Giù le mani dal patrimonio storico della sinistra comunista d’Italia

80° anniversario dell'assassinio dei compagni Atti e Acquaviva

(«il comunista»; N° 189 ; Novembre 2025 - Gennaio 2026)

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Quest’anno ricorre il triste ottantesimo anniversario dell’omicidio dei compagni Fausto Atti e Mario Acquaviva ad opera dei sicari del Partito Comunista Italiano. Ambedue gli omicidi, avvenuti negli ultimi concitati giorni della Seconda Guerra Mondiale, avevano il medesimo movente: impedire la riorganizzazione del Partito Comunista sulla scia del programma del PCd’I fondato a Livorno nel 1921 e affossare ulteriormente l’organizzazione della risposta alle già dure condizioni della lotta del proletariato in seguito alla formale fine delle ostilità imperialiste. I togliattiani, seguendo la loro politica di “conciliazione nazionale” (grazie alla quale Togliatti era entrato al governo, nel Sud Italia, col CLN antifascista), dovevano combattere con ogni mezzo chi tentava di opporsi all’interclassismo, al parlamentarismo e alla confusione teorica e politica portata avanti dall’Internazionale stalinista nella più completa demolizione dei veraci partiti comunisti del mondo, compreso quello italiano. A questo scopo – beninteso completamente borghese – era necessario silenziare, minacciare, colpire e anche assassinare senza alcuna pietà chi si opponeva: per questo motivo i compagni Atti ed Acquaviva, membri del PC Internazionalista, sono finiti nel mirino di sicari rimasti tutt’oggi impuniti.

Questi drammatici eventi, che fin da subito mostrarono ai compagni di allora e al mondo di cosa fossero capaci i centristi (così disse Acquaviva morente), sono stati giustamente condannati, all’epoca degli accadimenti, da tutti coloro che hanno avuto la minima onestà politica di dire ad alta voce e scrivere ciò che tutti già sapevano – che l’omicidio era un tentativo degli stalinisti diretto a eliminare i cosiddetti “trotsko-bordighisti”, accusati tra l’altro (come fece Stalin in URSS con la vecchia guardia bolscevica) di essere dei “fascisti”. Deve un poco stupire, nel silenzio generale di questi ultimi anni, che qualcuno abbia voluto ricordare questi due eroici combattenti internazionalisti nell’ottantesimo della loro scomparsa. Ma come spesso accade anche per figure come quelle di A. Bordiga (1) e di molti altri militanti della sinistra astensionista e poi del PCd’I, questo ricordo è mosso da un puro interesse a imbalsamare e rendere inoffensivi i veri personaggi storici, trasformandoli in pacifiche icone di un vago “anti-stalinismo”. A ciò si deve unire una risaputa verità: il patrimonio storico della sinistra comunista italiana (italiana per origine ma non per natura) è un ghiotto boccone per chi, pur non facendo parte di questa storia, vuole periodicamente rappresentare se stesso come suo “continuatore”. Chi oggi ha provato a farlo con la memoria dei compagni Atti e Acquaviva non è il primo né sarà l’ultimo.

Al novero dei “tombaroli” che tentano di scavare nella nostra storia si è aggiunto, lo scorso luglio, il nuovissimo (cosiddetto) Partito Comunista Rivoluzionario, partito di posizioni trotskiste membro della nuova (cosiddetta) Internazionale Comunista Rivoluzionaria di A. Woods e T. Grant. È in realtà la continuazione del gruppo Sinistra Classe Rivoluzione, che ha deciso di cambiare nome l’anno scorso. Abbiamo già speso alcune parole in altro luogo per chiarire le posizioni di questo gruppo, mostrando come rinneghino la natura rivoluzionaria del Partito Comunista (lavorando per decenni con metodi entristi in partiti completamente borghesi, salvo ricredersi per motivi “tattici” solo due anni fa), la teoria e la pratica storica della dittatura proletaria e, infine, la teoria del marxismo rivoluzionario nel suo insieme (2). Del resto, come tutti i partiti trotskisti, anche questo mostra una scarsa comprensione della situazione generale, vaneggiando ad esempio intorno a una situazione oggettivamente rivoluzionaria, come dichiarato per la Francia: La situazione è matura per l’esplosione a breve di un aperto e aspro conflitto di classe che metterebbe alla prova, nei fatti, le idee e le strategie di tutte le forze della sinistra e del movimento operaio (3). Una considerazione simile non può che denotare una perdita completa della bussola e degli strumenti teorici propri del marxismo rivoluzionario, per mezzo di una sottovalutazione della forza effettiva dell’interclassismo e una concezione sballata degli scioperi indetti dalla CGT e dal Nuovo Fronte Popolare, considerati in modo acritico come prodromi di una situazione di aperto scontro tra classi.

Il sedicente Partito Comunista Rivoluzionario, nel suo “omaggio” ai compagni Atti e Acquaviva, ha voluto infine trasmettere e perpetuare una serie di inesattezze nei confronti della Sinistra comunista che, naturalmente, sono atte a farla sembrare ben più simile al trotskismo di quanto non fosse realmente. Pur venendo difesa la nostra posizione contro il PCI interclassista e stalinista, ciò viene fatto contestando al PC Internazionalista e alla Sinistra gravi errori teorici, riguardanti anzitutto la nostra valutazione della Seconda Guerra Mondiale e delle condizioni storiche da essa scaturite nel mondo e specialmente in Italia. Scrive così Alberto Gagliardi parlando dell’analisi della Sinistra del secondo conflitto imperialista: la Seconda guerra mondiale era considerata soltanto una ripetizione del primo conflitto mondiale (negando che l’esistenza dell’Unione Sovietica staliniana e della Germania nazista introducessero delle varianti) e, dunque, l’internazionalismo del PCInt assunse una forma dottrinaria che negò l’esistenza dell’oppressione nazionale nell’Europa occupata dalle forze dell’Asse e rifiutò per principio la partecipazione ai movimenti della Resistenza, considerata in blocco come forza ausiliaria degli Alleati (4). Ci stupisce quanto poco marxismo si possa trovare in un simile giudizio. Partiamo innanzitutto facendo un confronto della seconda guerra mondiale con la prima: sarebbe assurdo da parte nostra presupporre due conflitti così diversi come esattamente identici o vedere in uno la semplice ripetizione meccanica dell’altro. La dialettica della storia che il marxismo ha rivelato al mondo ci permette invece di analizzare i due diversi scontri nelle loro differenze sostanziali. Nell’ambito speciale delle condizioni della lotta proletaria, ad esempio, il primo conflitto mondiale differisce sostanzialmente dal secondo. Se durante la guerra del 1914-18 il proletariato si è preparato all’insurrezione, all’assalto al cielo, riuscendo nel 1917 a trionfare in Russia e venendo sconfitto dopo una dura lotta armata in Germania e Ungheria, nella guerra del 1939-45 le condizioni storiche non hanno permesso alcuna organizzazione classista del proletariato, essendo stati liquidati dall’Internazionale Comunista di Stalin tutti i militanti rivoluzionari ed essendo stati svuotati i partiti membri di qualsiasi combattività e coerenza politica con il programma storico del proletariato. Dopo la prima guerra mondiale iniziò una fase di lotta rivoluzionaria aperta tra il bolscevismo e l’imperialismo, mentre dopo la seconda guerra mondiale la lotta sindacale non riuscì a riorganizzarsi su base classista e il partito comunista rivoluzionario dovette agire – e ciò dura fino ad oggi – in una situazione generale storicamente sfavorevole (5). Come abbiamo detto in un testo di partito: dopo la seconda guerra imperialista abbiamo avuto non una ondata rivoluzionaria proletaria ma lo svilupparsi della controrivoluzione (6). Ci pare dunque completamente inadeguato ritenere che vi sia nella nostra analisi una mera ripetizione delle considerazioni riguardanti la prima guerra mondiale.

Certo, però, rivendichiamo la nostra analisi della seconda guerra mondiale come completamente e irrevocabilmente imperialista, in quanto frutto dello scontro tra Paesi completamente capitalistici. Pur riconoscendo alla Germania nazista e all’Unione Sovietica staliniana dei caratteri storici propri (sia per la loro posizione e ruolo geopolitico, sia per l’applicazione storica dell’interclassismo nelle forme, opposte ma complementari, del fascismo e dell’antifascismo), ribadiamo ancora una volta che non introducono alcuna “variante nuova” nella Storia e che sono completamente analizzabili con gli strumenti teorici del marxismo rivoluzionario, senza alcuna innovazione o revisione della nostra invariante dottrina, applicata nella sua continuità storica. Rincariamo la dose, inoltre: anche la futura terza guerra mondiale avverrebbe in condizioni storiche completamente descrivibili dal marxismo così com’è, senza alcuna aggiunta. Per questo abbiamo dichiarato: Il metodo dell’infeudamento coloniale del paese debellato assicurerà al periodo post-bellico un equilibrio controrivoluzionario nella misura in cui vincerà l’imperialismo più attrezzato e di maggiore continuità storica (7), il che è una legge generale che riguarda tutte le guerre mondiali, la prima, la seconda e anche, qualora si verifichino tali condizioni, la terza. L’illusione di vedere ancora nell’Unione Sovietica dopo la sua degenerazione staliniana uno “Stato Operaio”, seppur degenerato, come ogni altra innovazione del marxismo non serve ad altro che a mistificare la reale condizione in cui i proletari di ieri hanno combattuto nel falso nome di un marxismo ormai completamente sconfitto in Russia. È nello stesso nome che oggi la Corea del Nord manda i suoi proletari a morire per l’invasione del Donbass e allo stesso modo la Cina prepara le sue truppe all’invasione di Taiwan e allo scontro con la NATO.

Parlare di oppressione nazionale nell’Europa occupata dall’Asse pare un’assurdità così palese da non dover nemmeno essere commentata. Come possiamo credere che in Francia, ove il ciclo delle lotte tra proletariato e borghesia era stato definitivamente sancito col sangue di decine di migliaia di comunardi a Parigi nel 1871, fosse insoluta la questione dell’oppressione nazionale? Cosa impedisce di applicare gli stessi sballati criteri nel sostenere la democratica Francia contro il militarista Impero Germanico nel 1914? Con qualche sforzo ogni posizione può essere giustificata, indipendentemente dalla sua natura sociale, quando si usa il marxismo come una fraseologia arbitraria anziché come scienza del mondo: lo ha fatto Kautsky ieri e lo possono fare oggi i signori del PCR seguendo le ultime teorie di Trotsky, ma ciò non nega né la realtà dei fatti né le conclusioni organiche che la teoria marxista impone (e che noi rivendichiamo invariabilmente da sempre): il rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali.

Sebbene con questo articolo si voglia “omaggiare” la memoria dei compagni del PC Internazionalista – e molte parole di stima vengono spese nei confronti di Atti e Acquaviva anche nelle loro attività di partito come militanti –, in un altro articolo lo stesso PCR si esprime in modo completamente opposto. Se nell’articolo del 2025 si loda la loro militanza onesta e rivoluzionaria nelle file del Partito Comunista Internazionalista (PCInt) (8) – si ricordi che il nome è stato mutato nel 1965 in Partito Comunista Internazionale –, in un articolo del 2021, dedicato ad A. Bordiga, si esprimono così riguardo alla costruzione dello stesso Partito: [Bordiga] riprese le fila della costruzione di un’organizzazione comunista modellata sulle sue idee, ma la sua concezione rigida e astratta del partito impedì che potesse svolgere un ruolo significativo, anche nei momenti in cui il conflitto di classe si tornò ad accendere in Italia. Il secondo dopoguerra vide, in definitiva, il lento tramonto di un comunista dogmatico, settario nella sua concezione della lotta politica […] (9). Ci si potrebbe anche chiedere il motivo di una simile incoerenza dei toni, per cui il PC Internazionalista (poi Internazionale) viene osannato da un lato e condannato come prodotto personale di un dogmatico e settario dall’altro.

La soluzione sta nello scopo differente degli articoli. Se nell’articolo del 2021 si doveva, nel centenario della fondazione del PCd’I, rendere inoffensiva la pericolosa memoria di Amadeo Bordiga, liquidando la sua militanza politica dopo il 1945 con poche parole e riducendo quanto più possibile il suo ruolo direttivo nel Partito prima dello stalinismo, nell’articolo del 2025 si vuole invece rivendicare in qualche modo come propria l’eredità storica dei compagni Atti e Acquaviva, e ciò non si può fare senza riconoscere la loro appartenenza al PC Internazionalista e alla Sinistra. Imbalsamare e mistificare sono gli unici strumenti di chi vuole rappresentarsi per quello che non è e non sarà mai: dal canto nostro, continuiamo a difendere una storia di cui abbiamo fatto e facciamo effettivamente parte contro tutti coloro che la vogliono stravolgere.

 


 

1) Come accaduto con la Fondazione Amadeo Bordiga, dotata di tutti i caratteri intellettualistici e commerciali della cultura borghese. Ad essa abbiamo dedicato un reprint nell’ottobre 2001, contenente l’articolo Costruttori e adoratori di icone inoffensive all’opera: è nata la Fondazione Amadeo Bordiga.

(2) Vedasi la presa di posizione L’”Internazionale Comunista Rivoluzionaria”: né comunista, né rivoluzionaria! sul nostro sito www.pcint.org.

(3) Francesco Giliani, Verso un’esplosione sociale, in: Rivoluzione, n°120, p. 11

(4) Alberto Gagliardi, Ricordo di Mario Acquaviva e Fausto Atti, due comunisti autentici, al link: https://rivoluzione.red/ricordo-di-mario-acquaviva-e-fausto-atti-due-comunisti-autentici/

(5) Cfr. il testo di partito Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole (1965)

(6) Lezioni delle Controrivoluzioni, p. 17, § 13, Edizioni Il Programma Comunista, 1981², Milano

(7) Lezioni delle Controrivoluzioni, p. 12, § 12

(8) A. Gagliardi, Ricordo di Mario Acquaviva e Fausto Atti, due comunisti autentici, cit.

(9) Vittorio Saldutti, Amadeo Bordiga – Ascesa e caduta di un rivoluzionario, al link: https://rivoluzione.red/amadeo-bordiga-ascesa-e-caduta-di-un-rivoluzionario/

 

 

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