Sul filo del tempo

Dialogato con stalin

 

( «Il programma comunista», N° 1,2,3 e 4, 1952 )

 

 

Sommario :

 

Giornata prima

·         Domani e ieri

·         Merce e socialismo

·         L’economia russa

·         Anarchia e dispotismo

·         Stato e ritirata

Giornata seconda

·         Chiari e scuri

·         Società e patria

·         Legge e teoria

·         Natura e storia

·         Marx e le leggi

·         Socialismo e comunismo

Giornata terza - Antimeriggio

·         Prodotti e scambi

·         Profitto e plusvalore

·         Engels e Marx

·        Tasso e massa

·         Ottocento e novecento

Giornata terza - Pomeriggio

·         Concorrenza e monopolio

·         Mercati e imperi

·         Parallelo o meridiano

·         Classi e Stati

·         Guerra o pace

·         Jus primae noctis

 

 

 

Giornata prima

  

Scrivendo dopo ben due anni un articolo di cinquanta pagine (era del 1950 quello famoso sulla linguistica di cui avemmo ad occuparci solo di straforo ma che di essere filato meritava; e quod differtur...) Stalin risponde sui punti posti in due anni, non solo nel Filo del tempo, ma anche in riunioni di lavoro sulla teoria e sul programma marxista svolte dal nostro movimento e rese pubbliche, in breve o in esteso.

Non intendiamo con questo dire che Stalin (o la sua complessa segreteria le cui reti allacciano lo sferoide) abbia preso visione di tutto quel materiale, e siasi rivolto a noi. Non si tratta, se marxisti davvero siamo, di credere che le grandi discussioni storiche abbiano bisogno, per la guida del mondo, di protagonisti personificati che si annunzino all’umanità attonita, come quando l’angelo suona dall’alto della nuvola la aurea tromba, e Barbariccia, dantesco demone, risponde (de profundis in senso proprio), col suono che sapete. O come il Paladino cristiano ed il sultano saraceno che, prima di estrarre le luccicanti durlindane, si presentano a gran voce, sfidandosi con l’elenco degli antenati e quello dei guadagnati torneamenti, ed annunziandosi la reciproca uccisione.

Ci mancherebbe altro! Da una parte il Capo massimo del più grande Stato della terra e del proletariato «comunista» mondiale, dall’altra chi mai - poffàre? - ‘O zì nisciuno!

Egli è che i fatti e le forze fisiche, dal sottofondo delle situazioni, prendono deterministicamente a discutere tra di loro; e quelli che dettano o battono sui tasti l’articolo, o pronunziano l’esposto, sono semplici meccanismi, sono altoparlanti che trasformano passivi l’onda in voce, e non è detto che la fesseria non sgorghi da quello da duemila kilowatt.

Gli stessi quesiti sorgono, quindi, circa il senso dei rapporti sociali russi di oggi e dei rapporti internazionali economici, politici e militari, si impongono lassù e quaggiù, si possono illuminare solo mediante il confronto colla teoria di quanto è già accaduto e noto; e colla storia della teoria, un tempo lontanissimo - visto che il dato è incancellabile - comune.

Sappiamo quindi assai bene che dall’alto del Kremlino la risposta di Stalin non viene alla nostra voce, e non reca il nostro indirizzo; né per la limpida continuità del dibattito occorre che a lui consti come ieri il foglio ospitante era detto Battaglia Comunista, oggi Programma Comunista, e per eventi improducenti svoltisi, questi, alla quota dello strato dei sottofessi. Le cose e le forze, immense o minime, passate, presenti o future, restano le stesse a dispetto dei capricci della simbolica. Se l’antichissima filosofia scrisse sunt nomina rerum (letteralmente: i nomi appartengono alle cose) intese dire che le cose non appartengono ai nomi. Ossia, nel nostro linguaggio, la cosa determina il nome, non il nome la cosa. Fate quindi pure il novantanove per cento del vostro lavoro sui nomi, ritratti, epiteti, vite e tombe di Grandi Uomini: noi seguiamo nell’ombra, sicuri che non troppo lontana è la generazione che sorriderà di voi, lustrissimi di prima e di sedicesima grandezza.

Le cose che stanno sotto l’articolo attuale di Stalin sono però troppo grandi, perché noi gli rifiutiamo il dialogato. Per questo, e non perché à tout seigneur tout honneur, noi rispondiamo, e attendiamo, anche due anni, la controreplica. Fretta (vero, o ex-marxista?) non ce n’è.

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Domani e ieri

 

I temi trattati sono tutti nodi cruciali del marxismo, e sono quasi tutti i vecchi chiodi, su cui abbiamo insistito che si doveva profondamente ribattere, prima di pretendersi a forgiatori del domani.

Naturalmente il grosso degli «spettatori» politici distribuiti nei vari campi non è stato colpito da ciò su cui Stalin suggestivamente ritorna - deve ritornare - ma da ciò che anticipa sull’incerto domani. Gettatisi su questo, perché questo é che fa pubblico, gli spettatori amici e nemici non hanno capito un accidente ed hanno dato versioni cervellotiche e trasmodanti. La prospettiva, ecco quello che ossessiona, e mentre gli osservatori sono una manica di asini, l’operatore, che gira la manovella da quelle altissime prigioni che sono gli uffici supremi del potere di governo, è proprio nella posizione che meno lascia vedere intorno, e antivedere. Mentre noi raccogliamo quanto gli ha dettato il volgersi indietro, ove nessuno gli chiude tra inchini e suffumigi la visuale, tutti si commuovono alle suggestive previsioni. Esistenzialisticamente tutti obbediscono all’imperativo imbecille: ci dobbiamo divertire; e la stampa politica diverte quando, come suggestivamente oggi, apre uno squarcio sul futuro, e vede un Supernome degnarsi di profetare. E l’inatteso vaticinio è questo: la rivoluzione mondiale non più, la pace non più, ma non la guerra «santa» tra la Russia ed il resto del mondo, bensì la inevitabile guerra tra Stati capitalistici, in cui, per il primo momento, non si comprende la Russia. Interessante, ma certo non nuovo al marxismo, anche per noi, che non abbiamo la fregola del cinema politico, ove lo spettatore non si interessa «se sia vero» quello che vede (tra poco col cinerama sarà portato di peso in mezzo all’azione) e, chiusa l’illusione del paesaggio d’oltremare, del locale extra-lusso, del telefono bianco, o dell’amplesso con le moderne impeccabili superveneri di celluloide, ritorna contento, povero travet o schiavizzato proletario, nella sua stamberga, e si strofina alla sua donna deformata dalla fatica, o la rimpiazza con una venere del marciapiede.

Tutti quindi si sono gettati sul punto di arrivo, anziché sul punto di partenza. è questo invece il fondamentale: vi è tutta una schiera di semisciocchi che vuol precipitarsi a ponzare il poi, e che bisogna poderosamente arginare e ributtare indietro a capire il prima, compito certo più agevole, e cui tuttavia non ce la fanno manco pe sogno. Ognuno che non ha capito la pagina che ha davanti non resiste alla tentazione di voltarla per trovare lumi nella seguente, ed è così che la bestia diventa più bestia di prima.

In Russia, checché ne sia di polizie silenziatrici che scandalizzano l’Occidente (in cui le risorse imbecilizzanti e standardizzanti di cranii sono dieci volte maggiori, e più schifose) il problema di definire lo stadio sociale che si attraversa, e l’ingranaggio economico che è in moto, si impone da sé, e perviene al dilemma: dobbiamo seguitare a dire che la nostra è un’economia socialista, comunista dello stadio inferiore, ovvero dobbiamo riconoscere che è un’economia retta dalla legge del valore propria del capitalismo, malgrado l’industrialismo di stato? Stalin sembra fronteggiare tale riconoscimento, e frenare i troppo spinti economisti e capi d’azienda che vanno nel secondo avviso; in realtà prepara la non lontana (e utile anche in senso rivoluzionario) confessione. L’imbecillità organizzata del mondo libero legge che ha annunziato il passaggio allo stadio pieno, superiore del comunismo!

Per mettere a fuoco una tale questione Stalin abborda il metodo classico. Sarebbe facile giocare la carta di abbandonare ogni obbligo con la tradizione di scuola, con Marx e con Lenin teorici, ma in questa fase del gioco il banco stesso potrebbe saltare. Ed allora invece ricominciamo ab ovo. Bene, è quel che vogliamo, noi che non abbiamo puntate da far fruttare alla roulette della storia, e imparammo al primo balbettio che la nostra era la causa proletaria, e nulla aveva da perdere.

Occorre dunque alla data 1952 «un testo di studio dell’economia politica marxista» e non solo per la gioventù sovietica ma per i compagni degli altri paesi. Impuberi ed immemori, attenti, dunque!

Inserire in tale libro capitoli su Lenin e su Stalin come creatori dell’economia politica socialista, a dichiarazione di Stalin stesso, non comporterebbe nulla di nuovo. Assai bene, se ciò vuol dire che è notissimo che essi non l’hanno inventata ma imparata, e il primo l’ha sempre rivendicata.

Come qui entriamo nel campo di rigorosa terminologia e formulario «di scuola», va premesso che siamo in presenza di un riassunto che gli stessi giornali stalinisti traggono da un’agenzia non russa di stampa, e converrà appena possibile compulsare il testo completo.

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Merce e socialismo

 

Il richiamo dei primi elementi della dottrina economica sono per discutere del «sistema di produzione di merci in regime socialista». Abbiamo in vari testi (che beninteso a loro volta si guardavano bene dal dire alcunché di nuovo) sostenuto che ogni sistema di produzione di merci è sistema non socialista, e andremo a ribadirlo: ma Stalin (Stalin, Stalin; noi ci occupiamo di un articolo che potrebbe anche essere dovuto ad una commissione che - «tra cent’anni» - surroghi uno Stalin defunto o inabilitato: comunque il simbolismo colle sue notazioni, nei limiti convenzionali di una pratica di comodo, serve anche a noi) potrebbe avere scritto: sistema di produzione di merci dopo la conquista proletaria del potere, ed allora non saremmo alla bestemmia ancora.

Evidentemente alcuni «compagni» in Russia hanno enunciato - riferendosi ad Engels - che il conservare, dopo la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, il sistema di produzione di merci, ossia il carattere di merci ai prodotti, significa avere conservato il sistema economico capitalistico. In linea teorica non c’è Stalin che possa provare che abbiano torto. Quando e se dicono che, potendo abolire la produzione a tipo mercantile, si è trascurato o scordato di farlo, allora possono sbagliare.

Ma Stalin vuole provare che in un «paese socialista» - termine di dubbia scuola - può esistere la produzione di merci, e se ne rifà alle definizioni di Marx e alla loro limpida sintesi - forse non assolutamente impeccabile - in un opuscoletto di propaganda di Vladimiro.

Su tale tema, ossia sul tipo mercantile di produzione, sul suo sorgere e il suo dominare, e sul suo carattere strettamente capitalistico e caratterizzante modernamente il capitalismo, ci siamo fermati il 1° settembre 1951 in una «Riunione di Napoli» riferita nel Bollettino n. 1 del partito, e in altra Riunione più recente, anche a Napoli, che consistette nella parafrasi e commento del paragrafo di Marx sul «Carattere feticcio della merce e il suo segreto». Di questa fu cenno nel n. 9 dell’1-14 maggio 1952, in questissimo giornale e nel coevo Filo del Tempo: Nel vortice della mercantile anarchia. Secondo Giuseppe Stalin si può stare in ambiente mercantile e dettare piani sicuri, senza che il terribile Maelstroem attiri l’incauto pilota al centro del gorgo e lo inghiotta nell’abisso capitalista. Ma il suo articolo denunzia, a chi legge da marxista, che i giri si stringono e si accelerano - come la teoria ha stabilito.

Merce, come ricorda Lenin, è un oggetto che ha due caratteri: essere utile ai bisogni dell’uomo - potersi scambiare con altro oggetto. Ma le righe che precedono il passo, citato tanto dall’alto, sono semplicemente queste: «Nella società capitalistica domina la produzione delle merci; e perciò l’analisi fatta da Marx comincia con la analisi della merce».

E dunque la merce ha quelle due prerogative, e merce diventa solo quando la seconda si giustappone alla prima. Questa, il valore d’uso, è del tutto comprensibile anche ad un piatto materialista come noi, anche ad un bimbo, è organolettica; lecchiamo lo zucchero la prima volta, e stenderemo la mano per la zolletta. Lunga è la via, e Marx la fa di volo in quel paragrafo straordinario, perché lo zucchero si investa di un valore di scambio, e perché si arrivi al delicato problema di Stalin, stupito che gli fissassero una equivalenza grano-cotone. Marx, Lenin, Stalin e noi sappiamo molto bene quale diavoleria succede quando il valore di scambio è nato. Lo dica dunque Vladimiro. Dove gli economisti borghesi vedevano dei rapporti tra cose, Marx scoprì dei rapporti tra uomini! E che cosa dimostrano i tre tomi di Marx e le 77 paginette di Lenin? Una cosa facile. Dove l’economia corrente vede la perfetta equivalenza di uno scambio, noi non vediamo più i due oggetti permutati, ma vediamo uomini in moto sociale, e non vediamo più l’equivalenza, ma la fregatura. Carlo Marx parla di uno spiritello che dà alla merce questo carattere miracoloso e a prima vista incomprensibile. Lenin con ogni altro marxista avrebbe inorridito all’idea che si possono produrre e scambiare merci espellendone con esorcismi quel diavoletto: Stalin forse lo crede? O vuole solo dirci che il diavolino è più forte di lui?

Come i fantasmi dei cavalieri medievali si vendicano della rivoluzione di Cromwell infestando i castelli inglesi, borghesemente ceduti ai landlords, così dunque il folletto-feticcio della merce corre irrefrenabile per le sale del Kremlino e ghigna dai diffusori dei milioni di parole del XIX Congresso.

Volendo stabilire che non è assoluta la identificazione tra mercantilismo e capitalismo, Stalin impiega una volta ancora il metodo nostro. Risale nei secoli, e con Marx ricorda che «sotto certi regimi (schiavista, feudale, ecc.) la produzione di merci è esistita senza aver portato al capitalismo». Questo infatti è detto nella potente scorsa storica di Marx in quel passo, ma a ben altro fine e con ben altro sviluppo. L’economista borghese proclama che per collegare la produzione al consumo non potrà mai esistere altro meccanismo che quello mercantilistico, in quanto sa molto bene che fin che quel meccanismo è in piedi il capitale resta signore del mondo. Marx ribatte: andremo adesso a vedere quale è la tendenza storica del domani; per ora vi costringo a constatare i dati del passato: non sempre il mercantilismo ha provveduto a portare il risultato del lavoro fino a chi aveva bisogno di consumarlo; e cita le economie primitive di raccolte dei cibi per immediato consumo, i tipi antichi di famiglia e di clan, le isole chiuse del sistema feudale a consumo diretto interno senza che i prodotti dovessero assumere la forma di merci. Con lo svolgersi e il complicarsi della tecnica e del bisogno si aprono settori cui provvede il baratto prima e poi il commercio vero e proprio, ma (per la stessa via che ci è servita a proposito della proprietà privata) resta provato che il sistema mercantile non è «naturale», ossia come il borghese pretende permanente ed eterno. Ora questo tardivo apparire del mercantilismo (o sistema di produzione delle merci come Stalin dice) questo suo coesistere a margini di altri sistemi, serve appunto a mostrare come, divenuto sistema universale appena dilaga il sistema capitalistico di produzione, dovrà insieme ad esso morire.

Lungo sarebbe riportare come tante volte facemmo i passi di Marx contro Proudhon, Lassalle, Rodbertus e cento altri, che si riducono all’accusa di voler conciliare il mercantilismo con l’emancipazione socialista del proletariato.

Difficile appare accordare con tutto questo, che Lenin chiama la pietra angolare del marxismo, la tesi attuale così riferita: «non c’è alcuna ragione perché, nel corso di un determinato periodo, la produzione di merci non possa servire anche ad una società socialista» ovvero: «la produzione di merci riveste un carattere capitalistico solo quando i mezzi di produzione sono nelle mani di interessi privati, e l’operaio, che non ne dispone, è costretto a vendere la sua forza di lavoro». L’ipotesi è evidentemente assurda poiché nell’analisi marxista ogni volta che una massa di merci appare egli è perché i proletari privi di ogni riserva hanno dovuto vendere la forza di lavoro, e quando in passato vi furono quei (limitati) settori di produzione di merci, fu in quanto la forza di lavoro non era venduta «spontaneamente» come oggi, ma estorta colle armi a schiavi prigionieri o a servi legati da rapporti di dipendenze personali.

Dobbiamo ancora una volta ristampare le prime due righe del Capitale? «La ricchezza delle società nelle quali domina il modo capitalista di produzione si manifesta come un’immensa raccolta di merci».

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L’economia russa

 

Il testo che ci occupa, dopo avere con maggiore o minore abilità ostentato di voler risalire alle fonti dottrinarie, si porta sul terreno della presente economia russa, per far tacere quelli che avrebbero affermato che il sistema di produzione delle merci deve portare inevitabilmente alla restaurazione del capitalismo, o noi che più chiaramente diciamo: il sistema della produzione per merci sopravvive in quanto siamo in pieno capitalismo.

Sull’economia russa vi sono nel notevole testo le seguenti ammissioni. Se le grandi fabbriche industriali sono statizzate, non sono tuttavia espropriate le piccole e medie industrie, anzi il farlo «sarebbe stato un delitto». L’orientamento sarebbe di svilupparle in cooperative di produzione.

Vi sono due settori della produzione di merci: da una parte la produzione di Stato che è nazionale. Nelle imprese statali sono di proprietà nazionale i mezzi di produzione e la produzione stessa, ossia i prodotti. Semplice: in Italia verbigrazia sono dello Stato i tabacchifici, e così le sigarette, che esso smercia. Ma basta questo a dare il diritto di dire che siamo in fase di «liquidazione del salariato» e che l’operaio «non è costretto a vendere la sua forza di lavoro»? No, di sicuro.

Passiamo all’altro settore, quello agricolo: nei colcos, dice lo scritto sebbene la terra e le macchine siano proprietà dello Stato, il prodotto del lavoro non appartiene allo Stato, ma al colcos stesso. E questo non se ne disfà se non come merce di scambio per i beni di cui abbisogna. Non esistono tra i colcos delle campagne e le città altri legami che quelli dati da questo scambio: «la produzione, la vendita e lo scambio di merci costituiscono per noi una necessità, non meno di quanto avveniva 30 anni fa».

Tralasciamo ora l’argomentare sulla molto lontana possibilità di superare una tale situazione. Resta stabilito che non si tratta qui di dire, come Lenin nel 1922: abbiamo il potere politico nelle mani e sosteniamo la situazione militare, ma nell’economia dobbiamo ripiegare sulla forma mercantile, pienamente capitalistica. Il corollario di una tale constatazione era: lasciamo per ora di costruire economia socialista, ci torneremo dopo la rivoluzione europea. Altri ed opposti sono i corollari di oggi.

Non si tratta nemmeno di cercare di stabilire la tesi: nel trapasso dal capitalismo al socialismo, tuttavia, per un certo tempo, una certa sezione della produzione avviene in, forma di merci.

Qui si dice: tutto è merce; e non vi è altro quadro economico che lo scambio mercantile, e per stretta conseguenza anche la compera della forza lavoro salariata nelle stesse grandissime aziende di Stato. Ed infatti: i generi di sussistenza dove li trova l’operaio di fabbrica? Li vende il colcos per un tramite di mercanti privati, o magari li vende allo Stato da cui compra attrezzi, concimi ed altro, e l’operaio va a prendere i generi, pagandoli in moneta, nei magazzini di Stato. Può lo Stato distribuire ai suoi operai direttamente prodotti di cui è proprietario? No certamente, dato che il lavoratore (russo soprattutto) non consuma trattori, automobili, locomotive, e tanto meno... cannoni e mitragliatrici. Gli stessi oggetti di vestiario ed arredamento sono evidente campo di produzione di quelle intatte medie e piccole private aziende.

Lo Stato non può dunque dare altro che il salario in denaro ai suoi dipendenti, che con tale denaro acquistano quello che vogliono (formula borghese, che vuol dire quel poco che possono). Che il padrone erogatore di salario sia lo Stato che «idealmente» o «legalmente» rappresenta gli operai stessi, nulla significa fino a quando un tale Stato non ha nemmeno potuto incominciare a distribuire alcunché fuori del mercantile meccanismo, alcunché di statisticamente apprezzabile.

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Anarchia e dispotismo

 

Stalin ha voluto ricordare alcuni traguardi marxisti da noi tante volte rispolverati: diminuire la distanza e la antitesi tra città e campagne, superare la divisione sociale del lavoro, ridurre drasticamente (a cinque-sei ore, in via immediata) la giornata di lavoro, solo mezzo per eliminare la partizione tra opera manuale e intellettuale, ed estirpare le vestigia della ideologia borghese.

Nella riunione a Roma il 7 luglio 1952 il nostro movimento si fermò sul tema del capitolo di Marx: «divisione del lavoro nella società e nella manifattura», e per manifattura il lettore espresse azienda. Fu dimostrato che per uscire dal capitalismo occorre, col sistema di produzione mercantile, distruggere anche la divisione sociale del lavoro - e Stalin la ricorda - e quella aziendale o tecnica altresì, su cui verte l’abbrutimento dell’operaio e il dispotismo di fabbrica. Questi i due perni del sistema borghese: anarchia sociale e dispotismo aziendale. Vediamo ancora in Stalin un conato di lotta contro la prima; sul secondo egli tace.

Nulla nella Russia di oggi muove nella direzione di queste conquiste, sia di quelle rievocate oggi, sia di quelle lasciate nell’ombra.

Se una barriera, insormontabile oggi e domani, rotta solo al fine di fare l’uno contro l’altro il reciproco mercantile affare, si pone tra la fabbrica di Stato e il colcos, che cosa avvicinerà città e campagna, che cosa diminuirà la divisione sociale tra operaio e contadino, che cosa potrà liberare il primo dalla necessità di vendere troppe ore per poco denaro e poco cibo, e gli consentirà quindi di contendere alla tradizione capitalistica il monopolio della scienza e della cultura?

Non solo non siamo nella fase del primo socialismo, ma nemmeno in un completo capitalismo di Stato, ossia in un’economia in cui, pure tutti i prodotti essendo merci e circolando contro denaro, ogni prodotto sia a disposizione dello Stato, al punto che dal centro questo possa fissare tutti i rapporti di equivalenza ivi compreso quello della forza di lavoro. Anche un simile Stato non è economicamente e politicamente controllabile e conquistabile dalla classe operaia, e funziona al servizio del Capitale reso anonimo e sotterraneo. Comunque da questo sistema è lontana la Russia, e vi abbiamo solo un Industrialismo di Stato. Tale sistema, sorto dopo la rivoluzione antifeudale, è valido a sviluppare e diffondere industria e capitalismo con ritmo ardente, con investimenti di Stato in opere pubbliche anche colossali, e ad accelerare una trasformazione in senso borghese dell’economia e del diritto agrario. Nulla hanno le aziende agrarie «collettive» di statale, e nulla di socialista, è ben chiaro; siamo al livello delle cooperative che sorsero nella valle padana al tempo dei Baldini e dei Prampolini, che gestivano la produzione agraria fittando se non comprando fondi, ed anche fondi demaniali come quelli golenali ed altri, che risalgono ai vecchi ducati. Quello che nel Kremlino non può a Stalin arrivare è che nei colcos si ruba indubbiamente cento volte di più che in quelle scialbe ma oneste cooperative.

Dunque lo Stato industriale, che deve patteggiare per comprare in campagna viveri sul terreno del «libero mercato», mantiene la remunerazione della forza e del tempo di lavoro allo stesso livello dell’industria capitalistica privata. Si può anzi dire che come evoluzione economica è, ad esempio, più vicina l’America che la Russia all’integrale capitalismo di Stato, dato che forse l’operaio russo per tre quinti del suo lavoro riceve alla fine del giro prodotti agrari, e invece quello americano per tre quinti prodotti industriali, e anche quelli alimentari li ha in gran parte (poveraccio) industrialmente scatolizzati.

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Stato e ritirata

 

E a questo punto viene un’altra grande questione: il rapporto agricoltura-industria ci lascia in Russia pienamente a quota borghese, per notevole che sia la incessante avanzata della seconda, e su tal rapporto Stalin ammette di non aver nemmeno in prospettiva innovazioni che si avvicinino non diciamo al socialismo, ma ad un maggiore statalismo.

Anche questa ritirata è coperta con abilità da uno schermo dottrinale. Cosa possiamo fare? Espropriare brutalmente i colcos? Occorre a ciò la forza dello Stato; ma qui Stalin fa ricomparire la futura abolizione dello Stato che altra volta voleva relegare tra i ferrivecchi, parlandone con l’aria di chi dica: ma che scherziamo, ragazzi?

Evidentemente non regge la tesi che lo Stato degli operai disarmi quando ancora tutto il settore della campagna è organizzato in forma privata e mercantile, poiché se per un momento passasse la tesi prima discussa: in tempo socialista può sussistere la produzione per merci, essa sarebbe tuttavia inseparabile dall’altra: fino a che il mercantilismo non sarà eliminato in tutto il campo, non si potrà parlare di soppressione dello Stato.

Ed allora non resta che concludere che la soluzione del fondamentale rapporto città-campagna, se drammaticamente evolve dalle millenarie caratteristiche asiatiche e feudali, è presentata nettamente come la presenta il capitalismo e nei termini classici in cui l’hanno sempre posta i paesi borghesi: vedere di far bene nello scambio tra i prodotti dell’industria e quelli della terra. «Questo sistema richiederà dunque un aumento notevole della produzione industriale». Siamo proprio lì. Addirittura, con lo Stato immaginato per un momento assente, una soluzione «liberale».

Dicevamo che, dopo quella del rapporto agricoltura-industria, risolto in termini di piena confessione di impotenza ad altro che ad industrializzare e crescere la produzione (a danno dunque degli operai), vi è altra grande questione: rapporto tra Stato ed azienda, e rapporto tra aziende.

La questione è sorta davanti a Stalin nella forma di validità in Russia, anche per l’economia della grande industria statale, della legge del valore propria della produzione capitalista. Si tratta della legge secondo cui lo scambio di merci avviene sempre tra equivalenti: falsa facciata di «libertà, uguaglianza, e Bentham», che Marx abbattè, mostrando che il capitalismo non produce per il prodotto ma per il profitto. Tra le mandibole di questa morsa, tra la necessità e il dominio delle leggi economiche, il Manifesto di Stalin si muove in modo tale, che conferma la nostra tesi: nella sua forma più possente, il Capitale assoggetta a sé lo Stato, quando questo appare padrone giuridico titolare di tutte le Imprese.

Nella seconda giornata, o Shaharazad, vi racconteremo di questo, e nella terza dei mercati internazionali e della Guerra.

 

 

Giornata seconda

 

 

Tema principale della prima giornata di discussione dei temi su cui Stalin ha dato risposta alle nostre trattazioni e chiarificazioni marxiste, per la precisa definizione della attuale economia in Russia, fu il contestare che possa esservi compatibilità tra produzione di merci ed economia socialista. Per noi ogni sistema di produzione di merci nel mondo moderno, nel mondo del lavoro associato, ossia del raggruppamento dei lavoratori in aziende di produzione, definisce economia capitalista.

Nel seguito verremo sulla questione degli stadi dell’economia o meglio dell’organizzazione socialista, e sulla distinzione tra forma inferiore e superiore del comunismo. Premettiamo ora che al centro della nostra dottrina (per venir sul terreno storico, uscendo dalle definizioni di sistemi «immobili» e quindi astratti) sta la dichiarazione che il passaggio da economia capitalista a socialismo non avviene in un colpo solo, ma in un lungo processo. Va quindi ammesso che possa esservi coesistenza di settori ad economia privata con settori ad economia collettiva, di campi capitalistici (e precapitalistici) con campi socialistici, e per assai lungo periodo. E fin d’ora precisiamo: ogni campo o settore in cui circolano merci, che riceve o vende merci (e tra queste la forza umana di lavoro) è ad economia capitalista.

Ora Stalin dichiara nel suo testo (noto oggi in esteso ed in originale) che il settore agrario russo è mercantile - e conferma che è ad economia privata anche come possesso di dati mezzi di produzione - e tenta di sostenere che il settore industriale (grande industria) non produce merci se non quando fabbrica beni di consumo e non «strumentali «; tuttavia vuole affermare che non solo il settore grande industria, ma il complesso dell’economia russa, può definirsi socialistico, sebbene sopravviva largamente la produzione mercantile.

Abbiamo ampiamente risposto su tutto ciò ricordando il nostro copioso materiale di ricerca sui testi di base del marxismo e sui dati della storia economica generale, e di questo ultimo secolo, ed oggi dobbiamo passare alla questione delle «leggi economiche» e della «legge del valore».

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Chiari e scuri

 

Ma prima occorre rilevare dal testo in esame il fatto che, davanti ad obiezioni che ricorrevano ad Engels per stabilire che allora si esce dal capitalismo quando si esce dal mercantilismo, ivi si supera il primo ove si supera il secondo, Stalin si limita a cercare di leggere diversamente un solo passo, laddove la tesi è da Engels sviluppata (servendosi magnificamente, magistralmente, allo scopo dello... stalinista Dühring) in tutta la parte «Socialismo», e nei capitoli, dove abbiamo tante volte attinto citazioni: Teoria, Produzione, Distribuzione.

Il passo di Engels dice: «Con la presa di possesso da parte della società dei mezzi di produzione è eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori».

Il distinguo forse (forse) può passare per abile, ma dottrinalmente, è sbagliato. Engels, osserva Stalin, non dice se si tratta del possesso di tutti i mezzi di produzione o, di una parte. Ora solo la presa di possesso sociale di tutti i mezzi di produzione (industria grande e piccola, agricoltura) permette di abbandonare il sistema di produzione di merci. Caramba!

Abbiamo con Lenin (e Stalin) sudato, intorno al 1919, settemila camicie a far entrare nella dura testa di socialdemocratici e libertari che i mezzi di produzione non si potevano conquistare in un giorno per colpo di bacchetta magica, e che proprio per questo, e solo per questo, ci voleva Suo Terrore la Dittatura; ora stamperemmo manuali di Economia Politica per ammettere l’enormità che tutti i prodotti perderanno il carattere di merci in un colpo solo, nel giorno in cui un funzionario salito al Kremlino sottoporrà alla firma dello Stalin di quel tempo lontano il decreto che espropria l’ultima gallina dell’ultimo componente dell’ultimo colcos.

In un altro luogo Engels parla del possesso di tutti i mezzi di produzione, e quindi ci sentiamo narrare che la sopraddetta formula di Engels «non si può considerare del tutto chiara e precisa».

Per le corna del profeta Abramo, questa è forte! Proprio Federico Engels, il riflessivo, il sereno, il definitivo, il cristallino Federico, il primatista mondiale di paziente raddrizzamento di gambe ai cani e di storture dottrinarie, l’inarrivabile, per modestia e per valore, secondo del burrascoso Marx, che talvolta per il corruscar dello sguardo e del linguaggio viene trovato tenebroso, e nella stessa strapotenza è forse - forse - più falsificabile; il Federico, la cui prosa scorre limpida senza urti come l’acqua della fonte, e che per naturale dono, oltre che per esercitato rigore di scienza, non omette nessuna parola necessaria, né alcuna ne aggiunge superflua, vien tacciato di difetto di precisione e di chiarezza!

Carte in regola: qui non siamo nell’orgbureau e nel comitato di agitazione, ove forse, o ex compagno Giuseppe, avreste potuto guardare Federico da pari a pari. Qui siamo a scuola di principii. Dov’è che si dice della presa di possesso di tutti i mezzi? Dove si parla di merci, forse? Mai più. Questa, Engels ricorda, questa presa di possesso di tutti i mezzi di produzione, fin «dalla comparsa storica del modo di produzione capitalistico si è più o meno, oscuramente presentata come ideale futuro dinanzi agli occhi di individui o di sette». Non giochiamo tra chiarezza e oscurità. Appunto per noi non è più questione di ideale ma di scienza.

E se più oltre Engels riparla della società padrona di tutti i mezzi di produzione, è proprio nel passo che tratteggia l’insieme di rivendicazioni, che a fondo trattammo nella ricordata riunione a Roma, in quanto solo con tale risultato si arriverà alla emancipazione di tutti gli individui. Engels qui mostra come le richieste: annullamento della divisione tra città e campagna, tra lavoro intellettuale e manuale, della divisione sociale e professionale del lavoro (Stalin ammette le prime due ma pretende con altro grave sbaglio in dottrina che questo problema non sia stato posto dai classici del marxismo!!) siano già proposte dagli utopisti e vigorosamente da Fourier e da Owen, con limitazione a tremila anime dei centri abitati, con assoluta alternanza di occupazioni manuali e intellettuali per lo stesso individuo. Engels dimostra come tali giuste e generose richieste mancassero della dimostrazione che apporta il marxismo: ossia della loro possibilità sulla base del grado di sviluppo delle forze produttive oggi raggiunto (e ormai superato) dal capitalismo. Si tratta qui di anticipare la suprema vittoria della rivoluzione, si descrive quella «organizzazione in cui il lavoro non sarà più un peso ma un piacere», e si ricorda l’esauriente dimostrazione già da noi illustrata - e classica, perdio! - nel XII Capitolo del Capitale sulla distruzione della divisione del lavoro nella società e del dispotismo nell’azienda, abbruttitore dell’uomo; riguardi nei quali Stalin o Malenkov non possono narrare di aver fatto alcun passo, poiché invece, come Stakhanovismo e Sturmovscina (dialettica reazione al primo di poveri bruti schiacciati nell’azienda divinizzata) stanno a provare, la marcia è nella direzione del più pesante capitalismo.

Stalin in effetti minimizza quei postulati riducendoli alla «eliminazione dei contrasti di interessi» tra industria e agricoltura, tra operaio manuale e dirigente tecnico. Si tratta di ben altro! Di abolire nella organizzazione sociale la ripartizione fissa degli uomini tra quelle sfere e quelle funzioni.

Dove mai quei passi di Engels autorizzano a dire che, per costruire questo edificio immenso della società futura, ogni colpo di piccone non debba distruggere una posizione del mercantilismo, travolgendone una dopo l’altra le ammorbanti trincee?

Non possiamo di certo ripetere qui a Stalin quegli interi capitoli, e al solito citeremo i passi centrali, perché chiarissimi e indiscutibili, e non per accettarli cum grano salis. Sappiamo come quei granellini sono diventati montagne, per antica esperienza.

Engels: «Lo scambio di prodotti di uguale valore, espresso da lavoro sociale, l’uno con l’altro - quindi la legge del valore - è appunto la legge fondamentale della produzione delle merci, quindi anche della forma più elevata di essa, della produzione capitalistica». Segue il notissimo richiamo che Dühring, con Proudhon, concepisce la società futura come mercantile, e non si avvede che con questo descrive una società capitalistica. Immaginaria, dice Engels. Stalin ne descrive, in testo non disprezzabile, una reale, modestamente diciamo noi.

Marx: «Immaginiamoci un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e usino secondo un piano prestabilito le loro numerose forze individuali come una sola e identica forza di lavoro sociale». A Napoli commentammo parola a parola, mostrando che questo iniziale paragrafo è tutto un programma rivoluzionario. Si ritorna, con l’arrivo futuro a questa forma di sociale organizzazione, lapidariamente definita - il comunismo! - a Robinson, da cui si è partiti. Che vuol dire? Il prodotto di Robinson non era merce ma solo oggetto di uso, non essendo nato - of course - lo scambio. Travalicata con volo d’aquila tutta la storia umana: «Tutto ciò si riproduce qui socialmente ma non individualmente». Qui; nella detta associazione comunista. Il solo manuale che ci occorre è il manuale per imparare a leggere! E si legge: di nuovo il prodotto del lavoro cessa di essere merce quando la società è socialista. E Marx passa a paragonare questo stato di cose (il socialismo) colla produzione mercantile, mostrando che questa è il suo dialettico, perfetto, feroce e inconciliabile contrario.

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Società e patria

 

Eppure prima di abbordare il punto delle leggi dell’economia, occorre ancora dire qualcosa sulla staliniana versione della presentazione del programma socialista scolpita da Engels in quei capitoli. Ne è tanto più il caso in quanto Stalin, nel confutare opinioni di diversi economisti russi, lungi dal tentare oltre intacchi e revisioni del classico testo, ne riporta interi brani, esprimendo aspra condanna di partito per ogni violazione della completa ortodossia in tale materia.

In tutti gli sviluppi della fondamentale sua esposizione Engels parla di appropriazione dei mezzi di produzione (e, notiamolo mille volte, in rapporto a ricerche che in materia abbiamo dedicato in questo foglio e in Prometeo, soprattutto dei prodotti, che oggi dominano il produttore e perfino il compratore: talché noi definiamo il capitalismo, meglio che come sistema della negata disposizione dei mezzi produttivi al produttore, come sistema della negata disposizione dei prodotti) di appropriazione, dunque, sempre da parte della Società.

Nella parafrasi moscovita la «società» scompare, e al suo posto si parla e riparla del passaggio degli strumenti produttivi allo Stato, alla Nazione, e quando si vuole proprio commuovere al Popolo - nei discorsi poi di chiusura, suscitanti le ovazioni di rito, alla Patria socialista!

Fatto il bilancio della descrizione staliniana, non senza riconoscerle il pregio di essere brutalmente aperta (si perde il pelo... con quel che segue), la presa di possesso degli strumenti produttivi appare puramente giuridica, in quanto, ogni suo effetto si limita alle pagine dello Statuto dello artel agricolo statale o dell’ultima (in revisione) Carta costituzionale dell’Unione, per ciò che riflette la terra, e il grande macchinario e attrezzaggio dell’agricoltura, atteso che alla declaratoria sulla proprietà legale non segue la disposizione economica dei prodotti agrari, divisi tra colcos collettivi e singoli colcosiani. E’, tale presa di possesso, effettiva solo per la grande industria, perché solo dei prodotti di questa lo Stato dispone, ed anzi rivende quelli che sono prodotti di consumo. Non esiste, la presa di possesso pubblica, non solo per i prodotti ma nemmeno per i mezzi di produzione, rispetto alla media e piccola industria, rispetto alle aziende commerciali, rispetto al minore attrezzaggio della incoraggiata coltura agraria familiare e parcellare. Poco dunque, malgrado le immense officine e le gigantesche opere di pubbliche costruzioni, sta veramente nelle mani e sotto il controllo della Repubblica, che si dice socialista e sovietica, poco è stato veramente statizzato, nazionalizzato in pieno. La dimensione relativa del demanio, rispetto a tutta l’economia, forse in alcuni Stati borghesi è maggiore.

Ma chi, ma quale ente e quale forza ha nelle mani ciò che alle mani private dopo la rivoluzione venne strappato? Il popolo, la nazione, la patria! Mai Engels e Marx usarono queste parole. «La trasformazione in proprietà dello Stato non sopprime l’appropriazione capitalistica delle forze produttive» afferma Engels nel citato capitolo.

Quando sarà la società ad avocare a sé la disposizione dei prodotti, sarà chiaro che questa sarà la società senza classi, che ha superato le classi; e fin che le classi esistono sarà la società organizzata «di una sola classe» in vista dell’abolizione delle classi tutte, e poi anche di quella sola per dialettica conseguenza. Qui si innestò la magistrale chiarificazione della dottrina marxista dello Stato, cristallizzata fino dal 1847. «Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e trasforma prima di tutto gli strumenti di produzione in proprietà dello Stato (parole di Marx nella citazione di Engels). Ma con ciò esso stesso si annulla come proletariato, con ciò si sopprime ogni differenza e contrasto di classe, e si abolisce anche lo Stato». Ed allora, e in questo modo, e solo su questa via maestra, è la società che vediamo agire, disporre finalmente delle forze produttive e di ogni prodotto e risorsa.

Ma il popolo, che diavolo è questo? Una ibridazione tra classi, un integrale di succhioni e di schiavi, di professionisti dell’affare e del potere con le masse di affamati e di oppressi. Il popolo lo consegnammo, fin da prima del 1848, alle leghe per la libertà e la democrazia, il pacifismo e il progressismo umanitario. Il popolo non è soggetto di gestione economica, ma solo oggetto di sfruttamento e di inganno, nelle sue pietosamente famigerate «maggioranze».

E la nazione? Altra necessità e condizione base per la costruzione del capitalismo, esprime lo stesso miscuglio delle classi sociali non più nella scipita espressione giuridica e filosofica, ma in quella geografica etnografica o linguistica. Anche la nazione non si appropria di nulla: derise Marx in passi famosi le espressioni di ricchezza nazionale, e di reddito nazionale (importante questo nell’analisi di Stalin sulla Russia) e dimostrò come allora la nazione si arricchisce, quando il lavoratore è fregato.

Se le rivoluzioni borghesi e il dilagare dell’industria moderna al posto dei sistemi feudali in Europa e di ogni altro sistema nel mondo, si dovettero fare non in nome della borghesia e del capitale, ma in nome dei popoli e delle nazioni, se questo fu necessario e rivoluzionario trapasso per la visione marxista, se ne deduce la perfetta coerenza, nelle consegne di Mosca, tra la defezione dal fronte dell’economia marxista, e il ripiegamento dalla «categoria» proletaria, rivoluzionaria e internazionalista di società, usata nei testi classici, alle categorie politiche proprie dell’ideologia e dell’agitazione borghese: democrazia popolare ed indipendenza nazionale.

Nulla quindi da stupire che dopo 26 anni si ripeta la sguaiata consegna davanti alla quale e per sempre tagliammo il ponte: raccogliere le bandiere borghesi che, già in alto al tempo di Cromwell, di Washington, di Robespierre o di Garibaldi, sono poi cadute nel fango, e che invece la marcia della rivoluzione deve affondarvi senza pietà, opponendo la società socialista alle menzogne ed ai miti dei popoli, delle nazioni e delle patrie.

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Legge e teoria

 

La discussione si è portata anche sul confronto delle leggi dell’economia russa con quelle stabilite dal marxismo per l’economia borghese. Il testo in questione si batte dialetticamente su due fronti. Alcuni dicono questo: ove la nostra economia fosse già socialista, noi non saremmo più deterministicamente avviati sull’inesorabile binario di dati processi economici, ma potremmo modificare il percorso: ad esempio nazionalizzando il colcos, sopprimendo lo scambio mercantile e la moneta. Se ci provate che questo è impossibile, lasciateci dedurre che, viviamo in una società ad economia del tutto capitalistica. Che cosa si guadagna a fingere il contrario? Altri invece vorrebbero che si abbandonassero decisamente i criteri distintivi del socialismo fissati dal marxismo teorico. Ad ambo i gruppi procura di resistere Stalin. Questi ingenui ricercatori evidentemente non sono elementi «politici» attivi: la riprova è che in tale caso una facile purga li avrebbe messi in condizione di non scocciare. Si tratta solo di «tecnici», di esperti dell’attuale ingranaggio produttivo, che sono il tramite unico attraverso il quale può il governo centrale capire se il macchinone va o s’incanta; e se avessero ragione non servirebbe nulla il farli tacere: in una forma o nell’altra la crisi si presenterebbe. La difficoltà che oggi è sorta o meglio è venuta alla luce, non è di natura accademica, critica, o tampoco «parlamentare», perché a ridere di queste punzecchiature basta essere non diciamo un Hitler ma l’ultimo dei de Gasperini. La difficoltà è reale, materiale, sta nelle cose e non nelle teste.

Per poter rispondere bisogna sostenere, da parte del centro di governo, due punti: il primo è che anche in economia socialista gli uomini devono obbedire a leggi proprie dell’economia che non si lasciano trasgredire - il secondo è che queste leggi, se anche nel periodo futuro del comunismo perfetto saranno tutte e del tutto diverse da quelle del tempo capitalistico, stabilite da Marx, nel periodo socialista sono alcune diverse da quelle, alcune comuni alla produzione e distribuzione capitalistica. Ed allora, individuate le leggi che appaiono insormontabili, occorre, pena la rovina, non ignorarle e soprattutto non andare contro di esse.

E’ sorto poi il problema speciale per quanto essenziale: tra queste, la legge del valore si applica o meno nell’economia russa? E se sì, non è capitalismo schietto ogni meccanismo che agisce secondo la legge del valore? Alla prima domanda risponde Stalin: sì, da noi la legge vige, per quanto non su tutto il giro dell’orizzonte. Alla seconda: no, vi può essere un’economia che, pur non essendo capitalista, rispetta la legge del valore.

In tutto il solenne «saggio» teoretico ci pare che la sistemazione sia alquanto difettosa, e soprattutto comoda per gli avversari polemici del marxismo, per quelli che usano armi «filosofiche» e avranno buon gioco a proposito della sommaria assimilazione tra l’effetto delle leggi naturali e di quelle economiche sulla specie umana, e per quelli economici che ansiosamente da un secolo anelano alla rivincita su Marx, che volevano chiuderci nel cerchio: inutile, alle leggi della resa economica e della concorrenza degli interessi come noi le vediamo, non potrete mai sfuggire.

Dobbiamo distinguere tra teoria, legge, e programma. Ad un certo punto Stalin si lascia andare a dire: Marx non amava (!) astrarsi dallo studio della produzione capitalistica.

Nell’ultima riunione del nostro movimento, il 6 e 7 settembre a Milano, uno dei temi principali è stato il dimostrare che ad ogni passo Marx mostra la finalità, non di descrivere freddamente il fatto capitalista, ma di avanzare il proposito e il programma della distruzione del capitalismo. Non si trattò soltanto di battere quella vecchia sudicia leggenda opportunista, ma di mostrare che tutta l’opera marxista ha natura di polemica e di combattimento, e quindi non si perde a descrivere il capitalismo e i capitalismi contingenti, ma un capitalismo tipo, un sistema capitalistico, sissignori, astratto, sissignori, che non esiste, ma che corrisponde in pieno alle ipotesi apologetiche degli economisti borghesi. Quello che importa è infatti l’urto - urto di classe, urto di parte, non banale diatriba di scienziati - tra le due posizioni: quella che vuole provare la permanenza, l’eternità della macchina capitalista, e quella che ne dimostra la prossima morte. Sotto questo profilo conviene al rivoluzionario Marx ammettere che davvero gli ingranaggi siano perfettamente centrati e lubrificati dalla libertà della concorrenza, dal diritto per tutti a produrre e a consumare secondo le stesse regole. Questo nella vera storia del capitale non fu, non è, e non sarà, e i dati di partenza sono enormemente più favorevoli alla nostra dimostrazione: tanto meglio. Se, per farla corta, il capitalismo fosse arrivato a campare l’altro secolo restando scorrevole e idillico, la dimostrazione di Marx crollava: splende di potenza in quanto il capitalismo vive si, ma monopolista, oppressore, dittatore, massacratore, e i suoi dati economici di sviluppo sono proprio quelli che doveva avere partendo dall’iniziale tipo puro; giusta la nostra dottrina, contro quella dei suoi serventi.

In questo senso, per tutti gli dèi, Marx sacrificò una vita per descrivere il socialismo, il comunismo, e ci sentiamo di dire che se si fosse trattato soltanto di descrivere il capitalismo, se ne sarebbe altamente fregato.

Marx studia e sviluppa dunque sì le «leggi economiche» capitaliste, ma in un modo tale, che si sviluppa in pieno e in dialettico contrapposto il sistema dei caratteri del socialismo. Ha dunque queste leggi? Sono diverse? E quali allora?

Un momento, prego. Al centro della costruzione marxista noi poniamo il programma, che è momento ulteriore al freddo studio di ricerca. «Abbastanza i filosofi hanno spiegato il mondo, si tratta ora di cambiarlo». (Tesi su Feuerbach, ed ogni colto fesso aggiunge: giovanili). Ma prima del programma e anche prima della indicazione delle leggi scoperte, occorre stabilire l’insieme della dottrina, il sistema di «teorie».

Alcune Marx le trova belle e fatte nei suoi stessi contraddittori, come la teoria del valore di Ricardo, ed anche la teoria del plusvalore. Queste - non intendiamo dire che Stalin non l’abbia mai saputo - sono cose diverse dalle da lui a fondo trattate «legge del valore» e «legge del plusvalore» che, per non confondere i meno provetti, sarebbe meglio dire: «legge dello scambio tra equivalenti» e «legge della relazione tra saggio del plusvalore e saggio del profitto».

La distinzione che ci preme chiarire al lettore vige anche nello studio della natura fisica. Teoria è una presentazione dei processi reali e delle loro corrispondenze; essa vuole facilitare la loro comprensione generale in un certo campo, passando solo dopo alla previsione ed alla modificazione. Legge è l’espressione precisa di una certa relazione tra due serie di fatti materiali in particolare, che si vede costantemente verificarsi, e che come tale consente di calcolare rapporti sconosciuti (futuri, signori filosofi, o presenti o passati, non vuol dire: ad esempio una certa legge se ben studiata mi può permettere di stabilire quanto era il livello del mare al Tempio di Serapide mille anni fa: sola differenza che non mi potete controllare, come avveniva per quello delle tante code di asino tra la Terra e la Luna). Teoria è faccenda generale, legge faccenda ben delimitata e particolare. La teoria è in genere qualitativa e stabilisce solo definizioni di certe entità o grandezze. La legge è quantitativa, e ne vuole raggiungere la misura.

Un esempio fisico: nella storia dell’ottica si sono alternate con vario successo due «teorie» della luce. Quella dell’emissione dice che la luce è l’effetto della corsa di minime particelle corpuscolari, quella della ondulazione dice che è l’effetto dell’oscillazione di un mezzo fisso in cui si trasmette. Ora la più facile legge dell’ottica, quella della riflessione, dice che il raggio incidente sullo specchio fa con questo lo stesso angolo del raggio emesso. Verificata mille volte tale legge, il giovane galante sa dove mettersi per vedere la bella di fronte intenta alla toilette: il fatto è che la legge si concilia con tutte e due le teorie, e sono stati altri fenomeni ed altre leggi che hanno determinata la scelta.

Ora secondo il testo avverrebbe questo: la «legge dello scambio tra valori equivalenti» si concilia tanto colla «teoria» di Stalin che dice: vi sono forme mercantili in economia socialista, quanto colla teoria (modestamente) nostra che dice: se vi sono forme mercantili e grande produzione, si tratta di capitalismo. Verificare la legge: facile, si va in Russia e si vede che si scambia in rubli a dati prezzi come in qualunque banale bazar: la legge dello scambio equivalente vige. Vedere quale è la vera teoria è un poco più complicato: noi deduciamo: siamo in pieno, schietto e autentico capitalismo; Stalin fabbrica una teoria - appunto: le teorie si inventano, le leggi si scoprono - e dice in barba a babbo Marx: dati fenomeni economici del socialismo avvengono normalmente secondo la legge di scambio (detta legge del valore).

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Natura e storia

 

Prima di venire al punto - quali sono in Marx le leggi dell’economia capitalista, e quali di esse sono «discriminanti» tra capitalismo e socialismo, quali (eventualmente) comuni ai due stadii - va rilevata la troppo corrente assimilazione tra leggi fisiche e leggi sociali.

Combattenti e polemisti come dobbiamo essere alla scuola di Marx, non dobbiamo sciogliere un tale quesito con tono scolastico, ed insistere sull’analogia teorica, al fine «politico» di evitare che ci si dica: se le leggi sociali non sono poi così infrangibili come la legge ad esempio di gravità, sotto a levarne di mezzo taluna.

Come dimenticare che tra il colosso Marx e la schiera dei botoli prezzolati nelle università del capitale si svolge la lotta intorno al punto che le leggi dell’economia borghese «non sono leggi naturali», e quindi ne potremo e ne vogliamo spezzare il cerchio? è vero che lo scritto di Stalin ricorda che in Marx le leggi dell’economia non sono «eterne», ma ve ne sono proprie di ogni stadio ed epoca sociale: schiavismo, feudalismo, capitalismo, ma egli vuole poi giungere a dire che «certe leggi» sono a tutte le epoche comuni, e vigeranno anche nel socialismo, che avrà anche lui una sua «economia politica». Stalin deride Jaroscenko e Bucharin che avrebbero detto che all’economia politica succede una scienza dell’organizzazione sociale, e Stalin, pungente, ribatte che questa nuova disciplina, abbordata da economisti russi pseudo-marxisti e timorosi della polizia zarista, è invero una «politica economica», di cui ammette la necessità come cosa diversa. Ebbene, pensiamo questo: se nel socialismo si avrà una scienza economica lo discuteremo, messi i termini al loro posto; ma quando vi è ancora una politica economica (come deve essere sotto la dittatura proletaria, anche) lì sono presenti classi rivali, lì non si è al socialismo ancora arrivati. E ci dobbiamo alla Lenin ridomandare: chi ha il potere? E quindi: lo sviluppo economico - che é, siamo d’accordo , gradato - in che direzione va? Le sue leggi cel diranno.

Quanto al problema generale delle leggi della natura e della storia esso deve trovar posto nelle trattazioni della nostra rivista teorica, ove si risponde agli attacchi che il marxismo riceve - dato che su mille scrittori novecentonovantanove ne considerano Mosca come la sede ufficiale - a proposito della banalità dell’espressione data alla teoria (questa é una teoria e non una legge) del materialismo storico, a proposito dei problemi di determinazione e volontà, causalità e finalità. La posizione originale di Marx è sempre quella (tanto poco compresa e tanto scomoda a chi fa la politica del successo opportunistico) sempre quella della diretta battaglia tra le classi opposte e del loro antagonismo storico, che a volte adopera la macchina da scrivere a volte la mitragliatrice - non si dice più la penna e la spada. Per noi la borghesia quando vinse condusse avanti il metodo scientifico critico e lo applicò con audacia dopo il campo naturale a quello sociale. Scoprì e denunziò teorie oggi nostre: quella del valore (il valore di una merce é dato dalla quantità e tempo di lavoro sociale che occorre a riprodurla) e del plusvalore (il valore di ogni merce contiene capitale anticipato e plusvalore: per la prima parte é restituzione, per la seconda guadagno). E disse trionfante: se voi ammettete (e lo ammette la stessa scienza di un secolo dopo) che le stesse fisiche leggi valgono per la nebulosa primitiva e per la nostra terra di oggi, dovete ammettere che agli stessi rapporti sociali obbediranno tutte le società umane future, dato che l’intervento di Dio o del Pensiero puro lo espelliamo d’accordo da ambo i campi. Il marxismo consiste nel dimostrare scientificamente che invece nel cosmo sociale si svolge un ciclo che spezzerà le forme e le leggi capitalistiche, e che il cosmo sociale futuro sarà regolato diversamente. Dato che a voi non importa per effetti «politici» interni ed esteri castrare e banalizzare fino al ridicolo questa potente costruzione, fateci finalmente la grazia di abbandonare gli aggettivi di marxisti socialisti e comunisti, chiamatevi economisti, populisti, progressisti: vi sta a pennello.

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Marx e le leggi

 

Engels riconosce a Marx di essere il fondatore della dottrina del materialismo storico. Marx dichiara che l’apporto dato da lui nell’applicazione della dottrina al mondo attuale non consiste nell’avere scoperto la lotta tra le classi, ma nell’avere introdotto la nozione della dittatura proletaria.

La dottrina si svolge così fino al programma di classe e di partito, fino all’organizzazione della classe operaia per l’insurrezione e la presa del potere. Su questo cammino gigantesco si trova l’indagine sulle leggi del capitalismo. Due sono le vere e principali leggi stabilite nel Capitale. Nel I volume é stabilita la legge generale dell’accumulazione capitalistica, quella che va sotto il nome di miseria crescente - tante volte da noi trattata - che stabilisce come col concentrarsi del capitale in grandi ammassi cresce il numero dei proletari e dei «senza riserve» - e spiegammo mille volte che ciò non vuol dire che decresce il livello dei consumi e del tenore reale di vita dell’operaio. Nel II e nel III volume del Capitale, che nella nostra rivista saranno oggetto di un’esposizione organica come fu per il primo, é svolta la legge della riproduzione del Capitale (connessa a quella, su cui più innanzi ci fermeremo, della diminuzione del saggio del profitto). Secondo questa una parte del prodotto e quindi del lavoro deve essere dal capitalista accantonata per riprodurre i «beni capitali» degli economisti, ossia le macchine logorate, le fabbriche, ecc. Quando il capitale destina a tale accantonamento una più alta quota, esso «investe», ossia aumenta la dotazione di impianti e strumenti produttivi. Le leggi di Marx sul modo come si ripartisce il prodotto umano tra consumi immediati e investimenti strumentali, tendono a provare che fino a che resterà in piedi lo scambio mercantile e il sistema salariale, il sistema andrà incontro a crisi e rivoluzioni.

Ora la prima legge non si può certo applicare alla società socialista poiché questa si organizza appunto per far sì che la riserva sociale sia una garanzia individuale per tutti, pur non appartenendo a nessuno né essendo divisa (come nel precapitalismo) in tante piccole quote. La seconda legge, dice Stalin, persiste e pretende che Marx lo abbia previsto. Il marxismo stabilisce soltanto, e tra l’altro nel famoso passo della critica al programma di Erfurt, che un prelievo sociale sul lavoro individuale ci sarà anche in regime comunista, per provvedere alla conservazione degli impianti, ai servizi generali, e così via. Non avrà carattere di sfruttamento proprio in quanto non sarà fatto per la via mercantile; e proprio per questo l’accantonamento sociale determinerà un equilibrio stabile, e non una serie di sconvolgimenti, nel rapporto tra prodotti da consumare e prodotti da destinare a «strumenti» per la produzione ulteriore.

Il punto centrale di tutto questo sta in ciò. Stalin con preziosa ammissione dichiara che, vigendo anche nell’industria di Stato la legge del valore, quelle industrie funzionano sulla base del rendimento commerciale, della gestione redditizia, del costo di produzione, dei prezzi ecc. Per l’eccetera scriviamo: remunerativi. Inoltre egli dichiara che il programma avvenire é di accrescere la produzione degli strumenti di produzione. Ciò vuol dire che i «piani» del governo sovietico per industrializzare il paese richiedono che più che oggetti di consumo per la popolazione si producano macchine, aratri, trattori, concimi, ecc., e si facciano colossali opere pubbliche.

Per la prossima riunione del nostro modesto movimento avevamo già studiato un suggestivo argomento: piani ne fanno gli Stati capitalistici e ne farà la dittatura proletaria. Ma il primo vero piano socialista si presenterà (intendiamo quanto ad immediato intervento dispotico: Manifesto) finalmente come un piano per: crescere i costi di produzione, ridurre la giornata di lavoro, disinvestire capitale, livellare e quantitativamente e soprattutto qualitativamente il consumo, che in anarchia capitalistica é per nove decimi distruzione inutile di prodotto, solo in quanto ciò risponde alla «gestione commerciale redditizia» e al «prezzo remunerativo». Piano dunque di sottoproduzione, di drastica riduzione della quota prodotta di beni capitali. Spezzeremo facilmente la legge della riproduzione, se finalmente la sezione II di Marx (che fabbrica alimenti) riuscirà a mettere knock-out la Sezione I (che fabbrica strumenti). L’orchestra attuale ci ha già rotto i timpani.

Gli alimenti sono per gli operai, gli strumenti per i padroni. Facile dire che essendo il padrone lo Stato operaio, i miseri lavoratori hanno interesse «ad investire» e a fare metà giornata per la Sezione I! Quando Jaroscenko riduce la critica di questa tendenza all’aumento fantastico della produzione di strumenti, alla formula: economia per il consumo e non per la produzione, cade nella banalità. Ma vi cade altrettanto il ricorso, per far passare il contrabbando dell’industrialismo statale sotto la bandiera socialista, a formule di agitazione come: chi non lavora non mangia; abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo; quasi che lo scopo della classe sfruttata fosse quello elegantissimo di assicurarsi di essere sfruttata da sé stessa.

In realtà, e anche stando alle analisi del solo mondo economico interno, l’economia russa applica tutte le leggi del capitalismo. Come si può aumentare la produzione di beni non da consumo senza proletarizzare gente? Dove la prendono? Il percorso é lo stesso dell’accumulazione primitiva, e spesso i mezzi sono ugualmente feroci di quelli descritti nel Capitale. O saranno colcosiani che resteranno senza la mucca, o pastori erranti dell’Asia strappati alla contemplazione delle vaghe stelle dell’Orsa, o servi feudali della Mongolia, avulsi dalla millenaria gleba. Certo che la consegna é: più beni strumentali, più operai, più tempo di lavoro, più intensità di lavoro: accumulazione e riproduzione progressiva del capitale a ritmo d’inferno.

L’omaggio che a dispetto di una schiera di scemetti rendiamo al «grande Stalin» é questo. Appunto in quanto si svolge il processo di un’accumulazione capitalista iniziale, e se veramente questo arriverà nelle province dell’immensa Cina, nel misterioso Tibet, nella favolosa Asia Centrale da cui uscì la stirpe europea, ciò sarà rivoluzionario farà girare avanti la ruota della storia. Ma non sarà socialista, bensì capitalista. Occorre in quella gran fetta del globo l’esaltazione delle forze produttive. Ma Stalin ha ragione, quando dice che non è di Stalin il merito, ma delle leggi economiche, che gli impongono questa «politica». Tutta la sua impresa sta in una falsificazione di etichetta: anche questo, espediente classico degli accumulatori primitivi!

In Occidente invece le forze produttive sono già molte volte di troppo e il loro mareggiare rende gli Stati oppressori, divoratori di mercati e di terre, preparatori di carneficine e di guerra. Lì non servono piani di aumento della produzione ma solo il piano della distruzione di una banda di malfattori. E soprattutto dell’immersione nella melma della loro puzzolente bandiera di libertà e di parlamentarismo.

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Socialismo e comunismo

 

Chiuderemo l’argomento economico con una sintesi degli stadii della società futura, su cui il «documento» (eccola la parola che ronzava nei tasti!) di Stalin reca un poco di disordine. France Press lo ha accusato di aver plagiato dallo scritto di Nicola Bucharin sulle leggi economiche del periodo di transizione. Ma questo scritto Stalin più volte cita, valendosi anzi di una critica che Lenin ne fece. Bucharin ebbe il grande merito, quando ebbe incarico di preparare il Programma del Komintern, rimasto poi progetto, di porre in rilievo il postulato antimercantilista della rivoluzione socialista, come cosa di primissimo piano. Seguì poi Lenin in un’analisi del trapasso «in Russia» e nel riconoscimento che si dovevano subire forme mercantili, sotto la dittatura proletaria.

Tutto si chiarisce ove si rilevi che lo stadio di Lenin e Bucharin viene prima dei due stadi della società comunista di cui parla Marx e che Lenin illustra nel magnifico capitolo di «Stato e Rivoluzione».

Questo prospetto potrà ricapitolare, dunque, il non semplice argomento dell’odierno dialogo.

Stadio di trapasso. Il proletariato ha conquistato il potere politico e deve porre le classi non proletarie fuori della legge appunto perché non può «abolirle» di un colpo. Ciò vuol dire che lo Stato proletario vigila su un’economia che in parte, sempre decrescente, non solo ha distribuzione mercantile, ma forme di privata disposizione e sui prodotti e sui mezzi di produzione, sia sparpagliati che agglomerati. Economia non ancora socialista, economia di transizione.

Stadio inferiore del comunismo, o se si vuole del socialismo. La società ha già la disposizione dei prodotti in generale e ne fa l’assegnazione ai suoi membri con un piano di «contingentazione». A tale funzione non provvede più lo scambio mercantile e la moneta - non si può passare a Stalin come prospettiva di una forma più comunista il semplice scambio senza moneta, ma sempre con la legge del valore: sarebbe una specie di ricaduta nel sistema del baratto. è invece l’assegnazione dal centro senza ritorno di equivalente. Esempio: scoppia un’epidemia di malaria e si distribuisce nella zona chinino gratis, ma nella misura di un solo tubetto per abitante.

In tale stadio occorre non solo l’obbligo al lavoro, ma una registrazione del tempo di lavoro prestato e l’attestato di questo, il famoso buono tanto discusso da un secolo che ha la caratteristica di non potere andare a riserva, sicché ad ogni conato di accumulazione risponde la perdita di una quota lavoro senza equivalente. La legge del valore è seppellita. (Engels: la società non attribuisce nessun «valore» ai prodotti).

Stadio del comunismo superiore, che non abbiamo difficoltà a dire del pieno socialismo. La produttività del lavoro è tale che per evitare lo sperpero di prodotto e di forza umana non occorre (salvo casi patologici) né coazione né contingentamento. Prelievo libero per il consumo a tutti. Esempio: le farmacie distribuiscono chinino gratis senza limite. E se taluno ne prende dieci tubetti per avvelenarsi? Evidentemente è tanto fesso, quanto quelli che scambiano per socialista una fetida società borghese.

In quale stadio dei tre è Stalin? In nessuno. è in quello della transizione non dal, ma al capitalismo. Quasi rispettabile, e non suicida.

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Giornata terza

 

Antimeriggio

 

 

Si tenne dibattito nella giornata prima sul punto che ogni sistema di produzione di merci è sistema capitalista, da quando si produce lavorando, in masse d’uomini, a masse di merci. Capitalismo e mercantilismo si ritireranno insieme dai successivi campi di azione o sfere di influenza nel mondo moderno.

Si riprese nella seconda, passando dal processo generale a quello dell’economia russa presente e, tenute per giuste le denunziate leggi della sua struttura, si affermò che ne scaturiva la diagnosi piena di capitalismo, allo stadio di «grandindustrialismo di Stato».

Secondo l’interlocutore Stalin, questo processo abbastanza definito e concreto, applicato ad area e popolazione immense, può condurre ad un’accumulazione e concentrazione della produzione pesante, non seconde a nessuna, senza che necessariamente debbano ripetersi le fasi di feroce riduzione alla nulla-tenenza dei ceti poveri chiusi in cerchie locali di economia e nella tecnica parcellare del lavoro - come in Inghilterra, Francia, ecc. - e sulla sola base della scontata (dal 1917) liquidazione dei grandi terrieri.

Se questo secondo punto si riducesse alla tesi che, a secoli di distanza, l’introduzione in profondità della tecnica del lavoro in grande e con le risorse della scienza applicata, si pone, in un tanto diverso quadro universale, diversamente, ciò potrebbe essere oggetto di studio a parte, in sede di «questione agraria» specialmente. Il contraddittore può venire ammesso a provare che raggiungerà il pieno capitalismo non in carrozza, ma in aeroplano; ma a sua volta confessi la «direzione del moto». Gli stiamo passando da terra, noi poveri pedoncini, i dati esatti di una serie di basi - ma anche il radar può impazzire.

Ed ora un terzo passo: il quadro dei rapporti mondiali in tutto il complesso orizzonte di produzione, consumo, scambio; rapporti di forza statali e militari.

I tre sono aspetti di un solo e grande problema. Il primo potrebbe dirsi l’aspetto storico, il secondo quello economico, il terzo e conclusivo quello politico. La direzione e il punto di arrivo della ricerca non possono essere che unitari.

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Prodotti e scambi

 

Avviene, palesemente, al capo dello Stato e partito russo di dover cambiare il fronte delle sue rettifiche in dottrina, e delle correlative secche reprimende alle obiezioni dei «compagni», ogni qualvolta egli passa dalla circolazione economica entro la sua cerchia, a quella attraverso questa. Notammo già, lo ricordi il lettore, che questo punto di arrivo aveva fatto rizzare le orecchie ai vigili dell’Occidente. Lungi dal cantare ancora una volta l’inno ad una millenaria autarchia, l’uomo del Kremlino aveva tranquillamente braqué il cannocchiale - domani, si chiesero quelli con aria studiata, il telemetro? - sugli spazi oltre cortina; e vecchie storie di spartizione di zone di influenza, in alternativa a sortite di rottura, rivennero a galla. Tasto, tuttavia, meno stridulo e fesso di quello del crimine di genocidio o del delirio di aggressione.

La maniera di far andare entro la Russia - e paesi connessi - articoli industriali agli agricoltori, e generi rurali ai cittadini, schiacciando con passi di Marx ed Engels i Pinchi Pallini, e quando era il caso rettificando d’ufficio termini , frasi e formule degli autori, fu affermata in tutta regola col Socialismo. I colcos vendono i loro prodotti «liberamente», e altro mezzo di averne non vi è; dunque legge di mercato sì, ma con regole speciali: prezzi di Stato (novità! specialità in esclusiva!), e perfino speciali «patti» di smercantilizzazione, in quanto non si dà moneta ma si «porta in conto» di controforniture delle fabbriche nazionali (originalità suprema! enfoncement del salumiere all’angolo, del marine americano che stabilisce lo equivalente tra amplessi e stecche, dei banali clearings dei paesi di Occidente!). Veramente, il Maestro dice, non direi smercantilizzazione ma scambio di prodotti. Non vorremmo che fosse colpa delle traduzioni; insomma, ogni sistema di equivalenti, più o meno convenzionali - dal baratto dei selvaggi alla moneta, come equivalente unico per tutti, ai centomila sistemi di registrazione delle partite contra-pareggiate, che vanno dal libretto della serva ai complicati schedari di banche, ove le addizioni le fanno i cervelli atomici, e migliaia di reclute al giorno ingrossano il flotto soffocante dei venditori di forzalavorograttanteombelico - perché nacquero e sono, se non per lo scambio dei prodotti, e per quello solo?

Ma Stalin vuole mettere a tacere il tarlo, che dai «saldi» degli scambi in equivalenza nasca privata accumulazione, e dice che le garanzie sono lì.

Duro anche per i generalissimi stare in arcione su una simile tesi, e alternativamente schermire in due direzioni, un colpo alla rigidità dottrinale, un colpo alla concessione revisionista. Elasticità del vero leninista bolscevico? No, eclettismo, era la nostra risposta; e allora i bolscevichi andavano in bestia.

Comunque sia per il rapporto interno (il cui esame non finisce oggi né qui giusta il già detto) Stalin stesso apre ampia riserva quando parla del rapporto estero. Il compagno Notkin se ne sente delle belle per aver sostenuto che sono merce anche la varie macchine e strumenti costruiti nelle officine statali. Hanno valore, se ne annota il prezzo, ma merci non sono: vediamo il Notkin a grattarsi la pera. «Ciò è necessario in secondo luogo per realizzare la vendita dei mezzi di produzione a Stati stranieri, nell’interesse del commercio estero. Qui, nel campo del commercio estero, ma solo in questo campo (corsivo in originale), i nostri prodotti sono effettivamente merci e vengono effettivamente venduti (senza virgolette)».

Nel testo rivestito dal formale imprimatur figura quest’ultima parentesi: pensiamo abbia l’incauto Notkin messo tra virgolette la parola venduti che ad un marxista e bolscevico puzza non poco. Non sarà uscito dai corsi delle classi giovani, si vede.

Tra un paio d’anni ci servirebbe questo dato: il quantum, per favore. La quota relativa del collocato all’estero e all’interno. E un’altra notizia: si considera utile che tale quota salga o scenda? Che il prodotto totale debba salire fino alla vertigine, lo sappiamo dalla legge dell’economia pianificata «proporzionale». Non sapendo il russo supponiamo che il senso giusto sia: piani contingentatori della produzione in modo che l’aumento sia di ragione annua costante, colla forma della legge dell’incremento demografico o dell’interesse composto. Il termine giusto che proponiamo è quello: sviluppo pianificato in ragione geometrica. Tracciata così correttamente la «curva», col nostro poco senno scriveremmo questa «legge»: comincia il socialismo dove questa curva si spezza.

Oggi annotiamo: quel tanto di prodotti anche strumentali che vanno all’estero, sono merci, non solo nella «forma» di contabilità, ma anche nella «sostanza».

E una. Basta discutere ad alcuni mille chilometri, e su qualcosa si finisce con l’intendersi.

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Profitto e plusvalore

 

Ancora un poco di pazienza e verremo a parlare di alta politica ed alta strategia: vedremo le corrugate fronti distendersi, dato che in quei temi capiscono tutti al volo: attacca Cesare? Fugge Pompeo? Ci rivedremo a Filippi? Passeremo il Rubicone? Questa si che è robetta digeribile, in quanto «sfiziosa».

Occorre ancora un punto di economia marxista. La forza delle cose conduce il maresciallo sul problema esplosivo del mercato mondiale. Egli dice che l’U.R.S.S. sostiene i paesi associati con aiuti economici tali, che ne esaltano l’industrializzazione. Vale per Cina, Cecoslovacchia? Avanti. «Si arriverà, grazie a simili ritmi di sviluppo dell’industria, rapidamente a ottenere che questi paesi non solo non abbiano bisogno di importare merci dai paesi capitalistici, ma sentano essi stessi la necessità di esportare le merci eccedenti della loro produzione». Il solito inciso, o incluso: se producono ed esportano in Occidente, allora sono merci. Se in Russia, che sono?

Il fatto importante, in questo rientro a bandiere spiegate del mercantilismo per forma e sostanza identico a quello capitalistico (se davvero fosse da credere al maquillage dei volti economici!), è che esso fonda sull’imperativo: esportare per poter produrre di più! Ed è lo stesso imperativo che vige in sostanza nel campo interno del preteso «paese socialista» ove invece si tratta di un vero affare da import-export tra città e campagna, tra i famosi ceti alleati, perché anche lì abbiamo visto che si arriva alla legge della progressione geometrica, ed al: Produrre di più! Produrre di più !

Ecco quanto del marxismo è rimasto in piedi! Perché da quando «gli operai sono al potere» non vanno - Stalin pretende - più adoperate le formule offensive che distinguono tra lavoro necessario e sopralavoro; lavoro pagato e non pagato! E perché, fatta come vedremo qualche grazia alla legge del plusvalore (che è poi zoologicamente una teoria, a termini della giornata seconda, e non una legge) da oggi in poi: «non è vero che la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo è la legge della diminuzione tendenziale del saggio di profitto». «Il capitalismo monopolistico (ci siamo: che ne sapevi tu, povero Carlo?) non può accontentarsi del profitto medio, (che inoltre in seguito all’aumento della composizione organica del capitale ha la tendenza a diminuire) ma cerca il massimo profitto». Mentre la parentesi del testo ufficiale sembra un momento richiamare in vita l’estinta legge di Marx, viene poi promulgata la nuova: «la ricerca del profitto massimo è la legge economica fondamentale del capitalismo contemporanea».

Se va un poco più oltre il lanciafiamme in libreria, non restano neanche i baffi dell’operatore.

Questi controchiodi che si appuntano, storti come sono, da tutti i lati, sono intollerabili. Pretendono che le leggi economiche del capitalismo monopolistico si siano rivelate diversissime da quelle del capitalismo di Marx. Poi gli stessi pretendono che le leggi economiche del socialismo potranno benissimo restare le stesse di quelle del capitalismo.

La finestra, subito!

Eroicamente rifacciamoci ab ovo. Bisogna ricordare quale sia la differenza che passa tra massa di profitto e massa di plusvalore, saggio di profitto e saggio di plusvalore, e quale sia l’importanza della legge di Marx, minuziosamente esposta all’inizio del III libro, circa la tendenza alla discesa del saggio del profitto medio. Capire, leggere! Non il capitalista tende alla discesa del profitto! Non il profitto (massa del profitto) scende, ma il saggio di profitto! Non il saggio di ogni profitto, ma il medio saggio del profitto sociale. Non ogni settimana o ad ogni uscita del Financial Times, ma storicamente, nello sviluppo tracciato da Marx al «monopolio sociale dei mezzi di produzione» tra gli artigli del Capitale, di cui è scritta la definizione, la nascita, la vita e la morte.

Se tanto si afferra, sarà dato vedere come lo sforzo, non del singolo capitalista di azienda, figura secondaria in Marx, ma della macchina storica del capitale, di questo corpus dotato di vis vitalis e di anima, per dibattersi invano contro la legge della discesa del saggio, è solo, è proprio quello che ci fa concludere sulle tesi classiche che Stalin, tra lo smarrimento occidentale, degna di bel nuovo riabbracciare. Primo: inevitabilità della guerra tra Stati capitalistici. Secondo: inevitabilità della caduta rivoluzionaria del capitalismo dovunque.

Questo sforzo gigante, con cui il sistema capitalista lotta per non affondare, si esprime nella consegna: produrre in crescendo! Non solo non sostare, ma segnare ogni ora l’aumento dell’aumento. In matematica: curva della progressione geometrica; in sinfonia: crescendo rossiniano. E a tal fine, quando tutta la patria è meccanizzata, esportare. E saper bene la lezione di cinque secoli: il commercio segua la bandiera.

Ma è questa, Djugasvili, la vostra consegna.

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Engels e Marx

 

Per la dimostrazione ancora una volta dobbiamo tornare a Marx e ad Engels. Non però a testi organici, completi, di getto, che ognuno dei due scolpì nel vigore più pieno e nella foga diritta di chi non ha dubbi e lacune e spazza gli intoppi dal suo cammino senza che urto se ne risenta. Si tratta del Marx di cui dà conto l'esecutore testamentario nelle prefazioni quasi drammatiche al II libro del «Capitale» (5 maggio 1885) e al III (4 ottobre 1894). Prima si tratta di giustificare lo stato dell'immane congerie di materiali e manoscritti (che vanno dai capitoli in forma definitiva ai foglietti di appunti, note, scorci, illeggibili abbreviazioni, promessa di future ricerche, ed anche pagine incerte e vacillanti nello stile) con la salute declinante di Marx, coll'effetto inesorabile dei vari ritorni della mallatìa che lo costrinse a pause in cui l'ansia divorava il fegato ed il possente cervello ben più di quanto li sanasse il riposo. Tra il '63 ed il '67 il lavoro fornito da quella macchina umana fu incalcolabile e tra esso il getto in una sola fusione di acciaio del I libro dell'opera massima. Già nel '64-'65 la mallatìa aveva dato i primi disturbi, e delle sue devastazioni l'occhio infallibile del grande aiuto segna le tracce nei fascicoli inediti. Ma poi lo stesso snervante lavoro: decifrare, rileggere, ridettare, riordinare il testo dettato, dare ordine alla materia, con l'ostinata decisione a non redigere del suo, vince anche la resistenza del robustissimo Engels: i suoi occhi generosi hanno troppo vegliato sulle pagine dell'amico, ed una preoccupante debolezza di vista lo condanna per vari anni a ridurre il lavoro personale, vietandogli di scrivere alla luce artificiale. Non vinto, non sconfortato, egli porge alla Causa le sue scuse umili e leali. Altro non gli era stato dato di fare. Con modestia egli ricorda tutti gli altri settori in cui «solo» ha retto sopra di sé tutto il peso. E la sua morte segue di un anno.

Questo non serve di contorno o di effetto. Vuole porre in rilievo che la istanza di tecnica fedeltà, che domina il compilatore, ha tolto quasi del tutto ai due libri quei capitoli di periodica sintesi e vista di insieme, che fiammeggiano in quello redatto in vita di Marx.

Alla penna di Engels se ne devono, di tali scorci, non pochi né di poco conto: ma sotto il nome di Marx egli non li volle estendere, e si limitò all'analisi. Se così non fosse stato, vana fatica sarebbero oggi certe duplicità di lettura (oggi e da mezzo secolo) e ad esempio la trista leggenda che nell'ultimo libro Marx avrebbe alcunché ritrattato; e chi vuol questo in filosofia, chi in scienza economica, chi in politica, a seconda dei personali equivoci gusti. Quanti richiami e connessioni espresse vi sono tra il I libro e le opere giovanili o il «Manifesto», tanti tra gli ultimi scritti e quello; e mille passi delle lettere lo ribadiscono.

Meno che quella di Engels è questa sede di analisi. Notiamo solo che in un passo Marx dice, con uno di quei tali scorci, perché lavora tanto su quella legge di discesa del tasso. Ebbene Engels esita a riportare il brano, lo inquadra in parentesi quadre perché pure essendo redatto secondo una nota del manoscritto originale, esso sorpassa, in alcuni sviluppi, i materiali che si rinvengono nell'originale...

«La legge dell'accrescimento della forza produttiva del lavoro non vale dunque in un modo assoluto per il Capitale. Questa forza produttiva è accresciuta dal capitale, non col mezzo di una semplice riduzione del lavoro vivente in generale, ma sol quando si risparmia, sulla parte pagata del lavoro vivente, più di quanto non vi si sia aggiunto di lavoro passato, così come lo abbiamo brevemente accennato al libro I, XII, 2 (valore trasmesso dalla macchina al prodotto: attualino, neh?). Qui il modo di produzione capitalista cade in una nuova contraddizione. Egli ha come missione storica quella sviluppare in una assoluta progressione geometrica (sic!) la produttività del lavoro umano. Ora, esso manca a questa missione dal momento che pone, come nel presente caso (resistenza del capitalista ad introdurre macchine di maggiore resa) ostacolo al rigoglio della produttività. Esso così fornisce una nuova prova della sua senilità e mostra che veramente non è più del nostro tempo»!.

Indifferenti all'obiezione filistea che passati altri sessant'anni di (fetente forte però) capitalismo, invece di toglierla, la parentesi quadra andava triplicata al solito imprudente Marx, noi rileviamo le solite tesi programmatiche che Marx amava intercalare regolarmente alle analisi acute e profonde. Il capitalismo crollerà. E il post-capitalismo? Eccolo: dato che la forza produttiva di ogni unità di lavoro aumenta, non aumentiamo la massa prodotta, diminuiamo invece il tempo di lavoro dei viventi. Perché non lo vuole l'Occidente? Perché la sola via per sfuggire alla «legge della discesa del tasso» è quella (superprodurre). E quanto all'Oriente? Idem. Ma giustizia vuole si dica che di là, è capitalismo giovanile.

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TASSO E MASSA

Converrà riprendere, evitando qui sia il caso numerico, che il simbolismo algebrico, la deduzione della legge che, non avendo ancora perso il lume degli occhi, non ci adattiamo a mandare in pensione; salvando brevità e levità, quanto è possibile, col tono dell'apologo.

«Se le merci potessero parlare - così l'immenso Carlo in quel tale paragrafo-gioiello - direbbero: il nostro valore d'uso può certamente interessare l'uomo; noi, in quanto siamo oggetti, ce ne ridiamo. Quel che a noi interessa è il nostro valore. Lo prova il nostro mutuo rapporto quali cose di vendita e di compera. Noi reciprocamente non ci consideriamo che quali valori di scambio».

Abbiamo quindi portato per voi il microfono sulla piazza dove si incontrano le merci provenienti da un lato dalla Russia, dall'altro dall'America. Dall'alto è stato ammesso che esse parlano un comune linguaggio economico. per entrambe è sacrosanto - e in difetto non avrebbero fatto tanta strada - che il prezzo di mercato cui aspirano deve far premio sul costo di produzione. In ambo i paesi si aspira a produrle a basso costo e smerciarle ad alto prezzo.

La merce che viene dal paese a teoria capitalista parla: sono fatta in due pezzi, e si vede una sola attaccatura. Il costo di produzione, anticipazione viva e bruciante di chi mi ha prodotta, e il profitto, che aggiunto al primo dà esattamente la cifra per meno della quale, non illudetevi, non verrò meno ai miei principi. Mi appago di un profitto modesto per incoraggiare l'acquirente; potete verificare il tasso di esso con una piccola divisione: prodotto diviso costo di produzione. Se costai dieci ed appena per undici mi lascio possedere, sarete così spilorci da trovare esagerato il tasso del dieci per cento? Avanti, signori, ecc.

Passiamo il microfono all'altra merce. Così essa favella: Appo noi si usa far fede all'economia marxista. In me vedete (non ho ragione di nasconderlo) due attaccature; sono di tra e non di due pezzi. Nell'altra il trucco c'è ma non si vede. Per produrmi le spese fatte sono di due tipi: materie prime, consumo di strumenti e simili, che diciamo capitale (in me investito) costante - salari di lavoro umano, che diciamo capitale variabile. La somma forma il costo di produzione dell'altra signorina che ha parlato prima. Anche per me aggiungete un saldo, benefizio, profitto, che è il mio terzo ed ultimo pezzo, e si chiama plusvalore. Per la parte costante di anticipazione, non chiediamo nulla in aggiunta perché sappiamo che è sterile di forza produttiva di valore maggiore: questa sta tutta nel lavoro, o parte variabile dell'anticipo: vorrete dunque verificare per il saggio o tasso, non del profitto, ma del plusvalore, colla divisionetta di esso plusvalore per la sola seconda parte del capitale in me speso, quello per i salari.

Il compratore comunque risponde: andatelo a raccontare al portiere: quel che qui importa è il costo totale alla mia borsa di entrambe, ossia la cifra di vendita di voi due.

Un battibecco sorge tra le due merci, ognuna delle quali sostiene di voler fare un affare meno lucroso, contentandosi di un derisorio tasso di profitto. Siccome nessuna delle due lo può ridurre a zero, vince quella che davvero ha il costo di produzione più basso, come invoca anche Stalin ad ogni momento. Per la parte costante, occorre che le materie prime siano in quella quantità e qualità. La contesa si porterà, nei due campi esportatori, sulla parte variabile. Vi è il mezzo ovvio di pagare meno l'operaio e farlo lavorare molto, ma soprattutto gioca la produttività del lavoro, legata al perfezionamento tecnologico, all'uso di macchine più redditizie, alla più razionale organizzazione degli stabilimenti; ed ecco sciorinare la foto ad effetto dei grandi impianti da una parte e dall'altra, col vanto di avere sempre più abbassato, a parità di massa prodotta, il numero di lavoratori addetti. Una faccenda che all'agente delle compere sul mercato conteso importa ancora meno, è sapere in quale caso gli operai sono meglio pagati e trattati.

Non crediamo sarà penoso al lettore constatare la differenza tra i due metodi di analisi del valore. Il saggio, o tasso, del plusvalore è sempre molto più forte del tasso di profitto, e ciò tanto più, quanto più il capitale costante prevale sul capitale variabile.

Ora la legge di Marx sulla discesa del tasso di profitto medio considera tutto il profitto, ossia il globale beneficio sulla produzione di cui si tratta, prima di stabilire a chi andrà tale profitto (banchiere, industriale, proprietario). Marx nel capitolo XIII del II libro ribadisce di avere trattata la legge «a disegno» prima di passare alla ripartizione del profitto (o plusvalore) tra i vari tipi sociali, perché la legge è vera indipendentemente da tale ripartizione. È quindi vera anche quando è lo Stato a fare da proprietario, da banchiere ed imprenditore.

La legge si fonda sul processo storico generale, da nessuno negato, da tutti apologizzato, che con l'applicazione al lavoro umano di sempre più complessi strumenti, utensili, macchine, dispositivi, risorse tecniche e scientifiche, ne cresce in modo incessante la produttività.

Per una certa massa di prodotti, occorrono sempre meno operai. Il capitale che si è dovuto mettere fuori, investire, per avere per le mani quella data massa di prodotti, cambia di continuo quella che Marx dice la composizione organica: contiene sempre più capitale materia, e sempre meno capitale salari. Bastano pochi operai a dare una enorme «aggiunta di valore» alle materie lavorate, in quanto molto di più ne possono lavorare, rispetto al passato. Anche questo è concorde. Ed allora? Anche ammesso che il capitale come spesso avviene (ma non è necessaria legge marxista come per il rivoluzionario da operetta) aumenti lo sfruttamento, aumenti il saggio del plusvalore, pagando meno gli operai, il plusvalore e profitto ritratto aumenteranno, ma dato il molto maggiore aumento della massa di materie comprate e lavorate attraverso quel solo impiego di mano d'opera, il tasso di profitto scenderà sempre, in quanto il tasso è dato dal rapporto del profitto, cresciuto alquanto, a tutta la anticipazione per salari e materie, cresciuta, per la seconda partita, enormemente.

Il capitale cerca il massimo profitto? Ma certamente, lo cerca e lo trova, ma non può impedire che intanto il tasso di profitto discenda. La massa del profitto aumenta, poiché la massa della popolazione è di più, il proletariato di più ancora, le materie lavorate sempre più imponenti, la massa della produzione sempre più grande. Capitali piccoli divisi tra moltissimi all'inizio e investiti a buon tasso, all'arrivo capitali grandissimi, divisi tra pochissimi (e qui l'effetto della concentrazione parallela all'accumulazione) investiti si ad un tasso disceso, ma col risultato dell'incessante ascesa del capitale sociale, del profitto sociale, del capitale e profitto medio aziendale, fino ad altezze vertiginose.

Quindi nessuna contraddizione alla legge di Marx sulla discesa del tasso, che potrebbe essere fermata solo da una diminuita produttività del lavoro, da una degenerata composizione organica del capitale, cose contro cui Stalin tira con la più pesante artiglieria, cose sul terreno delle quali mira disperatamente a superare l'avversario.

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OTTOCENTO E NOVECENTO

Nel numero scorso di questo foglio sono apparse alcune sobrie cifre di fonte capitalistica sull'economia americana. Prendiamone la conferma dalla legge stabilita da Marx e negata da Stalin. Nel 1848, dice la statistica, al nascere del capitalismo industriale negli Stati Uniti, su mille di valore che veniva, nella produzione, aggiunto al valore del lavorato quando era grezzo, andava per 510 agli operai come salari e stipendi, per 490 ai padroni come profitti. Evitando dettagli sui logorii, spese generali, ecc., le due cifre danno proprio capitale variabile e plusvalore: il loro rapporto, o saggio del plusvalore, è il 95 per cento.

Quale sarà stato al modo di ragionare dei borghesi il tasso di profitto? Dovremmo conoscere il valore delle materie trasformate. Non possiamo che supporlo, ponendo che in una industria bambina ogni operaio mediamente trasformi un valore circa quadruplo della paga. La materia rappresenterà 2000 contro 510 di paghe e 490 di lucri. Spesa totale di produzione 2510. Tasso di profitto alto: 19,6%. Notate tuttavia che è sempre al di sotto del tasso del plusvalore.

Dopo il grande ciclo di allucinante ascesa, nel 1929, su 1000 di valore aggiunto al prodotto gli operai non ricevono più che 362, e 648 i capitalisti. (Non incominciate ad equivocare: fino al venerdì nero le paghe erano salite ed il tenore di vita operaio salito anche fortemente, ciò non contraddice). Ecco che il saggio del plusvalore o di sfruttamento è aumentato fortemente: dal 95 al 180 %. (Se dopo aver usato per una vita le corde vocali c'è ancora chi non capisce che si è sfruttati di più pure avendo più soldi e mangiando meglio, vada a letto: egli non capisce l'effetto della cresciuta produttività della forza lavoro che sta nella carcassa dell'operaio e finisce nella borsa del curnutissimo borghese).

Cerchiamo ora di valutare tutta la produzione. Ammetto (con la certezza che garantisce chi ha un poco di familiarità di costruire sintesi di essere sempre prudente contro la sua tesi, a favore di qualche spaccator di peli in quindici che si spassi a controllare)che si sia decuplicata la possibilità di lavorazione di materie, grazie ai macchinari, a parità di impiego di mano d'opera, dal 1848 al 1929. E allora se con 362 dati ai lavoratori invece di 510 le duemila di materie sarebbero scese a 1440, ecco che salgono invece a 14.000. Con la spesa totale investita in Lire 14.762, il lucro noto di 648 è il 4,2%. Ecco la discesa del tasso di profitto! Non fate solo tanto di cappello a Marx, evitate di trarre il fazzoletto per asciugare le lacrime capitaliste di Uncle Sam! Avrete capito che cercavamo i tassi non le masse. Per farci un'idea sulle cifre globali della produzione, sia pure non con il valore effettivo ma con rapporto figurato fra due epoche, noteremo che i due blocchi che per il 1848 danno il prodotto lordo 3000 e per il 1929 il lordo di 15.400 si riferiscono a gruppi non dissimili molto per numero di produttori. Ma nell'ottantennio la popolazione operai è almeno decuplicata, per andar sempre con cifre tonde, e quindi il prodotto totale può ben valutarsi in 154.000, circa 50 volte il 1848. Sebbene il tasso del profitto padronale sia calato al 4% medio, la massa del profitto risulta passata da 490 a 6.840: tredici volte tanto. È ben sicuro che le nostre cifre sono troppo moderate, l'essenziale era ribattere che il capitalismo americano ha ubbidito alla legge del tasso ed ha fatto la corsa al massimo profitto. Stalin non può scoprirgli nuove leggi. Né l'abbiamo portato in conto la concentrazione; diamo a questa un indice dieci e il profitto medio all'industria americana si sarà (come massa) moltiplicato per 130. Ecco la corsa alla crisi, ecco le conferme a Marx.

Ci concediamo un altro calcolo anche più ipotetico. La classe operaia di America prende il potere con una situazione tipo 1929: ripetiamo: 14.400 materie in lavoro, 362 mano d'opera, 648 benefici, 15.400 prodotto totale.

E allora gli operai leggono Marx e usano «la forza produttiva accresciuta del capitale con la semplice riduzione del lavoro vivente». Un decreto del comitato rivoluzionario schiaccia la produzione a 10 mila (dove tagliare...vedremo allora, pensate solo che non faremo più elezioni presidenziali o altre...). Su questo lotto il lavoratore si contenterà di aggiungere ai suoi 362 di salario non già tutto il profitto (che è lordo di tasse e servizi generali) ma ben poco, per ora, e lo portiamo a 500. Per la ritenuta generale di conservazione degli impianti pubblici e di amministrazione statale addirittura preleviamo più dei 648 dei cessati capitalisti, ossia 700. Fatto il conto sono solo 8800 di materie lavorate al posto di 14.400 e se il numero degli operai è quello la giornata di ognuno cala del 62% e circa da 8 a 5 ore. Un bel primo passo. Se calcolassimo la remunerazione oraria vedremmo di averla alzata del 120%: da 45 a 100.

Non sarebbe ancora il socialismo. Ma mentre Stalin dove vede nel socialismo una legge nuova pretende di identificarla con quella capitalista, che con l'aumentata produttività del lavoro cresca la produzione, noi gli opponiamo la legge inversa: con la aumentata produttività del lavoro diminuisca lo sforzo, e la produzione o resti costante, o, dopo averne stroncato i rami capitalistici di tosco e di sangue, prenda a ricrescere per dolce curva, con umana armonia.

Finché l'appello allo sforzo frenetico di produrre echeggia, esso non può avere altro senso che quello della resistenza esasperata alla legge marxista del tasso. Perché il tasso possa scendere, ma non cominci a scendere anche la massa del plusvalore e del profitto, interviene la retorica forcaiola-progressiva, e grida ad una smarrita umanità: si lavori di più, si produca di più, e se data la loro remunerazione i lavoratori interni non sarebbero acquirenti prevedibili del sopraprodotto, si trovi il modo di esportare conquistando i mercati di fuori al nostro consumo! Questo il girone d'inferno dell'imperialismo, che nella guerra ha trovato la sua soluzione inevitabile, e nella ricostruzione di tutta una secolare attrezzatura umana distrutta la provvisoria via d'uscita contro la crisi suprema.

Tutte queste stesse vie sono seguite da Stalin: ricostruzione delle parti devastate, costruzione prima dell'arredamento capitalista in paesi immensi, ed oggi marcia verso i mercati. Tale marcia, da chiunque intrapresa, si fa per due vie: basso costo di produzione-guerra.

Chiuderemo questa esposizione della basilare legge di Marx con una nuova enunciazione del capitalismo che egli pone in Appendice - e che come sempre vale di programma sociale comunista (fine Cap. XV, libro III).

«Tre fatti principali della produzione capitalista:

1. Concentrazione dei mezzi di produzione tra le mani di alcuni individui. Tali mezzi di produzione cessano così di apparire come proprietà del produttore immediato, e si trasformano in poteri sociali della produzione. Dapprima tali potenze sono, egli è vero, proprietà privata dei capitalisti che ne intascano tutti i benefici.»

Di poi...Marx non lo scrive, ma vuol dire che tali figure personali secondarie possono sparire, e il Capitale resta Potenza Sociale.

«2. Organizzazione del lavoro come lavoro sociale, a mezzo della cooperazione (lavoro associato), della divisione del lavoro, e del legame tra lavoro e scienza della natura.

In tali due sensi il modo di produzione capitalista, sopprime, sebbene sotto forma diverse, la proprietà privata, e il lavoro privato.

3. Formazione del Mercato Mondiale».

 

*   *   *

 

Come di norma il Filo ha condotto dove doveva condurre. Sappia il lettore che la giornata non è trascorsa, ma solo giunta al mezzodì. Antimeriggio forse duro, pesante, da sinfonia wagneriana.

Sarà il pomeriggio di chiusura un più facile canto sul cammino aspro? Forse. «L'après-midi d'un faune»? Il Fauno non potrebbe che avere le forme gregge e le minacciose movenze del sanguinoso Marte.

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Giornata terza

 

Pomeriggio

 

 

Nelle due prime giornate e nell’antimeriggio della terza abbiamo tratto dal noto scritto di Stalin tutti gli elementi utili a stabilire da quali leggi sia retta l’economia della Russia.

In linea di dottrina abbiamo contestato a fondo che un’economia caratterizzata da quelle leggi possa tuttavia essere definita socialismo anche dello stadio inferiore, e contestato non meno che a tale fine possano essere invocati i testi fondamentali di Marx e di Engels, ove a chiare note si leggono - ma non certo con la banale scorrevolezza di un romanzo a fumetti - i caratteri economici propri del capitalismo, quelli propri del socialismo, e i fenomeni che consentono di verificare il passaggio economico dal primo al secondo.

In linea di fatto si è potuto pervenire ad una serie di stabili conclusioni. Sul mercato interno russo vige la legge del valore; adunque: a) i prodotti hanno carattere di merci; b) esiste il mercato; c) lo scambio avviene tra equivalenti come vuole la legge del valore, e gli equivalenti sono espressi in denaro.

La grande massa delle aziende della campagna lavora solo in vista della produzione di merci, ed in parte con una forma di attribuzione dei prodotti alla persona del lavoratore parcellare (che in altro tempo di lavoro funziona come produttore collettivo, associato nel colcos), la quale forma è ancora più lontana dal socialismo, ed in certo senso precapitalistica e premercantile.

Le piccole e medie aziende che producono manufatti lavorano anche per il collocamento mercantile.

Infine le grandi fabbriche sono dello Stato, ma sono tenute ad una contabilità in moneta, e a dimostrare che, rispettata la legge del valore nei prezzi di quanto è uscita o spesa (materie prime, salari pagati) e di quanto è entrata (prodotti esitati) si ha la redditibilità, ossia un profitto positivo, un premio.

La dimostrazione sul senso della legge marxista del saggio di profitto e della sua diminuzione è valsa a mostrare vuota l’antitesi di Stalin: dato che il potere lo ha il proletariato, la gran macchina dell’industria nazionalizzata non persegue come nei paesi capitalistici il massimo volume del profitto, ma è guidata verso il massimo benessere dei lavoratori e del popolo.

A parte le più ampie riserve sull’assenza di radicali contrasti tra gli interessi anche immediati dei lavoratori dell’industria di Stato, e quelli del popolo sovietico, accozzaglia di contadini isolati o associati, di bottegai, di gestori di piccole e medie aziende industriali, ecc., ecc., la dimostrazione che vige la legge capitalistica della discesa del saggio di profitto l’abbiamo tratta dall’affermata «legge dell’aumento della produzione nazionale pianificata in progressione geometrica». Se un piano quinquennale ha imposto di elevare la produzione del venti per cento, ossia da cento a centoventi, il successivo piano imporrà ancora il venti per cento, ossia che si vada non da 120 a 140, ma da 120 a 144 (aumento del venti per cento su 120 dell’inizio del nuovo quinquennio). Chi ha familiarità coi numeri sa che la differenza sembra poca cosa all’inizio, ma poi giganteggia: ricordate la storia dell’inventore del giuoco degli scacchi cui l’imperatore della Cina offerse un premio? Chiese che gli ponessero un chicco di grano sulla prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza... Non bastarono tutti i granai del celeste impero prima che si esaurissero le sessantaquattro caselle.

Ora questa legge di fatto non è che l’imperativo categorico: producete di più! Imperativo proprio del capitalismo, e derivato dalle successive cause: aumento di produttività del lavoro - aumento del capitale materie rispetto a quello lavoro nella composizione organica del capitale - discesa del saggio di profitto - compenso a questa discesa con il frenetico aumento del capitale investito e della produzione di merci.

Se avessimo cominciato a costruire poche molecole di economia socialista ce ne accorgeremmo dal fatto che l’imperativo economico è mutato, ed è il nostro; la potenza del lavoro umano è accresciuta dalle risorse tecniche; producete lo stesso, e lavorate di meno. E in vere condizioni di potere rivoluzionario del proletariato, in paesi già troppo attrezzati meccanicamente: producete di meno, e lavorate ancora di meno!

Ultimo accertamento di fatto, dopo questo (cruciale) che la consegna è l’aumento della massa dei prodotti, è quello che una gran parte dei prodotti della grande industria di Stato si tende a rovesciarla sui mercati di fuori, e in tal caso si dichiara apertamente che il rapporto è mercantile non solo nella registrazione contabile, ma nella sostanza delle cose.

In fondo qui si contiene l’ammissione che, sia pure per sole ragioni di concorrenza mondiale (sempre pronta a lottare non più a colpi di bassi prezzi ma a colpi di cannone e di atomiche), non è possibile la «costruzione del socialismo in un solo paese». Solo nell’ipotesi assurda che questo potesse chiudersi in un vero sipario d’acciaio, gli sarebbe possibile cominciare a convertire le conquiste tecniche della produttività del lavoro, associate ad una pianificazione «fatta dalla società nell’interesse della società», in una diminuzione dell’interno sforzo di lavoro e dello sfruttamento del lavoratore. E solo in tale ipotesi il piano, abbandonata la folle curva geometrica della demenza capitalistica, potrebbe dire: raggiunto un certo standard dei consumi per tutti gli abitanti, fissato dai piani, non si produrrà più, e si eviterà la tentazione criminosa di seguitare a forzare la produzione per guardare, fuori del cerchio, dove si può scaraventarla ed imporla.

Tutta l’attenzione del Kremlino, dottrinale e pratica, si porta invece sul mercato mondiale.

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Concorrenza e monopolio

 

Una considerazione insufficiente delle teorie marxiste sul moderno colonialismo ed imperialismo è quella che occorra giustapporle come cose diverse, o almeno come sviluppi complementari, alla descrizione marxista del capitalismo della libera concorrenza, quale si sarebbe sviluppato all’incirca fino al 1880.

Con vari apporti abbiamo insistito sul fatto che tutta la pretesa fredda descrizione del mai esistito capitalismo «liberista» e «pacifico» non è in Marx che in una gigantesca «dimostrazione polemica di partito e di classe» con la quale, accettando per un momento che il capitalismo funzioni secondo la dinamica illimitata del libero scambio fra i portatori di valori pareggiati (il che altro non esprime che la famosa legge del valore), si perviene a snidare l’essenza del capitalismo, che è un monopolio sociale di classe, volto incessantemente, dai primi episodi dell’accumulazione iniziale sino alle guerre odierne di brigantaggio, a predare le differenze figliate sotto il trucco dello scambio pattuito, libero ed eguale.

Se, assunta la piattaforma dello scambio tra merci di ugual valore, si dimostra la formazione di plusvalore ed il suo investirsi ed accumularsi in nuovo capitale sempre più concentrato, se si dimostra che la sola via (compatibile con la sopravvivenza del modo capitalistico di produzione) per uscire dalle contraddizioni tra l’accumulo ai due poli di ricchezza e miseria, e per difendersi dalla successivamente dedotta legge della discesa del saggio, è il produrre sempre di più, e sempre più oltre le necessità di consumo, è chiaro che fin dalle prime battute si delinea lo scontro tra i vari Stati capitalistici, ognuno dei quali è condotto a tentare di far consumare le sue merci nell’area dell’altro, ad allontanare la sua crisi provocandola nel rivale.

Poiché l’economia ufficiale tenta vanamente di provare che è possibile, con le formule e i canoni della produzione di merci, arrivare ad un equilibrio stabile sul mercato internazionale, ed anzi sostiene che le crisi cesseranno proprio in quanto la civile organizzazione capitalistica si sia dovunque estesa, Marx deve scendere e discutere in astratto le leggi di un fittizio paese unico di capitalismo sviluppato appieno, e che non abbia commercio estero, e dimostrare che esso «dovrà saltare».

E’ troppo chiaro che ove i rapporti prima detti tra due economie chiuse sorgono, sono elemento non di pacificazione ma di sommovimento, e la tesi che sta contro di noi è, a più forte ragione, perduta. I nostri imbarazzi teorici sarebbero stati gravi nel solo caso che nei primi 50 anni del secolo attuale si fosse seguitato a nuotare nel lattemiele economico e politico, con trattati di liberalizzazione dei commerci e di neutralità e disarmo: invece, essendo il mondo cento volte più capitalista, è divenuto cento volte di più terremotato in tutti i sensi.

Al solito, per far vedere chi è che non cambia le carte: nota al paragrafo 1 del Cap. XXII del Capitale, Libro I. «Qui si fa astrazione dal commercio con l’estero a mezzo del quale una nazione può convertire articoli di lusso in mezzi di produzione o in sussistenze di prima necessità e viceversa. Per concepire l’oggetto della ricerca nella sua purezza, bisogna considerare il mondo commerciale come una sola nazione e supporre che la produzione capitalistica si sia dovunque stabilita e si sia impadronita di tutti i rami dell’industria».

Dal primo inizio tutto il ciclo dell’opera di Marx, in cui (come sempre rivendichiamo) sono ad ogni tratto inseparabili teoria e programma, tende a concludersi nella fase in cui le contraddizioni dei primi centri capitalistici si rovesciano sul piano internazionale. La dimostrazione che un patto di pace economica tra le classi sociali in un paese è impossibile come soluzione definitiva, e come soluzione contingente è regressivo, si appaia in pieno alla dimostrazione analoga per l’illusorio patto di pace tra gli Stati.

Fu più volte rammentato che Marx nella prefazione alla «Critica dell’economia politica» del 1859 schizza questo ordine di argomenti: capitale, proprietà della terra, lavoro salariato, Stato, commercio internazionale, mercato mondiale. Marx dice che sotto le prime rubriche esamina le condizioni di esistenza delle tre grandi classi in cui si divide la presente società borghese, e aggiunge che il tratto di unione tra le successive tre rubriche «salta agli occhi di tutti».

Quando Marx inizia la stesura del Capitale, la cui prima parte assorbe la materia della Critica, il piano da una parte si approfondisce, dall’altra sembra limitarsi. Nella prefazione al primo libro, sullo Sviluppo della Produzione Capitalistica, Marx annunzia che il secondo tratterà del Processo di circolazione del Capitale (riproduzione semplice e progressiva del capitale investito nella produzione), e il terzo delle «Conformazioni del processo d’insieme». A parte il quarto, sulla storia della teoria del valore, di cui vi sono materiali sin dalla Critica, il terzo libro infatti affronta la descrizione del processo d’insieme, studia la divisione del plusvalore tra i benefici di capitalisti industriali, proprietari fondiari e capitale bancario, e chiude con il capitolo «spezzato» sulle «Classi». La stesura doveva all’evidenza svolgersi sul problema dello Stato e del mercato internazionale, al che provvedono altri testi decisivi, anteriori e posteriori del marxismo.

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Mercati e imperi

 

Nello stesso Manifesto e nel primo libro del Capitale, come è ben noto, sono di prima importanza i richiami al formarsi nel secolo XV, dopo le scoperte geografiche, del mercato ultra-oceanico, come dato fondamentale dell’accumulazione capitalistica, e alle guerre commerciali tra Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra.

Al momento della descrizione polemica e «di battaglia» del capitalismo tipo, è l’impero inglese che domina la scena mondiale, ed Engels e Marx dedicano a questo e alla sua interna economia il massimo dell’attenzione. Ma questa economia è liberalismo in teoria, imperialismo e monopolio mondiale nella realtà; e fin dal 1855, almeno. Lenin nell’Imperialismo fa stato a tal proposito della prefazione che nel 1892 Engels premetteva a una nuova edizione del suo studio «Le condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra», del 1844. Engels rifiuta di cancellare da quel lavoro giovanile la profezia della rivoluzione proletaria in Inghilterra. Gli pare più importante aver previsto che l’Inghilterra avrebbe perso il suo monopolio industriale nel mondo; ed aveva mille volte ragione. Se il monopolismo, giusta i passi che Lenin cita, servì ad addormentare il proletariato inglese, il primo formatosi nel mondo con contorni taglienti di classe, la fine del monopolio britannico ha seminato la lotta di classe e la rivoluzione nel mondo intero; chiaro che ci vorrà più tempo che nel fittizio «paese unico tutto capitalista» ma per noi la soluzione rivoluzionaria è già scontata in dottrina, e le vie e ragioni del «rinvio» la confermano. Essa verrà.

Citiamo un passo diverso da quello che cita Lenin, da quel testo: «La teoria del libero scambio aveva nel fondo una supposizione: che l’Inghilterra doveva diventare l’unico grande centro industriale di un mondo agricolo, ed i fatti hanno smentito completamente questa supposizione. Le condizioni della moderna industria si possono produrre ovunque vi è combustibile e specie carbone, ed altri paesi lo posseggono: Francia, Belgio, Germania, Russia, America... (le nuove odierne fonti di energia non vengono che a rafforzare la deduzione ). Essi cominciarono a fabbricare non solo per sé ma per il resto del mondo, e la conseguenza è che il monopolio industriale che l’Inghilterra ha posseduto per quasi un secolo è oggi irrimediabilmente spezzato».

Paradosso forse? Abbiamo potuto confutare la commedia del capitalismo libero con l’analisi di un caso contingente, solo in quanto era il caso più scandaloso della storia, di monopolio mondiale. Lasciate fare, lasciate passare, ma tenete in armamento la marina, maggiore della somma di tutte le altre, pronta a non lasciar fuggire i Napoleoni dalle Sant’Elene...

Nella precedente puntata abbiamo citato un passo del III libro di Marx che in una nuova sintesi di caratteri del capitalismo chiude col comma: Formazione del mercato mondiale. Non sarà male dare un altro sguardo potente.

«Il limite vero della produzione capitalistica e il capitale stesso. Il fatto che il capitale, con la propria messa in valore, appare come il principio e la fine, come la causa e lo scopo della produzione, che la produzione non è che produzione per il capitale: e non sono all’opposto (attenti! ora programma! programma della società socialista! ) i mezzi di produzione semplici mezzi per uno sviluppo sempre più esteso del processo di vita per la società dei produttori. I limiti nei quali soltanto possono muoversi la conservazione e la messa in valore del valore-capitale, che si fondano sulla espropriazione e sull’immiserimento della gran massa dei produttori, sono dunque in conflitto perpetuo con i metodi di produzione che il capitale deve impiegare per raggiungere il suo scopo e che perseguono l’illimitato accrescimento della produzione (Mosca, ascolti?); assegnano come scopo alla produzione la produzione stessa (Kremlino, sei in linea?) ed hanno in vista lo sviluppo assoluto della produttività sociale del lavoro. Questo mezzo - lo sviluppo senza riserve delle forze produttrici sociali - entra in conflitto permanente con lo scopo ridotto, la messa in valore del capitale esistente. Se il modo capitalistico di produzione è dunque un mezzo storico di sviluppare la forza produttiva materiale e di creare il mercato mondiale corrispondente, esso è al tempo stesso una contraddizione permanente fra la storica missione e le corrispondenti condizioni della produzione sociale».

Ancora una volta, resta ribadito che la «politica economica» russa sviluppa sì forze produttive materiali, estende sì il mercato mondiale, ma lo fa nelle forma di produzione capitaliste, costituendo sì un mezzo storico utile, come lo fu l’invasione dell’economia industriale a danno degli affamati scozzesi e irlandesi o tra gli indiani del Far West, ma restando in pieno nelle inesorabili morse delle contraddizioni che attanagliano il capitalismo, il quale potenzia il lavoro sociale sì, ma affamando e tiranneggiando la società dei lavoratori.

Da ogni lato dunque il mercato mondiale, di cui Stalin ha trattato, è il punto di arrivo. Esso non è mai stato «unico» se non in astratto, e lo potrebbe essere solo in quel paese ipotetico di capitalismo totale e chimicamente puro, contro cui abbiamo eretta la matematica dimostrazione di irrealizzabilità, talché se nascesse, andrebbe tosto in frantumi, come certi atomi e certi cristalli che possono vivere solo una frazione di secondo. Caduto quindi il sogno di un unico mercato della sterlina, Lenin può dare la magistrale descrizione della spartizione coloniale e semicoloniale del mondo tra cinque o sei mostri statali imperialisti alla vigilia della prima guerra. A questa non successe un sistema di equilibri, ma una nuova difforme spartizione, e lo ammette anche Stalin, riconoscendo che nella seconda guerra la Germania, sottrattasi «alla schiavitù» e «prendendo il cammino di uno sviluppo autonomo» ebbe ragione di dirigere le sue forze contro il blocco imperialista anglo-franco-americano. Come poi questo si concilii con tutta la smaccata propaganda sulla guerra non imperialista, ma «democratica», di tale blocco per tanti anni, fino alle attuali chiassate negli ultimi consigli comunali per la grazia al criminale Kesselring, guai se il compagno Pinkoff Pallinovich osasse domandarlo!

Nuova spartizione dunque, e nuova fonte di guerra. Ma avanti di passare al giudizio staliniano sulla spartizione, che alla seconda guerra è succeduta, non resisteremo a porre in onda un altro passaggio di Lenin nell’Imperialismo, dedicandolo particolarmente al dialogato dei giorni scorsi sulla parte economica. Lenin deride un economista tedesco, il Liefmann, che per cantare le lodi dell’imperialismo scrisse: il commercio è l’attività industriale diretta a raccogliere, conservare e mettere a disposizione i beni. Lenin assesta una stangata che colpisce molto oltre Liefmann: «Ne viene fuori che il commercio era già esistito presso gli uomini primitivi, che ancora neppure conoscevano lo scambio, e che continuerà ad esistere anche nella società socialista!». L’esclamativo si capisce è di Lenin: Mosca, come la mettiamo?

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Parallelo o meridiano

 

Secondo lo scritto di Stalin l’effetto economico della seconda guerra mondiale, più che quello di mettere fuori causa due grandi paesi industriali e produttori alla ricerca di aree di smercio, come Germania e Giappone, trascurando l’Italia, è stato quello di spezzare in due il mercato mondiale. Prima si adopera l’espressione di disgregazione del mercato mondiale, poi si precisa che il mercato unico mondiale si è spezzato in due «mercati mondiali paralleli, opposti l’uno all’altro». Quali siano i due campi è chiaro: da una parte Stati Uniti, Inghilterra, Francia, con tutti i paesi che sono entrati nell’orbita prima del piano Marshall per la ricostruzione europea, poi del piano atlantico per la difesa europea e occidentale, e meglio per l’armamento; dall’altra parte la Russia, che «sottoposta ad un blocco insieme ai paesi di democrazia popolare ed alla Cina» ha formato con essi una nuova e separata area di mercato. Il fatto è geograficamente definito, ma la formula non è molto felice (salvo le colpe solite dei traduttori). Concesso per un momento che alla vigilia della seconda guerra vi fosse un vero mercato mondiale unico, accessibile in ogni piazza di smercio ai prodotti di qualunque paese, questo non si rompe in «due mercati mondiali», ma cessa di esistere il mercato mondiale, e al suo posto vi sono due mercati internazionali, separati da una rigorosa cortina traverso la quale (in teoria, e secondo quanto sanno le dogane ufficiali, il che oggi è poco) non avvengono passaggi di merci e di valute. Questi due mercati sono opposti, ma «paralleli». Ora ciò vale ammettere che le economie interne alle due grandi aree, in cui la superficie terrestre si è spezzata, sono «parallele», ossia dello stesso tipo storico, e ciò collima con la nostra presentazione dottrinale, e contraddice quella che lo scritto di Stalin vorrebbe varare. Nei due campi vi sono mercati, dunque economia mercantile, dunque economia capitalistica. Passi dunque per la dizione dei mercati paralleli, ma sia ben respinta la definizione che dica trattarsi ad Occidente di un mercato capitalista, ad oriente di un mercato socialista, contraddizione in termini.

Questo punto di arrivo dei due mercati «semimondiali», divisi all’incirca, ed almeno stando alla parte più avanzata del territorio abitato umano, non secondo un parallelo, ma secondo il meridiano della vinta Berlino, conduce ad una conseguenza notevolissima nello scritto di Stalin, e soprattutto se paragonato alla fallita ipotesi del mercato mondiale unico, tutto controllato da una federazione di Stati usciti vincitori dalla guerra, o controllato dal solo blocco occidentale col baricentro negli Stati Uniti. La conseguenza è che «la sfera di applicazione delle forze dei principali paesi capitalistici (Stati Uniti, Inghilterra, Francia) alle risorse mondiali non si estenderà, ma si ridurrà: che le condizioni del mercato mondiale (diremmo: estero) di sbocco per questi paesi peggioreranno, e si accentuerà la contrazione della produzione per le loro aziende. In questo consiste propriamente l’approfondirsi della crisi generale del sistema capitalistico mondiale».

La cosa ha fatto colpo: mentre i vari burattini tipo Ehremburg o Nenni sono mandati in giro a sostenere la «pacifica convivenza» e la «emulazione» tra due sfere economiche parallele, viene da Mosca affermato che si attende sempre che la sfera occidentale salti, per effetto di una crisi di affogamento dei troppi inutili prodotti che non si trova a chi vendere (e nemmeno a regalare, incatenando con debiti secolari), e alla quale non basta reagire colla ripresa frenetica degli armamenti, o la guerra in Corea, e in altri campi di brigantaggio imperialista.

Se questo ha scosso i borghesi, non basta per scaldare noi marxisti. Dobbiamo chiedere che cosa determinerà un simile processo nel campo «parallelo», di cui sopra; e col testo ufficiale, abbiamo dimostrato l’identica necessità di produrre di più, e di rovesciare fuori prodotti. E dobbiamo poi al solito trarre le conclusioni decisive dalla risalita della corrente storica e dalla contraddizione tra questo postumo tentativo di rimettere in piedi la visione rivoluzionaria di Marx-Lenin: accumulazione, sovrapproduzione, crisi, guerra, rivoluzione! e le posizioni storiche e politiche incancellabili assunte in un lungo corso, e che dai partiti che in quel minato Occidente lavorano, si persiste ad assumere in controsenso spietato ad ogni sviluppo della pressione di classe, della preparazione rivoluzionaria delle masse.

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Classi e Stati

 

Avanti la Prima Guerra Mondiale lo scontro è tra due prospettive. L’inevitabile contesa per i mercati, che provocherà la guerra, e la ripresa della tensione imperialista dopo la guerra, chiunque la vinca, fino alla rivoluzione di classe o al nuovo conflitto universale, costituisce la prospettiva di Lenin. Quella opposta, dei traditori della classe operaia e dell’Internazionale, dice invece che se viene schiacciato lo Stato aggressore (Germania) il mondo ritornerà civile e pacifico ed aperto alle «conquiste sociali». A diverse prospettive diverse conseguenze: i traditori invocano l’unione nazionale delle classi, Lenin invoca il disfattismo di classe entro ogni nazione.

Il conflitto era stato dilazionato sino al 1914 in quanto il mercato mondiale era ancora in «formazione» nel senso marxista.

Il concetto base di formazione del mercato mondiale, come mostrammo a proposito del mercantilismo capitalista, si fonda sulla «dissoluzione» - nel magma economico unico delle produzione del trasporto e vendita dei prodotti - delle «sfere di vita» e «cerchie d’influenza» ristrette, proprie del precapitalismo, entro le quali si produce e si consuma con una economia locale, autarchica, come quella delle giurisdizioni aristocratiche e delle signorie asiatiche. Finché avvengono all’interno e all’esterno queste «fusioni» delle macchie di olio nel solvente generale, il capitalismo tiene il ritmo del suo «geometrico» gonfiarsi, senza scoppiare. Non perciò entrano le isole in un unico mercato universale senza barriere: il protezionismo è antichissimo per le aree nazionali, e le piazze estere, scoperte dai navigatori, si tende dalle varie nazioni a monopolizzarle, colle concessioni di sovrani e sultani di colore, colle compagnie di commercio come le olandesi, portoghesi ed inglesi, colla protezione delle flotte di Stato e all’inizio perfino di navi piratesche, di scorridori «partigiani» del mare.

Comunque nella descrizione di Lenin non solo siamo quasi alla saturazione del mondo, ma gli ultimi arrivati stanno allo stretto nelle loro aree di smercio; di qui la guerra.

Seconda guerra. Il risorgere della Germania come grande paese industriale è da Stalin attribuito al desiderio delle potenze di Occidente di armare un aggressore alla Russia. Invero le cause prime furono la non devastazione militare del territorio germanico, e la sua non occupazione dopo l’armistizio. Lo stesso sviluppo di Stalin viene ad ammettere che le cause imperialiste ed economiche prevalsero su quelle «politiche» o di «ideologia» nel determinare il secondo conflitto, dal momento che la Germania si gettò sugli occidentali e non sulla Russia. Resta dunque assodato che la guerra del 1939 ed anni seguenti fu imperialista. Adunque si rinnovavano le due prospettive: o verso nuove guerre, chiunque avesse vinto, o verso la rivoluzione se alla guerra avesse risposto non la solidarietà delle classi ma il loro scontro - ed opposta a questa la prospettiva borghese identica a quella della prima guerra: tutto sta nel battere la criminosa Germania; tanto ottenuto, si navigherà verso il pacifismo ed il disarmo generale e la libertà e benessere di tutti i popoli.

Oggi Stalin dimostra di essere per la prima prospettiva, quella leninista, riportando avanti la spiegazione imperialista della guerra e la lotta per i mercati; ma è tardi per chi ieri gettò tutto il potenziale del movimento internazionale sull’altra prospettiva: lotta per la libertà contro il fascismo e nazismo. Che le due prospettive siano incompatibili è oggi ammesso, ma allora perché si continua a lanciare il movimento (ormai rovinato) sulla pista della versione liberale progressiva e piccolo-borghese, su quella della «guerra per gli ideali»?

Forse per prepararsi a buon gioco politico nella nuova guerra, da presentare come lotta tra l’ideale capitalista di Occidente, e quello socialista di Oriente, e nella smaccata gara delle bande politicanti dei due lati ognuna delle quali spera di affogare l’altra nella feroce accusa di «fascismo»? Ebbene l’interessante nello scritto di Giuseppe Stalin è che egli dice: no.

Per nulla scosso dalla storica responsabilità di avere nella seconda guerra spezzata la teoria di Lenin sulla inevitabilità delle guerre tra paesi capitalistici e sull’unico sbocco nella rivoluzione di classe, e peggio ancora da quella di avere rotta la sola consegna politica a quella teoria conseguente, coll’ordinare ai comunisti, prima di Germania poi di Francia, Inghilterra, America, di fare la pace sociale col loro Stato e governo borghese, il capo della Russia di oggi ferma i compagni che credono alla necessità di uno scontro armato tra il mondo o semimondo «socialista» e quello «capitalista». Ma anziché deviare tale profezia colla abusata dottrina del pacifismo, dell’emulazione, della convivenza dei due mondi, egli dice che è solo «in teoria» che il contrasto tra Russia e Occidente è più profondo di quello che può o potrà sorgere tra Stato e Stato dell’Occidente capitalista.

Si possono bene da parte di veri marxisti ammettere tutte le previsioni su contrasti nel seno del gruppo atlantico, e sul risorgere di capitalismi autonomi e forti nei paesi vinti, come Germania e Giappone. Ma il punto di arrivo di Stalin va bene analizzato, nella formulazione in cui vediamo invocata per analogia la ricordata situazione dello scoppio della II guerra mondiale: «la lotta dei paesi capitalistici per i mercati ed il desiderio di sommergere i propri concorrenti si rivelarono praticamente più forti che i contrasti tra il campo dei capitalisti e il campo del socialismo».

Quale campo del socialismo? Se, come dimostrato con le vostre parole, il vostro campo (che etichettate socialista) produce merci per l’estero con ritmo che al massimo volete potenziare, non si tratta della stessa «lotta per i mercati» e della stessa «lotta per sommergere (o per non farsene sommergere che val lo stesso) il proprio concorrente?». E nella guerra non potrete o dovrete entrare anche voi, come produttori di merci, il che in lingua marxista vuol dire come capitalisti?

Sola differenza tra voi russi e gli altri è quella che quei paesi industriali di pieno sviluppo sono già oltre l’alternativa di «colonizzazione interna» di sopravvissute isole premercantili, e voi siete impegnati in questo campo ancora a fondo. Ma la conseguenza che ne deriva è una sola: dato che la guerra venga inevitabilmente, quelli di Occidente avranno più armi, e dopo avervi sempre più premuti sul terreno della concorrenza sul mercato (avendo accettato scambio di prodotti e di valute, fino a che restate sul terreno emulativo non avrete altra via che quella dei bassi costi, bassi salari, e pazzeschi sforzi di lavoro del proletariato russo), vi batteranno su quello militare.

Come uscirne per evitare la vittoria americana (che anche per noi è il peggiore di tutti i mali)? La formula di Stalin è abile, ma è la migliore per proseguire nell’addormentamento rivoluzionario del proletariato, e nel rendere all’imperialismo atlantico il più alto servigio. Si evita di dichiarargli la famosa «guerra santa», il che varrebbe mettersi in luce sfavorevole nell’idiota discussione mondiale sull’aggressore, e si ripiega su un «determinismo» adulterato. Ma non perciò si ritorna - e sarebbe storicamente impossibile! - sul piano della lotta e della guerra di classe.

Il linguaggio stalinista è equivoco. La guerra, Lenin lo disse, verrà tra gli Stati capitalistici. Che faremo noi? Grideremo come egli fece ai lavoratori di tutti i paesi dei due campi: guerra di classe, inversione del fucile? Mai più! Faremo la stessa elegante manovra della seconda guerra. Andremo con uno dei campi, poniamo con Francia e Inghilterra contro Stati Uniti. Romperemo così il fronte e verrà il giorno in cui gettandoci sull’ultimo rimasto, anche se ex alleato, faremo fuori pure lui.

Nei corridoi oscuri tanto si propina agli ultimi ingenui proletari non ancora conformizzati con mezzi peggiori.

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Guerra o pace

 

Ma allora, hanno chiesto molti al capo supremo, se di bel nuovo crediamo all’inevitabile guerra, che fare della vasta macchina che abbiamo montata per la campagna pacifista?

La risposta riduce a ben misere proporzioni la possibilità dell’agitazione pacifista. Potrà rimandare o posporre una qualche determinata guerra, potrà cambiare un governo guerraiolo in uno pacifista (ed allora cambierà o meno l’appetito dei mercati, dieci volte messo innanzi come fatto primo?). Ma la guerra resterà inevitabile. Se poi in una certa zona la lotta per la pace si sviluppi, da movimento democratico e non di classe, in lotta per il socialismo, allora non si tratterà più di assicurare la pace (cosa impossibile) ma di rovesciare il capitalismo. E che dirà Ciccio Nitti? Che diranno i centomila fessi che credono alla pace internazionale, e alla pace interna sociale?

Per eliminare le guerre e la loro inevitabilità, tale è la chiusa, è necessario distruggere l’imperialismo.

Bene! E allora, come distruggiamo l’imperialismo?

«L’attuale movimento per mantenere la pace si distingue dal movimento che svolgemmo nella prima guerra mondiale per trasformare la guerra imperialista in guerra civile, giacché quest’ultimo movimento andava oltre e perseguiva fini socialisti». Ben chiaro: la consegna di Lenin era per la guerra civile sociale, ossia del proletariato contro la borghesia.

Ma voi già nella seconda guerra avete buttato via la guerra sociale ed avete svolto, o «collaborazione» nazionale, o guerra «partigiana», ossia guerra non sociale, bensì dei fautori di uno dei campi borghesi e capitalisti contro l’altro campo.

Prenderemo allora l’imperialismo per il corno della pace o della guerra? Se un giorno imperialismo e capitalismo cadranno, sarà in pace o in guerra? In pace voi dite: non sfottete l’U.R.S.S., e noi agiamo in piena via legalitaria; quindi niente caduta del capitalismo. In guerra dite: non è più il caso della guerra civile ovunque come nella prima guerra, ma i proletari seguiranno la consegna di guardare quale campo capitalista affiancheremo usando il nostro apparato statale e militare di Mosca. è così che, paese per paese, la lotta di classe viene soffocata nel fango.

E’ indubitato che l’alto capitalismo, checché sia della paccottiglia parlamentare e giornalistica, bene comprende come la «carta» di Stalin non sia una dichiarazione di guerra, ma una polizza di assicurazione sulla vita.

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Jus primae noctis

 

Dopo aver descritto il grande lavoro compiuto dal governo di Russia nel campo tecnico ed economico, Stalin disse, almeno nei primi resoconti: ci siamo trovati di fronte ad un «terreno vergine» ed abbiamo dovuto creare dalle fondamenta nuove forme di economia. Questo compito senza precedenti nella storia, è stato portato onorevolmente a termine.

Ebbene, è vero: vi siete trovati davanti ad un terreno vergine. è stata la vostra fortuna, e la disgrazia della rivoluzione proletaria fuori di Russia. La forza di una rivoluzione, quale che essa storicamente sia, procede con tutto il suo vigore quando ha a che fare solo con ostacoli di un terreno selvaggio e feroce, ma vergine.

Ma negli anni in cui, dopo la conquista del potere nell’immenso impero degli Zar, i delegati del proletariato rosso di tutto il mondo vennero nelle sale del Trono rutilanti di ori barocchi, e si trattò di segnare le linee della rivoluzione che doveva abbattere i fortilizi imperiali borghesi dell’Occidente, qualcosa di fondamentale invano fu detto; e nemmeno Vladimiro intese. A ciò si deve che, se pure il bilancio delle grandi dighe, delle grandi centrali elettriche e della colonizzazione di immense steppe, si chiude con onore; quello della rivoluzione nel mondo capitalista di Occidente si è chiuso non solo disonoratamente, che sarebbe poco, ma col disastro per lunghi decenni irreparabile.

Quello che vi fu invano detto è che nel mondo borghese, nel mondo della civiltà cristiana parlamentare e mercantile, la Rivoluzione si trovava di fronte ad un terreno puttano.

Voi l’avete lasciata contaminare e perire.

Anche da questa sinistra esperienza, Essa rinascerà.

 

 

Partito comunista internazionale

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