Di fronte alla situazione mondiale in cui da tempo si fa sempre più necessaria l'attività teorica e politica del partito comunista rivoluzionario, continua il nostro lavoro di bilancio dei fatti storici che solo il marxismo può interpretare rendendolo base indispensabile per la ricostituzione del partito di classe e per la ripresa del movimento proletario e comunista internazionale

(Rapporti alla riunione generale di Milano del 12-13 ottobre 2024)

(«il comunista»; N° 185 ; Gennaio-Febbraio 2025)

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Segue la pubblicazione dei rapporti tenuti alla riunione generale scorsa. Nel numero precedente abbiamo pubblicato il rapporto sulle posizioni della Frazione del P.C.d'Italia all'estero riguardo la guerra civile di Spagna 1936-39.

Ora proseguiamo col rapporto sulla storia del Partito comunista internazionale, con un focus particolare sulle crisi che lo hanno colpito nella sua vita trentennale.

 

 

Sul filo del tempo della Sinistra comunista d’Italia

Cosa ci differenzia dai gruppi politici che proclamano di esserne eredi I casi di "Rivoluzione comunista" e di "Invariance"

 

 

 IMPAZIENZA ATTIVISTICA E  «ORGANIZZAZIONE PROCESSO»

 

Poté sembrare che, superato lo scoglio della scissione del 1952 da cui il gruppo di Damen («battaglia comunista») si organizzò contro il partito, il nostro movimento potesse riprendere con saldezza e continuità sulla traccia di lavoro ben definita dalle Tesi caratteristiche. Non fu così, né poteva esserlo, se è vero che il partito, «una volta storicamente ricondotto alla dottrina di origine, risanato nell’organizzazione con l’eliminazione degli strati corrotti, rinsaldato nell’azione con decisioni tattiche dal respiro mondiale e rivoluzionario, e perciò stesso assicurata la sua dinamica centralista», tuttavia «vive e respira nell’interno della società di classe e subisce le determinazioni e le reazioni dei suoi urti contro il nemico di classe e dei controurti di questo» («Struttura economica e sociale della Russia d’oggi»), è insieme «fattore e prodotto della storia».

Si accavallarono, verso la metà degli anni Sessanta, diverse questioni. Alcune risalivano a una crisi di impazienza che poteva anche essere soggettivamente generosa nell’anticipare ed auspicare il superamento della fase di «circolo» – non di studiosi ma di militanti, e tuttavia pur sempre circolo – in cui necessariamente vivevamo. Senza questa fase è tanto vero che non si diventerà mai partito, quanto è vero che non si diventerà uomini senza essersi formati nel grembo materno e nell’infanzia (è bene quindi ricordare anche oggi che nell’aspirazione a uscire dalla «fase di circolo» non solo non è implicita una svalutazione di quest’ultima, ma al contrario il riconoscimento della sua esigenza primaria di diventare come dovremo diventare, milizia operante). Un'impazienza che dimenticava che il superamento più o meno rapido di quella tappa non dipende se non in minima parte da noi e, nel ciclo controrivoluzionario presente, «è in rapporto alla gravità dell’ondata degenerativa, oltre che alla sempre maggior concentrazione delle forze avverse capitalistiche».

L’impazienza si traduceva sia nella ricerca di espedienti attivistici nel campo delle lotte rivendicative, sia – come avvenne soprattutto a Milano nel 1964 – nell’illusione di animare o rianimare il movimento mediante una riorganizzazione delle sue strutture con l’introduzione di meccanismi più o meno elettivi, comitati, congressi ecc. e un abbandono del principio del centralismo organico a favore di una banale riesumazione del centralismo democratico. Non si capiva che proprio l'estrema difficoltà di tenere la rotta giusta in un ciclo storico come l’attuale imponeva di porre l’accento massimo sulla centralità e sul carattere organico di essa nel funzionamento generale del piccolo nucleo esistente, e  che il vero problema fosse quello di gettare le basi di un’organizzazione efficiente lavorando sulla scia di ferme posizioni teoriche e tattiche e intorno ad esse selezionare e cristallizzare un nucleo direttivo altrettanto fermo – l’organizzazione essendo, come la tattica, un problema di «piano» – non, all’inverso, quello o di costruire preventivamente il guscio organizzativo da riempire poi del suo contenuto di programma e di tattica, o di farlo sorgere via via sotto la spinta delle situazioni (l’«organizzazione processo»).

Rientrava nella stessa ottica la richiesta insistente di statuti; ora noi abbiamo sempre affermato che «nella fase che precede e accompagna subito la rivoluzione non vi può essere partito senza statuto, senza carta costituzionale», ma abbiamo collocato tale esigenza appunto al termine o almeno nel corso di un processo ben più vasto e complesso in cui il partito forgia al completo le sue armi e moltiplica i suoi effettivi, e l’abbiamo inteso come uno dei tanti mezzi nascenti come «sottoprodotti» della dinamica di crescita del partito, non come un requisito della sua esistenza, e mai, neppure nel caso migliore, come una «carta definitiva». In situazioni come quelle di allora, un’unica categoria doveva essere ribadita, proclamata e applicata, «la categoria primaria del marxismo, ossia la centralità, l’unità omogenea, la garanzia contro i nefasti delle velleità individuali, di gruppo, di località, di nazionalità» (Struttura economica e sociale della Russia d’oggi).

E’ oggi facile, retrospettivamente, capire che cosa avrebbe significato cedere alle velleità individuali nascoste dietro le suggestioni «milanesi». Avrebbe significato, prima di tutto, dar libero campo all’ennesimo attaccio al patrimonio storico della nostra corrente di Sinistra comunista con risultati analoghi, anche se capovolti, a quelli dei cantori della «modestia rivoluzionaria» o degli scopritori «battaglisti» di nuovi Veri.

Le tesi sull’organizzazione – anzi sulla riorganizzazione del Partito – redatte dal gruppo autodefinitosi «Rivoluzione comunista» (uno dei gruppi formatisi dopo la scissione del 1964) contengono perle come queste,che trasmettiamo ai postumi romanzieri del «comunismo occidentale» con le solite accuse di «fatalismo» alla Sinistra:

«E’ stato un grande merito storico (della Sinistra) l’avere denunziato l’opportunismo nascente nell’I.C. (ecc.). Ma è stata una sua gravissima manchevolezza, un irrimediabile atto di incongruenza politica il fatto di non aver organizzato già fin dal 1923 – data la gravità dei dissensi – la “Frazione di sinistra” [con chi, di grazia?] nell’Internazionale e di non avere in seguito promosso, fomentato, organizzato la scissione, la divisione nelle file dell’Internazionale, quando era evidente per tutti [???] che questa era ormai diventata uno strumento della controrivoluzione mondiale. Senza dubbio, ogni tanto la storia si giuoca dei “rivoluzionari”, e specialmente dei “rivoluzionari” che si fermano al rilievo teorico, alla denuncia dottrinale, e non vanno più oltre».

La Sinistra, e specie Bordiga, «non vanno» né sono mai andati oltre «il rilievo teorico, la denunzia dottrinale»; fuori dai piedi, dunque; fate posto ai rivoluzionari veri, gli appassionati delle «scissioni organiche», gli sprezzanti delle «fifonerie politiche», pronti ad uccidere l’ammalato di fibra sana per sostituirgli se stessi, scoppianti di salute ma di fibra marcia! Via perfino gli «astrattismi» e gli «estetismi» delle Tesi di Roma (1): roba del passato, paccottiglia di un’epoca, quella della III Internazionale, per sempre superata! E per dare spazio a che? A un frenetico attivismo, spregiatore dell’attività teorica e unicamente occupato a diffondere volantini ed opuscoli di agitazione per studenti e professori, donne e bambini; un attivismo che all’inizio del 1974 annunzia: «La crisi del sistema borghese è entrata in una fase acuta (padroni, proprietari e commercianti si gettano [ma guarda un po’] all’assalto delle masse, come una banda di ladroni», minacciano i razionamenti, vietano – orrore! – di «circolare nei giorni festivi». E’ chiaro: siamo all’apice della degenerazione parlamentare. «Al di là di esso c’è soltanto il colpo di Stato, l’avvento delle forze autoritarie e fasciste». (Si noti: è, in altra forma, la prospettiva di “Battaglia comunista”, così come nelle critiche all’«antiscissionismo» di Bordiga v’è l’eco della polemica postuma di Damen – bisognava rompere già del 1919 col PSI; domani si dirà, qualcuno lo dice fin d’ora, nel 1914!):

Attivismo – superorganizzazione – anti... fifoneria: e la rivoluzione è bell’ e fatta.

 

Dal CHI SIAMO – COSA VOGLIAMO di Rivoluzione Comunista  (aggiornato nel loro sito l’1 marzo 2017)

 

Rivoluzione Comunista (RC) rivendica la fondazione del PCd’I, sezione dell’I.C., nel 1921 e la sua direzione da parte della Sinistra comunista, si rivendicano il programma politico di Livorno ’21, i 21 punti di Mosca (le condizioni di ammissione all’I.C.), le tesi e le risoluzioni del II congresso dell’I.C. 1920.

Non una parola sull’ordinovismo, col quale la Sinistra comunista polemizzò a lungo su diversi aspetti (non ultimo quello della costituzione dei soviet in Italia e del controllo operaio), ma il quale partecipò, alla fine, in subordine alla Sinistra comunista, alla costituzione del PCd’I.

RC rivendica la lotta contro il fronte unico politico varato dal 3° congresso dell’I.C. nel 1921; denuncia la sostituzione della direzione del PCd’I, nel 1923, con la tendenza capeggiata da Gramsci, approfittando dell’arresto di Bordiga. Non accenna minimamente alle Tesi di Roma né alle Tesi sulla tattica dell’IC presentate dal PCd’I al IV congresso dell’IC del 1922. Quanto al congresso di Lione del 1926, sottolinea semplicemente che la Sinistra «già posta in minoranza, venne definitivamente emarginata» lasciando così libero campo alla bolscevizzazione del partito. RC afferma che, per la Sinistra, la natura dello stalinismo era controrivoluzionaria, e non una «semplice deviazione dal leninismo»,  come «espressione politica del capitalismo di Stato russo in via di sviluppo»; lo stalinismo come forma di opportunismo peggiore della precedente forma socialdemocratica, ma senza spiegarne il perché limitandosi così ad un giudizio morale.

Quanto all’emigrazione dei militanti di sinistra, in Francia e Belgio, RC rivendica l’attività e lo sforzo che la Frazione di sinistra del PCd’I, organizzatasi dal 1928 in poi, fece «in difesa del patrimonio teorico del marxismo e gli insegnamenti della rivoluzione» contro lo stalinismo, attraverso Prometeo e Bilan. RC sottolinea, inoltre, che i rapporti con l’opposizione di Trotsky si rompono nel 1932 a causa di divergenze ritenute insanabili: rispetto alla posizione che considerava la Russia come Stato operaio degenerato, la Frazione la considerava capitalismo di Stato; rispetto al fronte unico politico la Frazione difendeva la separazione più netta dai socialdemocratici; rispetto alla fondazione di una nuova Internazionale la Frazione riteneva impossibile la sua fondazione se prima non si fosse svolta una lunga opera di chiarifazione teorica. Ciononostante la situazione generale rendeva sempre più difficile l’attività politica della Frazione, alla repressione poliziesca si aggiungeva quella degli apparati staliniani e, in più, «la sconfitta dei repubblicani e la vittoria de franchismo in Spagna» decretano la disarticolazione completa del movimento. Manca del tutto una valutazione seria delle posizioni corrette che la Frazione prese rispetto alla guerra civile spagnola, e delle posizioni non corrette circa, ad esempio, la questione cinese.

Qualche riga viene dedicata a Stalin e Togliatti, denunciando lo sfruttamento del lavoro operaio alla volta dell’industrializzazione della Russia come «edificazione del socialismo» e l’opera di calunnia e sterminio dei rivoluzionari. Accenna, poi, al patto di pacificazione nazionale proposto dal Pci di Togliatti a Mussolini, mentre nella guerra civile di Spagna «staliniani e togliattiani cooperano alla liquidazione delle forze rivoluzionarie».

RC non spende una parola sul fascismo, sulla critica e sulla valutazione ideologica e pratica del fascismo che la Sinistra fece e che traspare evidente dai Rapporti Bordiga sul fascismo del 1922 e del 1924 all’I.C., né sulla lotta condotta contro i fascisti in difesa non solo delle sedi e dei giornali comunisti, ma anche delle sedi dei sindacati e delle leghe e delle sedi e dei giornali socialisti; non vi è nemmeno un accenno all’attività di carattere sindacale del PCd’I, al problema del fronte unico proletario e alla questione posta nel 1922, ad es., dall’iniziativa del Sindacato ferrovieri della costituzione dell’Alleanza del lavoro.

Il documento passa poi rapidamente alla costituzione del PCInternazionalista, dopo aver detto che la seconda guerra imperialista mondiale è «la prosecuzione a scala allargata della prima guerra mondiale», per una nuova spartizione del mondo, ma senza far parola sul fatto che, nella seconda, la Russia della «costruzione del socialismo» è alleata stretta delle potenze democratiche USA, Gran Bretagna e Francia, naturalmente per la spartizione del mondo, e che la forte influenza che lo stalinismo aveva ancora sul proletariato internazionale ha spinto i proletari non ad opporsi alla guerra imperialista in quanto tale – da una e dall’altra parte dei fronti – e perciò al disfattismo rivoluzionario come di fronte alla prima guerra mondiale, ma a parteciparvi sotto l’imperativo del nazionalismo più bieco, nazionalsocialista in Germania, fascista in Italia, e socialdemocratico nelle potenze occidentali avversarie tanto da ispirare e organizzare in un secondo tempo anche le formazioni armate partigiane, in particolare in Italia e in Francia, e in forma molto minore in Germania, a difesa della patria e della democrazia.

RC afferma che «i gruppi della Sinistra Comunista denunciano la natura imperialistica della guerra e dei belligeranti, dell’asse nazi-fascista (Italia-Germania-Giappone) e della coalizione democratica (USA-Inghilterra-Francia-Russia); ma non sono in grado di capeggiare alcun movimento di opposizione pratica. Negli anni di guerra essi non possono fare molto di più». Ma «grazie al lavorìo di contatto che non cessò mai, dopo il crollo del fascismo i gruppi operanti in Francia e Belgio e i compagni che si trovavano in Italia si ricongiungono e sul finire del 1943 costituiscono il PCInternazionalista». Di fronte alla «resistenza», continua il documento, «gli internazionalisti italiani non si persero d’animo e, raccogliendo le proprie forze, condussero un’intensa azione di denuncia del carattere imperialistico della guerra in corso, sforzandosi di mantenere ferma la posizione che i bolscevichi avevano tenuto durante la prima: il disfattismo rivoluzionario all’interno del proprio paese», ma «nonostante il partito denunciasse il carattere borghese della resistenza e chiamasse gli operai a forme di azione diretta contro gli sfruttatori capitalisti, fascisti o democratici che fossero, dati gli impari rapporti di forza tutti i suoi tentativi rimasero senza alcun risultato immediato».

RC non accenna minimamente al programma politico del Partito comunista internazionalista, che rimarrà esattamente lo stesso dopo la scissione dal gruppo di Damen, e che ci distingue ancor oggi come partito comunista internazionale; d’altra parte, qual è il programma politico di Rivoluzione Comunista? Non vi è traccia o, meglio, limitandosi a rivendicare il programma del PCd’I di Livorno 1921 e le tesi del II congresso dell’Internazionale, RC pensa di aver risolto la questione e di non aver bisogno di trarre – dal corso storico in cui le controrivoluzioni dell’imperialismo borghese e dello stalinismo sono riuscite ad abbattere la rivoluzione d’Ottobre, lo Stato proletario bolscevico dei primi anni e il movimento proletario e comunista internazionale, portando il proletariato di tutti i paesi a partecipare alla seconda guerra imperialista mondiale – le vitali lezioni per la ripresa del movimento di classe proletario e per la costituzione del partito comunista rivoluzionario. La seconda guerra imperialista mondiale, alla quale partecipava la Russia «socialista», come ha sostenuto, non era che il seguito della prima guerra imperialista con le stesse caratteristiche e gli stessi attori; come se lo stalinismo, basando la sua influenza sul proletariato russo e internazionale sulla mistificazione di una Russia costruttrice di socialismo mentre aveva falsificato totalmente i cardini teorici e programmatici del marxismo e della stessa rivoluzione d’Ottobre, non avesse posto ai comunisti rivoluzionari che non cedettero allo stalinismo il problema del bilancio dinamico dell’intero corso rivoluzionario e controrivoluzionario del movimento proletario e comunista internazionale, rimettendo all’ordine del giorno la questione della restaurazione della dottrina marxista sulla cui base ricostituire il partito di classe.

All’esaltazione della volontà individuale dei militanti che provenivano dalla Sinistra comunista, RC aggiunge un'esaltazione del risultato immediato da ottenere dall’azione del partito. Si giustifica, in un certo senso, il perché questo risultato non è stato ottenuto, dicendo che i rapporti di forza tra proletariato e borghesia erano... sfavorevoli; come in precedenza ha detto che, di fronte alla seconda guerra imperialista mondiale, i gruppi della Sinistra Comunista non sono stati in grado di capeggiare alcun movimento di opposizione pratica, perché il «movimento rivoluzionario era a terra»... per via della chiusura dei rapporti che la Frazione aveva con l’opposizione di Trotsky, per via della sconfitta dei repubblicani e la vittoria del franchismo in Spagna e, naturalmente, per via della guerra che vedeva lo stalinismo affiancato alle democrazie occidentali. Come se le cose potessero andare diversamente se... lo stalinismo non avesse sconfitto la rivoluzione comunista in Russia e nel mondo, se Trotsky avesse avuto la forza e la capacità di costituire un’opposizione allo stalinismo capace di raccogliere tutte le forze rivoluzionarie antistaliniste esistenti nei diversi paesi, se i proletari non si fossero fatti «rimorchiare dall’ala filoamericana nella guerriglia partigiana contro il nazi-fascismo per restaurare il vecchio ordine democratico-liberale», se... se... se...

In questa concezione del tutto volontarista mancano, ovviamente, gli aspetti materiali storicamente oggettivi che causano la forza o la debolezza delle classi al potere, la forza o la debolezza dei fattori economici e politici che sostengono il potere politico, la forza o la debolezza dei partiti operai nel resistere ai cedimenti in campo teorico, politico, tattico, organizzativo, la forza o la debolezza del movimento proletario organizzato sul terreno di classe. E manca soprattutto la valutazione non astratta, ma reale delle situazioni generate dallo scontro di interessi tra le diverse borghesie e, quindi, tra i diversi Stati, delle contraddizioni reali dello sviluppo capitalistico e dell’influenza che queste contraddizioni e le loro conseguenze hanno sulle classi sociali; e manca la valutazione dell’esperienza politica che le stesse classi borghesi dominanti riescono ad accumulare sia durante le rivoluzioni che durante le controrivoluzioni e che si trasmettono l’una con l’altra nell’obiettivo storico di impedire che la classe proletaria usi l’esperienza della sua lotta di classe non solo per opporsi all’andamento delle crisi economiche e sociali che la stessa borghesia non riesce a dominare, ma soprattutto per unificare la sua forza sociale in un’unica direzione, quella della guerra di classe, della rivoluzione proletaria, in cui si gioca la vita o la morte di questo sistema sociale, appunto del capitalismo.

Le forze politiche sono la rappresentanza di forze materiali economiche e sociali; ma la forza politica che rappresenta il proletariato – il partito comunista rivoluzionario – ha una caratteristica che nessun’altra forza politica ha, quella di rappresentare nell’oggi capitalistico la futura società comunista e, quindi, tutto il percorso storico che porterà alla rivoluzione intesa non come «cambio di governo», o «colpo di Stato», ma come lungo processo di distruzione del sistema capitalistico iniziando dall’abbattimento del potere politico borghese e del suo Stato.

Il partito in cui, fino alla scissione del 1964-65, gli aderenti a RC militavano, aveva prodotto un enorme lavoro di restaurazione teorica, di bilancio della rivoluzione in Russia e della controrivoluzione, di definizione del programma politico e della linea politica e tattica che distingue il partito comunista internazionale da ogni altro partito sedicente proletario e comunista. Ebbene, di tutto questo lavoro che, in sintesi, è rintracciabile nelle Tesi e nei testi fondamentali del partito (dal Tracciato d’impostazione del 1946 e dalle Tesi caratteristiche del 1951 alla Struttura economica e sociale della Russia d’oggi del 1955-57 ecc.), RC non rivendica nulla. Questo fatto è, per noi, l’unico lato «positivo» della misera esistenza del loro gruppo; se non altro questo fatto costituisce un elemento di confusione in meno circa l’attività del partito che noi proseguiamo.  

 

LA CARICATURA DEL MARXISMO IN «INVARIANCE»

 

Lo sdrucciolamento nella «falsa risorsa dell’attivismo» non giustifica la contro-reazione accademica, ma la nutre. Non stupisce che, poco dopo il taglio da «Rivoluzione comunista», faccia capolino – deduzione folle da proclamazioni giuste nella loro estrema cautela – il mostro di una liquidazione inversa della Sinistra comunista ben nota degli «invariantisti» (2), (campioni, in realtà, di ogni possibile variazione). Dal concetto marxista del partito storico in quanto distinto dal partito formale, si cominciò col trarre non già la giusta conclusioone che lo sforzo dei comunisti dev’essere quello di ristabilire la «linea spezzata» fra il programma che scavalca il tempo e lo spazio e la sua attuazione nel tempo e nello spazio, ma è invece quello di rifugiarsi nel primo dalle miserie del secondo: dal concetto marxista che il partito, «in un certo senso», anticipa la società comunista, si cadde nel vaneggiamento di un partito-falansterio, di una Gemeinwesen di liberi e uguali (il partito... Città del Sole), calpestando tutta la nostra visione dell’organo-guida della rivoluzione.

Si è logicamente finiti, da un lato, nella mirabolante teoria, di cui il maggio 1968 sarebbe l’annuncio, di una «classe operaia, categoria del capitale, [che] diserterà sempre più i vecchi partiti senza però costituirsi in organizzazioni nuove, ma vivendo la propria metamorfosi che la renderà atta a confluire con le altre componenti della classe universale», il problema della rivoluzione essendo di «annientare» «la rappresentazione del capitale che parassita il cervello di ciascuno» per creare finalmente «una vita umana».

Dall’altro, si è caduti nella liquidazione di tutto il movimento comunista, leninismo e sinistra comunista compresi – «rottura assoluta con tutto ciò che è stato pratica e teoria del movimento operaio prima del 1945; e, dato che dal 1923 al 1945 c’è stata soltanto una ripetizione di quanto è avvenuto tra il 1917 e il 1923 [...] rompere con la prassi e la teoria del movimento operaio che va fino al 1923!», essendo tale movimento, come ogni manifestazione del mondo borghese, un susseguirsi di partiti-rackets, di «bande» in cui si esprime il dualismo immanente nel capitalismo: «il capo che comanda (e la sua cricca) = caricatura di quel che diviene la comunità basata su interessi comuni» (le citazioni sono tratte dal n. 2, 1972 serie II, di Invariance).

Oppure, quando non si è precipitati in questi vertici della paranoia, ci si è dati alla marxologia, scambiando il «filo del tempo» con una... collana di volumetti tascabili di volgarizzazione della dottrina. Altro che KAPD: altro che «anarchismo da gran signori» – qui si è nel regno dell’iper-idealismo! Tanto è difficile «ricongiungere i capi» della teoria marxista e della dialettica!

La risposta anticipata ai primi annunci di quella follia che allora poteva sembrare soltanto un rigurgito di accademismo è nelle Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole (3), in cui è bensì riconfermato il giudizio sulla situazione eminentemente sfavorevole, ma si ribadisce l’impossibilità di «creare una barriera fra teoria e pratica, poiché oltre un certo limite distruggeremmo noi stessi e tutte le nostre basi di principio».

E' bensì ribadita la distinzione fra partito storico e partito formale, ma si riconferma «che i due concetti non sono in opposizione metafisica, e sarebbe sciocco esprimerli con la dottrinetta: volgo le spalle al partito formale e vado verso quello storico».

Ci si richiamò alla «vecchia buona parola tedesca Gemeinwesen» per definire lo Stato futuro, ma si respinse come «sciocca e vana» l’idea di creare «modelli costituzionali» di questo Stato e di «fabbricare un modello del partito perfetto», «elemento estraneo ed astratto che possa dominare l’ambiente circostante» e, come tale, prodotto di un «flebile utopismo».

Si disse di più, ricordando ai militanti che «la corretta trasmissione della tradizione al di sopra delle generazioni, ed anche per questo al di sopra di nomi di uomini vivi o morti, non può essere ridotta a quella di testi critici e al solo metodo di impiegare la dottrina del partito comunista in maniera aderente e fedele ai classici, ma deve riferirsi alla battaglia di classe che la Sinistra marxista (non intendiamo limitare il richiamo alla sola regione italiana) impiantò e condusse nella lotta reale più accesa negli anni dopo il 1919».

Frase che noi mettiamo oggi di fronte ai militanti perché non dimentichino:

1) che il possesso della sana dottrina (e delle sue derivazioni tattiche) è condizione necessaria ma non sufficiente di un’azione corretta, ovvero che la tattica dev’essere – come noi abbiamo sempre rivendicato – definita in anticipo relativamente a fasi storiche previste, ma questa sua definizione rigida non risolve da sola l’«arduo problema» della proiezione delle norme tattiche nella mobile realtà dei rapporti di forza tra le classi e, se esiste una probabilità di ridurre al minimo l’errore nel movimento reale, essa va ricercata nel patrimonio delle esperienze pratiche del movimento stesso.

2) che la dottrina è la «pupilla dei nostri occhi» perché illumina e dirige la prassi, non perché è «dottrina»!

Molti sono i lavori di partito dedicati alla tattica – dalla ripresentazione dei grandi dibattiti dal 1920 al 1926 a livello internazionale al successivo lavoro di restaurazione della dottrina e del patrimonio autentico della Sinistra comunista d’Italia – ma vale la pena di riprendere una citazione dalla Struttura economica e sociale della Russia d’oggi (vero bilancio della rivoluzione e della controrivoluzione non solo in Russia) indirizzata a:

«precisare bene le nostre posizioni su questa rimessa in linea del delicato punto della tattica, indispensabile per ogni ritorno, auspicabile anche se non previsto troppo vicino, ai periodi in cui è di primo piano il settore dell’azione e della lotta rispetto a quello non offuscabile e sempre decisivo della dottrina di partito.

«Indubbiamente la nostra lotta è per l’affermazione, nell’attività del partito, di norme di azione “obbligatorie” del movimento, le quali devono non solo vincolare il singolo e i gruppi periferici, ma lo stesso centro del partito, al quale in tanto si deve la totale disciplina esecutiva, in quanto è strettamente legato (senza diritto a improvvisare, per scoperte di nuove situazioni, di ciarlataneschi apertisi “corsi nuovi”) all’insieme di precise norme che il partito si è dato per guida dell’azione. Tuttavia non si deve fraintendere sulla universalità di tali norme, che non sono norme originarie immutabili, ma norme derivate. I principi stabili, da cui il movimento non si può svincolare, perché sorti – secondo la nostra tesi della formazione di getto del programma rivoluzionario – a dati e rari svolti della storia, non sono le regole tattiche, ma leggi di interpretazione della storia che formano il bagaglio della nostra dottrina. Questi principi conducono nel loro sviluppo a riconoscere, in vasti campi e in periodi storici calcolabili a decenni e decenni, il grande corso su cui il partito cammina e da cui non può discostarsi, perché ciò non accompagnerebbe che il crollo e la liquidazione storica di esso. Le norme tattiche, che nessuno ha il diritto di lasciare in bianco né di revisionare secondo congiunture immediate, sono norme derivate da quella teorizzazione dei grandi cammini, dei grandi sviluppi, e sono norme praticamente ferme ma teoricamente mobili, perché sono norme derivate dalle leggi dei grandi corsi, e con esse, alla scala storica e non a quella della manovra e dell’intrigo, dichiaratamente transitorie.

«Richiamiamo il lettore ai tanto martellati esempi, come quello famoso del trapasso nel campo europeo occidentale dalla lotta per le guerre di difesa e di indipendenza nazionale, al metodo del disfattismo di ogni guerra che lo Stato borghese conduce. Bisognerà che i compagni intendano che nessun problema trova risposta in un codice tattico del partito. Questo deve esistere, ma per sé non scopre nulla e non risolve nessun quesito; le soluzioni si chiedono al bagaglio della dottrina generale e alla sana visione dei campi-cicli storici che se ne deducono» (pp. 54-55 del volume Struttura economica e sociale...).

Tornando alla critica  delle posizioni di «Invariance», dal momento che più tardi si è molto speculato sulle Tesi di Napoli e di Milano (4) dirette contro le facili esagerazioni in senso formalistico di una pur sana relazione alle follie di cui sopra, con viene brevemente ricordare che in esse è vigorosamente respinta ancora una volta la teoria del «partito ideale come falansterio circondato da invalicabili mura», è condannato l’«abuso dei formalismi di organizzazione», non certo l’uso corretto dei «formalismi», così come ci si batte contro l’ignobile bagaglio «delle radiazioni, delle espulsioni e degli scioglimenti di gruppi locali» concepiti come la norma, anziché come l’eccezione, del sano processo di sviluppo del partito, ma non si fa di questo, che appunto tende a superarlo, un processo sovrastorico che non conosca né lacerazioni, né – quando occorra – drammatici tagli. Una volta di più, il nemico è individuato nello sviamento dalla linea retta, ma la linea retta non è identificata come un meccanico tracciato su binari precostituiti, è una lotta per non uscire dai binari, è un titanico sforzo – meglio ancora – per costruire giorno per giorno il binario che la teoria detta all’azione ma non le offre bell’e pronto come un comodo regalo.

 


 

(1)   Si intendono le Tesi del Partito comunista d’Italia, preparate per il secondo congresso del partito tenuto a Roma nel marzo 1922 (note come Tesi di Roma), e approvate. Queste tesi prevedevano tre temi fondamentali: sulla tattica (relatori Amadeo Bordiga e Umberto Terracini), sulla questione agraria (relatori Antonio Graziadei e Giovanni Sanna) e sulla questione sindacale (relatori Antonio Gramsci e Angelo Tasca).

(2)   Questo gruppetto di ex compagni, in particolare collocati in Francia, fu noto come «gli invariantisti» dal titolo del Bollettino che si diedero dopo la scissione (appunto «Invariance») e dal modo di non rispondere ai problemi politici e tattici dell’epoca riparandosi dietro il muro di argilla di un'astratta invarianza dei principi marxisti, peraltro travisati sistematicamente.

(3)   La Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, furono redatte alla fine del 1964 e pubblicate ne “il programma comunista” n. 2 del 1965. Tali tesi, riallacciandosi a una sempre rivendicata invarianza della dottrina marxista e quindi dei principi teorici e programmatici, tendono a rispondere all’esigenza da parte del partito di definire senza ombre, scolpendoli sempre meglio, i lineamenti sia nel campo teorico che nel campo dell’azione e dell’attività di partito.

(4)   Le Tesi di Napoli e di Milano sono state le tesi presentate al partito in due successive Riunioni Generali, la prima tenutasi a Napoli nel luglio 1965 e la seconda a Milano nell’aprile 1966. Il loro titolo era: Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della Sinistra comunista, e combattevano in particolare contro il democratismo sul livello politico e su quello non meno determinante della tattica e dell'organizzazione di partito. Vedi il volumetto di partito In difesa della continuità del programma comunista, Firenze 1970.

 

 

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