Le battaglie di classe del partito non trascurano mai la ripresa sistematica dei temi fondamentali del marxismo sulla scorta del patrimonio teorico-politico della Sinistra comunista d'Italia
(Rapporti tenuti alla Riunione Generale dell'11-12 ottobre 2025)
(«il comunista»; N° 190 ; Marzo 2026)
I Rapporti di questa riunione hanno riguardato i seguenti temi:
- il Corso dell'imperialismo mondiale;
- gli Elementi di economia marxista (II);
- Il comunismo in Italia nacque adulto - La Sinistra comunista d’Italia e l'Ordinovismo (I).
Nel numero scorso del giornale abbiamo pubblicato sia il rapporto sul Corso dell'imperialismo mondiale, sia la prima parte del rapporto sugli Elementi di economia marxista (II). Diamo seguito ora al completamento del rapporto sugli Elementi di economia marxista; seguirà nel prossimo numero del giornale la prima parte dedicata all'Ordinovismo.
III. "Elementi di economia marxista" nella continuità del materialismo scientifico
Sezione III : la produzione del plusvalore assoluto
18. DIMOSTRAZIONE DELLA LEGGE GENERALE / 20. CALCOLO DELL’IMPRESA UNIFICATA
Tenuto conto che i capitoli 18 e 20 sono direttamente collegati, li abbiamo riuniti insieme.
Il tema di questi capitoli è sempre quello di dimostrare che il plusvalore si riferisce al solo salario e non a tutto il capitale o a una parte del capitale costante e che non bisogna confondere il saggio di plusvalore con il saggio di profitto, ciò che l’economia borghese fa sistematicamente, interessandosi soltanto alla misura del rendimento di ciò che il capitalista guadagna in rapporto all’insieme dei capitali anticipati, costanti e variabili.
Analizziamo come si comporta il saggio di profitto quando due imprese si fondono e unificano quindi i loro capitali; questo fatto innesta un cambiamento nei rapporti tra capitale costante, capitale variabile e plusvalore?
Prendiamo l’esempio di un’acciaieria che produce dell’acciaio sulla base della ghisa che essa acquista da un’altra impresa (9) e consideriamo, per non deformare la dimostrazione, che al momento della fusione i prezzi delle merci rimangano stabili, come i salari e i tempi di lavoro extra.
L’impresa A acquista la sua ghisa dall’impresa B; ciò significa che la fusione delle due imprese va a riunire, dunque ad addizionare, le differenti componenti del capitale delle due imprese. Il capitale investito nell’impresa B nella forma costante e variabile così come il plusvalore realizzato dalla vendita della ghisa all’impresa A, va ad incidere sul valore dell’acciaio, ma più che valore di materia prima come valore dei macchinari, salari, plusvalore e di materie prime necessarie alla produzione di ghisa, il coke in particolare.
Consideriamo rispettivamente per l’impresa A e l’impresa B e la fusione AB gli elementi seguenti (10) :
A B AB
- Macchine, strumenti etc. mi mi’ mi’’
- Macchine, strumenti etc. mi mi’ mi’’
- Materie prime mp mp’ mp’
- Capitale costante
(macchine + materie prime) c c’ c’’
- Capitale variabile v v’ v’’
- Plusvalore pl pl’ pl’’
- Valore del prodotto P P’ P‘’
(sapendo che P = P’’)
Per l’impresa A:
Valore prodotto: P = mi +mp + v + pl
Spese: mi + mp + v = c + v; dove c = mi + mp
Plusvalore: pl = P- (mi- mp – v) o = P – (c + v)
Per l’impresa B:
Valore prodotto: P’ = mi’ +mp’ + v’ + pl’
Spese: mi’ + mp’ + v’ = c’ + v’; dove c’ = mi’ + mp’
Plusvalore: pl’ = P’ - (mi’ – mp’ – v’) o = P’ – (c’ + v’)
Per l’impresa fusa AB:
Valore prodotto: P’’ = mi’’ + mp’’ + v’’ + pl’’
o = P + P’ - mp = (mp + v + pl) + (mi’ +mp’ + v’ + pl’)
Spese: mi’’ + mp’’ + v’’ = c’’ + v’’; dove c’’ = mi’’ + mp’’
Plusvalore: pl’’ = P’’ - (mi’’- mp’’ – v’’) o = P’’ – (c’’ + v’’)
Valore materie prime di A: mp = P’ = mi’ + mp’ + v’ + pl’;
da cui: c’ = mi’ + mp’ = P’ – v’ – pl’ = mp – v’ – pl’
• Analisi del capitale costante dell’impresa AB:
c’’ = mi + mi’ + mp’ = mi + c’
c’’ = (c – mp) + c’ = (c – mp) + (mi’ + mp’)
c’’ = (c – mp) + (P’ - v’ - pl’) = c - mp - v’ - pl’ + mp = c - (v’ + pl’)
• Analisi del capitale variabile dell’impresa AB:
v’’ = v + v’
• Analisi del plusvalore dell’impresa AB:
Sapendo che P = c + v + pl, che P’ = mp, e ancora che c’’ = c + c’ – mp, dunque che c + c’ = c’’ + mp.
pl + pl’ = P – (c + v) + mp – (c’ + v’) = P’’ – (c + c’) – (v + v’) + mp
pl + pl’ = P’’ – (c’’ + mp) -v’’ + mp = P’’ – (c’’ + v’’) = pl’’
pl’’ = pl + pl’pl’’ = pl + pl’
• Analisi del capitale anticipato totale dell’impresa AB, cioè il denaro speso per le macchine, le materie prime e i salari, eccetto il plusvalore :
Sapendo che c’’ = c – (v’ + pl’)
c’’ + v’’ = c’’ + v + v’ = c – (v’ + pl’) + v + v’ = c + v -pl’
• Analisi del capitale totale finale
P’’ = c’’ + v’’ + pl’’ = c + (p’ + v’) + v + v’ =C + v +p = P
P’’ = P
In conclusione, si contata che il capitale variabile finale è la semplice somma dei due valori iniziali, dunque senza incidenza provocata dalla fuzione delle due imprese; l'onere dei salari per un valore dell'acciaio identico non cambia, idem per il plusvalore. E' il capitale fisso che varia a causa della diminuzione del suo valore; ciò si spiega facilmente poiché per l'impresa A il plusvalore e i salari dell'impreaa B erano cristallizzati nel valore della materia prima, la ghisa.
Si conferma chiaramente che il plusvalore deriva la sua esistenza non dal capitale costante o dal capitale totale, ma dal capitale variabile che segue la stessa concordanza. Annesso a questa dimostrazione abbiamo aggiunto uno schema infografico al fine di visualizzare il meccanismo della fusione delle due imprese senza dipendere dalla comprensione della formula, per uno stesso risultato.
19. RIPARTIZIONE DEL VALORE DEL PRODOTTO IN PARTI PROPORZIONALI DELLE QUANTITÀ DI PRODOTTO O DELLA GIORNATA DI LAVORO
In questo capitolo, gli Elementi si attardano a dimostrare un’interpretazione borghese sul plusvalore, tendendo, attraverso un falso ragionamento, a dimostrare che la diminuzione delle ore di lavoro inghiottirebbe tutto il profitto capitalistico. Anche se questo genere di ragionamento non ha più corso e anche se l’autore di questa teoria, che Marx smonta seccamente, la ritratterà in tempi successivi, è comunque importante averne conoscenza (11).
Nel 1833 in Inghilterra, entra in vigore la prima «Factory Act» che regola la giornata di lavoro dei fanciulli. Nel 1836 i riformatori reclamano la giornata di 10 ore che sarà instaurata nel 1847 (Ten Hours Act). Per difendere i loro interessi e lanciare una campagna contro questa legge, i borghesi si appellano ad un economista, Nassau William Senior. Per dimostrare la dannosità della riduzione a 10 ore della giornata lavorativa, l’economista si lancia in una dimostrazione pseudologica, giungendo a una conclusione fallace: «Con la legge attuale, nessuna fabbrica che impiega persone al disotto dei 18 anni non può lavorare più di 11h ½ al giorno […]. Ebbene, l’analisi seguente dimostra che in una fabbrica di questo genere tutto il profitto netto proviene dall’ultima ora» (12).
Altrimenti detto il profitto del capitalista è ridotto a niente! Ma come questa confusione è giunta di fronte a un problema tutto sommato semplice? Nel 1833 in Inghilterra, entra in vigore la prima Factory Act che regola la giornata di lavoro dei fanciulli.
Nella sua «dimostrazione» Senior inventa delle nuove categorie; egli raggruppa in una categoria le macchine e lo stabilimento e in un’altra categoria le materie prime e i salari. Marx replicherà ai fabbricanti ai quali è stata fatta questa «dimostrazione» che faranno bene «a non mescolare alla rinfusa macchine e fabbricati, materia prima e lavoro, ma ad avere la compiacenza di mettere il capitale costante contenuto nei fabbricati, nel macchinario, nella materia prima da una parte e il capitale anticipato in salari dall’altra» (13). In effetti, se il salario è associato al capitale costante o a una parte di esso, ciò conferisce al capitale costante il ruolo di creare valore. In realtà il capitale costante ha un valore indipendente dall’azione della forza lavoro su di esso.
Riprendiamo l’esempio del paragrafo 13. Abbiamo definito che il valore di una produzione si ripartisce così:
P = (materie prime + strumenti) + salario + plusvalore = 102 +18 +12 = 132 €
Dunque, se 10 ore di lavoro rappresentano 132 €, un’ora rappresenterà 13,2 €. La rappresentazione proporzionale in ore dà questo risultato:
10 h. = 7,73 h. + 1,36 h. + 0.91 h. o nella forma sessagesimale: 7 h. 43 mn + 1 h. 22 mn + 55 mn
Si può utilizzare questa rappresentazione in ore se si vuole figurare la nuova proporzione cristallizzata di lavoro nelle differenti categorie della merce prodotta; ma un ragionamento assurdo consisterebbe - una volta fatta sparire una parte di ore di lavoro nel capitale costante - nel pretendere che l’operaio crea il valore del profitto solo per 1 h 22 mn.
E’ chiaro che ridurre di un’ora e mezza la giornata di lavoro ha un’incidenza sul plusvalore.
Si può utilizzare questa rappresentazione in ore se si vuole figurare la nuoiva proporzione cristallizzata di lavoro nelle differenti categorie della merce prodotta; ma un ragionamento assurdo consisterebbe - una volta fatta sparire una parte di ore di lavoro nel capitale costante - nel pretendere che l’operaio crea il valore del profitto solo per 1 h 22 mn.
Ammettiamo, per semplificare, che l’operaio lavori 10 h e che la sua giornata di lavoro sia ridotta a 8 h.
Ammettiamo che il salario rappresenti 5 h e il plusvalore 5 ore, cosicché le condizioni di fabbricazione non cambino, ossia la produttività del lavoro, e che i prezzi delle materie prime e altre spese siano stabili, lo stesso per i salari, che cosa cambierebbe?
Il salario restando per ipotesi a livello costante, il profitto capitalistico - cioè il valore aggiunto - passerebbe da 5 h a 3 h. Niente rovinerebbe il capitalista nell’immediato, e reagirebbe con tutti i mezzi a sua disposizione per ritrovare un profitto uguale o superiore, fra i quali i principali sono la pressione per abbattere i salari o per aumentare la produttività del lavoro attraverso l’aumento dei ritmi di lavoro - sugli stessi macchinari - o, alla fine, investendo sugli strumenti per aumentare la produttività del lavoro (14).
21. DURATA DELLA GIORNATA DI LAVORO / 22. PLUSVALORE E CAPITALISMO / 23. IL CAPITALE E IL PLUSVALORE
Marx affronta la questione della giornata di lavoro nel capitolo X del Capitale (nell’edizione francese Ed. Sociales Paris, 1975, ma nel capitolo VIII nell’edizione Utet, Torino 1974, curata da B. Maffi), ciò che gli Elementi condensano nei tre ultimi capitoli 21, 22 e 23 prima di passare alle sezioni IV e V del Capitale (La produzione di plusvalore relativo e le Nuove ricerche sulla produzione del plusvalore), che tratteremo in una prossima riunione.
Ricordiamo, anzitutto, che la prima parte della durata della giornata lavorativa è determinata dal costo necessario perché l’operaio possa soddisfare i suoi bisogni essenziali di nutrizione, affitto di abitazione, istruzione per lui e i suoi familiari, altrimenti detto per riprodurre la sua forza lavoro che vende al capitalista; e che la seconda parte rappresenta il pluslavoro, quello che non è pagato all’operaio, ma che va al capitalista come plusvalore da cui lui ricaverà i suoi profitti personali.
Il pluslavoro non è in quanto tale un’invenzione del capitalismo rispetto alle altre forme di società. Marx spiega che il pluslavoro esiste nello schiavismo, quando lo schiavo è comprato come si compra un bue ed è trattato come una bestia da soma da mantenere più o meno bene, che non lavora per i suoi bisogni ma unicamente per quelli del suo padrone che è proprietario dello schiavo stesso e di cui il lavoro è consacrato soltanto per il padrone e quindi appare soltanto come pluslavoro. La separazione tra lavoro necessario e pluslavoro non esiste. Nella società feudale il pluslavoro appare ancora ma sotto un’altra forma. Il tempo di lavoro del contadino-servo si scompone tra il tempo che consacra per la sua produzione personale e quello che cede gratuitamente al signore, il tempo delle corvées.
E’ nella società capitalista che l’operaio è comprato non nel senso semplice di individuo, ma in quanto individuo che possiede una forza di lavoro utile a produrre delle merci non per il consumo del suo padrone ma per il mercato allo scopo di realizzare un plusvalore equivalente al pluslavoro. Contrariamente allo schiavo e al servo, l’operaio è «libero» di vendersi a chi vuole o, piuttosto, nella realtà, a chi può. Il capitalista, se la forza lavoro dell’operaio declina, è lui stesso libero di cambiarlo e questo non gli costa nulla contrariamente al proprietario di schiavi che dovrà ricomprare uno o più schiavi se uno o più di loro non sono più in grado di produrre.
La giornata lavorativa, nella storia del modo di produzione capitalista - come d’altra parte in tutti i modi di produzione - non ha una grandezza definita una volta per tutte in un periodo storico dato, è una grandezza variabile. I meccanismi materiali che spingono a questa variabilità sono certamente differenti da una società all’altra, ma nel capitalismo hanno delle specificità proprie. La giornata lavorativa ha un limite inferiore che non è mai praticato dal capitalismo che reclama dall’operaio almeno la quantità di ore di pluslavoro e un limite superiore che dipende dalla sua resistenza fisica e psichica. La durata della giornata lavorativa non si definisce soltanto dai bisogni oggettivi del capitalismo, ma anche dal rapporto di forza tra la classe operaia e i capitalisti che farà piegare la bilancia da un lato o dall’altro.
Da un lato «l’inclinazione del capitale a prolungare la giornata lavorativa senza un attimo di respiro», dall’altro «l’intervento sociale che, a sua volta, limita e regola uniformemente la giornata di lavoro con i suoi tempi di riposo legali»; «L’instaurazione di una giornata lavorativa normale è quindi il prodotto di una lenta e più o meno nascosta guerra civile fra la classe capitalistica e la classe lavoratrice» (15).
La limitazione della durata della giornata lavorativa, se per realizzarsi deve passare attraverso il sollevamento della classe operaia e vasti movimenti di lotta, non rimette in questione, in ogni caso, la natura di merce posseduta dalla forza lavoro. Per sopravvivere, l’operaio «libero» non ha che la soluzione di vendere la sua forza lavoro a un capitalista che la utilizzerà per estorcerle il plusvalore. La lotta del proletariato contro le condizioni immediate del suo sfruttamento non può, in quanto tale, affrancarsi dal capitalismo e quali che siano i miglioramenti strappati - che non sono se non di corta durata - l’emancipazione della classe operaia non diverrà una realtà se non quando il lavoro cesserà di essere una merce, dunque quando il capitalismo sarà distrutto dai colpi della rivoluzione (16).
Quali sono le possibilità per il capitalista di aumentare il suo plusvalore nelle condizioni stabili di salari e di prezzi di vendita? Per ottenere un aumento del plusvalore, il capitalista, senza modificazioni e innovazioni del suo apparato di produzione, non ha molte soluzioni.
Può accrescere il pluslavoro, cioè allungare la giornata lavorativa degli operai. Questo può essere fatto senza modificare il salario, ma col rischio di reazioni da parte degli operai; può anche imporre ore di straordinario, una parte delle quali formerà del lavoro gratuito, dunque del pluslavoro in più. Ma anche qui la pressione operaia può essere forte e far retrocedere il capitalista se il rapporto di forza sociale è a suo sfavore. Se il capitalista non può agire sulla proporzione del pluslavoro può agire sul capitale variabile aumentandolo, cioè aumentando il numero di lavoratori e aumentando la quantità di merci prodotte. Ma è necessario che il mercato sia ricettivo a queste merci supplementari.
Abbiamo visto che salario e plusvalore sono in ragione inversa l’uno con l’altro e che il capitalista non vende al valore esatto (che è una media sociale generale intorno alla quale fluttuano i prezzi delle merci), ma secondo un prezzo di mercato che può essere superiore o inferiore a quel valore espresso in ore di lavoro mentre il prezzo si esprime in moneta essendo il mercato regolato dal rapporto tra la domanda e l’offerta. Il saggio di plusvalore può, dunque, variare senza che le condizioni di produzione cambino e che cambi il rapporto tra il plusvalore, il capitale variabile e il capitale costante.
Marx chiama plusvalore assoluto il surplus di plusvalore acquisito dalle condizioni di aumento del capitale costante, dunque dal numero di operai e dall’aumento della giornata lavorativa, perciò dal tempo di pluslavoro, ma con un lavoro necessario immutato.
Ritorneremo su questa questione nel prossimo Rapporto alla RG della primavera del 2026 abbordando la questione del plusvalore relativo.
(9) Ricordiamo che la ghisa è il primo risultato della lavorazione del minerale di ferro. E’ il prodotto della riduzione del minerale di ferro con del coke nell’altoforno, ciò che la rende ricca in carbone, dunque fragile, ma in grado di essere fusa in uno stampo. Riducendo il tasso di carbone si ottiene l’acciaio.
(10) La dimostrazione successiva è stata ripresa dagli annessi agli Elementi dell’economia marxista: Le formulaire économique (in Programme communiste, n° 10, janv-mars 1960).
(11) Vedi il capitoletto «L’ultima ora» di Senior, nel cap. VII, Il saggio di plusvalore, in Marx, Il capitale, Libro Primo, cit., p. 326-332.
(12) Ibidem.
(13) Ibidem.
(14) Nella sua «dimostrazione» Senior prende questo esempio: un’azienda ha una cifra d’affari di 115’000 Livres che si scompone in 80’000 L. di macchine e fabbricati, 20’000 L. di materie prime e salari (!), con un profitto bruto de 15’000 L. La giornata di lavoro è di 11 h ½, cioè di 23 mezze ore. Ogni mezzora rappresenta 1/23imo del valore totale delle merci, ossia 5’000 L. (115’000 L./23). Poteva così pretendere che le 3 mezze ore sottratte alla giornata lavorativa, e che corrispondevano al sostentamento dell’operaio, rappresentavano una perdita de 3 x 5000 L, ossia 15’000 L. dunque tutto il profitto lordo dell’azienda...
(15) Cfr. Marx, Il Capitale, cit., cap. VIII, 1, Utet, Torino 1974, p. 415.
(16) Marx, nel Salario, prezzo e profitto, esprimeva magistralmente une necessità storica:
«Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del lavoro salariato, non deve esagerare a sè stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato”! (Marx, Salario prezzo e profitto, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 113)
Partito Comunista Internazionale
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