Le battaglie di classe del partito non trascurano mai la ripresa sistematica dei temi fondamentali del marxismo sulla scorta del patrimonio teorico-politico della Sinistra comunista d'Italia

(Rapporti tenuti alla Riunione Generale dell'11-12 ottobre 2025)

(«il comunista»; N° 189 ; Novembre 2025 - Gennaio 2026)

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I Rapporti tenuti in questa riunione hanno riguardato i seguenti temi: il Corso dell'imperialismo mondiale; gli Elementi di economia marxista (II); Il comunismo in Italia nacque adulto (la Sinistra comunista d’Italia e l'Ordinovismo (I).

Iniziamo la pubblicazione del primo Rapporto: Il corso dell'imperialismo mondiale. Seguiranno la II puntata degli Elementi di economia marxista e la prima puntata dedicata all'Ordinovismo

 

II. "Elementi di economia marxista" nella continuità del materialismo scientifico

 

 

Sezione III : la produzione del plusvalore assoluto

 

 

Come premessa, torniamo prima di tutto sul valore d’uso. Prima di spiegare che cos’è la produzione del plusvalore, Marx comincia in effetti col ridefinire e descrivere che cosa sono il lavoro e la produzione di valori d’uso poiché questi sono la ragione prima della produzione capitalistica e della creazione del plusvalore:

« L’utilizzo o l’impiego della forza lavoro è il lavoro. L’acquirente di questa forza la consuma facendo lavorare il venditore. Perché questi produca delle merci, il suo lavoro deve essere utile, cioè deve realizzarsi in valore d’uso. E’ dunque un valore d’uso particolare, un articolo speciale che il capitalista fa produrre dal suo operaio. Da quando la produzione di valori d’uso viene eseguita per conto del capitalista e sotto la sua direzione, non ne segue, ben inteso, che essa cambi natura. Così, bisogna, all’inizio, esaminare il movimento del lavoro utile in generale, astrazione fatta di ogni tocco particolare che può imprimere tale o tal altra fase del progresso economico della società […]

« Ecco gli elementi semplici in cui il processo lavorativo si scompone: 1. attività personale dell’uomo, o lavoro propriamente detto; 2. oggetto sul quale agisce il lavoro; 3. mezzo col quale agisce» (1).

Questa definizione del processo della produzione del valore d’uso è indipendente da ogni forma di società e di relazione materiale e sociale tra gli uomini. In un sistema di produzione artigianale, il lavoratore indipendente possiede contemporaneamente la sua forza lavoro, la sua materia prima e i suoi attrezzi da lavoro; il suo prodotto gli appartiene totalmente fino al suo consumo individuale o fino al suo scambio con un altro prodotto di valore equivalente o contro una merce-equivalente generale. La differenza, nel capitalismo, è che il lavoratore non possiede né materia prima, né strumenti di lavoro. Non possiede che la sua forza lavoro che vende al capitalista che possiede tutti gli elementi materiali per mettere i suoi prodotti in produzione e generare il plusvalore ch’egli ricerca spasmodicamente. Il plusvalore è dunque il risultato della separazione del lavoratore dai suoi strumenti di lavoro e dunque dalla sua capacità di produrre dei valori d’uso. Il lavoratore è ormai alienato dal prodotto del suo lavoro

 

13. La nascita del plusvalore

 

Marx prosegue dicendo che se il capitalista fabbrica degli stivali non lo fa per “amore degli stivali” e del loro valore d’uso che fanno “marciare la gente”, l’obiettivo è un altro:

«In generale, nella produzione mercantile, il valore d’uso non è cosa che si ama per sé stessa. Essa non serve che da porta-valore. Ora, per il nostro capitalista, si tratta prima di tutto di produrre un oggetto che abbia un valore scambiabile, un articolo destinato alle vendita, una merce. Di più, vuole che il valore di questa merce sorpassi quello delle merci necessarie per produrla, cioè la somma dei valori dei mezzi di produzione e della forza lavoro, per i quali ha speso il suo denaro. Vuole produrre non soltanto una cosa utile, ma un valore, e non soltanto un valore, ma ancora un plusvalore» (2).

 

Veniamo ora alla ripresentazione calcolata del plusvalore riprendendo l’esempio descritto negli Elementi, dove F è il valore addizionale prodotto per l’uso della forza lavoro, I la parte di valore utilizzata dagli strumenti di produzione e l’energia, M il valore delle materie prime utilizzate nella composizione del prodotto e, infine, P, il valore dei prodotti. Dunque:

 

• P = M + I + F

 

Bisogna fare un distinguo fra i valori di M e di I che sono dei valori d’uso che possiedono un valore di scambio sul mercato e che il capitalista può acquistare come tali, e il valore della forza lavoro il cui valore di scambio espresso in moneta non copre il suo valore d’uso. Definiamo che il tempo di lavoro per produrre la merce P sia di 10 ore sapendo che il lavoratore non riceve in salario l’integralità di queste 10 ore che ha messo a disposizione del capitalista per la produzione. Queste 10 ore sono il valore che è aggiunto al lavoro morto, cristallizzato nel valore delle materie prime e degli strumenti di lavoro. Sapendo che il prezzo dell’ora pagata al lavoratore è di 3 €, è possibile esprimere il valore monetario di P in valore orario:

 

• P/3 = M/3 + I/3 + 10

 

Il valore P in ore di lavoro è dunque uguale al suo valore monetario diviso per il prezzo dell’ora di lavoro (3 €). Il valore in ore degli altri componenti, M e I, è anch’esso il loro valore monetario diviso per il prezzo dell’ora di lavoro O, ritornando all’espressione in euro:

 

• P = M + I + (10 h x 3 €)

 

Ma si sa che il lavoratore non è pagato per la totalità delle sue ore di lavoro, che rappresenterebbero 30  € in questo esempio; non è pagato che con la somma che gli permette di sopperire ai suoi bisogni e a quelli della sua famiglia al fine di riprodurre la sua forza lavoro. Non è pagato che per il tempo di lavoro necessario.

Altrimenti detto il tempo di lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro non corrisponde al tempo di lavoro realmente utilizzato dal capitalista.

Ammettiamo che questo tempo di lavoro necessario sia di 6 ore, il salario realmente percepito sarà di 6 x 3 = 18 €.

 

La spesa reale del capitalista per produrre la sua merce sarà così di:

 

• M + I + (6 x3).

 

Ma la somma acquisita per la vendita, cioè il valore della merce, sarà di:

• M + I + (10 x 3) = M + I + (6 x 3) + (4 x 3)

Il plusvalore è dunque di 4 x 3 = 12 €.

 

Si dimostra così che la forza lavoro è la sorgente del plusvalore.

 

Per illustrare ancora un po' meglio queste formulazioni, applichiamo ora dei valori ai differenti elementi. Ammettiamo che il valore di M sia di 60 €, il valore di I sia di 42 € e il valore completo del salario (la parte del lavoratore e quella del pluslavoro destinata al capitalista) di 30 €; si ottiene come valore del prodotto:

 

• P = 60 + 42 + 30 = 132 €.

 

Sappiamo che il tempo di lavoro giornaliero è di 10 ore e il suo prezzo orario di 3 €, deduciamo quindi che il valore del prodotto in quantità di ore è di :

 

• P = 132/3 = 44 ore

Ma si può esprimere questo valore in ore di lavoro dettagliando il lvalore in ore di ciascun componente come abbiamo fatto prima:

 

• P/3 = M/3 + I/3 + F/3 = 60/3 + 42/3 +30/3 = 20 + 14 + 10 = 44 ore

 

Tenuto conto che il lavoratore non riceve che l’equivalente di 6 ore di lavoro per il suo salario, I, il plusvalore sarà, nell’unità di valore orario, di 4 ore.

 

Si sottolinea che il plusvalore non dipende dai valori delle materie prime e degli strumenti, ma dal solo rapporto tra il capitale variabile (salari) e il plusvalore (profitto).

 

 

14. Ricapitolazione della dimostrazione

 

Ricapitoliamo i principali elementi di questa prima parte sul plusvalore.

 

Nello sviluppo storico della successione dei modi di produzione, i prodotti del lavoro dell’uomo diventano merci scambiabili attraverso l’intermediario di un equivalente generale di valore che misura le merci sulla base di un tallone (*) d’oro o d’argento, materializzato sotto forma di moneta.

Lo scambio capitalistico si distingue dal semplice scambio commerciale per il fatto che l’utilizzo della forza lavoro dell’uomo da parte del capitalista aggiunge un valore alla merce utilizzata per la produzione di altri prodotti.

Il capitalista  è colui che possiede il denaro, per accumulazione, per la sua fortuna, per il prestito finanziario e, perché no, per l’estorsione brutale del furto, che gli permette di acquisire dei mezzi di produzione, delle materie prime e attraverso la forza lavoro di aggiungere un valore alle spese sostenute: il plusvalore. Questa realizzazione di plusvalore è dunque il risultato dell’acquisto da parte del capitalista di una merce particolare che è quella della forza lavoro dell’operaio. Quest’ultimo la scambia per una durata di tempo definita dal capitalista, ma non riceve il valore totale delle sue ore di lavoro, non riceve che una parte, quella che corrisponde al necessario per perpetuare la sua forza lavoro. 

La parte non pagata all’operaio, il pluslavoro, constituisce il plusvalore o profitto del capitalista.

Questa espropriazione di una parte del suo lavoro distingue l’operaio dall’artigiano che storicamente l’ha preceduto nella produzione di beni utili e commerciali.Il lavoratore artigiano all’alba del capitalismo, quando cominciava ad entrare in competizione con il nuovo capitalista, possedeva ancora gli strumenti di produzione e le materie prime e vendeva egli stesso i suoi prodotti, realizzava così la totalità del plusvalore che il suo lavoro aveva apportato nella trasformazione delle materie prime. Per non vendere alla tariffa del nuovo tempo di lavoro sociale ridotto dal macchinismo - cioè al di sotto del prezzo di mercato - la produttività più elevata nelle fabbriche lo obbligherà a cedere il suo laboratorio, raggiungere la nuova classe operaia offrendo egli stesso la sua forza lavoro al capitalista.

La borghesia considera il suo sistema economico come universalmente storico, cosìcché i suoi meccanismi, di cui è fondamentale la produzione di plusvalore, sono immutabili e non possono sparire in un’altra forma di società umana. Bordiga rileva questa osservazione di Marx:

«Nei riferimenti storici Marx con efficacia incomparabile sottolinea le tesi, che ritroveremo in seguito e che sono essenziali nel marxismo, che non in tutte le epoche sociali è esistita la estorsione di plusvalore, in quanto essa manca nelle primitive comunità, come nella produzione autonoma individuale e familiare del piccolo artigiano e del piccolo contadino proprietario libero, ossia non soggetto a decime e comandate. Si avvera all’opposto in diverse forme della schiavitù, nella servitù feudale, nel salariato. Tali capisaldi preparano alla dimostrazione che il fatto del pluslavoro e del plusvalore e quindi dello sfruttamento, non essendo inseparabile da ogni tipo di economia, come il teorico borghese pretende, potrà scomparire nella economia futura » (3).

 

(*) Tallone aureo o argenteo: base del sistema monetario, basato su moneta metallica.

 

 

15. Capitale costante e capitale variabile

 

Abbiamo visto che lo scambio semplice di una merce con un’altra equivalente era fondato sull’esistenza di un individuo che possedeva questa seconda merce che l’altro individuo desiderava per il suo uso. Lo scambio capitalistico è fondato sul fatto che esista un individuo possidente in quantità sufficiente una somma dell’equivalente generale, il denaro, che gli permetta di acquistare le merci, materie prime e strumenti, necessari per trasformarli, in seguito, in un’altra merce attraverso l’azione di un’altra merce particolare che è la forza lavoro M’ che genererà un valore addizionale ÄM alla somma di tutte le spese e di tutti i costi avanzati dal capitalista.

In questo processo è necessario che il capitalista anticipi l’acquisto di tutti i componenti necessari alla fabbricazione dei suoi prodotti. Bisogna distinguere due categorie fra queste anticipazioni d’acquisto. Una parte andrà alle merci - materie prime e anche una frazione proporzionale di attrezzatura di sfruttamento - che possiamo qualificare come «morte» e che costituisce il capitale costante; un’altra parte andrà ai salari degli operai la cui forza lavoro sarà utilizzata per la trasformazione delle materie prime e che costituisce la parte «viva» del capitale, chiamata capitale variabile.

Il capitalista non paga queste merci morte (che contengono del lavoro già cristallizzato) e vive nella stessa maniera. Le prime sono acquistate e pagate prima del loro utilizzo nel processo di fabbricazione, le seconde sono acquistate (quindi pagate) dopo il loro utilizzo da parte del capitalista: il salario non entra nelle tasche dell’operaio se non dopo l’esecuzione da parte sua di un insieme di compiti per un tempo dato fissato dal suo padrone, cioè dopo aver aggiunto del valore alle merci morte. A parte un’osservazione importante è da fare a proposito del rapporto tra il capitale costante, cioè accumulato, e il lavoro vivo.

Marx  spiega che: « Il capitale [che Marx definisce in questo passagggio come «l’accumulazione del lavoro passato, materializzato», Ndr] non consiste nel fatto che il lavoro accumulato serve  al lavoro vivente come mezzo per una nuova produzione. Esso consiste nel fatto che il lavoro vivente serve al lavoro accumulato come mezzo per conservare e per accrescere il suo valore di scambio» (4).

Nel processo della produzione capitalistica si avrà dunque:

 

• I valori anticipati : M + I + F (materie prime + strumenti + salari + pl), che si chiamano «oneri» nella contabilità di un’impresa.

• I valori entrati : M + I + F + v + plusvalore = P (valore della nuova merce), che si chiamano «prodotti» nella contabilità di un’impresa.

 

O per utilizzare l’annotazione usuale:

• C (capitale totale anticipato) = c (capitale costante) + v (capitale variabile)

• C’ (risultato della vendita o valore finale – il prezzo – della merce) = c + v + pl (plusvalore o profitto)-

 

Comprendere queste formule di base vuol dire comprendere la definizione di questi parametri e le variabili.

Prima di tutto il capitale « » è detto «costante» perché non crea direttamente alcun valore addizionale. Il suo valore è soltanto trasferito sul prezzo finale della merce prodotta, in questo senso è un parametro costante della formula. Questo capitale comprende gli attrezzi, i macchinari, gli stabilimenti che li ospitano, i prodotti semi-finiti, l’energia, le materie prime ecc.

Il capitale variabile « » è la parte del capitale necessario all’acquisto della forza lavoro che nel processo di produzione apporterà al capitale costante un plusvalore. Ricordiano con Marx che il plusvalore, dunque, è il valore della forza lavoro e soprattutto l’apparenza che essa prende per l’operaio in comparazione con lo schiavo.

 

Bisogna ora tornare all’espressione «valore o prezzo del lavoro».

 

Abbiamo visto che questo valore non è che il valore della forza lavoro, misurata secondo il valore delle merci necessarie al suo mantenimento: Ma, come l’operaio non riceve il suo salario se non dopo il compimento del suo lavoro, e come lui stesso sa, inoltre, che ciò che egli dà veramente al capitalista è il suo lavoro, il valore o il prezzo della sua forza lavoro gli appare necessariamente come il prezzo o il valore del suo stesso lavoro. Se il prezzo della sua forza lavoro è di 3 shillings nei quali sono realizzate 6 ore di lavoro, ma lui ne lavora 12, egli considera necessariamente questi 3 shillings come il valore o il prezzo di 12 ore di lavoro benché queste 12 ore di lavoro rappresentino un valore di 6 shillings. Da qui un doppio risultato:

Primo. Il valore o il prezzo della forza lavoro prende l’apparenza esteriore del prezzo o del valore del lavoro in quanto tale, benché, rigorosamente parlando, il termine valore o prezzo del lavoro non abbia alcun senso.

Secondo. Benché solo una parte del lavoro giornaliero dell’operaio sia pagata, mentre l’altra parte rimane non pagata, benché proprio questa parte non pagata, o sopralavoro, rappresenti il fondo dal quale sorge il plusvalore o il profitto, ciò nonostante sembra che tutto il lavoro sia lavoro pagato  [quest’ultima frase sottolineata da noi].

Questa falsa apparenza distingue il lavoro salariato dalle altre forme storiche del lavoro. Sulla base del sistem del salario, anche il lavoro non pagato sembra essere lavoro pagato. Naturalmente lo schiavo, per poter lavorare, deve vivere, una parte della sua giornata di lavoro serve a compensare il valore del suo proprio sostentamento. Ma poiché fra lui e il suo padrone non viene conchiuso nessun patto e fra le due parti non ha luogo nessuna compra e vendita, tutto il suo lavoro sembra lavoro dato per niente [quest’ultima frase sottolineata da noi]» (5).

Dunque, il salario dell’operaio è il valore dell’acquisto per un dato tempo della sua forza lavoro o, detto in altro modo, la forma  monetaria del valore della forza lavoro. Questa forza lavoro, essendo una merce - sempre con il suo carattere speciale - segue le stesse  regole del mercato dei beni materiali. Una merce ha un valore (che  nell’ultima RG comparavamo alla massa di un corpo espresso in kg) e un prezzo di mercato fluttuante intorno a questo valore (come il peso di un corpo fluttuante in funzione della sua distanza dal centro della massa Terra).

 

Fra queste due caratteristiche per il prezzo della forza lavoro Marx faceva questa distinzione:

 

« Il lavoro, così come tutte le cose che si possono comprare e vendere, e dunque la quantità può aumentare o diminuire a un prezzo naturale o a un prezzo di mercato. Il prezzo naturale del lavoro è quello che fornisce  agli operai i mezzi di sussistenza e di perpetuare la loro specie senza crescita o diminuzione. Le risorse di cui dispone l’operaio per sopperire al suo mantenimento e a quello della famiglia che è necessaria al mantenimento del numero appropriato di lavoratori non corrispondono per nulla alla quantità di denaro ch’egli riceve come salario, ma alla quantità di sussistenza e di altri oggetti necessari o utili di cui l’abitudine ne ha fatto un bisogno, e che lui può acquistare con il denaro del suo salario. Il prezzo naturale dipende dunque dal prezzo delle sussistenze e di quelle cose necessarie o utili [...].

Il prezzo di mercato è il prezzo che l’operaio riceve realmente secondo i rapporti della domanda e dell’offerta, il lavoro essendo caro quando la manodopera è rara, e a buon mercato quando essa abbonda. Allorché il prezzo di mercato del lavoro si eleva al di sopra del suo prezzo naturale, la sorte dell’operaio è felice. Quando, al contrario, il numero di operai cresce al di sopra del prezzo del lavoro, i salari si abbassano nuovamente al livello del prezzo naturale, e qualche volta quando l’effetto della reazione è tale, i salari scendono ancora più in basso. In questo caso, la sorte dell’operaio è deplorevole...» (6).

 

 

16. Tasso del plusvalore

 

Proseguiamo dunque sul rapporto tra salario, capitale e plusvalore.

 

Nel capitolo IX (Il tasso del plusvalore) del primo libro, Marx sviluppa la sua dimostrazione concludendo che il rapporto tra  il capitale variabile e il plusvalore è l’unico che misura la realtà dello sfruttamento della forza lavoro.

Ciò che noi sappiamo e abbiamo enunciato in precedenza è che il capitale costante - parte morta del valore che ha già cristallizzato in essa il lavoro passato - non è il fattore che aggiunge di per sé del valore alle merci già create e necessarie alla produzione di un’altra merce. Solo l’applicazione della forza lavoro genera un valore addizionale alle merci del lavoro accumulato. Il tasso di plusvalore, quello che misura lo sfruttamento degli operai, non può prendere in considerazione come parametro il capitale costante, che può variare enormemente secondo il tipo di produzione o secondo le materie prime utilizzate e che parassita così ogni ragionamento. E’ per questo che Marx nella sua dimostrazione considera che questo parametro deve essere riportato al valore 0 e sparire dalla formula.

Il tasso di plusvalore diventa:

 

                Plusvalore                     p

•  P’ =  —————––––—   = —–—

            Capitale variabile               v

 

Si può esprimere questa formula anche utilizzando non più il valore moneta, ma il valore tempo di lavoro :

 

                     Pluslavoro

•  P’ = ——————————

               Lavoro necessario

 

Facciamo un esempio per illustrare la formula.

Un operaio guadagna 120 € per un tempo di lavoro dato di 10 ore. Egli produce per 1500 € di merci al loro valore sul mercato,  il «prodotto» del lavoro, e questo valore si ripartisce in 1200 € di capitale costante (materie prime, macchinari, energia, etc.), 120 € di salario e 180 € di plusvalore.

 

Il tasso di plusvalore è di:

 

     P          180

•  —— = ——— x 100 = 150 %

     V         120

 

Il rapporto fra salario e plusvalore è quindi di 3/2 che, rapportato alle ore di lavoro indica che l’operaio ha fornito 4 ore di lavoro necessario e che 6 ore sono di lavoro gratuito o pluslavoro.

 

Non si può parlare di tasso di plusvalore senza parlare del saggio di profitto che è il rapporto fra il plusvalore e la totalità del capitale anticipato (c + v).

 

« Il saggio di plusvalore misurato sul capitale variabile si chiama saggio di plusvalore» ci ricorda Marx; «il saggio di plusvalore misurato sul caoitalke totale si chiama saggio  di profitto. Sono due diverse misure della stessa grandezza che, a causa della diversità dei criteri adottati, esprimono nello stesso tempo condizioni o rapporti o diversi della medesima grandezza». Marx precisa che questo tasso di profitto «esprime il grado di messa in valore di tutto il capitale anticipato» (7).

 

Il tasso di profitto si formula quindi così:

 

          Plusvalore                             pl

•  ——————––—––       =   ————

     Capitale costante +                  c + v

     Capitale variabile                     

 

Torneremo più avanti su tale questione in relazione alla composizione organica del capitale,  l’aumento del capitale costante, le variazioni del plusvalore e del profitto, in rapporto con la legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto.

 

 

17. Legge generale del plusvalore

 

Torniamo ora alla spiegazione del tasso di plusvalore considerando questa volta l’espressione dei valori in tempo di lavoro, dove :

 

• v = capitale variabile o salario

• p = plusvalore

• p’ = tasso di plusvalore (p/v)

• t = numero di ore di lavoro giornaliere totali

• n = ore di lavoro necessario

• e = ore di lavoro extra

• ph = produzione di p+v per ora di lavoro

 

In questa dimostrazione, il capitale costante non interviene affatto, è sempre considerato come nullo. Si può dunque, per cominciare, calcolare la produzione di valore aggiunto per ora di lavoro:

 

              Valore aggiunto (Tempo di lavoro

              necessario + tempo di lavoro extra)            p + v 

•  ph  =  ———————————————  = ——————

                  Tempo di lavoro totale                              t

 

Partendo da questa produzione oraria ph, espressa in ore o euro, si può stabilire che il salario è uguale al numero di ore necessarie moltiplicato per il valore della produzione oraria:

 

•  v = n x ph

 

Sviluppando quest’ultima eguaglianza conoscendo il valore di ph, si ottiene:

 

                       v + p

•  v  =  n  +    ————— 

                         t

 

Per isolare n della formula, si moltiplichi ogni elemento dell’eguaglianza per l’inverso dl ph:

 

             t                                            v  x  t                                  t

  v  x   ———  =  n      oppure    n =  ———     oppure  n =   v x  —–—– 

           v + p                                       v + p                               v + p

 

Sapendo che n + e = t, per sostituzione si arriva a questa formula:

 

                            v x  t                                                                                                                                                                                        "

•  e = t – n = t –  —————  ;

                            v + p

                                                                          

formula che dà, mettendo lo stesso denominatore:

                                                                           

      t  x  (v+p)            v x t             t x (v + p) – v x t          t x v + t x p – v x t                   

•   ———–—  –  ——––—  = ———————— =  ————————  

        (v+p)               (v+p)               (v + p)                          (v + p)

 

                      t  x  p

dunque  e =  —––——

                     (v + p)

 

Si ha il valore di n e di e, dunque il rapporto di plusvalore si esprime così:

 

                        p  x  t

                    ————

        e             (v + p)                p  x  t          p

•  ——— = ——————  =   ——— = —––—

        n              v  x  t                  v  x  t          v

                   —————

                       (v + p)

 

Quali che siano i valori delle differenti variabili, l'equivalenza è dimostrata matematicamente: «Il pluslavoro sta al lavoro necessario come il plusvalore sta al capitale variabile»

Su questa questione del tasso di plusvalore, Marx riassume tutto così:

«Noi chiamiamo "plusprodotto" (surplus produce, prodotto netto) la parte del prodotto in cui si rappresenta il plusvalore. Come il saggio di plusvalore è determinato dal rapporto di quest’ultimo non alla somma complessiva, ma alla parte componente variabile, del capitale, così il livello del plusprodotto è determinato dal suo rapporto non al resto del prodotto totale, ma alla parte del prodotto in cui si rappresenta il lavoro necessario. Come la produzione di plusvalore è lo scopo determinante della produzione capitalistica, così non la grandezza assoluta del prodotto, ma la grandezza relativa del plusprodotto, misura il livello della ricchezza.

La somma del lavoro necessario e del pluslavoro, dei periodi di tempo nei quali l’operaio produce ripettivamente il valore sostitutivo della sua forza lavoro e il plusvlore, costituisce la grandezza assoluta del suo tempo di lavoro - la giornata lavorativa (working day (8).

 

 (1. continua)

 


 

(1) Marx, Le capital, Ed. Sociales Paris, 1975, Livre Premier, Tome I, pp. 180-181

(2) ibidem, p. 188

(3) Elementi dell’economia marxista, Edizioni il programma comunista, i testi del partito comunista internazionale n. 3, 1971, p. 24

(4) Marx, Lavoro salariato e capitale, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 49.

(5) Marx, Salario, prezzo e profitto,  Editori Riuniti, Roma 1977, p. 80.

Per rendere più concreta questa riflessione di Marx, facciamo un esempio. Un operaio lavora 10 ore al giorno per un salario giornaliero di 30 €. Si deduce secondo le regole della contabilità aziendale che il suo salario orario sia di 3 €  l’ora.

Si sa anche che, in questo esempio per la merce considerata nella produzione di questo operaio, il saggio di plusvalore è generalmente del 100% (p/v = (30 / 30)x 100).

Se facciamo l’ipotesi che le materie prime e altre spese ammontano a 40 €, si ottiene un valore dell’oggetto prodotto quel giorno di:

     P = 40 + 30 + 30 = 100 €

   

Quale apparenza ha sognato dunque il salario per l’operaio che ha lavorato 10 ore:

v = 3 € x 10 = 30 € ; la si può anche visualizzare in maniera contabile e scaglionata: 3 + 3 + 3 + 3 + 3 + 3 + 3 +  3+ 3 + 3 = 30 €

  

All’operaio sembra che il suo «lavoro sia totalmente lavoro pagato». Ma in questa visione della serie  a 3 € , dov’è il posto per il plusvalore?

Prendiamo le cose in modo diverso: pl + v = 30 + 30 = 60 €.

  

Dunque, ogni ora che passa genera  60 / 10 = 6 €. La parte del salario potrebbe essere scritta così:

     v = 6+6+6+6+6  + (0+0+0+0+0) = 30 €

                   v                      ( pl )

   

E la parte di plusvalore:

     P = (0+0+0+0+0)   +  6+6+6+6+6 = 30 €

                  ( v )                      pl

   

Dunque, il salario orario contabile ripartito su tutte le ore di lavoro, cioè 3 €, lascia pensare che il padrone non rubi nulla. Ma l’operaio, in realtà, lavora solamente 5 ore per costituire il suo salario, le 5 ore successive le lavora per la parte del profitto.

Dal punto di vista della dimostrazione marxista del meccanismo di produzione del valore aggiunto, sarebbe anche “giusto” dire che il suo «salario orario» è di (6 € + un’ora gratuita).

Dal punto di vista della contabilità aziendale, si può confutare che ciascuna ora di lavoro produca metà salario e metà plusvalore (3 € per l’operaio e 3 € per il padrone = 6 €); cambiare l’unità di tempo considerato (un’ora al posto di una giornata) non farebbe che spo4sxwstare il problema e scoprire che per un’ora lavorata l’operaio offre una mezzora al suo padrone.

Ma la contabilità non può dimostrare nulla sullo sfruttamento della forza lavoro, essa deve semplicemente utilizzare delle regole di contabilità consuetudinarie e... calcolare il beneficio del capitalista.

(6) Marx, Grundrisse, Ed. Anthropos – 10/18, 1968, Tome V (Travaux Annexes), pp. 95-96

(7) Marx, Il Capitale, Utet Torino 1974, Libro terzo, II, Il saggio di profitto, pp. 69.

(8) Marx, Il Capitale, Utet Torino 1974, Libro primo, VII Il saggio di plusvalore, pp. 333-334.

 

 

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