UCRAINA

Una guerra che continua a preparare il terreno a future guerre in Europa e nel mondo

(«il comunista»; N° 173 ; Aprile-Giugno 2022)

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Sono passati più di tre mesi dall'inizio di una guerra di rapina che la potenza imperialista più vicina e interessata – la Russia – e la potenza regionale Ucraina, sostenuta politicamente, economicamente e militarmente dagli imperialismi  occidentali, Stati Uniti in testa, associati a Regno Unito, Germania, Francia, Italia – stanno conducendo, provocando un ennesimo massacro di proletari, ucraini e russi, al solo fine di difendere e/o spartirsi un territorio strategico gonfio di risorse energetiche e alimentari.

La nostra posizione su chi è l’aggressore e chi l’aggredito, è nota. La guerra borghese nella fase imperialista del capitalismo è sempre una guerra di rapina, non importa chi ha sparato il primo colpo. La politica borghese che è sempre una politica di difesa degli interessi del capitalismo nazionale e di sfruttamento del proprio proletariato, nello sviluppo dei contrasti interstatali e di concorrenza internazionale, non può che trasformarsi in guerra borghese, la cui caratterizzazione imperialista è data dal coinvolgimento diretto di potenze imperialiste al fine di allargare le rispettive zone di influenza e i mercati di sbocco delle proprie merci e dei propri capitali. Non c’è dubbio che valga sempre la famosa affermazione del generale prussiano von Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, con i mezzi militari, appunto. E, visto che la guerra prevede sempre lo scontro tra due eserciti avversari, o tra due blocchi l’un contro l’altro armato, significa che la politica condotta fino a quel momento dai rispettivi governi non è riuscita a risolvere i contenziosi sorti nella permanente guerra di concorrenza in cui vive il capitalismo sotto ogni cielo; significa che la politica condotta nel periodo di pace imperialista che precede il periodo di guerra imperialista è una politica di guerra e non di pace. Una guerra di concorrenza, certo, ma anche una guerra che ogni borghesia conduce sistematicamente contro il proprio proletariato perché lo deve piegare alle esigenze del capitalismo che essa rappresenta e di cui gode in esclusiva i vantaggi, preparandolo – attraverso i vari mezzi politici a disposizione, dalla repressione alla collaborazione di classe – a piegarsi alle esigenze della guerra guerreggiata. Sì, perché non solo per i marxisti, per Lenin e per tutti i comunisti rivoluzionari di ogni epoca, il capitalismo porta inevitabilmente alla guerra; anche per i borghesi vale la stessa prospettiva, ed è per questo motivo che ogni Stato tende ad armarsi in modo sempre più avanzato e potente. Ogni borghesia sa che arriverà il momento in cui la guerra di concorrenza si trasformerà in guerra militare. Le crisi economiche di sovraproduzione che caratterizzano lo sviluppo del capitalismo insegnano esattamente questo: i mercati, raggiunto un certo limite, non riescono più a trasformare le merci in denaro e non riescono più ad essere redditizi per i capitali in sovrabbondanza. Il capitalismo e la sua iperfolle produzione di merci entra in crisi, deve liberare i mercati di sbocco alle merci, e pertanto eleva la concorrenza tra aziende e tra Stati a livello di scontro politico e, quindi, militare. La guerra e le distruzioni che la caratterizzano sono l’unica soluzione politica che la borghesia adotta per superare la crisi di sovraproduzione; ma per la guerra ogni borghesia ha bisogno di irreggimentare il proprio proletariato che, nel contempo, rappresenta sia una quantità di forza lavoro inutilizzabile dal capitale in crisi, sia un esercito di soldati che deve combattere in difesa del potere borghese. E finché nel proletariato non si formano tendenze classiste e rivoluzionarie, la borghesia di ogni paese avrà facilitato il compito di ingannarlo, deviarlo e convogliarlo nelle sue truppe di difesa nazionale e imperialista. I proletari, da schiavi salariati nelle galere capitalistiche, vengono così trasformati in carne da macello per il bene di Sua Maestà il Capitale.  

Ci sono sempre stati i movimenti pacifisti che credono, e continuano a illudersi, che gli stessi governanti che sviluppano la loro politica fino alla guerra, possano fermarsi prima che scoppi, o fermarla dopo che è scoppiata, tornando a negoziati “di pace” nei quali trovare un compromesso soddisfacente per entrambi i fronti belligeranti. Il fatto è che la politica borghese è fatta sempre di compromessi, perché sostanzialmente è una politica di scambi mercantili, di ricatti, di atti di forza, di trappole distribuite in ogni percorso diplomatico, di do ut des che solitamente, nei “negoziati”, premiano i più forti, i più attrezzati economicamente e militarmente. Ma ci sono situazioni – e i contrasti interimperialistici ne generano di continuo – in cui la guerra non è risolutiva, ma diventa la normalità, in cui vi possono essere periodi di bassa, alta o altissima intensità, ma sempre di guerra si tratta. Basti pensare al conflitto israelo-palestinese in una terra in cui né gli imperialismi vincitori della seconda guerra mondiale, né la nazione ebraica, né la nazione palestinese, sono mai riusciti a risolvere il problema di una sistemazione nazionale che soddisfacesse i due popoli; o ai conflitti che vedono il popolo curdo sistematicamente attaccato dai turchi piuttosto che dai siriani, dagli iracheni piuttosto che dagli iraniani, al solo fine di strappare le montagne e le vallate del Kurdistan (ricche di risorse energetiche e minerali e di terra fertile per la produzione di cereali) al suo controllo. E più le potenze imperialistiche si interessano a questi conflitti, più i conflitti perdurano nel tempo, imputridendo in un massacro reciproco e continuo senza alcuna possibilità di risolversi a vantaggio dei popoli coinvolti, ma tenendo aperta la prospettiva o di un’oppressione permanente o di un genocidio. La vera soluzione non è nelle mani delle potenze imperialiste, che vivono dell’oppressione dei popoli e delle nazioni più deboli, ma nelle mani del movimento proletario e della sua lotta di classe che per obiettivo storico ha l’abbattimento di ogni potere borghese e di ogni Stato borghese attraverso la rivoluzione, cioè la guerra di classe, l’unica guerra che può porre fine – vincendo internazionalmente – a ogni guerra borghese e imperialista.

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I PRIMI 100 GIORNI DI GUERRA IN UCRAINA

 

La guerra di rapina russo-ucraina, per il fatto stesso che oltre ai due paesi interessati ha coinvolto direttamente anche altri Stati, gli Stati Uniti e l’Unione Europea, e indirettamente Cina, India, Turchia, non è una guerra locale, sebbene si stia svolgendo soltanto sul territorio ucraino, ma è una fase di una guerra di dimensioni mondiali che si sta avvicinando. In ballo non ci sono semplicemente questioni territoriali e di «confini» tra l’Ucraina e la Russia, ma questioni ben più ampie: le materie prime per l’energia e l’alimentazione, come il gas, il petrolio, i cereali; le zone strategiche per la Russia rispetto al controllo di alcune rotte commerciali marine e terrestri; il dominio politico e militare di aree geopolitiche su cui insistono direttamente potenze avversarie (dal Mar Nero al Mediterraneo orientale, e lungo tutta la cerniera europea che dal Mar di Barents e dal Baltico scende fino al Mar Nero per 4.800 km) e nelle quali, dal crollo dell’Urss, si è progressivamente installata l’alleanza militare euroatlantica, la Nato, che mira ad includere anche l’Ucraina (e la Georgia), minacciando la Russia con i propri missili non da lontano, ma da qualche decina di chilometri. Era inevitabile che così si sarebbe alzato parecchio il livello delle tensioni con la Russia. Già dall’esplosione dell’Urss i paesi dell’Europa dell’Est, dai Paesi Baltici alla Bulgaria, salvo Bielorussia e Ucraina, in cinque anni, dal 1999 al 2004, sono stati inglobati nella Nato. E che la Nato sia stata costituita in funzione espressamente anti-russa, e per volere massimo degli Stati Uniti, lo sanno anche i sassi. Ma quel che va evidenziato è il fatto che i 30 paesi che ad oggi sono membri della Nato sono, salvo gli Stati Uniti e la Turchia, tutti europei. Ciò non significa che in ogni guerra che vede protagonista un paese Nato si muova tutta l’Alleanza militare. Ad esempio, nel 1982, la guerra tra Argentina e Regno Unito per le Falkland-Malvine, a parte l’appoggio politico degli Stati Uniti al Regno Unito, si svolse e si concluse con lo scontro militare anglo-argentino; ma questo scontro si svolgeva molto lontano dall’Europa e dai suoi confini immediati, dove, invece, come nel caso delle guerre nella ex-Jugoslavia, dal 1991 al 2001, l’intervento militare delle forze Nato fu molto pesante, o nel caso della guerra che la Nato ha scatenato contro la Libia di Gheddafi nel 2011. Per non parlare della guerra scatenata da una coalizione di paesi dell’Occidente democratico contro l’Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait (1990-1991) o della guerra contro la Siria di Bashar al-Assad (supportata da Russia, Iran e perfino dalla Cina) condotta da forze siriane ribelli supportate, a loro volta, da una coalizione internazionale guidata da Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania ecc.

Finora, le grandi potenze alleate nella Nato, o comunque dell’Occidente capeggiato dagli Stati Uniti, hanno condotto e sostenuto guerre contro piccole nazioni (Serbia, Iraq, Libia, Siria ecc), guerre nelle quali si tenevano ben lontane dall’attaccare direttamente la grande potenza militare e nucleare avversaria, la Russia. L’odierna guerra russo-ucraina, a differenza delle guerre jugoslave, ha visto la Russia protagonista diretta, mentre Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e gli altri alleati Nato hanno dichiarato fin dall’inizio l’intenzione di non farsi coinvolgere direttamente, ma hanno garantito il loro sostegno economico, finanziario, politico all’Ucraina impegnandosi ad inviare enormi quantità di armi perché l’esercito ucraino, già da anni abbondantemente rifornito di ogni tipo di armamento dai paesi della Nato, potesse sostenere una guerra per conto della Nato e dell’Occidente «democratico» contro la Russia. Questa guerra, non solo per la Russia, ma anche per gli Stati Uniti e i suoi alleati, era prevista e doveva rimanere localizzata alla sola Ucraina. Le cancellerie occidentali sapevano perfettamente che la Russia, dopo aver ammassato più di 100mila soldati ai confini con l’Ucraina e dopo aver sostenuto i filorussi del Donbass in una guerra di bassa «intensità» durata 8 anni, avrebbe deciso di oltrepassare i confini ucraini con i propri carri armati. Il disegno russo era chiaro da sempre: aggiungere alla Crimea, annessa nel 2014, tutta la fascia costiera del Mar d’Azov garantendo una continuità territoriale tra Crimea e Donbass, accaparrandosi così tutto il territorio sud-orientale spezzando l'Ucraina in due - un po' come era successo nella guerra di Corea del 1950 - e, sulla base di questa spartizione territoriale, impedire all’Ucraina di associarsi alla Nato.

Le potenze occidentali potevano impedire alla Russia di mettere in atto questo suo disegno? No, perché avrebbe voluto dire scendere in guerra con le proprie truppe contro le truppe russe e, quindi, scatenare in questo momento la terza guerra mondiale. Avrebbe voluto dire mobilitare centinaia di migliaia di soldati da aggiungere ai duecentomila dell’esercito ucraino per occupare militarmente l’Ucraina, invadere la Bielorussia, che è l’avamposto occidentale alleato di Mosca. Ma prima di mobilitare le forze della Nato contro la Russia, gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere certi che i paesi europei si sarebbero immolati in una guerra mondiale, col rischio che diventasse una guerra nucleare, dalla quale chi ne avrebbe tratto i maggiori vantaggi? Gli Stati Uniti, naturalmente; e quale paese si sarebbe immolato per la causa americana? Certamente non la Germania o la Francia, ma nemmeno il Regno Unito, per quanto sia legato a doppio filo con Washington. Per l’ennesima volta, l’Europa sarebbe stata l’epicentro di una guerra imperialista mondiale che l’avrebbe distrutta cento volte di più di quanto sia stato fatto nella seconda guerra imperialista mondiale. Se la guerra è la continuazione della politica attraverso i mezzi militari, non esiste borghesia imperialista che rinneghi volontariamente i propri interessi imperialistici, difesi su tutti i fronti con una sua propria politica imperialistica, per favorire esclusivamente gli interessi di un paese o di una coalizione imperialistica concorrente.

No, quindi, ad azioni militari dirette, sì - ma con tutti i doverosi distinguo - a sanzioni economiche e finanziarie. Ma, rispetto ai diversi pacchetti di sanzioni con cui i paesi occidentali hanno cercato di piegare finanziariamente e commercialmente la Russia, si sta dimostrando che, se sulla lettera si mettono d’accordo, non lo trovano facilmente sulla sua applicazione; basti pensare alle forniture del gas e del petrolio russo da cui dipende il 40% dell’energia europea, e soprattutto di Germania e Italia, per comprendere che la potenza imperialistica russa può contare sulle divisioni di interessi tra gli stessi paesi europei, anche se le sanzioni anti-russe causano comunque un danno reale all’economia russa (danno che, come capitalismo comanda, sarà pagato per la maggior parte dalle masse proletarie russe).

I media internazionali hanno più volte gridato alla «lesa democrazia», «lesa sovranità nazionale», alzando inni ai valori della civiltà occidentale contrapposti al totalitarismo e alla barbarie della Russia, e per i quali valori si giustifica la fornitura di massicce quantità di armi all’Ucraina di Zelensky perché là «si difende l’Europa». Ma non possono non constatare che le sanzioni che l’Unione Europea, gli Usa e il Regno Unito hanno adottato contro la Russia provocano certamente dei danni a Mosca, però anche all’Europa, ma non agli Stati Uniti. Se poi con le sanzioni economiche e finanziarie gli occidentali pensavano di mettere in difficoltà l’attuale governo russo (Biden era giunto a dire che i russi avrebbero fatto bene a far cadere Putin), tanto da farlo desistere dal continuare la guerra in Ucraina, basta guardarsi indietro negli anni per constatare che i rapporti di forza tra i vari Stati non viaggiano soltanto sulle pressioni economiche. Secondo l’ISPI, anche se l’embargo degli Usa contro Cuba dura da 60 anni, al governo non è mai andato, almeno finora, nessun filoamericano, e così nell’Iran degli ayatollah (43 anni di sanzioni), nella Corea del Nord (16 anni di sanzioni), nel Venezuela chavista di Maduro (8 anni di sanzioni) o nella Russia di Putin (8 anni, dal 2014 a causa dell’annessione della Crimea).

La politica dei vari governi borghesi non sempre corrisponde alle crude leggi del capitalismo; nei rapporti di forza tra gli Stati – dal punto di vista economico, finanziario, politico e militare – vanno considerati sempre, per ogni Stato, anche i rapporti di forza interni tra le classi e i rapporti sociali che nel tempo si sono radicati. Ogni borghesia tende a governare il proprio paese poggiando sulla propria storia, sulle risorse naturali di cui dispone, sulla forza economica raggiunta negli anni, e naturalmente sugli appoggi politici, economici e finanziari di altri paesi, ma, non ultimo, sulla collaborazione fra le classi da ottenere e da mantenere con misure politiche e sociali ad hoc, e con misure repressive tutte le volte che le masse proletarie si ribellano all’ordine stabilito.

L’attuale guerra russo-ucraina si sta svolgendo in un periodo in cui gli Stati Uniti sono appena usciti da un disfatta politica e militare: il rapido e disordinato ritiro dall’Afghanistan ha intaccato l’immagine del gendarme mondiale dell’imperialismo occidentale; a questa è seguita un’altra sconfitta, in Siria, dove Bashar al-Assad, che avrebbe dovuto essere abbattuto grazie alle rivolte interne appoggiate dagli Usa e dai suoi alleati, è invece più forte di prima; mentre l’Iraq, nel quale l’esercito americano si è speso fino all’eliminazione di Saddam Hussein, continua ad essere terremotato da faide interne per superare le quali è in corso un avvicinamento all’Iran, il grande nemico mediorientale. E non si tratta tanto di presidenza Obama, o di presidenza Trump o Biden. E’ l’imperialismo statunitense che se la deve vedere con una concorrenza mondiale a causa della quale non riesce più ad essere presente militarmente, e con le stesse potenzialità repressive, in ogni angolo del mondo come avvenne un tempo per  l’Inghilterra e per gli stessi Stati Uniti alla fine della seconda guerra mondiale. Il crollo dell’Urss non ha significato una vittoria netta dell’imperialismo americano, sebbene ne abbia consentito un potenziamento soprattutto in Europa, che non è certo poco.

Ma gli Usa non guardano soltanto all’Atlantico, guardano anche verso il Pacifico, dall’altra parte del quale c’è la Cina, nuova potenza imperialista con mire di conquista non ancora saziate (e non si tratta solo di Taiwan, che per la Cina continentale è territorio storico cinese che un giorno dovrà tornare sotto il dominio di Pechino). Il fatto che le sanzioni anti-russe abbiano spinto la Russia a commerciare il suo petrolio con la Cina e l’India che, da buoni mercanti, hanno tutto l’interesse ad acquistare petrolio russo a basso costo (le loro importazioni sono raddoppiate rispetto all’anno scorso), dimostra una volta di più che è il mercato a governare certe «politiche», aldilà dei sorrisi o dei musi duri dei governanti. D’altra parte, la concorrenza che soprattutto la Cina fa agli Stati Uniti non si limita all’Estremo Oriente, anche se Giappone, Corea del Sud, Vietnam sono i paesi con cui la Cina, dopo gli Stati Uniti, ha il grosso dei rapporti commerciali, mentre la Germania è il paese con cui ha in assoluto i rapporti commerciali più importanti in Europa. Va notato, infatti, che per l’Ucraina, nel 2020, la Cina rappresentava il primo paese sia per l’import che per l’export, seguito da Russia, Polonia e Germania.

Naturalmente, l’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea la avvantaggerebbe notevolmente dal punto di vista commerciale e finanziario.

Quella che nelle dichiarazioni russe doveva essere un «operazione militare speciale» demagogicamente propagandata per «demilitarizzare e denazificare» l’Ucraina, si è rivelata da subito come una guerra per opprimere una nazione più piccola e più debole, perfettamente in linea con tutte le guerre che i paesi imperialisti occidentali, dagli Stati Uniti al Regno Unito alla Francia, hanno sempre condotto in Asia, in Africa, nei Caraibi, in Medio Oriente e nella stessa Europa dalla fine della seconda guerra imperialista mondiale. Per noi marxisti, nulla di nuovo sotto il sole, perché questa è la marcia inevitabile del capitalismo e delle sue contraddizioni insanabili. Queste guerre che, d’altra parte, hanno costituito un esempio per le diverse potenze regionali, come Israele nei confronti della Cisgiordania e delle Alture del Golan siriano, la Turchia nei confronti dei territori curdi e della Siria, il Marocco riguardo il Sahara occidentale, l’Arabia Saudita, con a fianco Stati Uniti, Regno Unito, Francia ecc., nella guerra tra sunniti e sciiti nello Yemen, e l’Iran nella stessa guerra yemenita ecc. ecc.

Tutto ciò dimostra che la guerra russo-ucraina è parte integrante della fase di una guerra che ha dimensioni mondiali anche se non ha portato, ancora, i grandi paesi imperialisti a scontrarsi militarmente fra di loro. La guerra in Ucraina che potrebbe durare molto più a lungo di quanto farebbe comodo alla Russia, perché l’obiettivo del blocco imperialistico occidentale, visto che non ha intenzione di entrare in guerra contro la Russia, è di logorarla economicamente e di isolarla politicamente fino al momento in cui il «negoziato per la pace in Ucraina» non sarà maturo per tutte le potenze coinvolte in modo da trarne il maggior vantaggio.

L’altro aspetto drammatico di questa guerra, come di tutte le guerre che l’hanno preceduta, è il massacro sistematico delle popolazioni civili per il quale tutti i media democratici del mondo alzano sempre grida di dolore, ma utilizzando sempre queste gruda per fare la propaganda dell’orrore a fini pacifisti e di collaborazione fra le classi, invocando una pace come se questa fosse la conclusione di ogni guerra, mentre, in realtà, essa non è che il periodo di preparazione delle guerre successive. Il demagogico obiettivo russo di «denazificare» l’Ucraina è servito per presentare questa spedizione militare in Ucraina come se fosse una ripetizione della superglorificata «guerra patriottica contro il nazismo», con cui lo stalinismo si era giustificato portando al massacro della seconda guerra mondiale più di 27 milioni di proletari. Ma ai vertici militari russi non tutto è filato liscio. Da quel che si desume dalle notizie che i media internazionali hanno diffuso finora, non sono stati rari i casi in cui i soldati russi, giovanissimi, impreparati, ingannati e mandati a «far la guerra», hanno reagito danneggiando i propri carri armati e distruggendo le proprie munizioni. Esempi di diserzione che segnalano un malcontento profondo anche se non foriero di una vera e propria ribellione contro la guerra. Ma, se la guerra sarà molto più lunga di quanto Mosca, e anche Washington e Londra, abbiano presupposto all’inzio, si potrebbero ripetere episodi di questo genere, sull’onda dei quali un’opposizione alla guerra meno pietistica potrebbe prendere vigore.

La resistenza che ha caratterizzato finora la popolazione ucraina all'invasione russa è stata attuata all'insegna di un forte nazionalismo. I proletari ucraini, per quanto si sa dai vari media internazionali, non hanno avuto la forza di opporsi né all'oppressione degli ucraini del Donbass di lingua russa da parte di Kiev in questi ultimi 8 anni, né tanto meno di organizzare scioperi e manifestazioni contro la guerra con la Russia che stava maturando da tempo. Imprigionati nella politica della collaborazione di classe con la borghesia nazionale, sono stati esposti agli orrori della guerra appunto come carne da macello. Che il macellaio sia di lingua russa o di lingua ucraina, dal punto di vista di classe aveva ed ha importanza relativa: entrambi i macellai inseguono obiettivi antiproletari, in Ucraina e in Russia, perché la guerra in cui i proletari sono stati precipitati non ha nulla di storicamente progressivo o rivoluzionario; come le guerre precedenti nelle ex repubbliche sovietiche, in Cecenia e in Georgia, anche questa è una guerra reazionaria, una guerra di rapina. I proletari del Donbass o della Crimea continueranno ad essere sfruttati, oppressi e repressi per il bene del capitale; che il capitale sia in mano ai capitalisti e ai proprietari terrieri russi o ucraini, la condizione sociale dei proletari non cambia. Non solo, ma questa guerra, proprio per gli interessi inperialistici contrastanti che sono in ballo, non sarà breve; e anche quando si arriverà ad un negoziato «di pace» - al quale sembra sia stata chiamata la banda di briganti capitalisti che al momento appaiono estranei, come la Cina, la Turchia se non il fatiscente ONU - i fattori di guerra oggi presenti non saranno svaniti, continueranno a premere sugli stessi contrasti che l'hanno provocata e alimenteranno gli opposti nazionalismi fino allo scoppio di una guerra molto più ampia e mondiale.

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UNO SGUARDO AL PASSATO PER COMPRENDERE MEGLIO IL FUTURO

 

Il capitalismo, nel suo iniziale sviluppo, dopo le rivoluzioni antifeudali e le guerre di sistemazione nazionale, ha avuto bisogno, perlomeno in Europa, di un lungo periodo di pace per potersi sviluppare più celermente e più ampiamente; un periodo, questo, in cui le borghesie, mentre si dedicavano a saccheggiare i continenti d’Asia, Africa e America Latina, cercavano di mantenere «in patria» una pace sociale utilizzando i sovraprofitti provenienti dallo sfruttamento intensivo delle colonie. E’ stat questa l’epoca del cosiddetto sviluppo pacifico del capitalismo e, nello stesso tempo, l’epoca dello sviluppo del movimento operaio che, con le proprie lotte, otteneva dalle borghesie opulente una serie di concessioni sul piano delle condizioni salariali e delle sue organizzazioni sindacali e politiche. E’ stata questa l’epoca del riformismo socialista che, dopo la tremenda e sanguinosissima sconfitta della Comune di Parigi, si impose come via pacifica e parlamentare ad un'emancipazione proletaria che veniva data per certa grazie allo stesso sviluppo del capitalismo. Ma il capitalismo, mentre si sviluppava al massimo, produceva nello stesso tempo tutti i fattori di crisi che avrebbero portato gli Stati più moderni, più civili, più industrializzati, a scontrarsi nella prima grande guerra imperialistica mondiale, mandando in fallimento la Seconda Internazionale proletaria la cui stragrande maggioranza dei partiti riformisti socialdemocratici divennero dalla sera alla mattina socialsciovinisti.

Nonostante l’immensa tragedia della guerra, il movimento proletario internazionale dimostrò di possedere ancora una grande energia classista grazie alla quale si oppose alla guerra con scioperi e mobilitazioni, raggiungendo anche i fronti di guerra, dove gli episodi di fraternizzazione fra soldati «nemici» non furono rari. Un’energia classista che si rivelò potente nello Stato più arretrato e reazionario d’Europa, la Russia zarista, e che, sotto la guida del partito di classe capitanato da Lenin, alimentò non solo la rivoluzione borghese nazionale, ma soprattutto la rivoluzione proletaria come primo bastione di una rivoluzione internazionale che chiamava aux armes non les citoyens, e non della sola Russia, ma i proletari di Russia e del mondo intero.

Le vicende storiche riveleranno un ritardo storico del partito di classe nella civilissima Europa, e una presa ancora potente dell’opportunismo sulle grandi masse che, pur lottando strenuamente durante e dopo la guerra, non riuscirono a scrollarsi di dosso il peso paralizzante della socialdemocrazia, riconsegnandosi, dopo essere state annientate fisicamente e politicamente, ai dominatori borghesi, democratici o fascisti che fossero. L’assalto al cielo, di parigina memoria, era riuscito soltanto a Pietrogrado e a Mosca, non a Berlino, non a Parigi, non a Roma né a Londra. Le metropoli dell’imperialismo europeo dettavano ancora legge, preparandosi ad una successiva guerra imperialista in cui il coinvolgimento degli Stati avrebbe assunto le dimensioni planetarie, le stesse dimensioni dello sviluppo imperialista di un capitalismo che, nonostante le sue crisi e i suoi tremendi effetti sulle grandi masse proletarie e popolari, ritrovava la forza di ricominciare i suoi micidiali cicli di sfruttamento, di concorrenza e di guerra. Pietrogrado e Mosca, proletarie e comuniste, caddero non a causa della guerra civile che le truppe bianche zariste e i loro sostenitori anglo-franco-tedesco-americani  scatenarono contro il potere sovietico – una guerra civile che i proletari rivoluzionari russi, organizzati nell’Armata Rossa di Trotsky, vinsero su tutti fronti interni –, ma a causa dell’isolamento e della spaventosa arretratezza economica in cui si trovò la Russia bolscevica in quegli anni decisivi per la rivoluzione non solo in Russia, ma nel mondo. Il colpo di grazia alla rivoluzione in Russia e nel mondo –, per la quale Lenin lanciò la sfida all’imperialismo mondiale affermando che il potere proletario in Russia avrebbe resistito anche vent’anni in attesa della successiva situazione rivoluzionaria, e per la quale Trotsky, mai piegatosi allo stalinismo  e alla teoria del socialismo in un solo paese, all’Esecutivo allargato dell’Internazionale comunista del novembre-dicembre 1926, lanciò in faccia a Stalin e ai suoi accoliti la prospettiva che il potere proletario e comunista avrebbe difeso il bastione rivoluzionario russo anche per cinquant’anni – il colpo di grazia, dicevamo, lo diede l’opportunismo sciovinista grande-russo. Debellato dai bolscevichi guidati da Lenin prima, durante e dopo la guerra, lo sciovinismo risorse erodendo drammaticamente i fondamenti teorici e politici dell’Internazionale Comunista e dello stesso partito bolscevico, facendo poi passare la mancata vittoria rivoluzionaria in Europa occidentale come l’occasione per iniziare a «costruire» il socialismo in Russia, falsificando il marxismo da teoria della rivoluzione comunista internazionale a teoria del socialismo in un solo paese.

Tra i fondamenti teorici e politici marxisti, affermati da Lenin e dall’Internazionale Comunista nei suoi primi congressi, vi erano le tesi sulla questione nazionale e coloniale che si possono riassumere in quella che è stata definita l’autodeterminazione dei popoli delle nazioni oppresse dall’imperialismo, prima fra tutti l’autodeterminazione dei popoli schiacciati dall’oppressione zarista. E’ basilare riprenderne i punti essenziali per trarre indicazioni fondamentali anche per l’oggi e il domani.

Gli scritti, gli interventi e le risoluzioni su questa questione che si devono a Lenin sono numerosissimi, ma qui basterà riferirsi alla sua Lettera agli operai e ai contadini dell’Ucraina, in occasione delle vittorie riportate su Denikin (1), nella quale Lenin mette in evidenza che, oltre alla lotta contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti per l’abolizione della proprietà fondiaria, in Ucraina - rispetto alla grande Russia o alla Siberia - si poneva un problema specifico: la questione nazionale. E Lenin precisa: «Tutti i bolscevichi, tutti gli operai e i contadini coscienti devono riflettere seriamente su questo problema. L’indipendenza dell’Ucraina è stata riconosciuta dal Comitato esecutivo centrale dei soviet e di tutta la RSFSR – Repubblica socialista federativa sovietica della Russia – e dal Partito bolscevico russo. Perciò è cosa ovvia e universalmente riconosciuta che soltanto gli operai e i contadini dell’Ucraina possono decidere e decideranno nel loro congresso nazionale dei soviet se l’Ucraina deve fondersi con la Russia o deve costituire una repubblica autonoma e indipendente e, in quest’ultimo caso, quale legame federativo deve essere stabilito tra questa repubblica e la Russia».

E Lenin pone immediatamente la domanda: «Come decidere questo problema dal punto di vista degli interessi dei lavoratori, per assicurare il successo della loro lotta per la completa emancipazione del lavoro dal giogo del capitale?». Dunque, la risposta, innanzitutto, deve partire dagli interessi dei lavoratori nella loro lotta contro la borghesia, ossia la classe che unisce i proprietari fondiari e i capitalisti. Ed ecco le parole di Lenin: «In primo luogo, gli interessi dei lavoratori esigono che esista la fiducia più completa, l’unione più stretta tra i lavoratori dei diversi paesi, delle diverse nazioni. I sostenitori dei proprietari fondiari e dei capitalisti, della borghesia, cercano di dividere gli operai, di aumentare i dissensi e l’odio fra le nazioni, per indebolire gli operai e rafforzare il potere del capitale».

La fiducia più completa tra i lavoratori delle diverse nazioni che i lavoratori della nazione imperialista che opprime le altre devono guadagnarsela attraverso la lotta contro la propria borghesia nazionale imperialista tendendo, grazie a questa lotta, ad unirsi con i proletariati dei paesi oppressi. E’ da questo punto di vista che va considerata la rivendicazione dell’indipendenza dell’Ucraina, come di qualsiasi altro paese oppresso dalla Grande Russia (all’epoca erano molti: Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia, Finlandia, Georgia ecc.).

La visione dei comunisti rivoluzionari è internazionalista per principio. Lenin, infatti. sottolinea che «Noi siamo nemici dell’odio nazionale, dei dissensi nazionali, del particolarismo nazionale. Siamo internazionalisti. Aspiriamo alla stretta alleanza e alla fusione completa degli operai e dei contadini di tutte le nazioni del mondo in un’unica repubblica sovietica mondiale». Perché queste non rimangano semplicemente delle parole, Lenin insiste e afferma che i comunisti, in casi come questo, devono dare a queste parole un senso concreto e la prima cosa da fare è riconoscere il diritto delle nazioni oppresse a separarsi dalla nazione che le opprime, il diritto all’indipendenza politica, alla costituzione di uno Stato indipendente. Ma i comunisti non si fermano a questa rivendicazione che è assolutamente borghese. Questa parola d’ordine è strettamente legata agli interessi di classe dei proletari di tutte le nazioni; perciò i comunisti fanno appello perché i proletari della nazione che opprime lottino insieme ai proletari delle nazioni oppresse contro la propria borghesia a favore della loro autodeterminazione, dimostrando concretamente che lottano contro l’oppressione nazionale e contro i vantaggi che da questa oppressione derivano anche a loro nelle forme della corruzione che ogni borghesia applica per dividere i proletari delle diverse nazioni.

L’odio nazionale a cui Lenin fa riferimento è prodotto dal capitalismo, che divide le nazioni tra un piccolo numero di Stati imperialisti che opprimono la grandissima maggioranza delle restanti nazioni. Se la guerra imperialista mondiale del 1914-1918 ha accentuato questa divisione, la seconda guerra imperialista l’ha ancor più acutizzata.

Lenin ha definito come obiettivo storico della rivoluzione proletaria e comunista internazionale un’unica repubblica sovietica mondiale; obiettivo che, per le ragioni ricordate sopra, non è stato raggiunto allora e che rimane valido per il futuro. Ai tempi di Lenin con l’aggettivo «sovietica» si riassumeva il concetto più ampio di «socialista», ampio nel senso che comprendeva sia la rivoluzione proletaria «pura», che riguarda i paesi capitalisti avanzati, sia le rivoluzioni multiple che riguardavano il grande numero di paesi arretrati economicamente in cui, per questa ragione, le masse rivoluzionarie non erano rappresentate soltanto dai proletari, ma anche dai contadini poveri. Come i lettori sanno, i soviet erano gli organismi costituiti direttamente dagli operai e dai contadini a difesa dei loro interessi, non solo strettamente economici, ma anche politici, organismi di lotta contro il potere reazionario dello zarismo, dei proprietari fondiari e dei capitalisti. Nati come organismi democratico-rivoluzionari durante la rivoluzione russa del 1905, rimasero l’organizzazione di riferimento delle masse operaie e contadine per tutta un’epoca, cui si aggiunsero anche i soldati che lottavano contro la guerra mondiale del 1914-18. In quanto organismi immediati, erano perlopiù influenzati dalle formazioni politiche socialdemocratiche, mensceviche e anarchiche; e solo dopo il loro sviluppo come organizzazioni democratico-rivoluzionarie e una lunga e insistente opera di propaganda, di intervento e di azioni dei proletari influenzati dai bolscevichi, i soviet vennero considerati organi in grado di costituire l’ossatura del nuovo Stato di dittatura democratica degli operai e dei contadini, una dittatura che diventerà esclusivamente proletaria dopo che i socialisti-rivoluzionari che rappresentavano i contadini, e che sabotavano insistentemente il potere bolscevico, furono cacciati dal governo.

La visione internazionalista riassunta da Lenin nella Lettera che abbiamo citato, si esprime così: «Noi vogliamo un’unione volontaria delle nazioni, una unione che non permetta nessuna violenza esercitata da una nazione su un’altra, un’unione fondata su una completa fiducia, sulla chiara coscienza dell’unità fraterna, su un accordo assolutamente volontario. Non è possibile realizzare di colpo una tale unione; bisogna arrivarci con un lavoro perseverante e accorto, per non guastare le cose, per non suscitare la diffidenza, per permettere che sparisca la diffidenza lasciata da secoli di oppressione dei proprietari fondiari e dei capitalisti, di proprietà privata e di odio suscitato dalle spartizioni e ripartizioni di questa proprietà».

Certo, l’indipendenza nazionale comporta la definizione di confini tra Stato e Stato, ma è inevitabile che la sistemazione nazionale dei diversi paesi passi attraverso la definizione di confini tra uno Stato e l’altro. Che importanza assume per i comunisti il confine fra gli Stati? Risponde Lenin: «Stabilire il confine fra gli Stati oggi, provvisoriamente – giacché noi aspiriamo alla loro abolizione completa – non è una questione fondamentale, di grande importanza, è una questione secondaria. Si può e si deve attendere, poiché la diffidenza nazionale è spesso molto tenace nelle grandi masse dei contadini e dei piccoli padroni, e con la fretta si potrebbe accentuare questa diffidenza, cioè danneggiare la causa dell’unità completa e definitiva».

E’ una diffidenza che scompare e si supera con molta lentezza, sottolineerà Lenin sulla base delle esperienze dirette fatte negli stessi anni della guerra civile, nella quale la stretta unione tra operai e contadini nella comune lotta contro i proprietari fondiari e i capitalisti russi sostenuti dai capitalisti dell’Intesa, cioè dalla coalizione dei paesi capitalistici più ricchi – Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Giappone, Italia – era il punto di forza del giovanissimo Esercito rosso; una diffidenza verso la quale i comunisti dovevano avere molta pazienza, dovendo fare delle concessioni e cercare delle soluzioni perché l’intransigenza e l’inflessibilità dovevano valere, per l’Ucraina e per qualsiasi altro paese, «sulle questioni fondamentali, essenziali, eguali per tutte le nazioni, le questioni della lotta proletaria, della dittatura del proletariato, della inammissibilità di una politica di conciliazione con la borghesia, della inammissibilità del frazionamento delle forze che ci difendono da Denikin».

Ma l’unione tra gli operai grandi-russi e ucraini non era scontata, non bastava proclamarla e volerla, bisognava agire concretamente per ottenerla e mantenerla, e la base necessaria per ottenerla e mantenerla era la condivisione completa del punto di vista espresso da Lenin: rimanere fermi sulle questioni essenziali, non dividersi su questioni secondarie (i confini dello Stato da stabilire, l’indipendenza completa o la fusione completa tra Ucraina e Russia, ecc.); «soltanto gli operai e i contadini dell’Ucraina possono decidere e decideranno nel loro congresso nazionale dei soviet se l’Ucraina deve fondersi con la Russia o deve costituire una repubblica autonoma e indipendente e, in quest’ultimo caso, quale legame federativo deve essere stabilito tra questa repubblica e la Russia». Essere pazienti e perseveranti e cercare «una soluzione, poi un’altra e una terza ancora» pur di ottenere la stretta unione tra operai grandi-russi e ucraini. E se non si riesce a consolidare e a mantenere questa unione?

Ancora Lenin: «Se invece non sapremo mantenere la più stretta unione tra di noi, l’unione contro Denikin, contro i capitalisti e i kulak dei nostri paesi e di tutti i paesi, la causa del lavoro sarà sicuramente perduta per lunghi anni, nel senso che i capitalisti potranno allora schiacciare e soffocare sia l’Ucraina sovietica sia la Russia sovietica».

L’acume dialettico di Lenin è indiscutibile: di fronte ad un problema come la questione nazionale, così complicata e delicata nella quale insistono secoli di divisioni nazionalistiche, di particolarismi, di ripartizioni e aggregazioni dovute esclusivamente agli interessi delle classi dominanti, e di odio fra nazioni alimentato appositamente per dividere e sottomettere i popoli, l’importante per i comunisti rivoluzionari era, è e sarà, essere intransigenti sulle questioni fondamentali della lotta di classe anticapitalistica, della rivoluzione proletaria, della dittatura del proletariato, del rifiuto di ogni collaborazione con la borghesia. Questa intransigenza permette di non perdere la bussola teorico-politica del partito di classe e comprendere che di fronte a questioni, come quella nazionale, si deve tener conto della situazione reale in cui le masse, proletarie e contadine, vivono e dell’influenza cui sono inevitabilmente sottoposte ad opera dell’ideologia delle classi dominanti. Abitudini, pregiudizi, rapporti di dipendenza economica, sociale, culturale, che si sono radicati nei secoli (basti pensare alla proprietà privata) resistono anche durante i periodi in cui il terremoto rivoluzionario batte alle porte e sconvolge l’esistente, costituendo punti d’appoggio materiali per la restaurazione del vecchio sistema sociale e dei vecchi poteri politici.

L’ultima frase di Lenin che abbiamo riportato è stata anche una previsione. Cadendo l’internazionalismo - ammettendo le categorie borghesi (proprietà privata, lavoro salariato, produzione di merci, denaro, concorrenza commerciale ecc.) come categorie compatibili con il socialismo, aldilà dei necessari «passi indietro», rispetto allo slancio socialista anche sul piano economico, che la Russia rivoluzionaria dovette fare a causa della mancata rivoluzione proletaria nei paesi capitalisti avanzati dell’Europa occidentale - cadeva anche la dittatura proletaria instaurata, e con essa il partito bolscevico all’esercizio della quale era chiamato. Le caratteristiche politiche specifiche della dittatura proletaria cominciarono a vacillare, e progressivamente andavano trasformandosi in una dittatura del capitale, quindi borghese, con cui si rappresentava in modo molto più diretto la forza di un capitalismo nazionale in marcia, di un industrialismo di Stato che trovava i suoi rappresentanti e i suoi difensori nello stesso partito bolscevico che, in origine, ne indirizzava e controllava il progresso finalizzandolo alla rivoluzione internazionale.

Il ritardo della rivoluzione proletaria in Europa occidentale, e soprattutto le titubanze e le oscillazioni delle correnti comuniste e dei partiti comunisti europei, segnavano sempre più un tempo negativo per la ripresa rivoluzionaria. La grande sfida lanciata da Lenin sui «vent’anni di buoni rapporti con i contadini in Russia», legata al rafforzamento dell’Internazionale Comunista, non poteva poggiare il proprio successo soltanto sulle spalle del partito bolscevico russo e sulla Russia economicamente arretrata e assediata. Tra i comunisti occidentali, soltanto la Sinistra comunista d’Italia assicurava la ferma e solida tenuta teorica e programmatica che le aveva consentito di accumulare negli anni una preziosa esperienza nella lotta contro la democrazia borghese, contro l’opportunismo riformista e massimalista; esperienza che cercò in tutti i modi e in tutti i consessi internazionali di far assimilare anche agli altri partiti, e al partito bolscevico in particolare.

Ma il suo apporto non è stato sufficiente a vincere le resistenze che il massimalismo e il riformismo mettevano in atto attraverso il peso dominante dei partiti tedesco e francese. Le conquiste rivoluzionarie in Russia furono travolte dall’opportunismo che prese le caratteristiche dello stalinismo, erodendo dall’interno come una cancrena il partito bolscevico e l’Internazionale Comunista.

E così la Russia, un tempo proletaria, rivoluzionaria e comunista, da faro della rivoluzione proletaria mondiale diventerà la peggior nemica del proletariato russo e internazionale, preparandosi – come era inevitabile – a partecipare ad una seconda guerra imperialista come pilastro orientale del blocco imperialista dell’Occidente «democratico» organizzatosi contro il blocco imperialista delle forze «totalitarie» dell’Asse avente come perno la Germania nazista. La partecipazione della Russia stalinizzata alla guerra imperialista del 1939-1945 fondava la sua forza nella precedente eliminazione fisica di tutta la vecchia guardia bolscevica e nella repressione sistematica di ogni movimento di resistenza e di ribellione ad un potere che non aveva nulla da invidiare a quello degli Zar.

Altro che unione volontaria dei popoli: il tallone di ferro del potere capitalistico schiacciava i popoli di tutte le Russie sotto il dominio oppressivo di Sua Maestà il Capitalismo Nazionale e delle sue mire imperialistiche sia verso Oriente, sia verso Occidente.

La vittoria del blocco imperialista «democratico» nella seconda guerra mondiale, cui si aggregherà la Russia staliniana dopo aver tentato di avvantaggiarsi accordandosi con la Germania nazista, consegnerà il proletariato di tutti i paesi nelle mani della più tragica ondata opportunista di tutti i tempi.

Infatti, dopo la prima ondata opportunista nelle file del movimento proletario, rappresentata dalla revisione socialdemocratica che affermava che il socialismo poteva essere raggiunto per via graduale e non violenta (Bernstein), e dopo la seconda ondata opportunista (Kautsky), quella che mandò in fallimento la Seconda Internazionale, rappresentata dall’unione sacra di tutte le classi di fronte alla guerra del 1914-18 e all’alleanza nazionale per battere gli Stati che avrebbero potuto ricondurre la società... «al feudalesimo assolutista», il movimento proletario fu attaccato da una terza ondata degenerativa. L'ondata che abbiamo chiamato stalinista che, oltre ad incorporare le deviazioni delle precedenti ondate, ammise, in più, anche le forme di azioni di combattimento e di guerra civile, di cui «l’alleanzismo nella guerra civile di Spagna avvenuto in fase di pace tra gli Stati, e il partigianesimo contro tedeschi e fascisti e la cosiddetta Resistenza, inscenati durante lo stato di guerra fra gli Stati nel secondo conflitto mondiale» (2) sono stati la più evidente dimostrazione del tradimento alla lotta di classe ed una forma ulteriore del collaborazionismo con le forze del capitalismo.

Ognuna di queste ondate opportuniste aveva lo scopo di deviare il movimento proletario dalla sua lotta di classe, dallo scontro rivoluzionario con le classi dominanti borghesi, convogliandolo a sacrificare le proprie forze a difesa degli interessi borghesi e del capitale, di volta in volta ammantati da «difesa della patria», «difesa della democrazia contro il totalitarismo», «difesa della modernità e della civiltà contro il feudalesimo», naturalmente per una pace duratura tra i popoli...

Una pace, in realtà, che non è stata e non è altro se non una tregua tra una guerra e la successiva, come la storia stessa dell’imperialismo dimostra da almeno centovent’anni.

Apprendiamo un’altra lezione da Lenin a proposito delle guerre imperialiste. Nell’ottobre del 1921, in un articolo dedicato al quarto anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin scrive:

«Il problema delle guerre imperialiste, di quella politica internazionale del capitale finanziario che oggi predomina in tutto il mondo, che fa nascere inevitabilmente nuove guerre imperialiste e che genera inevitabilmente una intensificazione inaudita dell’oppressione nazionale, del saccheggio, del brigantaggio, del soffocamento delle piccole nazioni deboli e arretrate ad opera di un pugno di potenze “più avanzate”, questo problema è stato, fin dal 1914, il problema fondamentale di tutta la politica di tutti i paesi del mondo.

«E’ questa una questione di vita o di morte per decine di milioni di uomini. La questione sta in questi termini: nella prossima guerra imperialista [attenzione: Lenin prevede la seconda guerra imperialista!, NdR] – che la borghesia prepara sotto i nostri occhi, che sorge dal capitalismo sotto i nostri occhi – si massacreranno 20 milioni di uomini (invece di 10 milioni uccisi nella guerra del 1914-1918 e nelle “piccole “ guerre complementari, non ancora finite); saranno mutilati – in questa prossima guerra, inevitabile (se si manterrà il capitalismo) – 60 milioni di uomini (invece di 30 milioni di mutilati nel 1914-1918).

«Anche in questa questione, la nostra rivoluzione d’ottobre ha iniziato una nuova epoca nella storia mondiale» (3).

La nuova epoca era, infatti, inziata con la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, e la lotta contro tutti gli inganni sciovinisti e pacifisti più raffinati. Con la pace di Brest-Litovsk, Lenin e il partito bolscevico hanno dimostrato concretamente l’inganno della pace imperialista, perché a quel tavolo non venne alcuna delegazione dei paesi imperialisti belligeranti se non le sole delegazioni tedesca e russa.

Ma quella pace, fermamente voluta dal potere bolscevico, che, pur di strappare la Russia alla guerra imperialista, fu sottoscritta accettando notevoli sacrifici anche territoriali, dimostrò ai proletari e ai contadini russi che l’unica forza che voleva effettivamente la pace era il potere sovietico instaurato con la rivoluzione d’Ottobre.

Ed è anche grazie a questa dimostrazione, assieme alla politica bolscevica dell’autodeterminazione dei popoli, che i proletari e i contadini russi sostennero l’immane sforzo di combattere contro le truppe dei generali zaristi che intendevano restaurare il vecchio potere zarista e che, per questa ragione, erano sostenute dalle forze armate di tutti i paesi imperialisti super-democratici che avevano condotto la guerra contro il potere cosiddetto prussiano della Germania guglielmina.

Giustamente, con orgoglio proletario e comunista, Lenin dirà:

«Alla guerra imperialista, alla pace imperialista, la prima rivoluzione bolscevica ha strappato i primi cento milioni di uomini. Le rivoluzioni successive strapperanno a simile guerre ed a simili paci l’umanità intera» (4).

La conclusione non poteva che essere questa: «non ci si può liberare dalla guerra imperialista e dalla pace imperialista che inevitabilmente la genera, non ci si può strappare a quest’inferno se non con la lotta bolscevica e la rivoluzione bolscevica», ossia se non con la lotta di classe e la rivoluzione proletaria e comunista.

Il tempo di Lenin è passato e con lui il tempo della rivoluzione proletaria e comunista a livello internazionale. La minaccia della rivoluzione proletaria è stata sventata, le potenze imperialiste non solo si sono salvate dall’attacco rivoluzionario del proletariato mondiale, ma si sono rafforzate e, nello stesso tempo, sono aumentate di numero.

Come potrà mai il proletariato mondiale, e il proletariato dei paesi imperialisti in particolare, rialzare la testa, risollevarsi dalla tremenda sconfitta degli anni Venti del secolo scorso?

Una delle ipotesi che Lenin faceva nel 1919, come ricordato sopra, durante la guerra civile che opponeva l’Esercito rosso alle truppe dei generali zaristi e agli attacchi delle potenze imperialiste, era questa: se i proletari non fossero riusciti a rimanere uniti, saldamente ancorati alla guida del partito comunista rivoluzionario che, a sua volta, doveva riuscire a rimanere fortemente unito sulle questioni essenziali come la lotta di classe, la rivoluzione, la dittatura proletaria, il rifiuto categorico di allearsi con la borghesia su qualsiasi obiettivo politico ecc.

E se, quindi, i comunisti si fossero divisi allora sulle questioni “secondarie” (i confini dello Stato sovietico, repubbliche autonome o federate o fuse tra di loro ecc.) avrebbero portato la divisione e i contrasti a livello delle questioni essenziali e la causa del lavoro, la causa del socialismo, quindi della lotta di classe, della rivoluzione, della dittatura proletaria, sarebbe stata sicuramente persa e non per un breve periodo, ma per lunghi anni!

Purtroppo avvenne esattamente questo, e così i capitalisti dei paesi imperialisti e della Russia arretrata sono riusciti a schiacciare la Russia rivoluzionaria, e con essa ogni altra repubblica sovietica, Ucraina o Georgia che fosse.

Questa fu una sconfitta molto più dura per il proletariato mondiale, molto più dura della sconfitta dei comunardi parigini, una sconfitta che tagliò le gambe ad un’altra rivoluzione in un paese arretrato, quella cinese del 1925-27, e che offrì il proletariato mondiale ai massacri delle guerre imperialiste successive.

E’ in questo abisso che il proletariato odierno è precipitato e dal quale non riuscirà ad uscire se non grazie ad un sommovimento tellurico a livello mondiale senza precedenti, che sconvolgerà qualsiasi ordine imperialista esistente, e all’azione del risorto partito comunista rivoluzionario a livello mondiale.

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IL PROLETARIATO DI OGGI E IL MOVIMENTO PROLETARIO DI DOMANI

 

I proletari europei, e di ogni altro continente, sono ancora preda delle illusioni e degli inganni che la borghesia produce costantemente al fine di deviarne l’energia sociale nel campo della collaborazione di classe. Che la borghesia utilizzi i mezzi democratici (elezioni, parlamento, libertà di stampa e di organizzazione ecc.) o i mezzi autoritari (solitamente giustificati per difendere il paese dal «terrorismo» o dall’aggressione straniera), resta il fatto che senza lo sfruttamento del lavoro salariato, dunque del proletariato, nel proprio paese e nei paesi che opprime, non raggiunge lo scopo della sua vita di classe: la valorizzazione del capitale, dunque la produzione di profitti. Questo scopo è fondamentalmente antagonista allo scopo di vita della classe proletaria, che è di difendersi dallo sfruttamento capitalistico, lottando per la sua eliminazione.

L’antagonismo di classe tra borghesia e proletariato è un fatto storico, non è una «scelta» ideologica o economica dell’una o dell’altra classe. Esso scaturisce direttamente dal modo di produzione capitalistico che si fonda sulla proprietà privata e sull’appropriazione privata dell’intera produzione sociale da parte di una classe, la borghesia, e sulla espropriazione completa di ogni mezzo di produzione e di ogni prodotto da parte della classe salariata, la classe dei lavoratori salariati, il proletariato che il marxismo ha definito dei senza-riserve proprio perché non hanno altra «proprietà» che l’individuale forza-lavoro. Una forza-lavoro che di per sé non fa vivere, perché deve essere venduta ai proprietari dei mezzi di produzione e della produzione stessa destinata al mercato, ricevere in cambio un salario in denaro col quale obbligatoriamente andare sul mercato per acquistare i beni necessari a vivere giorno dopo giorno. Senza salario, quindi senza la possibilità di acquistare al mercato i beni di prima necessità, il proprietario della sola forza-lavoro non vive, e così il proletario crepa di fame. Per non morire di fame il proletario è costretto a vendersi per un salario più basso, più precario, in cambio del quale dare più ore giornaliere di lavoro, ad entrare così in concorrenza con gli altri proletari. La concorrenza che i capitalisti si fanno l’un l’altro per conquistare fette di mercato a proprio vantaggio si trasferisce così tra i proletari che non hanno altro scopo immediato che cibarsi tutti i giorni.

La concorrenza e l’antagonismo che dividono un capitalista dall’altro, un gruppo di capitalisti da altri gruppi, uno Stato capitalista dagli altri Stati capitalisti, sono tutti interni allo stesso modo di produzione grazie al quale essi esistono come proprietari privati di mezzi di produzione e come appropriatori privati della produzione sociale. Il dominio della borghesia sulla società deriva esattamente dalla sua posizione sociale. Entrando in concorrenza con le altre borghesie, ogni borghesia mobilita tutte le forze che ha a disposizione: di base, i mezzi di produzione, i capitali da investire, la forza-lavoro da sfruttare; ma tutto questo non basta, perché la sua posizione dominante deriva non solo dal potere economico che possiede, ma dal potere politico. E’ infatti il potere politico che le dà la possibilità di gestire socialmente le masse proletarie che sfrutta.

Queste masse, organizzate nel lavoro associato della produzione e della distribuzione capitalistica, nella storia del loro movimento hanno maturato la consapevolezza di rappresentare non solo la forza-lavoro, ma una forza sociale grazie alla quale contrastare ai capitalisti il livello e la dimensione dello sfruttamento. L’antagonismo di classe emerge materialmente dagli stessi rapporti di produzione e sociali borghesi, e la borghesia non può cancellarlo perchè vorrebbe dire cancellare il suo dominio di classe, la sua stessa identità come classe dominante. Lo deve perciò smussare, contenere entro i limiti in cui non produca rivolte, sommosse, insurrezioni. Ma le rivolte, le sommosse, le insurrezioni, nel corso di sviluppo del capitalismo e delle sue sempre più forti contraddizioni, sono state un campanello d’allarme e una minaccia per il potere borghese perché la lotta di difesa immediata delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, nello scontro con la borghesia e con il suo Stato, tende ad elevarsi a lotta politica, a lotta di classe, ad una lotta che storicamente pone come obiettivo, per la classe dominante borghese la difesa e il mantenimento del potere politico schiacciando i tentativi rivoluzionari del proletariato, per la classe proletaria l’attacco ai privilegi e al potere politico della borghesia per conquistarlo abbattendo il suo Stato e la sua inevitabile guerra per riconquistarlo.

Lotta di classe, perciò, significa guerra di classe, perché il proletariato non avrà alcuna possibilità di raggiungere la sua emancipazione dallo sfruttamento capitalistico se non abbattendo il potere politico borghese; un potere che non è altro che la dittatura della classe capitalistica e della sua politica imperialista con le quali schiaccia e opprime il proletariato di ogni paese e le nazioni più piccole e più deboli. Se la lotta proletaria non raggiunge il livello della lotta di classe, ossia se non si pone l’obiettivo di rivoluzionare la società conquistando il potere politico, cominciando dal paese in cui la situazione si presenta favorevole alla lotta rivoluzionaria, estendendo poi questa lotta a livello internazionale, il proletariato continuerà a rimanere soggiogato dalla borghesia subendo le conseguenze sempre più disastrose delle contraddizioni che attanagliano la società capitalistica. E le conseguenze sono le crisi sempre più acute e le guerre borghesi: in un caso e nell’altro i proletari pagano il benessere del capitale con la miseria, la fame, gli incidenti mortali sui luoghi di lavoro, lo sfruttamento sempre più intenso, i disastri cosiddetti naturali, la repressione, i massacri di guerra.

Come uscirne?       

I mezzi democratici e pacifici hanno dimostrato da lungo tempo che non sono risolutivi, anzi, rafforzano la sottomissione del proletariato al dominio capitalistico. Il riformismo e la collaborazione di classe tra proletari e borghesi si sono dimostrati mezzi utili esclusivamente al capitalismo e al potere borghese; in realtà mascherano la concreta dittatura economica del capitalismo e la concreta dittatura politica della borghesia. Vi sono state reazioni violente da parte di gruppi piccoloborghesi destinati alla rovina a causa delle crisi economiche che hanno affascinato strati proletari con il loro terrorismo individuale, tipo Brigate rosse, ma hanno dimostrato di rappresentare una pura illusione dal sapore anarchicheggiante credendo di poter incidere sui rapporti sociali a favore del proletariato eliminando qualche capitalista, qualche generale, qualche magistrato. Anche questo mezzo ha mostrato la sua inefficacia rispetto all’emancipazione del proletariato, rafforzando al contrario la propaganda della pace sociale e della collaborazione di classe da parte di tutte le forze della conservazione sociale, in prima linea quelle opportuniste.

La via della lotta di classe, nella realtà storica e non nelle fantasie dei democratici, è la più ardua per il proletariato perché deve sbarazzarsi di tutte le illusioni prodotte dalla democrazia elettorale e parlamentare, e deve superare le abitudini che si sono radicate nei lunghi decenni di politica della collaborazione tra le classi nei quali le borghesie imperialiste, in cambio delle misure di protezione sociale su cui hanno investito, hanno ottenuto pace sociale, sfruttamento sempre più brutale del proletariato e mani libere nell’oppressione delle nazioni più deboli. Il risultato di questa politica non è la pace universale, non è la fine delle disuguaglianze sociali, non è il benessere distribuito equamente su tutte le popolazioni; è invece una maggiore oppressione, una maggiore repressione, una acutizzazione dei fattori di crisi, e una guerra borghese che diventa sempre più la normalità.

Il proletariato oggi, nei paesi imperialisti, è ancora completamente piegato alle esigenze del capitalismo nazionale; non solo, anche alle esigenze delle alleanze capitalistiche internazionali. Il proletariato dei paesi imperialisti sta ancora beneficiando – rispetto al proletariato dei paesi capitalisticamente arretrati – di alcuni vantaggi che ai proletari degli altri paesi sono negati, sia in campo economico, sia in campo sociale e politico immediato. Questi «benefici» sono in realtà pagati dalle borghesie opulente non solo con lo sfruttamento del proprio proletariato, ma anche con lo sfruttamento bestiale e schiavistico dei proletari dei paesi della periferia dell’imperialismo. E’ così che i proletari di ogni paese, nonostante la concorrenza tra di loro alimentata dalle rispettive borghesie, sono legati gli uni agli altri dalle stesse catene. Catene che qualsiasi legge borghese, democratica o fascista che sia, non scioglierà mai, anzi le stringerà ancora di più.

Come gli schiavi dell’antica Roma, così gli schiavi salariati della modernissima società capitalistica devono liberarsi delle catene con le proprie forze. Devono riunirsi in organizzazioni indipendenti da ogni istituzione borghese, devono porsi sul terreno della lotta con obiettivi che riguardino esclusivamente i loro interessi in quanto schiavi salariati, in quanto proletari; devono adottare metodi e mezzi classisti, cioè in grado di opporsi efficacemente ai metodi e ai mezzi utilizzati dal padronato e dal suo Stato. Sarà l’esperienza in questa lotta, sul terreno della difesa immediata, che darà al proletariato la possibilità di assumersi il compito di andare oltre la difesa immediata, oltre gli interessi immediati, e quindi di porsi sul terreno della lotta politica classista; un terreno su cui le forze borghesi e di conservazione sociale lo dirotteranno – come sempre hanno fatto – su obiettivi democratici, parlamentari e naturalmente antifascisti, pacifisti e legalitari, invocando ulteriori riforme e leggi «più giuste».

E cosa fare in un periodo, come questo, in cui la guerra batte alle porte?

Come hanno risposto i proletari russi e ucraini alla guerra scatenata il 24 febbraio scorso?

Quel che si è saputo è che tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, a Mosca, a San Pietroburgo e in decine di altre città, ci sono state manifestazioni pacifiste contro la guerra. Naturalmente contro i manifestanti sono stati lanciati i reparti antisommossa e gli arresti sembra siano stati nelle diverse città più 14 mila (5). Non ci sono stati scioperi, non ci sono state manifestazioni specificamente operaie, e questo mostra, da un lato, il naturale timore di essere colpiti ciecamente dalla repressione e, dall’altro lato, l’estrema debolezza in cui versa la classe operaia russa che, evidentemente, anche sul piano soltanto della difesa delle condizioni immediate di vita e di lavoro non ha finora espresso una forza capace di generare un’avanguardia politica di classe che si assuma il compito di lottare contro la borghesia perché è la classe dominante, la classe che rappresenta il potere economico e politico sotto il quale il proletariato è schiacciato, frammentato, isolato e asservito.

Il potere borghese non ha alcun timore delle manifestazioni pacifiste; provocano fastidio e possono complicare l’opera di controllo sociale della borghesia russa che, da sempre, si è abituata a nascondere i morti delle sue guerre mentre ne glorifica il sacrificio. Ma la repressione delle manifestazioni pacifiste quando il paese è in guerra è, a sua volta, un monito per la classe operaia perché sappia che il potere non la risparmierà se dovesse scendere a protestare contro la guerra; l’effetto temuto che le proteste operaie contro la guerra possano avere è di intaccare la fiducia e la disciplina dei soldati mandati a far la guerra, mentre li hanno mobilitati per una «operazione speciale» contro il governo di Kiev accusato di essere «militarista» e «nazista».

I proletari ucraini, da parte loro, all’invasione militare, ai bombardamenti, ai saccheggi, alle distruzioni massicce di villaggi e città e ai massacri di civili, hanno risposto nei modi in cui ogni popolazione aggredita, impreparata e inconsapevole dei motivi dell’aggressione risponde: rifugiandosi nei sotterranei, fuggendo lontano dalle città bombardate, cercando di aiutare i feriti e i mutilati e piegandosi agli ukase del governo che, per la guerra contro «i russi», ha obbligato tutti gli uomini a rimanere a disposizione dell’esercito per difendere una «patria» che si è dimostrata e si dimostra continuamente divoratrice di forza-lavoro e di carne umana a beneficio esclusivamente della classe dominante borghese. In questo, la borghesia ucraina non è diversa dalla borghesia russa: gli interessi che da 8 anni l’hanno spinta alla guerra sono egualmente capitalisti, ma di una borghesia nazionale che mira a togliersi da un’alleanza – con Mosca – per affittarsi alle potenze imperialiste concorrenti di Mosca in base alle promesse di più lucrosi affari.

I proletari russi e ucraini sono ancora totalmente succubi delle rispettive borghesie e, al momento, non sanno come reagire se non con i mezzi e i metodi che le borghesie stesse usano sistematicamente per tenerli sottomessi: irreggimentandoli nelle proprie forze armate quando gli interessi dei rispettivi capitalismi nazionali sono messi in pericolo dalla concorrenza straniera, disciplinandoli e controllandoli perché le azioni di guerra abbiano successo, ammaestrandoli attraverso una propaganda di guerra appositamente studiata per alimentare l’odio nazionale contro il «nemico» del momento. E così, popoli che originano dallo stesso ceppo, con la stessa lingua, la stessa cultura, che avevano sperimentato sotto la dittatura proletaria uscita dall’Ottobre 1917 una reale fratellanza e unione, dopo aver contribuito alla caduta dell’oppressione zarista, alla lotta contro i generali zaristi che intendevano restaurarla, e alla lotta del proletariato internazionale contro il giogo dei regimi capitalisti oltre a quelli pre-capitalisti, si trovano ancora una volta a farsi la guerra in nome di che cosa? In nome di una sovranità territoriale, di un capitalismo nazionale e di un regime che non ha avuto alcuno scrupolo nel trasformare centinaia di migliaia di soldati in carne da macello.

I proletari russi e ucraini, d’altra parte, non possono nemmeno contare sulla lotta classista dei proletari europei o americani; non possono essere stimolati a seguire l’esempio di una lotta antiborghese che non c’è nemmeno in Europa, culla del capitalismo, certo, ma anche culla della rivoluzione proletaria e cuore della rivoluzione mondiale.

Scrivevamo nel 1967: «Marx, un secolo fa, diceva che l’Inghilterra industriale mostrava al resto del mondo allora arretrato l’immagine del suo stesso avvenire. L’Inghilterra di oggi, in preda alle difficoltà, mostra all’Europa l’immagine del suo futuro. L’Europa (...) malgrado la relativa prosperità che oggi attraversa, non perverrà mai alla posizione dominante che l’Inghilterra ebbe nel secolo scorso e che oggi è detenuta dagli USA. Fra l’Europa, anche unita, e gli Stati Uniti, la disuguaglianza di sviluppo è destinata a crescere. I problemi in cui si dibatte l’Inghilterra d’oggi, l’Europa li conoscerà domani. E non ci saranno mercati più vasti per risolverli, né cani da guardia laburisti ad impedire che si aggravino. L’Europa sarà il cuore della rivoluzione mondiale» (6).

Le crisi economiche e politiche del capitalismo non hanno mai fatto scattare automaticamente la rivoluzione proletaria. Non è successo ieri e non succederà domani. Ma i fattori oggettivi che fanno maturare la situazione rivoluzionaria sono inerenti esclusivamente al capitalismo e alla sua incapacità di risolverli se non aumentandone la potenza negativa. Ecco questa potenza negativa dei fattori di crisi deve raggiungere un livello per il quale la classe dominante borghese non è più in grado di vivere come è vissuta fino a quel momento e la classe dominata, il proletariato, non è più in grado di tollerare le condizioni in cui è vissuta fino a quel momento.

Tra i fattori oggettivi va considerata la lotta proletaria di classe, ossia la lotta attraverso la quale il proletariato si allena e si prepara allo scontro decisivo con la classe dominante. E fanni parte di questa lotta la presenza, l’attività e l’influenza del partito di classe, del partito comunista rivoluzionario, che ha il compito di guidare il proletariato sia nella lotta di classe, sia nella rivoluzione di classe, sia, a vittoria rivoluzionaria raggiunta, come ricorda Lenin in continuazione, nell’esercitare la dittatura di classe, unico vero strumento col quale è possibile trasformare la società dello sfruttamento e dell’oppressione capitalistici, delle sue guerre di concorrenza e delle sue guerre guerreggiate, in una società senza classi, senza antagonismi di classe e quindi senza antagonismi nazionali, nella quale i popoli vivranno finalmente in armonia.

Non ci illudiamo che questo percorso possa cominciare domani, o che venga facilitato dalla «presa di coscienza» di ogni singolo proletario. Come dicevamo, per scuotere dalle fondamenta la società capitalistica deve scatenarsi un terremoto mondiale in cui non solo la borghesia di ogni paese venga messa di fronte al pericolo di perdere il suo potere, i suoi privilegi, ma in cui il proletariato di ogni paese non veda altra via per uscire dal baratro in cui è stato fatto precipitare dalla propria borghesia se non quella di insorgere contro i poteri costituiti, contro i nemici di classe che con le loro azioni si sono fatti finalmente riconoscere come nemici con i quali non c’è alcuna tregua, alcuna pace da negoziare. Allora gli insegnamenti della Comune di Parigi del 1871 e della rivoluzione d’Ottobre del 1917 dimostreranno anche all’ultimo proletario del paese più sperduto di essere l’unico patrimonio prezioso della lotta di classe che il proletariato ha il compito storico di portare a termine, fino alla vittoria rivoluzionaria, fino alla repubblica socialista mondiale.

 


 

(1) Cfr. Lenin, Lettera agli operai e ai contadini dell’Ucraina in occasione delle vittorie riportate su Denikin, del 28 dicembre 1919. Opere, vol. 30, Editori Riuniti, Roma 1970, pp. 259-265. Questa Lettera fa riferimento ad una precedente Lettera dell’agosto 1919, inviata sempre agli operai e ai contadini, dopo la vittoria su Kolciak, Opere, vol. 29, pp. 506-513. Va ricordato che nel 1919 era ancora in pieno corso la guerra scatenata dai generali zaristi Kornilov, Kolciak, Denikin, Iudenic, Wrangler ecc. contro il potere sovietico, e che l’Esercito rosso già nell’estate del 1919 aveva sbaragliato le truppe di Kolciak liberando gli Urali e parte della Siberia. A sua volta Denikin, quattro mesi dopo, subiva una sconfitta dopo l’altra in Ucraina.

(2) Cfr. Le nostre Tesi caratteristiche del partito, dicembre 1951, pubblicate nel volumetto «In difesa della continuità del programma comunista», Firenze 1970, pp. 145-164.

(3) Cfr. Lenin, Per il quarto anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, 14 ottobre 1921, in Opere, vol. 33, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 41-42.

(4)   Ibidem, p. 43.

(5) Cfr. https:// rainews.it/ articoli/ 2022/ 03 /manifestazioni- contro- la-guerra-in.tutta- la-russia- oltre-300-arresti-a-mosca-27274 687-5501-47e7-9535-b104093a 85b4.html, 13 marzo 2022.

(6) Cfr. L’Europa sarà il cuore della rivoluzione mondiale, “il programma comunista”, n. 6, 30/3-13/4, 1967.

 

 

Partito comunista internazionale

www.pcint.org

 

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