Proletariato palestinese e proletariato israeliano

(«il comunista»; N° 138;  Aprile 2015)

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Secondo le "previsioni" di vari esperti di politica israeliana e mediorientale, le recenti elezioni in Israele avrebbero decretato un calo importante dei voti al Likud, partito del capo del governo Benjamin Netanyahu; ma, senza un avversario deciso e di "prestigio", Netanyahu, che ha puntato tutta la sua campagna elettorale sul tema della "sicurezza", anti-Iran, anti-palestinese ed anti-fondamentalismo islamico, non sarebbe comunque stato sconfitto. Facile previsione, soprattutto da quando, dopo Al Qaeda, agiscono in Iraq, in Siria, in Libia e in altri paesi le milizie del Califfato. La politica ultraconservatrice, nazionalista e antipalestinese di Netanyahu ha prevalso, ma non in modo consistente, tanto da costringere una buona parte delle formazioni di destra a coalizzarsi per formare il nuovo governo. Un governo che continuerà e non rispettare le risoluzione dell'ONU (come avevano fatto anche i governi "laburisti"), a sostenere di volta in volta l'occupazione di terre nel territorio che avrebbe dovuto essere riconosciuto soltanto alla Palestina e al suo tanto promesso Stato, a mantenere il controllo delle finanze (tasse interne e sostegni finanziari dall'estero) della Palestina e a mantenere la striscia di Gaza e la Cisgiordania sotto controllo militare. E per continuare ad attuare una politica del genere, le forze del nazionalismo israeliano di destra - come ieri le forze del nazionalismo israeliano di sinistra - hanno bisogno di contare sulla più forte collaborazione sociale tra borghesi, piccoloborghesi e proletariato.

Israele, nella sua funzione di gendarme della regione Mediorientale per conto degli Stati Uniti e degli imperialismi europei, si può permettere da più di 65 anni di "fare la guerra", senza conseguenze negative, ai palestinesi e ai paesi arabi che hanno tentato di frenarne le sue ambizioni di potenza regionale, perché è ancora indispensabile alle forze imperialiste, e soprattutto agli Stati Uniti, sebbene questi tentino di costruire un'altra sponda di controllo della regione attraverso un accordo con l'Iran partendo dalla questione del nucleare. Ma tutto il Medio Oriente è da decenni "terremotato" da una instabilità congenita la cui causa principale va cercata nella politica imperialista delle grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, al centro della quale instabilità gioca ancora un ruolo importante la "questione palestinese" e, quindi, dal nostro punta di vista, la questione del proletariato palestinese e del proletariato israeliano, alla quale è dedicato il lavoro che segue.

 

 

PROLETARI D'ISRAELE E PROLETARI DI PALESTINA

LA PROSPETTIVA DELLA LOTTA DI CLASSE PROLETARIA INTERNAZIONALE NON CANCELLA LA LOTTA DI CLASSE A LIVELLO NAZIONALE

IL MITO DI UNO STATO UNICO IN TERRA DI PALESTINA...

... E IL MITO DEI DUE STATI INDIPENDENTI IN TERRA DI PALESTINA

LA LOTTA DEL PROLETARIATO PALESTINESE FA PARTE DELLA LOTTA DEL PROLETARIATO D’EUROPA E D’AMERICA

 

 

Sulla questione dell’autodeterminazione del popolo palestinese e dell’atteggiamento di fronte alla questione del rapporto tra proletariato palestinese ed israeliano, l’esempio riportato da Marx ed Engels (1) a proposito dell’Irlanda e dell’Inghilterra calza molto bene.

La borghesia inglese che opprime la nazionalità irlandese, anche per rafforzare la propria tenuta interna, dal punto di vista sociale e politico, concede al proletariato autoctono maggiori vantaggi sia sul piano economico che su quello dei privilegi sociali, in modo da farlo sentire più garantito, più protetto rispetto al proletariato irlandese. Tali condizioni formano la base materiale sulla quale la borghesia inglese agisce per utilizzare il peso sociale del proprio proletariato a difesa dei propri interessi di classe e per renderlo complice dell’oppressione del popolo irlandese e, quindi, del proletariato irlandese.

Su tali condizioni si sviluppa la concorrenza tra proletari inglesi e irlandesi; i proletari inglesi, asserviti nel tempo anche grazie all’opera costante e capillare delle loro organizzazioni sindacali e politiche opportuniste, e oggetto costante dell’influenza ideologica della borghesia dominante, in questo modo si fanno veicolo indiretto dell’oppressione dei proletari irlandesi. E fino a quando la borghesia inglese tratterà e avrà la possibilità di trattare i propri proletari autoctoni meglio di qualsiasi altro proletariato, irlandese e di qualsiasi altra nazionalità, essa sarà dotata di un fattore decisivo per poter ottenere il loro sostegno in difesa del suo dominio di classe. Il concetto di aristocrazia operaia non è riferibile soltanto alla parte del proletariato inglese, più istruita e specializzata tecnicamente, che viene trattata economicamente meglio degli altri proletari inglesi – meno istruiti e meno tecnicamente specializzati – ma è riferibile anche al proletariato inglese nel suo insieme rispetto al proletariato dei paesi dominati e oppressi dalla borghesia inglese. Perciò anche il manovale inglese – trattato in genere meglio del manovale irlandese – vedeva come potenziale concorrente il manovale irlandese e, per proteggere il suo piccolo vantaggio, veniva istigato contro il manovale irlandese che trovava lavoro solo alla condizione di essere pagato meno di lui – cosa che, però, lo metteva nelle condizioni di essere preferito al manovale inglese in periodi di crisi economica proprio perché costava meno e su questa condizione poggiava l’aumento della concorrenza tra proletari. Come conseguenza dell’oppressione nazionale sofferta dalla popolazione irlandese, i proletari irlandesi non consideravano certo propri alleati o fratelli di classe i proletari inglesi che non si battevano contro l’oppressione nazionale anti-irlandese, ma semplicemente come alleati dei loro oppressori e perciò nemici. Tale condizione spingeva inevitabilmente i proletari irlandesi nelle braccia della borghesia irlandese che, a sua volta, sfruttava l’oppressione nazionale da parte della Gran Bretagna per ottenere da parte loro un’alleanza nazionalista e la collaborazione interclassista.

C’è chi sostiene che il periodo storico della formazione della gran parte degli Stati indipendenti è terminato e che, essendo il capitalismo passato al suo stadio di sviluppo ultimo, all’imperialismo, la questione nazionale non è più all’ordine del giorno della lotta rivoluzionaria del proletariato, in nessuna parte del mondo e che compito del proletariato, sia nei paesi capitalistici avanzati che nei paesi capitalistici arretrati, è solo, esclusivamente e direttamentequello della rivoluzione socialista, escludendo la presa in  carico dei problemi irrisolti dal dominio della classe borghese, tra cui quello dell’autodeterminazione nazionale dei popoli oppressi, problema certamente di carattere borghese ma che la borghesia in molte parti del mondo non ha risolto e non risolverà. Non c’è dubbio che la rivendicazione dell’autodecisione dei popoli sia una rivendicazione democratica, e perciò borghese. Ma sappiamo che lo sviluppo ineguale del capitalismo ha generato nel tempo alcuni paesi industrialmente più forti che di fatto dominavano e dominano il mercato mondiale e che grazie alla loro potenza economica hanno conquistato il resto dei paesi del mondo, annettendo nazioni o colonizzandole militarmente e aumentando in questo modo la propria potenza sia in risorse naturali che in masse di forza lavoro. E’ lo stesso sviluppo capitalistico che ha spinto, successivamente e in tempi diversi, alcuni grandi paesi – Cina, India, Persia, Egitto e poi Algeria, Congo, Vietnam, Sudafrica ecc. – a conquistare la propria indipendenza politica costituendosi in Stati indipendenti attraverso lotte condotte da movimenti nazionalrivoluzionari. Ma lo stesso sviluppo capitalistico ha generato nuove forme di colonizzazione, sia finanziaria che territoriale, nuove annessioni, aumentando di fatto l’oppressione capitalistica dei popoli del mondo, tanto che alcuni grandi Stati imperialisti hanno costretto e costringono ad un rapporto di tipo “coloniale” molti Stati resisi nel tempo formalmente indipendenti.

“L’imperialismo – afferma Lenin in un suo scritto del 1915 – è l’oppressione maggiore dei popoli del mondo da parte di un pugno di grandi potenze, è un periodo di guerre tra queste potenze per l’estensione e il consolidamento dell’oppressione delle nazioni, è un periodo di inganno delle masse popolari da parte dei socialpatrioti ipocriti, di coloro i quali – col pretesto della ‘libertà dei popoli’, del ‘diritto delle nazioni all’autodecisione’ e della ‘difesa della patria’ – giustificano e difendono l’oppressione della maggioranza dei popoli del mondo da parte delle grandi potenze” (2).

I socialpatrioti, i socialimperialisti, sostituendo “gli utopisti piccoloborghesi che sognano l’eguaglianza e la pace tra le nazioni in regime capitalista”, in realtà, agiscono per conto delle classi borghesi, nei paesi dominanti come nei paesi dominati, nell’ingannare le masse sulla effettiva oppressione delle nazioni da parte delle grandi potenze. Nell’epoca imperialista, sottolinea Lenin, “l’oppressione delle nazioni da parte delle grandi potenze è diventata un fenomeno generale”, perciò per il programma dei comunisti rivoluzionari [negli scritti del 1915, Lenin chiamava, come era usuale all’epoca, i comunisti rivoluzionari ancora “socialdemocratici”), sulla questione nazionale, “il punto centrale dev’essere precisamente quella divisione delle nazioni in dominanti e oppresse” perché questo punto “rappresenta l’essenza dell’imperialismo”. Che la rivendicazione del diritto delle nazioni all’autodecisione sia una rivendicazione democratica, borghese è stato sempre chiarissimo per i marxisti. Ma Marx, “che non è mai stato fautore dei piccoli Stati, né del frazionamento statale in generale, né del principio federativo”, “considerava la separazione della nazione oppressa come un passo verso la federazione e, conseguentemente, non verso il frazionamento ma verso il centralismo politico ed economico, verso il centralismo sulla base della democrazia”; Marx, ribadisce Lenin, “chiedeva la separazione dell’Irlanda dall’Inghilterra, ‘anche se dopo la separazione si dovesse giungere alla federazione’ e lo chiedeva non dal punto di vista dell’utopia piccoloborghese del capitalismo pacifico, non per motivi di ‘giustizia verso l’Irlanda’, ma dal punto di vista degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato della nazione dominante, cioè inglese, contro il capitalismo. La libertà di questa nazione era ostacolata e mutilata dal fatto che essa opprimeva un’altra nazione.

L’internazionalismo del proletariato inglese sarebbe stato una frase ipocrita se il proletariato inglese non avesse chiesto la separazione dell’Irlanda” (3).

Nel suo scritto del 1916, Intorno a una caricatura del marxismo e all’”economicismo imperialistico”, Lenin, tornando su questo fondamentale aspetto della questione, precisa:

“La situazione reale degli operai, riguardo alla questione nazionale, è forse identica nelle nazioni dominanti e in quelle oppresse? No di certo.

“1. Economicamente la differenza è che una parte della classe operaia dei paesi oppressori fruisce delle briciole dei sovrapprofitti che i borghesi di queste nazioni ricavano sfruttando sempre fino all’osso gli operai delle nazioni oppresse. I dati economici attestano inoltre che tra gli operai dei paesi oppressori la percentuale di quelli ‘molto qualificati’ è maggiore che nelle nazioni oppresse; è inoltre maggiore la percentuale di quelli che entrano a far parte dell’aristocrazia della classe operaia. E’ un fatto. Gli operai del paese oppressore cooperano, entro certi limiti, con la propria borghesia a depredare gli operai (e le masse della popolazione) della nazione oppressa.

“2. Politicamente la differenza è che gli operai dei paesi oppressori assumono una posizione privilegiata rispetto agli operai della nazione oppressa, in vari campi della vita politica.

“3. Idealmente o spiritualmente la differenza è che gli operai dei paesi oppressori sono sempre educati, dalla scuola e dalla vita, al disprezzo o al disdegno per gli operai delle nazioni oppresse. Per esempio, ogni non grande-russo, che sia stato educato o che sia vissuto tra i grandi-russi, ne ha fatto esperienza.

“Così, nella realtà oggettiva esiste una differenza su tutta la linea; esiste cioè, nel mondo oggettivo, un ‘dualismo’ che non dipende dalla volontà o dalla coscienza dei singoli” (4).

E qual era, per Lenin, l’indicazione per il proletariato delle nazioni oppresse, a partire dall’esempio di Marx per il proletariato irlandese? “I socialdemocratici [cioè i comunisti rivoluzionari, NdR] delle nazioni oppresse debbono considerare come fatto di primaria importanza l’unità e la fusione degli operai dei popoli oppressi cogli operai delle nazioni dominanti, poiché altrimenti questi socialdemocratici diverranno involontariamente degli alleati dell’una o dell’altra borghesia nazionale, che tradisce sempre gli interessi del popolo e della democrazia e che è sempre pronta, a sua volta, ad annettere e ad opprimere altre nazioni” (5). Dunque, in entrambi i casi, i comunisti rivoluzionari hanno come stella polare l’unione di classe del proletariato di ogni paese, sia della nazione oppressa che della nazione dominante: il proletariato della nazione dominante con la sua lotta contro la propria borghesia per la libertà di separazione della nazione da essa oppressa dimostra al proletariato della nazione dominata che i propri interessi di classe si riconoscono nell’alleanza, nella fusione con i proletari della nazione oppressa in una lotta comune, internazionalista; il proletariato della nazione oppressa, pur sostenendo e lottando per il diritto di “autodecisione” del popolo di cui fa parte, lotta, nello stesso tempo, in completa indipendenza politica e organizzativa, contro la propria borghesia, dimostrando così al proletariato della nazione dominante che anche il suo obiettivo primario, di classe, è l’alleanza e la fusione coi proletari della nazione dominante. L’internazionalismo proletario o è di classe, o non è internazionalismo, trasformandosi in sottomissione agli interessi delle rispettive borghesie, dunque nel socialsciovinismo, nel socialimperialismo.

Soltanto la dialettica marxista è in grado di comprendere tutti i lati delle contraddizioni delle società divise in classi e di trarre dalla loro materiale e contrastante evoluzione storica le conseguenze effettive sul piano politico e, quindi, tattico. In regime capitalista, le grandi rivendicazioni democratiche che hanno caratterizzato l’idealismo borghese – e la libertà delle nazioni è una di queste – “sono realizzabili soltanto in via d’eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata”. Lenin sostiene che “imperialismo significa superamento dei limiti degli Stati nazionali da parte del capitale, significa estensione e aggravamento dell’oppressione nazionale su una nuova base storica”, e cioè sulla base della formazione di un pugno di grandi potenze che opprimono la maggior parte dei popoli del mondo. Questa realtà obbliga i comunisti rivoluzionari a “legare la lotta rivoluzionaria per il socialismo al programma rivoluzionario nella questione nazionale”: Lenin, come sempre, parla non per il solo proletariato russo, che all’epoca aveva di fronte il problema storico della doppia rivoluzione, borghese e proletaria, ma per il proletariato in generale e non a caso riporta l’esempio di Marx su Irlanda e Inghilterra e, nell’altro scritto già citato (6), l’esempio di Svezia e Norvegia, due paesi capitalistici a tutti gli effetti ma nei quali la questione della separazione dell’oppressa nazione Norvegia dalla nazione dominante Svezia era stata all’ordine del giorno anche per la lotta rivoluzionaria del proletariato.

Resta da chiarire se l’impostazione tattica data da Lenin, e dall’Internazionale Comunista, alla questione “nazionale e coloniale” sia ancora valida negli stessi termini o se, dopo la seconda guerra imperialistica mondiale, l’impostazione tattica, in toto o in parte, dovesse essere modificata. Non aiuta a comprendere l’arduo problema tattico per il partito proletario il negare l’esistenza di una questione nazionale nei paesi extra-europei e coloniali dopo la seconda guerra mondiale o ammetterla solo fino alla fine del ciclo delle lotte anticoloniali per la formazione di Stati indipendenti che può essere datata intorno al 1975 con la cacciata dall’Angola e dal Mozambico dell’ultima potenza coloniale presente militarmente in Africa. Come citavamo da Lenin, le rivendicazioni democratiche, anche dal punto di vista nazionalrivoluzionario, “finché esiste il capitalismo sono realizzabili soltanto in via d’eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata”.  Di più. Lenin sottolinea che: “La lotta nazionale, l’insurrezione nazionale, la separazione nazionale sono assolutamente ‘realizzabili’ e si manifestano di fatto nell’epoca dell’imperialismo, anzi si intensificano, perché l’imperialismo non frena lo sviluppo del capitalismo e il rafforzamento delle tendenze democratiche tra le masse della popolazione, ma acuisce l’antagonismo tra queste aspirazioni democratiche e le tendenze antidemocratiche dei trusts” (7).  Dunque, l’imperialismo, nel suo sviluppo, aumentando l’oppressione delle nazioni e, quindi, le proprie tendenze antidemocratiche, acuisce nello stesso tempo l’antagonismo delle aspirazioni democratiche nelle nazioni oppresse. Il problema reale per il partito proletario è, quindi, quello di inquadrare storicamente i problemi irrisolti dal sistema borghese nei diversi paesi e nelle diverse aree geostoriche e quale risposta dare loro dal punto di vista sia politico generale che tattico. Per questioni irrisolte dalla borghesia basti pensare alla questione della donna, oltre che alla questione della “libertà delle nazioni” e della libera “audecisione dei popoli”.

In una delle “tesi della Sinistra” che fanno parte del nostro patrimonio politico e tattico e, precisamente in “Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia” (8), venivano definite sinteticamente alcune direttive tattiche che il partito proletario internazionale, ricostituitosi nel secondo dopoguerra, nel quadro del bilancio generale del movimento comunista internazionale e delle ondate opportuniste che l’hanno distrutto, doveva applicare. Vi si può leggere quanto segue: “ Dalle pratiche esperienze delle crisi opportunistiche, e delle lotte condotte dai gruppi marxisti di sinistra contro i revisionismi della II Internazionale e contro la deviazione progressiva della III Internazionale, si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione politica e la solidità organizzativa del partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunistici. Similmente, ogni incertezza e tolleranza ideologica ha il suo riflesso in una tattica ed in un’azione opportunistica. Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti. Questa posizione del partito ha un valore essenzialmente storico, e lo distingue nel campo tattico da ogni altro, esattamente come lo contraddistingue la sua originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica. Il partito rivoluzionario di classe è solo ad intendere che oggi i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari, e che il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l’organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista”.

Le posizioni del partito, al 1947, tratte queste conclusioni, non intendevano certo negare l’esistenza di situazioni evolventisi in modi e con tempi diversi per i paesi che non erano annoverabili tra i “grandi paesi” o per i paesi “importanti” (come, riprendendo gli esempi di Lenin, la Cina, l’India, l’Egitto, la Persia ecc.). Infatti, proseguendo, il testo afferma che: “Nel periodo, invece, in cui la classe capitalistica non aveva ancora iniziato il suo ciclo liberale, doveva ancora rovesciare il vecchio potere feudalistico, od anche doveva ancora in paesi importanti percorrere tappe e fasi notevoli della sua espansione, ancora liberistica nei processi economici e democratica nella funzione statale, era comprensibile ed ammissibile una alleanza transitoria dei comunisti con quei partiti che, nel primo caso, erano apertamente rivoluzionari, antilegalitari ed organizzati per la lotta armata, nel secondo caso assolvevano ancora un compito che assicurava condizioni utili e realmente ‘progressive’ perché il regime capitalistico affrettasse il ciclo che deve condurre alla sua caduta”. Il periodo storico era, dunque, quello nel quale, nei grandi paesi, all’ordine del giorno vi era la necessità di eliminare “l’imponente apparato statale militare di carattere non capitalistico” per il quale era giustificata “la tattica delle alleanze insurrezionali contro i vecchi regimi”, come nel caso della Russia 1917, e l’accelerazione del passaggio dell’economia nelle forme capitalistiche moderne. Inutile dire che l’alleanza transitoria dei comunisti qui sopra accennata era sempre intesa nella forma della massima indipendenza politica e organizzativa del partito comunista. Non per nulla il testo, poco più oltre, afferma che: “Nessuno dei movimenti a cui il partito partecipa, deve essere diretto da un sopra-partito o organo superiore e sovrastante ad un gruppo di partiti affiliati, nemmeno in fasi transitorie”. Per combattere ogni forma di opportunismo, soprattutto dopo la degenerazione della III Internazionale che passò attraverso la tattica delle “manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti”, tattica utilizzata dal partito bolscevico nella Russia precapitalistica ma pretesa valida anche per i paesi “di stabile regime borghese”, il nostro partito in queste tesi si preoccupò di sottolineare che “il passaggio tra le due epoche storiche della tattica comunista non può essere sminuzzato in una casistica locale e nazionale, né andarsi a disperdere nell’analisi delle complesse incertezze, che indubbiamente presenta il ciclo del divenire capitalistico” perché  tale atteggiamento tattico sarebbe sfociato “nella prassi deprecata da Lenin di ‘un passo avanti e due indietro’ “.

Ripetiamo la domanda: questa posizione porta a negare l’esistenza della questione nazionale – e perciò una tattica ben precisa del partito comunista rispetto a questa questione – in tutti i paesi in cui la borghesia non l’ha risolta né alla fine della seconda guerra imperialista mondiale, né dopo il ciclo delle lotte anticoloniali che generarono la cacciata delle vecchie potenze europee dalle colonie? Il cambio di tattica avanzata in queste tesi non significa negare l’esistenza di questioni politiche e sociali ancora aperte. Ed infatti, mentre da un lato si richiama il fatto che “la politica del partito proletario è anzitutto internazionale (e ciò lo distingue da tutti gli altri) fin dalla prima enunciazione del suo programma e dal primo presentarsi della esigenza storica della effettiva sua organizzazione”, dall’altro si ribadisce immediatamente che “come dice il ‘Manifesto’, i Comunisti, appoggiando dappertutto ogni movimento rivoluzionario che sia diretto contro il presente stato di cose, politico e sociale, mettono in rilievo e fanno valere, insieme alla questione della proprietà, quei comuni interessi del proletariato tutto intero, che sono indipendenti dalla nazionalità”.

L’atteggiamento tattico del partito proletario, quindi, non può prescindere né dal presente stato di cose, politico e sociale, né dai comuni interessi del proletariato internazionale, che sono indipendenti dalla nazionalità. Il presente stato di cose, politico e sociale, derivante dalla seconda guerra imperialistica e dalle sue conseguenze, è caratterizzato dalla “sicura influenza in ogni angolo del mondo, anche quello più arretrato nei tipi di società indigena, non tanto delle prepotenti forme economiche capitalistiche, quanto dell’inesorabile controllo politico e militare da parte delle grandi centrali imperiali del capitalismo; e per ora della loro gigantesca coalizione, che include lo Stato russo”. Nel 1947 il nostro partito leggeva perfettamente non solo la situazione del mondo all’uscita della seconda guerra mondiale, ma anche lo svolgimento della situazione nel periodo successivo (come i contrasti, i conflitti e le guerre che hanno punteggiato tutti questi decenni dimostrano ampiamente), sia nel lungo periodo di condominio russo-americano sul mondo, sia nel periodo apertosi successivamente al crollo dell’URSS. Le grandi centrali imperiali del capitalismo – il famoso “pugno di grandi potenze” richiamato da Lenin –, nonostante la concorrenza che si fanno tra di loro nell’”oppressione sempre maggiore dei popoli del mondo”, sono sempre interessate a mantenere il controllo politico e militare “in ogni angolo del mondo”, anche se ciò significa alimentare una catena di oppressioni da parte di Stati e potenze inferiori, continentali o regionali, come è il caso, ad esempio, di Israele nei confronti della nazione palestinese.

La tattica comunista, perciò, deve tener conto del presente stato di cose politico e sociale, dei comuni interessi del proletariato internazionale indipendenti dalla nazionalità, ma anche dello stato di estremo indietreggiamento della lotta di classe proletaria in tutto il mondo, in particolare nei paesi capitalistici avanzati, e del fatto che il partito proletario di classe oggi è presente, in realtà, a livello di teoria, di principi e di programma ma non ancora come forza organizzata in grado di influenzare i proletari se non limitatamente a pochi individui. Il fatto che il partito proletario di classe oggi non abbia ancora la forza di influenzare strati importanti di proletariato – e non importa di quale nazionalità – non toglie che a livello teorico e programmatico si debbano fissare, senza incertezze, le posizioni tattiche che caratterizzano anche nel presente il suo indirizzo.

Il partito proletario di classe non può esimersi dal dare la sua risposta a tutti i problemi della lotta sociale e politica tra le classi, e quindi a tutti i problemi che la società borghese, nelle sue complesse contraddizioni, non ha risolto. Ma le risposte non potranno che essere di classe, perciò assolutamente in linea e coerenti con i comuni interessi del proletariato internazionale e della sua comune lotta, al disopra delle differenze nazionali. Soltanto una visione idealista o metafisica può pensare che la lotta del proletariato contro la borghesia possa iniziare da subito, materialmente, dal livello più alto, da quello politico e internazionale. La visione marxista, che è materialistica e dialettica nel contempo, tiene conto della situazione storica reale dei rapporti economici e sociali nei diversi paesi, dei rapporti di forza esistenti fra le classi, dell’esperienza e della tradizione di lotta del proletariato nei diversi paesi, del grado e dell’estensione delle organizzazioni proletarie di difesa immediata, dell’influenza dei partiti opportunisti su queste organizzazioni e sul proletariato e della presenza o meno del partito proletario di classe e del suo grado di influenza sugli strati del proletariato. Ma tutto ciò non avrebbe alcun peso determinante nella formulazione delle posizioni tattiche e d’azione del partito proletario di classe se esso non tenesse nel giusto conto il peso dell’influenza dell’ideologia borghese sul proletariato, delle abitudini, delle tradizioni e dei pregiudizi che infestano concretamente la vita quotidiana delle masse proletarie e contro cui è vano attendersi un risultato positivo per la lotta di classe dalla “presa di coscienza” degli interessi generali del proletariato internazionale che esso dovrebbe preventivamente acquisire prima di ogni azione di lotta classista. Vorrebbe dire capovolgere la realtà e credere che per cambiarla gli uomini, prima di agire, devono acquisire idealmente l’intero obiettivo del cambiamento o affidarsi ad un ente (un gruppo, un partito-demiurgo) affinché modifichi gli eventi secondo un fine preciso. Perciò, credere che per i proletari palestinesi, colpiti dall’oppressione nazionale da decenni, prima da parte dell’Inghilterra, potenza imperialista che dominava sulla Palestina, poi da parte di Israele sullo stesso territorio e da parte degli Stati arabi dove le masse palestinesi si sono rifugiate, il problema nazionale non debba esistere, o debba essere un problema del tutto secondario, significa di fatto condividere gli interessi della borghesia israeliana e palestinese, interessate entrambe, pur in modi diversi, a schiacciare il proletariato palestinese per sfruttarlo ai propri e reciproci fini, condividere gli interessi delle borghesie arabe degli Stati della regione che temono il contagio della ribellione sociale verso i propri proletariati e il proprio contadiname povero, e gli interessi delle potenze imperialiste coinvolte nel Vicino e Medio Oriente per ragioni inerenti le risorse petrolifere e i punti strategici di questa regione-cerniera nel quadro dei contrasti interimperialisti a livello mondiale.

Data l’evoluzione della situazione storica dell’imperialismo in generale e dei paesi del Vicino e Medio Oriente in particolare, dopo la seconda guerra mondiale, di fronte al controllo politico e militare delle grandi centrali imperiali del capitalismo e al fatto che dal punto di vista economico è il modo di produzione capitalistico quello dominante, è evidente che in tutta la regione non vi è più il problema di passare da un modo di produzione feudale al modo di produzione capitalistico: per il movimento proletario non si pone, perciò, il problema della doppia rivoluzione come in Russia a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ma direttamente il problema della rivoluzione proletaria di classe. Non si può, però, non considerare che nella regione lo svoglimento storico non è stato per nulla simile a quello dei paesi europei i quali, in quanto potenze coloniali ed imperialiste, non hanno facilitato per nulla alle nazioni presenti in quei territori la loro evoluzione economica, sociale e politica secondo il liberalismo e la democrazia che furono i parametri borghesi caratteristici in tutto il periodo storico in Europa fino al 1870: gli interessi coloniali ed imperialisti contrastavano frontalmente la spinta alla libertà borghese delle nazioni e soltanto in alcuni casi, come l’Egitto e la Persia (poi chiamata Iran), per rimanere nell’area araba e mediorientale, si sono avuti movimenti nazionalrivoluzionari in grado di giungere, pur se con una “rivoluzione dall’alto”, all’indipendenza nazionale e alla costituzione di uno Stato formalmente indipendente. Caso del tutto diverso è stato quello che ha portato alla costituzione di Israele, vero e proprio Stato-colono imposto dalle potenze imperialistiche vincitrici della seconda guerra mondiale nel territorio di Palestina come “soluzione” all’eterna diaspora del popolo ebraico e come “risarcimento” per le persecuzioni sofferte soprattutto in Europa e in Russia fino all’olocausto per mano nazifascista; uno Stato formatosi non con una lotta contro l’oppressore colonialista per liberare la propria nazione, ma soprattutto attraverso una lotta armata contro la popolazione palestinese al fine di ritagliarsi un territorio sul quale piantare la bandiera del più moderno capitalismo che mai quella regione avesse conosciuto.

L’oppressione nazionale palestinese ha quindi una radice molto profonda e per nulla lineare, ma dalle caratteristiche nettamente imperialiste che non può essere cancellata con un  tratto di penna.

 

PROLETARI D'ISRAELE E PROLETARI DI PALESTINA

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Non c’è dubbio che i proletari, israeliani o palestinesi che siano, come in tutti i paesi del mondo, hanno lo stesso tipo di rapporto con i rispettivi capitalisti: il rapporto classico tra proletariato e borghesia, ossia tra lavoro salariato e capitale. I capitalisti sfruttano la forza lavoro salariata per estorcerne pluslavoro, quindi plusvalore da cui ricavano i loro profitti; più i capitalisti sono potenti e armati, più possibilità hanno di schiacciare la forza lavoro salariata, dividendola in diversi strati messi fra di loro in concorrenza e così piegandola più facilmente ai loro interessi; più la forza lavoro salariata si piega alla forza economica e sociale dei capitalisti e più contribuisce a rafforzare il dominio della classe borghese. Ma non tutte le classi borghesi dominanti hanno la stessa forza; non tutti i proletariati si fanno schiacciare facilmente agli interessi borghesi. Le borghesie israeliana e palestinese hanno pesi economici, sociali e politici diversi, sia tra di loro che nei confronti dei rispettivi proletariati; la borghesia israeliana è la borghesia dominante, che domina non solo sul proprio proletariato ma anche sull’intera popolazione palestinese; il proletariato palestinese, perciò, a differenza del proletariato israeliano, subisce oltre all’oppressione salariale anche quella nazionale (oppressione che avvantaggia, però, anche la borghesia palestinese che non paga certo più caro il proletario palestinese di quanto lo paghi la borghesia israeliana). Nel territorio, inoltre, intervengono le borghesie imperialiste più forti al mondo, a difesa dei rispettivi interessi, ed è per questa ragione che tutto ciò che avviene in Israele-Palestina prende immediatamente una rilevanza internazionale. Perciò anche quel che riguarda il proletariato palestinese assume un peso internazionale aldilà del fatto di essere una massa proletaria numericamente molto più piccola di quella di tanti altri paesi molto più popolosi di Israele-Palestina. Non va nemmeno sottaciuto il fatto che Israele è sostenuto sui piani economico, finanziario e politico dall’imperialismo occidentale, soprattutto americano e, ultimamente, anche da quello tedesco. Tale sostegno contribuisce in modo determinante alla forza con cui la borghesia israeliana schiaccia la classe lavoratrice che sfrutta direttamente, a partire dal proletariato palestinese e dagli altri proletari immigrati per finire al proletariato israeliano.

A causa dell’oppressione nazionale, il proletariato palestinese viene sospinto nelle braccia della borghesia palestinese che ha tutto l’interesse ad alimentare la collaborazione interclassista sia in funzione della sua difesa dall’oppressione della borghesia israeliana, sia in termini di concorrenza con la borghesia israeliana nello sfruttamento della forza lavoro palestinese, sia per impedire al proletariato palestinese di imboccare la via della lotta di classe contro di essa. Le vicende storiche ci dicono che il proletariato palestinese, da sempre oppresso come nazionalità e come forza lavoro salariata, ha costantemente reagito all’oppressione anche armi alla mano, ma non ha mai avuto finora la possibilità di esprimere o di trovare una guida politica classista in grado di indirizzare la sua combattività, la sua indomita volontà di scrollarsi di dosso l’oppressione nazionale sotto la quale è costretto a sopravvivere da quando esiste, verso obiettivi proletari, indipendenti dagli interessi innanzitutto della propria borghesia palestinese.

L’ondata opportunista, seguita alla sconfitta del movimento rivoluzionario comunista degli anni Venti del secolo scorso, e alla sconfitta della rivoluzione bolscevica russa e dell’Internazionale Comunista dovuta al primeggiare dello stalinismo, ha distrutto non solo il partito comunista come unica guida del proletariato internazionale, ma anche le organizzazioni di difesa immediata e la loro tradizione classista espresse dal proletariato europeo che, all’epoca, era il più avanzato al mondo. Grazie ad una sconfitta del genere, non solo il proletariato europeo ma quello di tutti i paesi, una volta persa la propria guida politica di classe, è stato condotto nella seconda guerra mondiale completamente disarmato teoricamente e politicamente e indirizzato a versare il suo sangue sui due fronti imperialisti di guerra, quello democratico e quello nazifascista, ad esclusiva difesa degli interessi delle rispettive borghesie imperialiste. La ripresa della lotta di classe e, tanto più, la rinascita del movimento proletario rivoluzionario, in Europa e nel mondo, venivano in questo modo materialmente allontanate nel tempo per decenni. Oggi ancora, i proletari d’Europa, che potrebbero contare sulla storia delle proprie generazioni rivoluzionarie del passato, intossicati come sono di democratismo e di collaborazionismo interclassista, non sono in grado di ricollegarsi a quella storia, alle tradizioni di lotta che li hanno distinti nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, e perciò, non lottando per i propri interessi sul terreno dello scontro di classe contro le rispettive borghesie imperialiste, non sono d’aiuto né a se stessi né ai giovani proletariati dei paesi capitalisti di più recente sviluppo. Né, tanto meno, sono d’aiuto ai proletariati di nazionalità che non hanno un paese e uno Stato nazionale definiti, come è il caso dei proletari palestinesi, ma che subiscono la più feroce oppressione nazionale non solo nel proprio territorio d’origine e, quindi, da parte della borghesia dominante in quel territorio, ma anche da parte di tutte le borghesie imperialiste e delle borghesie dei paesi limitrofi nei quali, per vicende legate all’evoluzione delle lotte intestine e alla migrazione di una popolazione “senza patria” in cerca di una situazione meno oppressiva di quella dalla quale fugge, oltre che ai contrastanti interessi imperialistici presenti in quelle regioni, si sono forzatamente stabiliti. Come tutti sanno, più di 4 milioni di palestinesi, per lo più proletari, a parte quelli di Cisgiordania e Gaza, si sono stabiliti nei campi in Libano, in Giordania, in Siria.

Con la fine del secondo macello imperialista mondiale, le borghesie democratiche vincitrici hanno promesso una pace e un progresso economico per tutti i popoli del mondo che in realtà non avrebbero mai potuto mantenere (9), dimostrando nei fatti quel che Lenin affermava nel 1915, e cioè che l’imperialismo non è altro che l’oppressione sempre maggiore dei popoli del mondo da parte di un pugno di grandi potenze. Nel Vicino e Medio Oriente, l’eredità che hanno lasciato le ex potenze coloniali Gran Bretagna e Francia ritirandosi come presenza militare consiste, in realtà, in un groviglio inestricabile di contrasti di ogni genere, contrasti etnici, tribali e religiosi con origini precapitalistiche ai quali si sono aggiunti contrasti territoriali, economici, finanziari, politici di origine borghese. Laddove le grandi potenze mondiali interessate alla vasta regione, sia per le sue risorse petrolifere che per ragioni di strategia e di supremazia territoriale, sono intervenute e continuano ad intervenire, invece di risolvere i problemi nazionali sorti li hanno ancor più incancreniti; prima o poi, anche nei paesi in cui le rivendicazioni nazionali, come l’indipendenza politica e la formazione di uno Stato nazionale, apparivano superate, si è ripiombati nel marasma generale: Libano, Iraq, Libia, Siria, per citare gli esempi più recenti. E naturalmente Israele-Palestina, questione del tutto aperta e irrisolta dal 1948 in poi, ossia dalla costituzione dello Stato di Israele. Quanto diceva Lenin a proposito delle rivendicazioni democratiche, e quindi borghesi, sottolineandone la realizzabilità “soltanto in via d’eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata”, non vale più? E’ evidente invece la sua piena validità, perché l’imperialismo non risolve i problemi nazionali ma li aggrava. 

Il proletariato palestinese, oltre ad avere a che fare con una borghesia nazionale vigliacca e mercenaria, non può nemmeno contare sulla solidarietà del proletariato ebreo israeliano che, invece, godendo di privilegi economici, sociali e politici grazie alla complicità con la propria borghesia, condivide di fatto l’oppressione nazionale esercitata da quest’ultima sulla popolazione palestinese in generale e sul  proletariato palestinese in particolare. E’ evidente che, al proletariato palestinese, la borghesia israeliana e il proletariato israeliano, di fatto solidali nell’oppressione dei palestinesi, si presentano insieme come nemici (10).

Se il proletariato ebreo israeliano non rompe con la propria borghesia che opprime l’intera popolazione palestinese, e soprattutto il proletariato palestinese, quest’ultimo non riuscirà mai a recepire che il rapporto di sfruttamento capitalistico lo rende oggettivamente fratello di classe dei proletari ebrei israeliani. I proletari palestinesi sentono sulla propria pelle, quotidianamente, la differenza di trattamento economico, politico e sociale tra lavoratori israeliani e palestinesi. Esiste, inoltre, un’ulteriore differenza di trattamento tra ebrei e arabi israeliani, connazionali tra di loro, sì, ma differentemente considerati per la loro origine etnica e per il loro originario credo religioso: l’ebreo, nello Stato ebraico, è privilegiato in quanto ebreo rispetto ad ogni altra appartenenza religiosa, etnica o razziale; il proletario arabo israeliano è di fatto un proletario di serie “b”. Ad una oppressione si aggiungono, così, altre oppressioni. La  borghesia israeliana sistematicamente sfrutta, opprime, imprigiona, uccide nei rastrellamenti e nei bombardamenti i proletari palestinesi dei Territori e di Gaza, e i proletari israeliani non alzano un dito contro la propria borghesia a loro difesa: come dovrebbero essere considerati dai proletari palestinesi se non complici del loro sfruttamento, del loro massacro? Quale potrà mai essere la via attraverso la quale i proletari israeliani, e in particolare i proletari ebrei, riusciranno a rompere gli stretti rapporti economici, sociali, politici, culturali, religiosi che li legano alla classe borghese ebraica? La situazione proletaria in Israele, nell’ultimo decennio, inoltre, è comunque cambiata poiché il capitale israeliano, alle prese da molto tempo con un proletariato palestinese per niente docile, ha aperto le porte all’immigrazione di proletari dall’Asia, dall’Europa dell’Est e dall’Africa per sostituire, almeno in parte, la manodopera palestinese: tale “apertura” è in gran parte in mano ai trafficanti di uomini, del tutto legalizzati, che forniscono ai capitalisti ebrei lavoratori schiavizzati e, perciò, a bassissimo costo. Aumenta così la concorrenza tra proletari e, fino a quando i proletari israeliani non si rivolteranno contro la propria borghesia in difesa non solo delle garanzie sociali di cui godono e che di fronte ad una profonda crisi economica i borghesi faranno saltare, ma anche in solidarietà con i proletari delle altre nazionalità oppresse, essi non potranno mai essere considerati fratelli di classe, alleati dei proletari non solo palestinesi ma anche delle altre nazionalità, ma solo nemici.

Sarà certamente una via estremamente difficile perché alle condizioni materiali, dunque economiche e sociali, che hanno favorito e che alimentano l’oscena unione tra proletari e borghesi ebrei si aggiungono forti condizionamenti culturali e religiosi che agiscono da tenace collante sociale. Nemmeno una profonda crisi dell’economia israeliana, con il conseguente aggravamento delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari israeliani, sarà sufficiente a far capire loro che la classe borghese israeliana cercherà di salvare se stessa e i suoi profitti facendo pagare anche a loro il prezzo della crisi; e fino a quando la borghesia israeliana avrà a disposizione una massa proletaria di “seconda”, “terza” e “quarta” categoria – i proletari arabi israeliani, i proletari palestinesi, asiatici, dell’Europa dell’Est e africani – avrà sempre la possibilità di utilizzare questo bacino di proletariato come forza lavoro a salari da fame contro i quali, all’occorrenza, indirizzare la rabbia sociale dei proletari ebrei indicando i proletari delle altre nazionalità come la causa delle loro condizioni materiali aggravate. I proletari ebrei israeliani formano, di fatto, una solida aristocrazia operaia rispetto ai proletari di ogni altra origine, interessata a difendere il proprio tenore di vita e il proprio privilegio sociale difendendo la borghesia israeliana. Da questo punto di vista il proletariato ebreo israeliano è un proletariato fottuto: fottuto per la causa proletaria in Israele-Palestina e per la causa proletaria in Medio Oriente ed internazionale, ma non neutro perché la sua forza sociale è messa al servizio della causa borghese nazionale israeliana e della causa borghese internazionale dato che la borghesia israeliana è nata e vissuta sotto le ali protettrici dell’imperialismo occidentale e, in  particolare, dell’imperialismo americano.       

Aspettarsi che i proletari israeliani e palestinesi superino i contrasti etnici e nazionali come fosse il risultato della sola “presa di coscienza” dello stesso sfruttamento da parte delle reciproche borghesie, significa credere nei miracoli di un dio, Yahweh? Allah?… Significa, di fatto, appoggiare lo statu quo e, quindi, il dominio oppressivo israeliano sulla popolazione palestinese. C’è chi pretende che la lotta proletaria sia fin dall’inizio lotta di classe, cioè una lotta che si pone la finalità di combattere la classe borghese, in quanto classe dominante, per conquistare il potere politico, e che considera inutile, se non dannoso, che il proletariato impegni le proprie energie in lotte con obiettivi molto più parziali e limitati con il pretesto che queste lotte sfociano normalmente in obiettivi del tutto compatibili con la conservazione sociale borghese. Sostenere questo punto di vista è come dire che il proletariato non ha alcun bisogno di prepararsi, allenarsi, fare esperienza diretta nelle lotte economiche e nelle lotte parziali, per saggiare la propria capacità e la propria forza rispetto alle capacità e alla forza della classe borghese avversaria. E’ come dire che non ha alcun bisogno di verificare concretamente, nella pratica quotidiana, chi sta dalla parte proletaria e chi sta dalla parte borghese, e di verificare la tenuta della propria unione di classe e della solidarietà di classse che ne deriva, prima di essere impegnato in una lotta per la vita o per la morte, nella lotta di classe da portare fino in fondo, contro la dittatura della borghesia, fino alla conquista del potere politico e all’instaurazione della dittatura del proletariato. Sostenere questo punto di vista significa semplicemente aver gettato alle ortiche l’abc del marxismo ed essere passati armi e bagagli nel campo borghese nemico. Significherebbe pretendere dai proletari israeliani, legati da decenni mani e piedi al privilegio ebraico e, quindi, alla propria borghesia nazionale, e dai proletari palestinesi, oppressi e schiacciati oggettivamente anche dai proletari ebrei, che la loro lotta, per avere un senso, dovrebbe essere fin dall’inizio un’unica lotta da condurre insieme contemporaneamente contro le rispettive borghesie che li opprimono, dovrebbe essere, insomma, la lotta di classe, internazionale e internazionalista, per i più alti obiettivi rivoluzionari. Questa posizione, che a parole può apparire molto radicale e rivoluzionaria, invece è la più lontana dalla realtà e dal marxismo: prima di tutto perché non tiene conto del fatto che il proletariato israeliano, e in particolare il proletariato ebreo, è completamente asservito alla propria borghesia che gli fa godere i frutti dell’oppressione sui palestinesi e, poi, perché non tiene conto del fatto che – da quando esiste lo Stato di Israele – il proletariato israeliano non si è mai opposto con forza all’oppressione e alla repressione poliziesca e militare della popolazione palestinese da parte della propria borghesia, quindi è un proletariato che non ha nemmeno la possibilità di ricollegarsi ad un proprio passato classista semplicemente perché questo passato non esiste.

Il proletariato ebreo israeliano ha, dunque, di fronte al suo futuro solo una prospettiva di asservimento totale alla propria borghesia nazionale, e perciò è da considerare per sempre un nemico di classe alla pari della borghesia israeliana? Di fatto, non per “scelta cosciente”, ma per condizione materiale oggettiva, si presenta come un alleato della borghesia israeliana oppressiva e repressiva, perciò come “nemico” del proletariato e dei suoi interessi anche immediati. Nemico alla pari della borghesia israeliana? No, perché dal punto di vista dei rapporti di produzione e sociali il proletario, anche se venduto alla borghesia, è sempre un lavoratore salariato che può potenzialmente, in determinate circostanze storiche, ritrovare la sua collocazione sociale e politica all’interno della classe del proletariato e, perciò, delle sue prospettive di lotta di classe e, un domani, di lotta  rivoluzionaria; ma non sarà certo il proletariato più avanzato e in grado di influenzare positivamente i proletari di tutta le regione mediorientale, guidandoli verso gli obiettivi rivoluzionari. Nella realtà di oggi, il proletariato ebreo israeliano costituisce un serio ostacolo alla stessa lotta di difesa immediata e di sopravvivenza del proletariato palestinese: il suo salario è sporco del sangue dei proletari palestinesi!

Perché il suo comportamento sociale possa cambiare del tutto, rinnegando la sua alleanza con la borghesia israeliana per collocarsi finalmente sul fronte di classe proletario, le condizioni sociali che gli permettono di vivere nel privilegio sociale dovrebbero essere completamente sconvolte, gettandolo, almeno per ampi suoi strati, nell’abisso delle condizioni di sopravvivenza in cui è costretto il proletariato palestinese. Queste condizioni sociali non potranno che essere la conseguenza di un terremoto economico e sociale non solo della regione mediorientale, ma internazionale, tale da spingere le classi borghesi di ogni paese colpito da questa crisi a stritolare i propri proletari a tal punto da provocarne una estesa e profonda ribellione, creando in questo modo una delle condizioni materiali per le quali i proletari di ogni paese si rendono conto di essere una classe sociale che ha interessi contrari a quelli borghesi, che ha una forza sociale da mettere in campo che le classi borghesi temono sopra ogni cosa, e che ha la necessità di organizzare la propria difesa e il proprio contrattacco in modo indipendente da ogni altra classe sociale. Abbiamo detto: una delle condizioni materiali, perché le altre condizioni materiali necessarie alla lotta proletaria di classe sono costituite dalla effettiva ed ampia organizzazione proletaria in associazioni di difesa economica immediata, dall’esperienza di lotta sul terreno immediato e sul terreno politico, e dalla presenza, ed influenza, del partito di classe – il partito comunista che non può che essere internazionale – caratterizzato dalla solida e costante difesa della teoria della rivoluzione, dai principi e dal programma politico chiari e definiti per l’intero movimento proletario internazionale, organizzato coerentemente con quei principi e quel programma e stabilmente indipendente da ogni altro partito, perciò in grado di mettere a frutto l’esperienza di lotta antiborghese e anticapitalistica del proletariato nel suo sviluppo storico per alimentare la solidarietà di classe e l’unione dei proletari al di sopra delle divisioni nazionali, etniche, culturali, religiose ecc.

Sarà in grado il proletariato ebreo israeliano di rinnegare i decenni di alleanza e di complicità con la propria borghesia e dimostrare, ai proletari palestinesi innanzitutto, e ai proletari di ogni altro paese, di avere finalmente preso il suo posto all’interno del fronte proletario internazionale di classe? Non lo possiamo sapere, ma è certo che sarà estremamente difficile. Il futuro dei proletari israeliani, come affermavamo in un articolo passato rivolgendoci idealmente a loro (11) “sta nel futuro della lotta di classe proletaria innanzitutto contro la vostra borghesia di casa, lotta che può trovare i veri e autentici alleati soltanto nei fratelli di classe proletari – al di sopra di ogni distinzione di nazionalità – e i vostri fratelli di classe sono prima di tutto i proletari palestinesi ai quali dovete la vostra solidarietà per il solo fatto che subiscono l’oppressione nazionale da parte della vostra borghesia. Ma per solidarizzare effettivamente da proletari siete obbligati a spezzare nettamente il legame che vi stringe nella collaborazione con i vostri borghesi, con i vostri capitalisti, con i vostri governanti. Solo se riuscirete a spezzare questo legame, se riuscirete a liberarvi dall’abbraccio velenoso e soffocante del nazionalismo ebraico e del democratismo borghese, sarete in grado non solo di portare solidarietà ai proletari che la vostra borghesia opprime, ma anche di scendere sul terreno della lotta di classe in difesa dei vostri esclusivi interessi operai contro gli interessi dei borghesi israeliani, interessi che li portano a sfruttare voi in quanto lavoratori salariati e, più brutalmente, i proletari palestinesi approfittando dell’oppressione nazionale esercitata su tutto il popolo palestinese”.

Se il legame che stringe il proletariato israeliano, ed ebraico in particolare, alla propria borghesia non verrà spezzato, i proletari non solo palestinesi, ma di ogni paese del Medio Oriente e di ogni altro paese al mondo, potrebbero trovarsi il proletariato ebreo israeliano, anche nella situazione di crisi rivoluzionaria, sul fronte opposto, borghese e controrivoluzionario, immolatosi alla causa borghese non solo nazionale israeliana, ma imperialista, perché incapace di rompere quel maledetto legame sociale e religioso che lo imprigiona agli interessi del nemico di classe. Ma un altro legame va spezzato: quello che unisce i proletari palestinesi alla propria borghesia che usa da sempre l’oppressione nazionale, che d’altronde essa stessa subisce da parte della borghesia israeliana, come motivo fondamentale per asservire il proletariato palestinese ai propri interessi economici e politici. Il proletariato palestinese, spinto a ribellarsi continuamente all’oppressione salariale e nazionale, non può attendere che il proletariato israeliano, rendendosi conto di essere uno strumento dell’oppressione nazionale in mano alla propria borghesia, rompa con essa e lotti contro di essa; il proletariato palestinese può contare solo e soprattutto sulle proprie forze. Come sottolineavamo nel nostro articolo appena citato (12), i proletari palestinesi “non avranno un vero aiuto nella loro lotta se non dalla loro stessa lotta al cui sostegno è chiamato il proletariato delle altre nazioni. I proletari palestinesi hanno la possibilità di una difesa efficace dei propri interessi di classe soltanto superando il limite angusto della ‘nazionalità palestinese’, il limite angusto della piccola nazione. (...) La vostra via non è nell’unione con i diversi strati borghesi che non vi offrono se non inganni e nazionalismo (...) La via d’uscita è la più ardua e difficile, quella dell’organizzazione indipendente di classe, in quanto proletari e non in quanto ‘palestinesi’, a difesa delle condizioni di lavoro e di vita proletarie; quella dell’organizzazione indipendente della resistenza quotidiana al capitale, l’unica ‘resistenza’ che genera forza e solidarietà nella classe proletaria e che la difende da cedimenti opportunistici. La via d’uscita non può che essere di classe e non di popolo; proletaria e antiborghese e non di popolo; indipendente sul piano organizzativo e su quello dei metodi di lotta e non confuso nella democratica impotenza del popolo. Su questo terreno, sul terreno della lotta di classe, aperta e cosciente, e solo su questo, anche la lotta contro l’oppressione nazionale assume forza e capacità di successo, e può attirare nella lotta i proletari di altre nazionalità spronandoli alla solidarietà attiva. Al di fuori della lotta di classe, al di fuori dell’organizzazione proletaria indipendente di classe, la martoriata storia del proletaraito e del popolo palestinese continuerà senza fine”.

Su questa strada un aiuto potrebbe venire dai proletari dei paesi mediorientali e dei paesi arabi del Nord Africa che hanno lottato e lottano sul terreno della difesa immediata degli interessi economici di classe, come nel caso dell’Egitto, dell’Algeria, della Tunisia, del Libano, e un aiuto ancor più decisivo dovrebbe venire dai proletari dei paesi imperialisti il cui principale compito resta quello di rompere in modo drastico i legami che li avvincono alle rispettive borghesie riconquistando finalmente il terreno della lotta classista antiborghese, unico terreno fertile per lo sviluppo della lotta di classe più generale.

I proletari d’Europa e d’America hanno avuto una lunga tradizione di lotta classista e rivoluzionaria, tradizione che è stata calpestata e sepolta dall’opportunismo che in diverse ondate ha combattuto, e finora vinto, l’ascesa del movimento di classe del proletariato internazionale. A quella gloriosa tradizione, che ha segnato il cammino dell’emancipazione dal capitalismo dei proletari di tutto il mondo, i proletari d’Europa e d’America dovranno ricollegarsi se non vorranno continuare a versare sudore e sangue a beneficio esclusivo degli interessi borghesi e se non vorranno essere ciechi strumenti dell’oppressione delle nazioni più deboli da parte dei grandi paesi imperialistici. “Soltanto attraverso la lotta di classe portata in modo organizzato e cosciente dal proletariato – scrivevamo nell’articolo sopra citato (13) – indipendentemente dalle esigenze dell’economia capitalistica, nazionale o aziendale che sia, e fuori e contro ogni tipo di collaborazione interclassista, è possibile dare un futuro anche alle popolazioni oppresse dagli Stati capitalisticamente più forti. La lotta di classe combatte innanzitutto contro l’oppressione salariale, contro la schiavitù del lavoro salariato, ed è grazie a questa basilare resistenza al capitale e alla classe borghese che è possibile portare con successo la lotta contro ogni forma di oppressione, oppressione nazionale compresa”. E proprio per la grande forza oppressiva rappresentata dai paesi imperialistici più forti, i proletari d’Europa e d’America hanno un dovere classista centrale nei confronti dei proletari di tutti gli altri paesi: le borghesie imperialiste rappresentano la dittatura del capitale su tutti i popoli del mondo e, quindi, la più sistematica oppressione dei paesi capitalisticamente più deboli e delle piccole nazioni da parte di un pugno di grandi paesi da cui dipendono l’ordine e il disordine mondiale. Senza la discesa sul terreno della lotta di classe e, in prospettiva, rivoluzionaria, del proletariato dei paesi capitalisticamente più forti, la lotta, pur se generosa e tenace dei proletariati dei paesi della periferia dell’imperialismo, incontrerà ostacoli enormi – come li incontrò la rivoluzione proletaria in Russia dal 1917 in poi, pur se vittoriosa nel proprio paese – ad indirizzarsi sulla strada dell’emancipazione generale dal capitalismo, unica strada per farla finita con ogni tipo di oppressione e per superare definitivamente la divisione sociale in classi contrapposte.

 

LA PROSPETTIVA DELLA LOTTA DI CLASSE PROLETARIA INTERNAZIONALE NON CANCELLA LA LOTTA DI CLASSE A LIVELLO NAZIONALE

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Secondo il Manifesto del 1848 il proletariato lotta – deve lottare – prima di tutto contro la propria borghesia; è solo sulla base di questa lotta classista che può nascere e svilupparsi la solidarietà tra proletari dei diversi paesi. Il motto “proletari di tutti i paesi unitevi!” è un punto d’arrivo della lotta di classe internazionale dei proletariati dei diversi paesi, non un punto di partenza. Resta il fatto che il proletariato del paese che ne  opprime un altro, può dimostrare al proletariato del paese oppresso di essere solidale, fratello di classe, parte della stessa classe proletaria internazionale, soltanto attraverso la sua lotta contro la propria borghesia. E’ dovere del proletariato del paese oppressore lottare contro la propria borghesia non solo perché è la classe  dei capitalisti che lo sfrutta direttamente, ma anche perché la propria borghesia opprime altri popoli, e quindi altri proletariati che sono invece storicamente gli unici alleati nella lotta generale per l’emancipazione dal lavoro salariato.

La fine delle vecchie forme di colonialismo e il corrispondente sviluppo imperialista del capitalismo non hanno attenuato l’oppressione nazionale né da parte delle borghesie imperialiste, né da parte delle borghesie nazionali che hanno ambizioni di supremazia regionale, come non hanno attenuato il militarismo e il dispotismo sociale di stampo borghese, aldilà dell’evoluzione democratica dei diversi regimi borghesi. All’oppressione sociale fondamentale nella società borghese, che è quella salariale, si sono aggiunte e aggravate altre oppressioni (della donna, nazionale, razziale, etnica, religiosa ecc.), derivanti sia dalla lotta di concorrenza fra le borghesie dei diversi paesi, sia dalla lotta contro le masse contadine e proletarie di ogni paese per sottometterle agli interessi borghesi regionalmente o internazionalmente dominanti. Questa lotta della borghesia contro il proletariato, nella fase imperialista dello sviluppo capitalistico, nonostante sia aumentata anche la pressione delle borghesie più forti nei confronti delle borghesie più deboli, non ha cancellato i caratteri fondamentali del capitalismo che sono radicati nello sfruttamento della forza lavoro salariata resa sempre più schiava del modo di produzione capitalistico e dei suoi rapporti di produzione e sociali. Che la classe borghese di un paese sia più o meno forte rispetto alle classi borghesi di altri paesi, non toglie che in ciascun paese il potere borghese si sia sempre più concentrato e centralizzato aumentando di fatto il dispotismo di fabbrica e il dispotismo sociale, dunque ogni forma di oppressione la cui vittima principale è inesorabilmente il proletariato. Caso mai, nei paesi più deboli rispetto ai paesi imperialisti che sono di fatto i padroni del mondo, il proletariato subisce inevitabilmente un’oppressione sociale più dura spesso accompagnata dalle altre oppressioni ricordate, nazionale, razziale, religiosa ecc. 

I comunisti sono, da sempre, contro tutte le oppressioni esistenti nella società divisa in classi e non solo contro l’oppressione salariale di cui soffre il proletariato di ogni paese; naturalmente sono sempre contro l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, ma non per questo confondono gli interessi di classe proletari con gli interessi delle altre classi sociali, e della borghesia in particolare. Il punto di vista dei comunisti è un punto di vista di classe, non interclassista, non “moralista”, “umanitario”, “caritatevole”, “compassionevole” né derivante da un falso concetto di “giustizia sociale” e di “libertà” che in regime capitalista sono impossibili; perciò la lotta proletaria contro l’oppressione borghese è lotta contro la classe borghese che è classe dominante in forza della proprietà dei mezzi di produzione, dei mezzi di distribuzione e dell’appropriazione privata di tutti i prodotti del lavoro umano, di tutta la terra, dei mari e dei cieli. Tale dominio è esercitato concretamente attraverso la forza militare e la concentrazione del potere nello Stato di ogni paese. Le masse proletarie subiscono questo potere e questa oppressione perché spossessate di ogni risorsa di sopravvivenza, tenute divise attraverso la concorrenza al loro interno e sottomesse, ideologicamente e organizzativamente, grazie alle diverse forme di influenza messe in opera dalle classi dominanti borghesi e dalle forze opportuniste sui piani economico, sociale, politico e religioso. Ma la forza oggettiva, e storica, del proletariato, sta proprio nella sua condizione-base di essere la classe produttrice per eccellenza e di costituire ormai la maggioranza di ogni popolazione. Tale forza, attual