L'imperialismo vive di oppressione e di guerra. Solo la lotta di classe e la rivoluzione proletaria potranno vincerlo
(«il comunista»; N° 185 ; Gennaio-Febbraio 2025)
E' noto che con Marx - che ha studiato da scienziato il modo di produzione capitalistico, le sue origini, i suoi caratteri fondamentali ed esclusivi, il suo sviluppo universale, sebbene ineguale, e la sua fine come modo di produzione delle società divise in classi, applicando il materialismo storico e dialettico - prima o poi i borghesi, gli «esperti» di economia, gli intellettuali e i politicanti di qualsiasi tendenza ci devono fare i conti. Una cosa che li accomuna tutti quanti è la convinzione che Marx non poteva prevedere lo sviluppo ulteriore del capitalismo fino alla fase in cui la cosiddetta globalizzazione avrebbe sostituito la classica libera concorrenza fra aziende e Stati, fase nella quale i grandi Stati occidentali - i più sviluppati della civiltà moderna - avrebbero toccato le alte vette della democrazia, della libertà, del progresso tecnico col quale poter garantire il benessere a tutto il mondo. Le guerre mondiali - ben due, finora - e le guerre locali che hanno punteggiato praticamente tutto il secolo XX e continuano a caratterizzare il secolo XXI iniziato da 25 anni, vengono considerate «incidenti di percorso», dovuti all'ingordigia di uomini mai sazi dei miliardi e del potere che posseggono; incidenti rimediabili attraverso l'uso positivo della democrazia, della collaborazione, dell'inclusione che la cultura avrebbe il compito e il dovere di diffondere in tutti i paesi e a tutte le generazioni.
E' comprensibile che, per i borghesi, il ritornello che farebbe della democrazia il miglior risultato raggiunto finora dalla civiltà, e che sarebbe il miglior mezzo politico con cui le masse lavoratrici possono avanzare le loro rivendicazioni, difendere i loro interessi e proporre cambiamenti e riforme a loro favore, sia il cuore della loro propaganda per influenzare le masse proletarie, illudendole di poter decidere, attraverso le elezioni, quali organizzazioni politiche vadano di volta in volta a governare per rispondere alle esigenze economiche e sociali che tengano conto delle diverse classi e dei diversi ceti sociali che compongono la società odierna. La dimostrazione che la democrazia sia un castello di illusioni e un sistematico inganno è data da due fattori principali: uno economico e uno politico.
In economia, la tendenza oggettiva e inesorabile del capitalismo alla concentrazione economica e finanziaria, dunque al monopolio, che uccide la piccola piccola produzione; in politica, la tendenza alla concentrazione del potere politico sempre più apertamente autoritario, dunque dittatoriale, perciò del tutto opposto al sistema democratico che vorrebbe un equilibrato e pacifico bilanciamento degli interessi dei vari gruppi sociali.
L'accumulazione del capitale, la grande industria, l'estensione del capitalismo all'intero globo terrestre e il conseguente espansionismo economico che diventa colonialismo, aperto o dissimulato, appoggiato con poderosi mezzi militari (1), tracciano la storia dello sviluppo sempre più contraddittorio e contrastato del capitalismo. Uno sviluppo che ciclicamente sfocia nelle crisi economiche, commerciali, finanziarie, sociali e nelle guerre guerreggiate; uno sviluppo che la classe dominante borghese ha sempre tentato di controllare, ma che in realtù non ha mai potuto controllare perché sono le leggi storiche e oggettive del modo di produzione capitalistico, con tutte le sue contraddizioni, a sfuggire a quel controllo. La borghesia ha dimostrato ampiamente nei suoi 200 e passa anni di dominio economico e politico di essere come l'apprendista stregone che, creati mezzi di produzione e di scambio estremamente potenti non riesce più a dominarli (vedi il vecchio ma sempre attuale Manifesto del partito comunista di Marx-Engels). Tutto quel che la borghesia riesce a fare di fronte alle crisi sempre più devastanti della sua economia è di preparare crisi più generali e violente che, a loro volta, diminuiscono oggettivamente i mezzi per prevenirle. Non occorre essere marxisti per accorgersi che è successo e succede esattamente quanto previsto da Marx ed Engels. Ma solo i marxisti, non quelli falsi che tentano di mitigare in ogni modo le conclusioni a cui il marxismo rivoluzionario è giunto – cioè la fine violenta del capitalismo per mezzo della rivoluzione e della dittatura di classe del proletariato a livello internazionale – leggono la storia della società umana dal punto di vista della sua realtà economica e storica nelle sue contraddizioni dialettiche.
L'espansionismo economico, assunta la sua versione più moderna dell'espansionismo finanziario, porta il capitalismo colonialista alla sua fase imperialista, alla fase in cui lo Stato viene completamente sottoposto agli interessi imperialisti dei grandi trust, dei cartelli, dei grandi monopoli il cui teatro d'azione è l'intero mondo.
Lenin, sviluppando coerentemente la teoria marxista, conferma, nel suo Imperialismo fase suprema del capitalismo, che lo sviluppo ineguale del capitalismo sfocia nella formazione di sempre più grandi e potenti concentrazioni economiche e finanziarie che dominano il mercato mondiale dal quale dipendono tutte le economie del mondo, quelle più sviluppate e quelle più arretrate, e nella trasformazione degli Stati dei paesi più avanzati da organismi al servizio dell'economia nazionale e dei suoi cittadini, a organismi al servizio esclusivo del grande capitale. La fase dell'imperialismo economico e finanziario del capitalismo non è stata un'invenzione di Lenin: è stata la conferma della teoria economica e sociale del marxismo, documentata con gli stessi dati dell'economia borghese.
Alla base delle crisi capitalistiche c'è sempre l'epidemia della sovraproduzione (di nuovo il Manifesto di Marx-Engels), che spinge le economie più forti a collocare le loro merci e i loro capitali in tutto il mondo, piegando i paesi più deboli alle proprie esigenze imperialistiche conquistandone i mercati e, nello stesso tempo, sfruttandone più intensamente i vecchi mercati.
La concentrazione economica e finanziaria parte sempre da un'alleanza tra grandi aziende e grandi banche, fino a sfociare nel monopolio, aumentando in questo modo la sua potenza economica e finanziaria alla quale gli Stati vengono assoggettati in una guerra di concorrenza a livello internazionale che richiede il sostegno militare che solo lo Stato può offrire. «Le alleanze "inter-imperialiste" o "ultra-imperialiste" – dice Lenin nel suo «Imperialismo...» – non sono altro che un "momento di respiro" tra una guerra e l'altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista opposta a un'altra, sia quella di una lega generale fra tutte le potenze imperialiste» (2).
Nel quadro della fase imperialista del capitalismo, se nei secoli XVIII e XIX l'Inghilterra, il paese più sviluppato in assoluto e padrona degli oceani, era padrona del "mondo", e nel secolo XX è stata sostituita, perlomeno dalla vittoria nella seconda guerra imperialista mondiale, dagli Stati Uniti d'America, ora, secolo XXI, più che in ogni altro secolo, con l'emergere di potenze imperialistiche di grande forza, l'alleanza inter-imperialista – ad esempio di tutte le potenze dette occidentali – è diventata, molto più che nel secolo scorso, una delle condizioni di sopravvivenza del capitalismo. L'altra condizione di questa sopravvivenza è da cercare nell'alleanza contrapposta che molti commentatori oggi vedono nell'embrione di blocco avversario guidato dalla Cina e dalla Russia, il cosiddetto BRICS. Come non è sicuro che l'alleanza attuale delle potenze occidentali rimanga così e si rafforzi fino allo scontro di guerra generale – la concorrenza tra capitalismi fa sempre brutti scherzi – tanto meno è sicura l'alleanza formatasi nel BRICS, nonostante le continue richieste di adesione da parte dei più svariati paesi.
L'imperialismo moderno non è un modo di produzione diverso, ma è l'espressione massima del capitalismo nel suo sviluppo storico. Oltre l'imperialismo, cioè oltre alla concentrazione economica e finanziaria del capitale sempre più avanzata, non c'è che... la rivoluzione proletaria internazionale. Secondo il marxismo, le contraddizioni sempre più violente del capitalismo sviluppano i contrasti sociali a livelli sempre più catastrofici. Contro le oppressioni sempre più estese e violente dei capitalismi più forti, spinti inevitabilmente a dominare il mondo e non a sviluppare libertà e democrazia, insorgono e insorgeranno popolazioni intere e proletariati in ogni parte del mondo. Già all'epoca della prima guerra imperialista e del suo dopoguerra, il proletariato dei paesi europei in cui si concentravano le forze dell'imperialismo, dava mostra della sua forza sociale battendosi sia contro la guerra sia per la sua rivoluzione di classe.
La situazione storica prodottasi nei decenni precedenti aveva portato il capitalismo europeo a penetrare nella Russia zarista, quell'immenso e arretrato continente euro-asiatico in cui stavano maturando tutti i fattori favorevoli alla rivoluzione borghese e in cui era stato creato, in particolare nella Russia europea, un concentrato e giovane proletariato moderno assetato di emancipazione quanto le grandi masse contadine povere. I fattori favorevoli alla rivoluzione borghese in Russia si incrociarono con i fattori favorevoli alla rivoluzione proletaria in Europa occidentale, e il partito bolscevico di Lenin, maturato marxisticamente in Europa occidentale, si dimostrò all'altezza del compito rivoluzionario molto più dei partiti socialdemocratici europei che, di fronte alla guerra imperialista, cedendo ai rispettivi nazionalismi, fallirono completamente il loro compito, condizionando in modo purtroppo decisivo la formazione di sinistre rivoluzionarie al loro interno. Ma i fattori favorevoli concentrati in Russia fecero da base alla rivoluzione proletaria e comunista che dovette assorbire i compiti della rivoluzione borghese per i quali si erano mobilitate le grandi masse contadine, senza le quali la rivoluzione proletaria in Russia non avrebbe avuto la forza di abbattere in modo definitivo il dominio zarista, il potere più reazionario e controrivoluzionario esistente. Altra dimostrazione della lungimiranza del marxismo che aveva previsto lo stesso percorso storico per la Germania del 1848.
Tra i fattori sfavorevoli alla rivoluzione proletaria in Europa – e, per l'epoca, nel mondo – c'è stata la persistente influenza dell'opportunismo riformista e socialdemocratico sulle grandi masse proletarie. La difficoltà che i marxisti rivoluzionari incontrarono in Germania, in Francia, in Italia, in Inghilterra e in altri paesi, non ultimi gli Stati Uniti d'America, nella formazione di un partito proletario rivoluzionario è dovuta soprattutto alla recidiva opportunista che nei vari paesi prese caratteristiche diverse ma con un denominatore unico: la collaborazione di classe, che è la base di ogni riformismo, di ogni socialsciovinismo. Le basi materiali del socialopportunismo sono costituite dalla possibilità che i paesi capitalisti avanzati hanno nel tacitare i più urgenti bisogni di vita delle proprie masse proletarie: applicare, cioè, in parte più o meno ampia, le rivendicazioni del riformismo socialista, andando incontro, in questo modo, agli interessi immediati del proletariato. Queste "garanzie" economiche e sociali, tradotte in contratti e leggi, per la borghesia capitalista hanno un costo, e tale costo, per i capitalismi avanzati, è stato e viene coperto soprattutto dalla predazione colonialista esercitata su tutti i paesi più deboli. E' così che in Inghilterra si è formata, per la prima volta nella storia del proletariato, quella che Engels chiamò aristocrazia operaia, lo strato superiore della classe operaia, il più istruito e specializzato e il più pagato rispetto a tutti gli altri proletari.
Così l'aristocrazia operaia, per la sua posizione sociale più privilegiata rispetto al resto del proletariato, assorbe le abitudini, le aspirazioni, l'ideologia della piccola borghesia e, attraverso di essa, della conservazione sociale borghese. Sviluppandosi il capitalismo in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Canada e, nel corso del tempo, in tutti i grandi paesi degli altri continenti – una volta sconfitta la rivoluzione in Russia e in Europa, favorita dall'isolamento del bolscevismo di Lenin per la mancata rivoluzione proletaria in Europa occidentale e dall'emergere dello stalinismo nazionalista che stravolse il partito di Lenin e l'Internazionale Comunista – la pratica borghese di formare in ogni paese uno strato di aristocrazia operaia è diventata l'arte politica per controllare le masse proletarie; un'arte che adopera quello che già il Manifesto di Marx-Engels aveva messo in primo piano: la concorrenza fra gli operai stessi.
Se già i capitalisti di metà Ottocento usavano questo mezzo per spezzare l'organizzazione proletaria, non solo a livello immediato e sindacale, m anche e soprattutto in quanto classe (quindi in partito politico), i capitalisti dell'epoca imperialista, con forza economica e finanziaria enormemente più potente, non potevano che adottarla come politica sistematica da usare sia in tempi di crisi economica e sociale in cui i proletari sono più spinti alla lotta di strada, sia in tempi di pericolosa avanzata della minaccia rivoluzionaria, come è stato, ad esempio, il caso in Italia negli anni 1918-1920, di fronte alla quale minaccia la borghesia ha usato il fascismo, ossia quel misto di repressione cieca e violentissima contro il proletariato e le sue organizzazioni sociali e politiche, fino a piegarne la resistenza, e di concessioni di tipo riformistico trasformate poi nella collaborazione di classe istituzionalizzata allo scopo di tenere a freno la potenziale ripresa della lotta di classe.
Ebbene, è esattamente questa la politica che l'imperialismo moderno ha adottato verso il proletariato, in ogni paese, dopo la seconda guerra imperialista mondiale; appunto per non trovarsi di fronte un altro 1918-1920. Tale politica ha, inoltre, un altro punto a suo favore: perdurando per decenni, come è avvenuto grazie anche al contributo decisivo del nazionalcomunismo staliniano che si è fatto promotore e depositario della collaborazione di classe: ha abituato i proletari di generazione in generazione a far conto su questa collaborazione, che si effettui in regime democratico o autocratico ha un'importanza relativa, perché ha assorbito da questa politica che quel che conta è il presente e non il futuro.
Ma lo sviluppo imperialistico del capitalismo non ha mai garantito la vita ai proletari, né quando occupano un posto di lavoro, né quando vanno in pensione, tanto meno se sono disoccupati o immersi nel precariato e nell'insicurezza più totale; non parliamo poi se sono costretti a emigrare fuggendo da carestie, miseria e guerre provocate dallo spesso imperialismo.
Perdurando la politica della collaborazione di classe, rispetto ad un proletariato indebolito sul fronte della lotta di classe, il potere borghese approfitta delle sue crisi economiche per togliere ai proletari quel che ha concesso nei periodi di espansione, deprimendo ancor più la loro esistenza schiacciata dalla concorrenza tra proletari e dall'insicurezza generalizzata.
Ci sono dei cosiddetti "comunisti" che, di fronte a questa evidente debolezza del proletariato a livello mondiale, credono e sperano nella decadenza progressiva del capitalismo fino all'esaurimento della sua forza di resistenza nel tempo, lasciando così aperta la possibilità al proletariato di imporsi nella società. Ci sono altri che credono e sperano che il proletariato, dato per antonomasia come l'unica classe rivoluzionaria nel capitalismo, sia sostanzialmente pronto alla ripresa della lotta di classe e rivoluzionaria, ma bisognoso di una guida politica che lo richiami alla sua coscienza di classe, al suo compito storico che può essere espletato soltanto attraverso la rivoluzione e la conquista del potere politico. Ci sono anche coloro che credono che il proletariato, finché non sarà pronto per la rivoluzione, debba usare nel frattempo tutti gli strumenti della democrazia borghese – non solo i diritti all'istruzione, al lavoro, all'organizzazione, alla stampa, alla libera circolazione ecc., ma anche le elezioni e la partecipazione alle istituzioni locali e nazionali – per poter avanzare gradatamente verso il governo della cosa pubblica; percorso questo che, essendo il proletariato la maggioranza della popolazione in tutti i paesi, potrebbe non aver bisogno della rivoluzione violenta, ma di un semplice passaggio di potere da una classe ormai inefficiente e inefficace come la borghesia a una classe vigorosa e progressista.
E ci potrebbero essere altre decine di varianti della prospettiva storica del proletariato, diverse dal marxismo originario, come quelle che vedevano nelle masse contadine povere, organizzate nelle più diverse guerriglie, la via per la lotta e il superamento dell'oppressione imperialista al posto della lotta di classe di un proletariato considerato ormai legato agli interessi dei capitalisti industriali e da questi dipendente. In realtà, ogni deviazione dal marxismo originario, ogni deviazione dalla prospettiva della rivoluzione comunista secondo i dettami del marxismo, confermata da Lenin e successivamente da Bordiga e dalla Sinistra comunista d'Italia, porta dritto dritto fra le braccia dell'opportunismo e, quindi, fra le braccia della borghesia dominante, contrastando, finora con successo, ogni tentativo del proletariato di tornare a lottare sul terreno di classe e ricollegarsi con il suo partito di classe.
Il futuro dello sviluppo imperialistico del capitalismo è un futuro di maggiore oppressione delle popolazioni più deboli, di maggiore sfruttamento della forza lavoro proletaria, di maggiore concorrenza inter-capitalistica e interstatale, di un aumento esorbitante delle diseguaglianze sociali, della povertà e della miseria dalla parte del proletariato e delle masse devastate dalle guerre.
La via d'uscita non sta nella buona volontà dei governanti: Biden o Trump, Putin o Xi Jinping, Macron, Meloni, Sanchez, Lula, Modi, Starmer e i più diversi premier che amministrano il potere di classe della borghesia, hanno in realtà le mani legate perché la loro funzione consiste nel potenziare la forza dell'imperialismo di cui sono espressione diretta, gestire il controllo sociale in modo da facilitare il più possibile la valorizzazione del capitale in ogni ambito economico, preparare le forze economiche e militari del paese che governano a sostenere con ogni mezzo - la cui "legalità" o rispondenza al cosiddetto "diritto internazionale" è l'ultimo problema che si pongono - gli interessi del proprio capitalismo.
La politica imperialista di ogni Stato non ammette alcuna debolezza né riguardo la concorrenza a livello internazionale per la spartizione del mondo, né i rapporti di forza tra classe borghese e classe proletaria, all'interno di ogni paese come all'interno dei blocchi di alleanza imperialista. Le ragioni per cui le diverse potenze imperialiste si mettono d'accordo sono più di una: dato che ormai una sola grande potenza non sarà mai in grado di dominare in esclusiva il mondo come tentò di fare l'Inghilterra del XVIII e XIX secolo, in parte riuscendoci, l'alleanza inter-imperialista si pone come una necessità sia per conquistare i mercati per le proprie merci e i propri capitali, che per difendersi dalle alleanze inter-imperialiste concorrenti, sia per contrastare e opporsi al montare della lotta di classe e rivoluzionaria del proletariato che avrà, come ha già avuto in pasaato, per teatro il mondo intero. Anzi, come Lenin dirà, riprendendo l'eventualità della formazione di un fronte unico ultra-imperialista prospettato da Kautsky, questo ultra-imperialismo, o super-imperialismo che dir si voglia, non sarà che il massimo possibile della reazione borghese che il proletariato rivoluzionario dovrà combattere.
Il proletariato potrà mai vincere una potenza reazionaria così mostruosa? I grandi imperialismi che si sono fatti la guerra nel 1914-18 per spartirsi il mondo non si aspettavano certo che nel paese più reazionario esistente allora, la Russia zarista, potesse essere il teatro della rivoluzione proletaria che avrebbe sconvolto l'ordine mondiale che le potenze imperialiste avrebbero disegnato sull'onda della vittoria nella guerra mondiale. Eppure avvenne, e non per una casualità storica irripetibile, ma per il concorso dei fattori di crisi del capitalismo in pieno sviluppo imperialistico che nessuna borghesia era in grado di governare. Di più, il protagonista della rivoluzione del 1917 fu il proletariato del paese europeo più arretrato e reazionario che riuscì nell'impresa approfittando della crisi del potere non solo zarista ma anche borghese. Ecco, questa è l'indicazione per il domani: colpire l'anello più debole dello schieramento imperialistico. Ma per giungere a quell'appuntamento storico è necessario che il proletariato riconquisti il terreno della lotta di classe e sia guidato dal suo partito comunista rivoluzionario.
(1) Cfr. A. Bordiga Proprietà e capitale, cap. IX. La politica imperialistica del capitale, Iskra edizioni, Milano 1980, p. 124.
(2) Cfr. Lenin L'imperialismo fase suprema del capitalismo, in Opere, vol. 22, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 124.
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