, tra una classe, la classe borghese, che possiede tutto – non solo i mezzi di produzione, ma la stessa produzione e, quindi, la vita delle masse lavoratrici costrette a lavorare sotto il ricatto salariale (se non hai un salario non mangi) – e la classe, il proletariato,  che non possiede nulla se non la forza lavoro che è costretta, per vivere, a vendere ai capitalisti.

La guerra che la borghesia ha condotto contro le antiche classi dominanti, e per la quale si è servita delle masse proletarie e contadine, è stata una guerra rivoluzionaria, perché ha contemporaneamente rotto i vincoli della dipendenza personale e dell’arretratezza economica e produttiva del sistema feudale, ed ha elevato necessariamente le classi inferiori – il contadiname, il proletariato urbano – alla lotta politica liberandole dagli stretti legami personali e localistici che le tenevano asservite al signore feudale, alla chiesa, al pezzetto di terra. Non sono stati superati, dalla riorganizzazione sociale borghese né la proprietà privata né l’organizzazione degli interessi della classe dominante nello Stato centrale : questi sono rimasti come pilastri di una società che è divisa in classi, perpetuando l’oppressione economica, sociale, politica e militare sulle classi inferiori.

Quanto al modo di produzione capitalistico, il suo eccezionale sviluppo non poteva attuarsi se non aumentando l’oppressione delle classi proletarie urbane e rurali, poiché il vero guadagno della borghesia avviene sfruttando il lavoro salariato, cioè pagando solo una parte delle ore di lavoro giornaliere del proletario, quelle che corrispondono ai beni di prima necessità per vivere (tempo di lavoro necessario), e intascando il valore delle ore di lavoro giornaliere non pagate (tempo di lavoro non pagato). Con le innovazioni tecniche continue adottate nelle più diverse produzioni, nello stesso tempo di lavoro giornaliero si producono molti più prodotti che in precedenza. Aumenta così sia la produzione di tutto ciò che serve per vivere e di tutti quei prodotti che si aggiungono grazie alle sempre più specifiche e diverse « esigenze » stimolate dal mercato. Ma, nello stesso tempo, aumenta a dismisura la concorrenza tra le aziende che insistono sugli stessi mercati e, più il mercato si allarga, diventando mondiale, più la concorrenza si deve fare agguerrita finché vengono coinvolti direttamente gli Stati nazionali a difesa degli interessi dell’economia « nazionale » e, ovviamente, delle aziende capitalistiche nazionali che determinano l’andamento positivo o meno dell’intera economia nazionale. E’ così che la concorrenza tra aziende si trasforma in concorrenza tra Stati ed è così che la guerra di concorrenza passa dal livello economico e finanziario alla guerra guerreggiata, il cui obiettivo è sostanzialmente accaparrarsi più territori economici possibili, più fette di mercato possibili a svantaggio dei concorrenti.

Che il capitalismo industriale abbia dovuto passare la mano al capitalismo finanziario è nella logica dello sviluppo capitalistico stesso, poiché senza investimenti la produzione industriale, che vuole competere sul mercato da una posizione vincente, non può svilupparsi oltre un certo livello (il che significa non solo quantitativamente ma anche qualitativamente). Il capitalismo, perciò, assume sempre più la caratteristica del capitalismo finanziario, sottomettendo sempre più le aziende di quella che gli stessi borghesi chiamano l’economia reale e che vogliono competere o che sono costrette a competere sul mercato, all’indebitamento. E’ così che il capitalismo industriale è diventato nello stesso tempo produttore di capitali e debitore dei capitali finanziari. Ma il capitalismo soffre di un’altra malattia : la sovraproduzione ; le crisi a cui va incontro ciclicamente l’economia capitalistica possono avere aspetti diversi, possono essere industriali, agricole, monetarie, finanziarie, ma tutte convergono verso la crisi fondamentale del capitalismo, appunto quella della sovraproduzione. L’anarchia produttiva che caratterizza il capitalismo, in un mercato sempre più concorrenziale, porta inevitabilmente alla crisi di sovraproduzione : ad un certo punto il mercato, non solo nazionale, ma internazionale, non assorbe più l’enorme quantità di merci che vi vengono immesse, le respinge, e così le merci non possono trasformarsi in denaro, interrompendo in questo modo il ciclo che sbocca nel profitto capitalistico. L’economia capitalistica cade quindi in uno stato di depressione generale e di barbarie, di distruzione di quantità inverosimili di prodotti, stato dal quale può rinascere solo attraverso una guerra in cui gli Stati più forti riusciranno a prevalere su tutti gli altri e, finita la guerra, a dettare nuove regole di mercato, suddividendolo in zone di influenza e di interesse. E’ successo con la prima guerra imperialistica mondiale, e con la seconda, e succederà anche con la terza guerra imperialistica mondiale se questa non verrà prima fermata o le verrà impedito di proseguire.

Ed ecco il grande quesito : quale forza potrà fermare la guerra impedendole di scoppiare, quale forza potrà opporsi alla guerra, anche se iniziata, impedendole di proseguire nella distruzione e nella carneficina che sono il suo vero obiettivo ?

I pacifisti di tutte le epoche si rivolgono alle coscienze delle persone, alla naturale tendenza a vivere in pace della maggior parte della gente ; essi, che per loro caratteristica sono contro ogni violenza, tanto più la violenza della guerra, credono che mobilitarsi e manifestare in gran numero contro i poteri statali propensi a scatenare la guerra o a parteciparvi sia l’unica cosa da fare, l’unica azione che riporterà la coscienza dei governanti ad ascoltare la voce delle masse pacifiste e a schierarsi se non contro la guerra « degli altri », almeno sul fronte della neutralità. E così la loro « coscienza » sarà soddisfatta... Quanto al modo di produzione che sta alla base della società attuale non intendono cambiare nulla, se non chiedere una maggiore disponibilità da parte dei capitalisti, dei ricchi, dei governanti, a distribuire un po’ più di ricchezza alle masse povere...

Gli anarchici, e coloro che condividono in generale l’idea che la colpa di ogni sopruso, di ogni malefatta, di ogni oppressione, e quindi anche di ogni guerra, sia del potere statale e del partito o dei partiti che ne esprimono la necessità e l’esercizio, sono contro la guerra perché sono contro ogni potere costituito, e sono convinti che una volta eliminati lo Stato e i partiti che ne fanno parte attraverso i governi e i parlamenti, tutta la vita sociale ritornerà nelle mani dei singoli individui, che potranno così esprimere liberamente i loro desideri, le loro pulsioni, le loro idee senza volere o dovere prevalere gli uni sugli altri. E, naturalmente, senza intaccare minimamente il modo di produzione capitalistico su cui, guarda caso, si basa proprio il potere di classe contro cui si battono... Non serve a molto dirsi « antagonisti » ad un capitalismo cattivo proponendo al suo posto un capitalismo buono... Il capitalismo, nei suoi centocinquant’anni, ha dimostrato di essere fortemente distruttivo nei confronti delle forze produttive, quindi di essere contro lo sviluppo sociale del genere umano. E come si affamano intere popolazioni, come si distruggono quantità enormi di prodotti, come si distruggono vite nel lavoro così si distruggono vite anche nelle guerre, al solo scopo di fra sopravvivere il capitalismo, perché la sopravvivenza del capitalismo garantisce la sopravvivenza della classe borghese. Non è questione di bontà o di cattiveria del padrone tale o tal altro, di questo o quel governo, è il modo di produzione che va distrutto e sostituito con un modo di produzione effettivamente rispondente alle esigenze di vita e di progresso della specie umana, che noi chiamiamo comunismo. Ma, per arrivarci, bisogna passare attraverso la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato esercitata dal suo partito di classe : la dittatura della classe proletaria è necessaria per combattere tutte le forze di conservazione borghese che sono ancora vive e operanti nonostante la vittoria rivoluzionaria (che non può avvenire simultaneamente in tutti i paesi, e non può avvenire prima nei cervelli e poi nella vita materiale). Nemmeno le frange degli anarchici « insurrezionalisti », al di là del coraggio di mettere a disposizione della lotta contro i poteri costituiti la propria vita, riescono ad avere una prospettiva più ampia di quella che si riduce all’azione immediata, come se la lotta contro la borghesia capitalista fosse la moltiplicazione di tanti atti individuali, generosi, certo, ma sprecati in una lotta che non ha futuro. 

La storia della prima e della seconda guerra imperialistica mondiale ha dimostrato che pacifisti e anarchici non hanno mai fermato nessuna guerra, anzi, con il pretesto – tutto borghese e guerrafondaio – della lotta contro l’aggressore, alla guerra ci sono andati, eccome !

L’unica forza sociale che può opporsi con efficacia alla guerra imperialistica risiede soltanto nel proletariato quando la sua forza sociale si riconoscerà come una forza di classe, una forza realmente antagonista non solo al potere borghese esistente, ma a tutte le forze di conservazione della società borghese e capitalistica (dalla piccola borghesia all’aristocrazia operaia, dalle forze dell’opportunismo al sottoproletariato). E l’esempio lo ha dato non solo il proletariato di Parigi durante la Comune del 1871, ma anche e soprattutto il proletariato russo guidato dal partito bolscevico di Lenin che, con il trattato di Brest-Litovsk, interruppe la guerra contro la Germania, cosa che nessun’altra potenza imperialistica volle fare. Ma la « pace di Brest-Litovsk » non fu ottenuta né dai pacifisti, né dagli anarchici, ma dai rivoluzionari bolscevichi che alla guerra imperialistica opposero la guerra civile, l’unica guerra che permette di combattere contro le potenze dell’imperialismo perché è una guerra rivoluzionaria, cioè una guerra che si propone di distruggere la fonte di tutte le guerre, il capitalismo e, perciò, gli Stati che la classe borghese di ogni paese erige a difesa dei suoi esclusivi interessi di classe.

Gli organizzatori del congresso contro la guerra che si terrà a Praga dal 24 al 26 maggio prossimi, vogliono radunare gruppi e individui dei vari paesi per « sviluppare una pratica anticapitalistica che cerca di preservare l’autonomia politica », « al di fuori dei partiti politici e delle strutture degli stati e contro tutti gli stati », una « pratica » per ottenere una « polarizzazione sociale che può trasformare le guerre tra stati in scontro di classe ». Gli organizzatori proclamano che « il nemico comune in ogni epoca è prima di tutto il capitalismo, e quindi anche la struttura, l’esercito che lo difende e la borghesia che lo incarna » ; e sostengono che « l’unica via d’uscita dall’incubo delle guerre capitaliste e dalla pace capitalista è un risveglio collettivo : dobbiamo vedere e sabotare l’intera macchina della guerra, rovesciare i suoi rappresentanti e reclamare il nostro potere di creatori del mondo ».

Belle intenzioni e belle parole, ma del tutto confuse e inefficaci rispetto a quel risveglio collettivo a cui mirano. Risveglio collettivo di chi, di quale classe ? Trasformare le guerre tra Stati in scontro di classe : bene, ma di quale classe stanno parlando ?

La classe, per i marxisti, non è assimilabile al popolo, e nemmeno agli strati della popolazione che subiscono il dominio dittatoriale della classe dominante, come sono certamente ampi strati della piccola borghesia rovinati dalla prepotenza delle grandi multinazionali o come gli strati di aristocrazia operaia sempre più legati alla difesa dello status quo, ai quali aggiungere le masse lavoratrici salariate e i contadini poveri.

Per i marxisti le classi principali della società capitalistica sono rappresentate dalla classe borghese dominante e dalla classe proletaria, ossia la classe dei lavoratori salariati, dei senza riserve, dei possessori solo della propria forza lavoro. Tutti gli altri strati che lo sviluppo del capitalismo ha mantenuto o ha creato (come ad esempio, da un lato, l’aristocrazia operaia e, dall’altro, il sottoproletariato) fanno parte di quella massa che oscilla costantemente – a seconda delle situazioni di crisi o di espansione economica – tra l’appoggio alla classe dominante o l’appoggio alla classe proletaria, tenendo conto che l’appoggio alla classe proletaria può avvenire – e la storia lo ha dimostrato più volte – solo quando la classe proletaria lotta sul terreno della sua rivoluzione ed esprime, in questa lotta, la possibilità concreta di essere vincente. Ciò significa che, normalmente, questi strati sono influenzati pesantemente dalla borghesia e si fanno trascinare e illudere dalle parole e dalle dichiarazioni di libertà, di equità, di pace sociale e di difesa nazionale che la grande borghesia somministra ad ogni piè sospinto al solo scopo di ottenere e rafforzare la collaborazione interclassista.

Perché il proletariato sviluppi una pratica anticapitalistica è necessario che, almeno nei suoi strati più combattivi e sensibili agli interessi di classe più generali, riconosca se stesso come classe antagonista alla classe borghese, si organizzi in modo indipendente da ogni apparato borghese, laico o religioso, completamente slegato dalle istituzioni, e che lotti in difesa dei suoi interessi di classe utilizzando mezzi e metodi di lotta esclusivamente classisti, ossia non compatibili con la collaborazione di classe né con gli interessi economici, sociali e politici dei vari strati della borghesia e della piccola borghesia. Questa è la pratica che il proletariato possedeva fino a tutti gli anni Venti del secolo scorso in cui la lotta di classe del proletariato aveva anche la potenzialità di sboccare nella lotta rivoluzionaria per il potere.

Perché l’avanguardia politica di classe del proletariato – che non può essere se non il partito politico di classe, cioè il partito comunista rivoluzionario fondato sulle basi teoriche e programmatiche marxiste, dunque sulle basi del materialismo storico e dialettico, fuori da ogni commercio dei principi e da ogni revisione opportunista e fuori da ogni limitazione nazionale – sviluppi a sua volta un’attività anticapitalistica, non deve cedere ai valori inneggianti all’individuo, ai falsi valori della proprietà privata, della libertà di coscienza individuale e della democrazia che mettono sullo stesso piano formale di eguaglianza ideale padroni e operai, sfruttatori e sfruttati, chiedendo ad ognuno di loro di esprimere attraverso la scheda di voto la propria opinione su chi dovrà governarli. Il partito di classe deve agire in perfetta coerenza con gli interessi generali della classe salariata sia sul piano immediato, sia su quello più generale e storico, nella prospettiva di influenzare in modo determinante le avanguardie classiste del proletariato perché guidino le grandi masse proletarie alla rivoluzione proletaria, che non può essere se non antiborghese e anticapitalistica, combattendo e superando ogni concorrenza tra proletari, ogni divisione etnica o nazionale, ogni aggregazione sociale che mescoli gli interessi immediati, e tanto meno generali, delle diverse classi.

La lotta classista per aumentare i salari, per ridurre delle ore giornaliere di lavoro, per impedire l’intensificazione dei ritmi di lavoro e la nocività nei posti di lavoro, per lottare contro la disoccupazione unendo nelle lotte occupati e disoccupati, precari e stagionali, autoctoni e immigrati, per sradicare il lavoro nero e lo sfruttamento del lavoro minorile, organizzando questa lotta in associazioni di difesa esclusivamente proletarie : in questo consiste la pratica anticapitalistica che permette ai proletari di distinguersi dai borghesi e da ogni altra forza sociale conservatrice e antiproletaria. La base dell’organizzazione di classe, la base su cui poggia lo sviluppo della lotta politica del proletariato è la lotta che tende a superare la concorrenza tra proletari, al di là delle loro idee e al di là della loro appartenenza partitica.

La lotta contro la guerra borghese e imperialista è lotta politica, ma il proletariato non ci può arrivare se non agisce, facendo esperienza diretta, sul terreno della difesa immediata dei suoi interessi di classe utilizzando mezzi e metodi della lotta di classe, cioè tutti quei mezzi e quei metodi che non sono compatibili con gli interessi di conservazione della società capitalistica. Come affermava Lenin, il proletariato nella lotta classista di difesa immediata si allena alla guerra di classe che, solo ad un certo livello dello scontro sociale, diventerà vera e propria lotta di classe, lotta rivoluzionaria.

Marx, Engels, Lenin e tutti i marxisti coerenti hanno sempre sostenuto che la pace borghese, la pace imperialista non è che una tregua tra le guerre imperialiste, che la pace borghese serve alla borghesia di ogni paese per risistemare i rapporti interni tra le classi, per far riprendere a pieno ritmo la macchina produttiva che la crisi di guerra aveva interrotto, al solo fine di riaccumulare profitti su profitti. La borghesia, nella misura in cui riesce ad imprigionare il proletariato nei meandri delle manovre democratiche e della collaborazione tra le classi, si mostra sempre come campione della pace tra le nazioni e tra i popoli ; ma quando la concorrenza capitalistica si fa più dura e aggressiva, ogni borghesia, mentre parla di pace, prepara la guerra perché sa che prima o poi il suo stesso sistema economico cederà, andrà in crisi mettendo in pericolo i suoi privilegi, i suoi interessi, i suoi profitti. La concorrenza mercantile si trasformerà inesorabilmente in scontro di interessi, e questo scontro di interessi coinvolgerà inevitabilmente gli Stati nazionali, le forze militari di ogni Stato.

Ogni borghesia ha sempre giocato sul fatto che l’aggressore è il concorrente, l’avversario, e che perciò, in quanto aggredita, deve difendersi. Le democrazie, in particolare, gridano sempre di voler combattere il totalitarismo, le dittature, e chiamano i propri proletari a difendere la democrazia dal totalitarismo. La realtà storica è che la dittatura di classe esercitata dalla borghesia in quanto classe dominante ha avuto ed ha ancora oggi bisogno delle parole di democrazia per illudere e confondere i proletari ; la realtà storica ha dimostrato che sono gli interessi degli imperialismi più forti a costringere alla guerra tutti gli altri paesi del mondo, a far subire a tutti questi paesi le conseguenze peggiori delle distruzioni di guerra, a massacrare centinaia di milioni di proletari su ogni fronte di guerra che non è altro se non un rimettere in discussione le zone di influenza precedenti delle diverse potenze imperialistiche.

Per « difendersi » la borghesia deve aggredire e deve coinvolgere le grandi masse proletarie non solo perché sono obbligate a sostenere lo sforzo di guerra, ma anche perché sono la carne da macello da spedire sui fronti di guerra. Come nei periodi che precedettero la prima e la seconda guerra imperialista, così anche oggi in cui ormai ogni borghesia parla apertamente di una possibile terza guerra mondiale e apertamente investe sempre più negli armamenti, si sentono battere i tamburi sul pericolo di aggressione da parte di nemici che, sempre più spesso, sono proprio quelli che fino a poco prima erano i migliori partner commerciali.

I proletari hanno una via storica da imboccare per combattere efficacemente contro la guerra borghese e imperialista : la via della lotta di classe.

Ma questa, oggi, è la via più difficile da imboccare perché decenni di democrazia, di collaborazione interclassista, di illusioni sul benessere anche per le classi lavoratrici, le hanno disarmate : di fronte alla realtà borghese fatta di condizioni di lavoro sempre più dure, precarie e pericolose, di salari che non bastano per arrivare a fine mese, di licenziamenti e di disoccupazione, di una povertà che avanza inesorabile, aggredendo strati sociali che fino a qualche decennio fa mai avrebbero immaginato di precipitare così in basso, di una gioventù che non vede un futuro se non minaccioso e precario, di fronte a questa realtà i proletari si trovano del tutto disarmati sia sul piano della difesa economica immediata, sia sul piano politico.

Per disarmare i proletari, non si sono impegnate solo le classi borghesi dominanti, si sono date molto da fare anche tutte le forze dell’opportunismo interclassista con il contributo, non importa se incoscientemente, tutti i movimenti per la pace, tutti i movimenti che sulle proprie bandiere scrivono « contro la guerra », ma in realtà chiedono di lavorare... per la pace agli stessi poteri borghesi che sempre hanno fatto e faranno la guerra, anche se in altri paesi e in altri continenti. Dagli anni Novanta, con le guerre nella ex Jugoslavia e, oggi, con la guerra in Ucraina, l’Europa torna al centro dei contrasti interimperialistici, come da noi previsto fin dagli anni Settanta, cioè dallo scoppio della prima grande crisi mondiale del capitalismo.

Il risveglio collettivo contro la guerra e per la pace imperialiste a cui si appellano gli organizzatori del Congresso di Praga non potrà mai avvenire grazie alla « presa di coscienza » che, partendo da piccoli gruppi e pochi individui, si allarghi a moltitudini di cervelli ; e nemmeno attraverso azioni esemplari di sabotaggio della « macchina di guerra » allestita dalla borghesia dominante.

Prese di coscienza e azioni di sabotaggio che prendono di mira soltanto i guerrafondai dichiarati, lasciando in piedi tutto il sistema capitalistico ?  Qual è il mondo che in questo modo vorrebbero creare ?

Un mondo borghese senza guerre ?

Ma il mondo borghese è il mondo della guerra perché è il mondo creato sull’oppressione della classe salariata, sulla concorrenza mercantile, sulla proprietà privata e, soprattutto, sull’appropriazione privata di tutta la produzione esistente. E’ questo sistema che produce i contrasti sociali e i contrasti tra gli Stati, che produce le guerre di concorrenza e le guerre guerreggiate. Per finirla con questo mondo la sola via da imboccare è quella indicata dal marxismo : la via della rivoluzione proletaria guidata dal partito di classe del proletariato, dell’abbattimento dello Stato borghese e dell’instaurazione della dittatura proletaria esercitata dal suo partito di classe, che è l’unica forza storica che ha la coscienza delle finalità ultime della rivoluzione, ossia la creazione della società senza classi, della società comunista. Una via lunga, ardua, che non fa scomparire in una notte il potere capitalistico in tutto il mondo, ma che – sotto la guida del partito comunista rivoluzionario – partendo dal paese in cui la rivoluzione proletaria vince coinvolge i proletariati di tutti i paesi perché seguano questo esempio, si uniscano nella stessa lotta internazionale, abbattano i loro Stati nazionali e contribuiscano alla vittoria rivoluzionaria a livello mondiale.

Soltanto con la rivoluzione proletaria vittoriosa e sotto la guida del partito comunista rivoluzionario è possibile – come i primi anni della rivoluzione russa hanno dimostrato – iniziare a distruggere il potere non solo politico ma anche economico della borghesia. In Russia, pur essendo all’epoca un paese capitalisticamente arretrato, la rivoluzione anticapitalistica aveva già iniziato a produrre i suoi effetti benefici ; ma aveva bisogno dell’aiuto del proletariato rivoluzionario dei paesi europei avanzati, aveva bisogno che la rivoluzione vincesse anche in Europa, in Germania ad esempio, perché la struttura industriale tedesca dell’epoca poteva contribuire a far avanzare in modo accelerato lo sviluppo economico dell’arretrata Russia. Gli anni 1917-1920/21 erano gli anni in cui il proletariato europeo si muoveva sul terreno della lotta di classe, era maturo per la sua rivoluzione di classe, ma non si può dire la stessa cosa per i partiti proletari che lo guidavano. Le lezioni da quella sconfitta, come dalla sconfitta della Comune di Parigi, potevano essere tirate soltanto da un partito in grado di riconquistare e restaurare la dottrina marxista nella sua interezza. In Russia fu il compito di Lenin e del partito bolscevico ; in Europa avrebbe dovuto essere il compito del partito tedesco, o francese, o inglese, cioè dei paesi capitalisti più progrediti in assoluto. Ma non avvenne, troppe incrostazioni democratiche, troppe illusioni sulla spontaneità proletaria, hanno debilitato e portato quei partiti a deragliare dalla via diritta della rivoluzione.

Come è avvenuto per la classe borghese nei suoi mille tentativi di farla finita con il sistema feudale, così avviene per la classe proletaria nei confronti del sistema capitalistico : dalle sconfitte si impara e ci si rafforza, ma alla condizione che la guida del movimento proletario rivoluzionario, il partito comunista rivoluzionario, poggi sulla dottrina marxista integra e faccia esperienze di lotta insieme ai proletari sul terreno della loro difesa degli interessi immediati di classe. In assenza di queste due condizioni, il proletariato si ritroverà, ancora una volta, del tutto disarmato nei confronti dei poteri borghesi che lo piegheranno per l’ennesima volta a favore esclusivamente degli interessi capitalistici.

 

 

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