Nella continuità del lavoro collettivo di partito guidato dalla bussola marxista nella preparazione del partito comunista rivoluzionario di domani

(Rapporti alla riunione generale di Milano del 14-15 maggio 2022)

(«il comunista»; N° 174 ; Luglio-Settembre 2022)

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Nel numero scorso abbiamo pubblicato il rapporto sull'Economia globale nel 2022. Ora iniziamo a pubblicare il rapporto che continua il lavoro intrapreso per il secondo volume della "Breve storia del partito comunista internazionale". Il periodo preso in considerazione è quello dal 1964-65 al 1972-73, cioè dalla crisi interna dalla quale i fuoriusciti si organizzeranno nel gruppo identificato con il giornale "Rivoluzione comunista", alla crisi dalla quale i fuoriusciti si organizzeranno nel gruppo identificato con il giornale "il Partito comunista". Per quanto riguarda il primo periodo della storia del partito, dalla sua formazione nel 1943-45 alla crisi del 1964-65, gli interessati possono consultare nel nostro sito www.pcint.org il vol. I de «Il Partito comunista Internazionale nel solco delle battaglie di classe della Sinistra Comunista e nel tormentato cammino della formazione del partito di classe», scaricando il pdf.

 

 

Breve storia del Partito comunista internazionale

 

La crisi "fiorentina" del 1971-1973

 

Il relatore si è ovviamente riallacciato a lavori di partito precedenti, in particolare i Rapporti politico-organizzativi alla RG del 2-3/11/1974 e alla RG del 17-18/5/1975, e le circolari sui rapporti con altri partiti e sulla questione dell'intervernto pratico del 9/10/1974 e del 26/3/1976 (1).    

In questo resoconto scritto, come al solito, svolgeremo il tema in modo molto meno riassuntivo di quanto esposto verbalmente alla riunione.

Come sappiamo, trattando della crisi “fiorentina” inevitabilmente si deve affrontare il problema della valutazione del sindacato CGIL (e CGT, per la Francia) e dell’unificazione con la CISL e la UIL nella quale prospettiva questi tre sindacati stavano lavorando dalla metà degli anni Sessanta. Il partito, all’epoca, aveva costituito un Ufficio Sindacale Centrale che aveva il compito di coordinare e dirigere l’attività sindacale dei compagni tenendo conto della loro presenza nei diversi luoghi di lavoro (fabbriche, servizi, scuole, ospedali, ferrovie, uffici ecc.); un’attività che poggiava su una reale tradizione di intervento e di critica delle direzioni sindacali ufficiali. La grandissima maggioranza dei compagni era iscritta alla CGIL (e in Francia alla CGT) – aldilà delle mistificate origini vantate dai suoi dirigenti, come se questo sindacato fosse in continuità col vecchio sindacato CGL che il fascismo aveva distrutto – anche perché alla CGIL era iscritta la gran parte dei lavoratori sindacalizzati delle fabbriche che rifiutavano di associarsi alla CISL e alla UIL in quanto sindacati voluti e influenzati direttamente dal padronato democristiano e socialdemocratico. L’operazione per l’”unificazione sindacale” in Italia vedeva anche un risvolto europeo grazie alle iniziative che CGIL e CGT francese presero nel 1967 per stringere tra di loro una più stretta collaborazione con l’obiettivo di conquistare un riconoscimento politico all’interno degli organismi dirigenti della CEE dai quali queste due centrali erano escluse, mentre erano ammesse altre centrali sindacali come, ad esempio, la CISL (2).

Non va dimenticato che la CGIL è stata riorganizzata, tra il 1943 e il 1945, dalle forze politiche che facevano capo al PCI, PSI, DC, PSDI, PRI, Giustizia e Libertà ecc., ossia dalle forze politiche che avevano formato i gruppi partigiani che nella “Resistenza” combattevano i fascisti e i nazisti sotto gli ordini degli Alleati. In questi due anni, anche sulla spinta degli scioperi dell’autunno del 1942 e del marzo 1943, nell’Italia meridionale “liberata” dall’occupazione nazifascista, si era organizzata una CGL (Napoli) sulla effettiva tradizione classista della vecchia CGL degli anni Venti che, oltre a porre rivendicazioni classiste lottava contro la prosecuzione della guerra; ma contro di essa si stava muovendo la CGL (Bari) costituita, col patrocinio degli Alleati, dalle forze politiche ricordate sopra, e che faranno di tutto (con calunnie, falsità, sabotaggi ecc.) per mettere in cattiva luce la CGL-Napoli. Nel 1945, col “Patto di Roma”, nascerà la CGIL (unendo le due sigle precedenti) che erediterà la tradizione delle corporazioni fasciste, con la differenza che proclamerà una certa autonomia dal potere politico e la libertà di iscrizione (3). Ebbene è proprio grazie a questi atti di nascita che, all’epoca della scissione del 1949 tra CGIL, CISL e UIL, il “filo del tempo” intitolato Le scissioni sindacali in Italia affermerà che tutti e tre questi sindacati – quindi anche la CGIL – erano sindacati tricolore

La grave questione che si pose nel partito tra il 1967 e il 1971, ossia di fronte alla preventivata riunificazione di questi tre sindacati, era stata appunto quella di dare una valutazione esatta di questa riunificazione e, quindi, di ognuno di questi sindacati. Come è noto, il partito, e il Centro per esso, sulla spinta dell’attivismo che caratterizzò l’orientamento su cui l’Ufficio Sindacale Centrale (che faceva capo alla sezione di Firenze) indirizzò l’attività del partito (attraverso articoli pubblicati nel foglio Spartaco, prima, e nel Sindacato Rosso, poi; e con circolari e riunioni), aveva accettato di lottare contro l’unificazione dei tre sindacati maggiori perché si voleva difendere la CGIL considerata “sindacato di classe”, ossia valutando la CGIL non come un sindacato tricolore, ma come fosse il prolungamento della vecchia CGL degli anni Venti, cioè un sindacato “di classe” nel quale sono organizzati esclusivamente lavoratori salariati e che organizza la lotta in difesa degli interessi esclusivamente della classe lavoratrice, quindi non interclassista e non integrato nello Stato come invece era fin dal 1949, sebbene in modo mascherato. E per questa “difesa”, affinché non rimanesse soltanto un’indicazione verbale, il partito si attivò per costituire, i “Comitati di difesa della CGIL rossa”.

In questa riunione, quindi, si è voluto entrare un po’ più nel merito del concetto marxista di classe, allargando la visuale sulla terminologia che il partito ha usato ieri e che usa ancor oggi rispetto alla lotta operaia.

Si tratta di interpretare correttamente, secondo il marxismo, i concetti di classe, partito di classe, lotta di classe, sindacato di classe, “azione rivoluzionaria di classe”, “governo di classe”, dittatura di classe e via via “coscienza di classe”, “cultura di classe”, “educazione di classe” ecc.

 

Nel 1953 è stato pubblicato un “filo del tempo” intitolato: Danza di Fantocci: dalla Coscienza alla Cultura. (4) Era uno dei tre “fili del tempo” dedicati alla critica delle teorie sostenute dal gruppo francese “Socialisme ou Barbarie” (5). Questo gruppo, separatosi nel 1948 dall’organizzazione ufficiale del trotskismo, pretese di superare il marxismo, sfornando una nuova teoria rispetto alla più recente evoluzione capitalistica – riferendosi in particolare alla Russia, ma ritenuta valida per qualsiasi altro paese –, quella di una “nuova classe”, la burocrazia. All’epoca, in Russia, non era facilmente individuabile una classe borghese come si era abituati in Occidente, perché i capitalisti proprietari dei mezzi di produzione non erano le grandi famiglie, le holding o l’oligarca di oggi, come in Occidente, ma era lo Stato; e lo Stato è un organismo composto da funzionari, da burocrati; da qui l’idea che era la “burocrazia” che aveva in mano le leve del potere economico, e che perciò costituiva la “nuova classe”. In pratica, dal concetto marxista di classe sociale, questo gruppo era tornato indietro, al concetto di “ordine”, “casta”, come nelle società precapitaliste. Di fatto questa trasposizione temporale nascondeva una diversa concezione del potere economico-politico e della società: il dominio non poggiava più sull’antagonismo fra carattere sociale della produzione e carattere privato dell’appropriazione dei prodotti (quindi fra classe proletaria e classe borghese), ma fra autorità – espressa dai funzionari dirigenti, e libertà, incarnata dai produttori diretti, quindi fra una minoranza dispotica (che sarebbe addirittura in grado di sospendere o modificare le leggi economiche del capitalismo) e l’immensa maggioranza generica degli schiavi salariati la cui lotta di emancipazione sarebbe alla fin fine decaduta a problema di “presa di coscienza”, prima, e di presa del controllo del meccanismo economico, poi. Insomma di “democrazia diretta” nell’esercizio del potere politico e, infine, nella gestione della produzione. Con una visione di questo tipo è ovvio che il proletariato, come classe rivoluzionaria della società capitalistica, sia confuso con l’umanità intera, e che il partito, da stato maggiore della rivoluzione proletaria ed esercitante la dittatura proletaria a potere politico conquistato, sia ridotto a strumento di illuminazione delle masse, utile al loro sostegno morale e materiale; e che la posta in gioco sia l’alternativa fra un socialismo vittorioso sul drago dell’”alienazione” e il trionfo mondiale di un barbaro “totalitarismo burocratico”.

Più che proporre una nuova teoria, il gruppo Socialisme ou Barbarie non faceva che rivivificare, con fresche pennellate di attualismi, vecchie ideologie che già avevano attaccato il marxismo, pescando da Proudhon a Bakunin, da Sorel a Kautsky (con la sua teoria del superimperialismo) al culturalismo dei Tasca , all’aziendismo e all’ordinovismo di Gramsci.

Ora a noi interessa, in particolare, riprendere il “filo del tempo” che abbiamo citato sopra, e che prende di mira la differenza tra il concetto di ordine e quello di classe. Ci interessa, quindi, mettere in evidenza il concetto dialettico di classe contro il concetto statistico, proprio della borghesia. All’inizio, nel capitoletto intitolato “Ieri”, si legge infatti:

 

«La parola classe che il marxismo ha fatto propria è la stessa in tutte le lingue moderne: latine, tedesche, slave. Come entità sociale-storica è il marxismo cha la ha originalmente introdotta, sebbene fosse adoperata anche prima.

«La parola è latina in origine, ma è da rilevare che classis era per i Romani la flotta, la squadra navale da guerra: il concetto è dunque di un insieme di unità che agiscono insieme, vanno nella stessa direzione, affrontano lo stesso nemico. Essenza del concetto è dunque il movimento e il combattimento, non (come in una assonanza del tutto... burocratica) la classificazione, che ha nel seguito assunto un senso storico. (...)

«Classe dunque indica non diversa pagina del registro di censimento, ma moto storico, lotta, programma storico. Classe che deve ancora trovare il suo programma è frase vuota di senso. Il programma determina la classe».

 

E, per dirla ancora con Amadeo Bordiga, si può parlare di lotta di classe quando questa lotta è diretta dal partito comunista rivoluzionario, accetta il combattimento contro le classi nemiche e passa all’offensiva per raggiungere quel che è contenuto nel programma della classe rivoluzionaria: conquista del potere politico, abbattimento dello Stato borghese, instaurazione della dittatura di classe, esclusione delle classi borghesi dal potere politico ed economico, trasformazione dell’economia da economia mercantile a economia socialista nell’ambito della rivoluzione proletaria mondiale. Continua il “filo del tempo” citato:

 

«Ordine invece è una partizione della società che vorrebbe conservarla immobile e garantita contro le rivoluzioni. In grado diversissimo le partizioni sociali che la storia ha presentato sono suscettibili di lasciar prorompere lotte di classe: Marx spiega perché le società asiatiche sono ostinatamente immutabili: lo stesso modo locale e spesso ancora “comunista” di produzione non genera contrasto tra forze produttive e schema sociale. Di qui la gigantesca importanza, se in Persia, in India, in Indocina, in Cina, il contrapporsi delle classi è scattato.

«Gli ordini della società medioevale ad un certo punto non resistettero alla trasformazione in classi: navigazione, commercio, manifattura, scoperte meccaniche, fecero il miracolo.

«Ordine in francese si dice, ricordammo, “état”, con la stessa parola che indica lo Stato politico centrale, che in fondo nel primo feudalesimo è appena delineato e si riduce alla corte militare dell’imperatore o re. (...) Gli ordini erano allora tre, secondo l’organamento feudale. Primo ordine, premier état, la nobiltà, chiusa in un gruppo ereditario di famiglie e di titoli araldici; secondo ordine, deuxième état, il clero, secondo l’organismo gerarchico della chiesa cattolica; troisième état, terzo ordine, fu detta la borghesia, che in effetti non partecipava al potere, pure essendo rappresentata negli “stati generali” ossia nella assemblea nazionale degli ordini, corpo non legislativo e tanto meno esecutivo, ma appena consultivo del re e del suo governo: tali borghesi erano allora mercanti, finanzieri, funzionari. Per Parlamento intendevasi nella Parigi e nella Francia del tempo la magistratura giudiziaria nei suoi vari gradi, che sempre al servizio del re godeva di una tal quale autonomia almeno dottrinale, che il capitalismo le ha tolto. Ricordi scolastici ma che hanno nella costruzione marxista una nuova luce. Quando il moderno e poco decorativo terzo ordine diventò la possente e rivoluzionaria classe capitalista si disse: cosa è il terzo Stato? Nulla. Cosa vuole essere? Tutto!».

Con lo sviluppo delle forze produttive non si affermava soltanto la classe borghese, ma nasceva anche una nuova classe, la classe dei lavoratori salariati che non era rappresentata in nessun modo, pur cominciando ad esprimere una forza sociale, e che «nel tempo che può dirsi romantico del movimento operaio» invece di parlare «della nuova classe rivoluzionaria nella società borghese», si volle parlare «di un nuovo ordine, di un quarto Stato (6). Nessuna costituzione storica ha mai riconosciuto un simile ordine: quelle feudali negavano la partecipazione ad ordini del contadino servo e dei proletari, quelle borghesi clamorosamente abrogarono tutti gli ordini e conobbero solo cittadini di diritto eguale».

E’ lo sviluppo della lotta operaia stessa che farà da base all’organizzazione delle associazioni economiche proletarie di difesa delle loro condizioni economiche e di vita; nello stesso tempo, nella fase dello sviluppo pacifico e progressivo del capitalismo fioriranno i partiti operai riformisti, ed è contro il loro legalitarismo, il loro panciafichismo e parlamentarismo dottorale che si ergerà una tendenza sindacalista, in particolare il sindacalismo rivoluzionario (il cui più importante rappresentante fu George Sorel) che aborriva i partiti e proclamava la necessità dell’uso della violenza nei conflitti coi padroni e con lo Stato; la rivoluzione veniva interpretata come uno scontro diretto fra i sindacati rivoluzionari e lo Stato borghese.

Non per essere puntigliosi, ma – almeno nella lingua italiana – una cosa è dire azione della classe operaia, lotta della classe operaia, lotta del proletariato, partito della classe operaia, sindacato della classe operaia o, semplicemente, partito operaio, sindacato operaio, governo operaio... Altro si intende quando si dice partito di classe, sindacato di classe, governo di classe, azione di classe, lotta di classe, dittatura di classe. Nei primi esempi il riferimento è alla classe operaia generalmente intesa, in quanto classe dei lavoratori salariati; e l’azione, la lotta, il partito, il sindacato, il governo citati possono essere in generale guidati da forze riformiste, opportuniste, collaborazioniste non importa se “di destra” o “di sinistra”, se si proclamano “socialiste”, “comuniste”, “rivoluzionarie”. Negli altri esempi, invece, il riferimento è inteso, marxisticamente, al movimento e alla finalità storica della rivoluzione proletaria, della lotta per la presa del potere politico abbattendo quello della borghesia e delle vecchie classi se ancora esistente, per l’instaurazione della dittatura proletaria ecc., cioè nella prospettiva storica contenuta nel programma del partito di classe, nel partito comunista rivoluzionario, in poche parole nel marxismo.

 

Si legge nell’articolo Partito e azione di classe (7):

 

«Un partito è un insieme di persone che hanno le stesse vedute generali dello sviluppo della storia, che hanno una concezione precisa delle finalità della classe che rappresentano, e che hanno pronto un sistema di soluzioni dei vari problemi che il proletariato si troverà di fronte quando diverrà classe di governo. Perciò il governo di classe non potrà che essere governo di partito».

Passando all’aspetto antecedente della cosa, si dimostra che

«anche l’azione rivoluzionaria di classe contro il potere borghese non può essere che azione di partito. E’ anzitutto evidente che il proletariato non sarebbe maturo ad affrontare i difficilissimi problemi del periodo della sua dittatura, se l’organo indispensabile per risolverli, il partito, non avesse cominciato molto prima a costituire il corpo delle sue dottrine e delle sue esperienze.

«Ma anche per le dirette necessità della lotta che deve culminare nel rivoluzionario abbattimento della borghesia, il partito è organo indispensabile di tutta l’azione della classe; e anzi logicamente non si può parlare di vera azione di classe (che cioè sorpassi i limiti degli interessi di categoria o dei problemucci contingenti) ove non si sia in presenza di un’azione di partito».

 

Torniamo al Rapporto tenuto alla RG scorsa.

Per dimostrare che l’errata valutazione della CGIL in cui il partito è caduto negli anni dal 1967 al 1971 – diciamo il partito nel suo complesso, e non solo la sezione di Firenze, perché vi è caduta la maggioranza dei compagni italiani, dall’USC, al Centro alle sezioni “operaie” che hanno trascinato in questo errore anche i compagni di Francia e Svizzera –, basta andare a leggere i vari articoli contenuti nello “Spartaco”, prima, e nel “Sindacato Rosso” e in “programma comunista”, poi, dal 1967 fino al 1971, dove, all’inizio in modo molto mascherato e con piccoli accorgimenti linguistici, e poi in modo sempre più marcato e chiaro, si introducono i concetti che porteranno alla valutazione sbagliata della CGIL e alla tattica erronea della “difesa della CGIL come sindacato rosso” contro l’unificazione con i sindacati CISL e UIL. Si passerà, infatti, da una CGIL con “parvenze di classe” alla CGIL “rossa” da difendere con urgenza dalla sua unificazione con CISL e UIL, perché l’avrebbe trasformata in un sindacato “fascista”, “di regime”; come se il partito non avesse in merito già esposto la sua valutazione.

La CGIL, al pari della CISL e della UIL, era un sindacato tricolore, cucito sulla forma sindacale fascista, sebbene non “unico” e senza “obbligo” di iscrizione, ma completamente organizzato sulla base della collaborazione di classe. Questa formazione sindacale collaborazionista, integrata e integrabile nelle istituzioni dello Stato, era stata giudicata dal partito come un processo irreversibile, cioè come un processo congenito allo sviluppo imperialistico del capitalismo e che prevedeva una struttura organizzativa costruita appositamente per essere integrata nello Stato. Questo processo di integrazione doveva essere spezzato dalla lotta proletaria classista condotta all’interno e all’esterno dei sindacati tricolore allo scopo di ricostituire il sindacato operaio di classe. Si disse che questo stravolgimento avrebbe potuto avvenire grazie allo scontro interno tra iscritti alla CGIL, conquistandone la direzione anche a legnate; ma l’obiettivo non era di salvare la CGIL così com’era organizzata, ma di trasformarla – se la forza degli strati proletari classisti ne avesse avuto la capacità – da cima a fondo, cosa che poteva avvenire soltanto attraverso una lunga e dura lotta interna e uno scontro decisivo tra le forze collaborazioniste, quindi tricolori, e le forze classiste, quindi rosse.

Che questo scontro potesse portare all’espulsione delle forze collaborazioniste dal sindacato, o alla scissione da parte delle forze classiste per la costituzione ex novo di un sindacato di classe, poteva dirlo soltanto il risultato di questa lunga e dura lotta. Restava ferma la posizione dei comunisti rivoluzionari che il loro apporto alla lotta per l’organizzazione classista del proletariato non si sarebbe caratterizzato attraverso il boicottaggio organizzativo delle iniziative di sciopero delle direzioni sindacali collaborazioniste, perché l’obiettivo generale non era quello di frammentare il proletariato in tanti gruppi l’un contro l’altro armati, ma quello di lottare perché i proletari (senza distinzione di età, settore, categoria, genere, nazionalità) si unissero attraverso l’applicazione di metodi e di mezzi della lotta di classe, con l’obiettivo di costituire un domani un’unica grande associazione economica di difesa influenzata e diretta dal partito comunista rivoluzionario.

L’atteggiamento dei comunisti rivoluzionari, dunque, non doveva essere quello di abbandonare al nemico di classe, senza lotta, l’organizzazione di difesa economica dei proletari (dunque la CGIL in Italia, la CGT in Francia ecc.), ma di battersi per strappargliela dalle mani attraverso la lotta intransigente e permanente per rivendicazioni classiste, per obiettivi classisti, con mezzi e metodi classisti. Questo atteggiamento prevedeva comunque l’intervento dei comunisti, là dove gli statuti non lo negavano formalmente, per la propaganda degli obiettivi classisti e la denuncia degli obiettivi collaborazionisti (8). Il sindacato collaborazionista che riunisce considerevoli masse operaie ha la caratteristica di organizzare operai, e i comunisti si rivolgono non alle direzioni collaborazioniste, ma agli operai iscritti. Lenin, a proposito di non abbandonare senza lotta neanche i sindacati reazionari dell’epoca, sosteneva che i comunisti avevano il dovere di lavorare anche al loro interno con l’obiettivo di strappare quanti più operai possibile dall’influenza della reazione. Al suo tempo, i sindacati reazionari erano i sindacati legati allo zarismo; che cosa sono i sindacati tricolore nati nei paesi europei occidentali dalla collaborazione dello stalinismo con i capitalisti e, in loro nome, con le forze politiche che li rappresentavano, se non sindacati reazionari? Il fatto che la CGIL utilizzasse simboli e parole cari alla tradizione operaia dei primi decenni del XX secolo non significava che fosse “rossa”. E’ ben vero che con la scissione del 1949 che diede i natali alla CISL (avamposto nelle file operaie della Democrazia Cristiana e della Chiesa) e alla UIL (avanposto nelle file operaie del repubblicanesimo e della socialdemocrazia più bastardi provenienti dalla tradizione piccoloborghese democratico-liberale e kautskiana) si realizzò una divisione anche tra le masse proletarie, inizialmente unite sotto un’unica sigla sindacale (la CGIL); ma non si trattò di una divisione tra “rossi”, da un parte, e “bianchi” e “gialli” dall’altra parte, ma di una divisione di compiti tra forze egualmente collaborazioniste e antiproletarie con lo scopo di chiudere il proletariato in un unico recinto, quello in cui si applicavano i diversi modi di collaborare coi padroni e con lo Stato borghese.

 

 (continua)

 

 

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