Curdi: emancipazione del popolo curdo, o del proletariato curdo?
(«Il comunista», n.43-44, Ottobre 1994 - Gennaio 1995)
(Supplemento Kurdistan a «il comunista»; N° 190 ; Marzo 2026)
Un lettore ci ha posto una domanda: è possibile giungere all’emancipazione del proletariato curdo se prima non è avvenuta l’emancipazione del popolo curdo dall’oppressione nazionale? Ovvero, la «questione nazionale» per popoli come quello curdo, quello palestinese, quello tamil o quello irlandese, è una questione ancora viva per i comunisti o è una questione definitivamente superata e quindi l’unica questione viva oggi è la questione esclusivamente proletaria, la questione della sua lotta e della sua rivoluzione?
E’ giusto perciò appoggiare le rivendicazioni nazionali di questi popoli oppure no?
Non c’è alcun dubbio per noi: la questione «nazionale» - che si legge essenzialmente come oppressione politica, economica e militare da parte di altre nazioni - per diversi popoli è ancora un problema vivo, drammatico, non superato storicamente. Per questo motivo è una questione che riguarda anche il proletariato e alla quale i comunisti danno una risposta in positivo. Ciò non significa, per i comunisti, appoggiare o non appoggiare la rivendicazione nazionale in quanto tale, non significa appoggiare o non appoggiare la lotta che quel tal popolo fa e svolge per la propria indipendenza nazionale, e non significa nemmeno «fare propria» la questione «nazionale». L’atteggiamento dei comunisti è, come sempre d’altra parte, dialettico. I comunisti ribadiscono, con Lenin, l’incondizionato riconoscimento della lotta per la libertà di autodecisione da parte di una nazione, ribadiscono il riconoscimento del diritto di autodecisione di ogni nazione, ma nello stesso tempo propugnano e lottano per la unificazione dei proletari di ogni nazione, di ogni paese, tendono sempre e incondizionatamente alla più stretta unione del proletariato di tutte le nazionalità (1) e per la sua lotta contro le borghesie e le altre classi possidenti di tutte le nazionalità. Riconoscere il diritto all’autodecisione di un popolo, per i marxisti non significa automaticamente appoggiare la rivendicazione incondizionata dell’indipendenza nazionale; i marxisti esigono categoricamente che la questione venga posta non solo sul terreno storico in generale, ma proprio sul terreno di classe. Queste sono ancora parole di Lenin (2), e ciò è tanto più importante in quanto le condizioni storiche nelle quali per un popolo si pone la questione «nazionale», nel tempo si modificano, mentre sostanzialmente il terreno di classe - che è il terreno effettivo sul quale si pongono tutte le questioni che interessano il proletariato -, il terreno cioè dell’antagonismo storico fra proletariato e tutte le altre classi sociali, non si modifica. Pur in presenza di uno sviluppo capitalistico imponente a livello mondiale, la questione «nazionale» per molti popoli non è stata risolta dal capitalismo, non è stata risolta dalla classe dominante borghese, non è stata risolta dall’imperialismo. Ciò significa che l’oppressione nazionale non è terminata con l’avvento della società borghese, con l’avvento della democrazia borghese, ma viene ribadita continuamente. Lo sviluppo ineguale del capitalismo ha provocato inevitabilmente un divario fra economie capitalisticamente sviluppate ed economie arretrate sempre più ampio e profondo, sia sul piano strettamente economico, sia su quello politico e sociale. Lo sviluppo imperialistico del capitalismo, cioè la costituzione di grandi Stati, di grandi trust di capitali, di grandi e concentratissime forze capitalistiche, fa sì che le nazioni, i popoli, le etnìe, ancora in ritardo rispetto al ciclo storico dell’emancipazione nazionale da modi di produzione e da strutture sociali e statali arretrate se non precapitalistiche, non solo restino nella situazione di generale arretratezza ma addirittura indietreggino rispetto ad essa.
Lo sviluppo imperialistico del capitalismo ha portato, d’altra parte, ad una situazione nella quale per molti popoli, ancora oggi oppressi da altri popoli, la via dell’emancipazione nazionale è una via storicamente sbarrata, impraticabile. Ma, come ricorda Lenin (3) rifacendosi alla questione della Polonia al 1903, pur affermando che «non c’è dubbio che la ricostituzione della Polonia prima del crollo del capitalismo è estremamente improbabile», egli precisa che «non si può dire che sia assolutamente impossibile e che la borghesia polacca, in certe combinazioni, non possa farsi sostenitrice dell’indipendenza»; e qui siamo ancora nel campo della valutazione e della previsione marxista. Ma la cosa più importante è la conclusione cui giunge, conclusione che ha valore di posizione di principio: «la socialdemocrazia russa (che allora rappresentava il marxismo in Russia, NdR) non si lega affatto le mani. Essa tiene conto di tutte le possibili combinazioni, persino di tutte quelle concepibili in generale, quando sostiene nel suo programma il riconoscimento del diritto delle nazioni all’autodecisione.
Questo programma non esclude affatto che il proletariato polacco lanci come propria parola d’ordine la repubblica polacca libera e indipendente, anche se minime sono le probabilità di poterla attuare prima del socialismo. Esso esige solo che un partito effettivamente socialista (socialista, allora, era sinonimo di comunista, marxista, NdR) non corrompa la coscienza proletaria, non offuschi la lotta di classe, non lusinghi la classe operaia con frasi democratiche borghesi, non violi l’unità dell’odierna lotta politica del proletariato. Proprio questa condizione, che è l’unica in base alla quale noi riconosciamo l’autodecisione, è la più importante».
L’interesse del proletariato oggi alla questione «nazionale» è dunque un interesse derivato dalla necessità di lottare contro ogni possibile corruzione del suo programma di classe, contro ogni deviazione dalla sua lotta di classe, contro ogni tentativo di impedire o distruggere l’unità della lotta politica del proletariato. Ed è proprio perché il proletariato tende all’unificazione della propria classe al di sopra delle nazionalità, che il partito comunista rivoluzionario afferma l’incondizionato riconoscimento della lotta per la libertà di autodecisione da parte dei popoli oppressi da altri popoli, ma nello stesso tempo rivolge ai proletari della nazione oppressa e ai proletari della nazione opprimente l’appello all’unificazione di classe contro l’appello all’unificazione nella stessa funzione opprimente ma è quello di lottare effettivamente contro ogni tipo di oppressione e per la reale unificazione proletaria mondiale, base materiale ed effettiva per il superamento di ogni società divisa in classi e per la formazione di una società di specie, la società comunista.
La domanda che il lettore ci fa mette insieme, inoltre, popolazioni diverse tra di loro ma fra le quali può sembrare di poter trovare un forte denominatore comune nella emancipazione nazionale. I curdi e i tamili sono popoli a fortissima predominanza contadina, mentre gli irlandesi e i palestinesi sono a forte predominanza proletaria; questa differenza pone i diversi popoli in modo ineguale rispetto allo sviluppo economico, dato che in Irlanda o in Israele non si tratta certo di importare o far sviluppare grandemente il modo di produzione capitalistico, cosa che invece si può supporre storicamente necessaria nel territorio dei tamili; quanto ai curdi, dal punto di vista economico non si può dire che vivano in predominante precapitalismo, dato che né la Turchia, né l’Iran, né l’Iraq, né la Siria sono paesi economicamente precapitalistici; come d’altra parte non lo si può dire nemmeno per i palestinesi, ma entrambi questi popoli vivono certamente in situazione di grande arretratezza dovuta sia all’oppressione economica e sociale sia all’oppressione politica e militare che subiscono dai rispettivi oppressori.
I curdi iracheni, ad esempio, sono tenuti appositamente nella condizione di contadini poveri e diseredati pur in presenza di pozzi petroliferi e miniere nelle quali industrie il governo di Bagdad preferisce far lavorare manodopera araba, discriminando totalmente i curdi e utilizzando anche questi metodi per arabizzare il Kurdistan iracheno. Dal punto di vista politico, quindi, è doveroso stabilire se tra i compiti dell’emancipazione dall’oppressione nazionale vi sia preponderante il compito economico, il compito di distruggere la struttura economica precapitalistica per far posto all’espansione del modo di produzione capitalistico, oppure se questo compito storico non è al primo posto perché il salto qualitativo è già stato fatto anche se per mano di borghesie diverse da quella «nazionale». In Irlanda certamente non si tratta di passare dal feudalesimo al capitalismo; e nemmeno nell’attuale Israele dal quale i palestinesi di Gaza e Gerico ereditano oppressione economica e nazionale sì ma non una situazione feudale da superare. Quanto ai curdi, pur vivendo in generale in una situazione di particolare arretratezza economica, e con forme sociali patriarcali, non si può dire che la forma determinante di vita economica sia quella di tipo feudale o prefeudale; è il modo di produzione capitalistico che domina in Turchia, in Iran, in Iraq, in Siria e in Russia che condiziona la vita economica e sociale dei curdi i quali soffrono sempre di più non della mancanza di capitalismo, ma della mancanza del suo sviluppo generalizzato. Accanto ai moderni impianti petroliferi vivono masse numerose di contadini poveri, accanto ai grandi proprietari fondiari vivono artigiani, piccoli mercanti e garzoni di bottega e un poco numeroso proletariato.
Il popolo curdo, tra l’altro molto numeroso dato che le più recenti statistiche parlano di 23/24 milioni di persone, vive una situazione economica molto arretrata e subisce l’oppressione economica e nazionale direttamente da quattro Stati diversi, la Turchia, l’Iran, l’Iraq e la Siria, che si sono impossessati di territori curdi grazie alle diverse vicende internazionali legate alle guerre mondiali e ai rapporti di forza dei vecchi e dei nuovi imperialismi, a partire dall’Inghilterra per finire con l’Urss e gli Stati Uniti. E’ d’altra parte anche vero che il popolo curdo non ha mai avuto finora la forza storica di fare la sua rivoluzione borghese e impiantare il suo Stato nazionale, cosa che lo accomuna in parte al popolo palestinese. Il popolo curdo è sempre stato un popolo nomade, di pastori, di allevatori e di agricoltori, che si è sempre riconosciuto in un territorio a confini «mobili» e – date le caratteristiche morfologiche di tutta la regione del Monte Ararat, del Tigri e dell’Eufrate, dell’Anti-Tauro e dell’Altipiano persiano - geograficamente non ben definito. Le vicende storiche che videro il radicarsi di strutture economiche e statali di grande importanza, come la Turchia e l’Iran, hanno limitato molto il nomadismo delle popolazioni curde, obbligandole a forme di vita più stanziali e fisse, a forme di vita più controllabili e più tassabili. Col tempo, questo tipo di pressione provocava anche ondate di emigrazione verso i paesi dell’Europa, Germania in particolare, dove i contadini curdi venivano trasformati in proletari. Ciò non ha voluto dire però che l’organizzazione sociale delle popolazioni curde si sia evoluta verso il superamento della famiglia patriarcale e della tribù; in questo modo si è mantenuta e in parte rafforzata una arretratezza economica-sociale e un isolamento fra tribù che ha impedito il forte sviluppo di una comune aspirazione verso una unità politica ed economica dell’intera regione. Le popolazioni curde, nelle vicende storiche che hanno visto l’affermarsi di grandi potenze e di grandi Stati moderni, si sono in realtà sempre appoggiate a questa o a quella potenza perché fosse possibile custodire nel tempo la loro struttura sociale e perché fosse possibile poter continuare a vivere nei territori da loro abitati da secoli; raramente esse furono spinte a unirsi per lottare insieme per la propria unificazione nazionale, e più sovente esse lottavano per ottenere una certa autonomia amministrativa e politica che più si adattava al mantenimento della loro struttura sociale per grandi famiglie e per tribù e alla difesa dei loro privilegi. Queste sono ragioni materiali e storiche che spiegano perché i curdi non abbiano espresso nel secolo scorso e in questo secolo una forza determinante verso l’unificazione delle popolazioni curde delle montagne e delle valli e verso la formazione di uno Stato nazionale moderno. E spiegano anche, di contro, come sia stato possibile, non senza massacrare le popolazioni curde che facevano resistenza, ai turchi e ai persiani in particolare di mettere le mani sui territori abitati dai curdi e che rappresentano fin dall’antichità le vie di comunicazione tra l’Europa, l’Asia minore e l’India, e fonti ricchissime di materie prime a partire dal petrolio. Gli stessi partiti politici che si sono formati in questo secolo, poggiando sulle famiglie più importanti e sugli strati contadini, lanciavano con forza la rivendicazione dell’autonomia e del riconoscimento da parte delle grandi potenze (leggi Inghilterra, Francia, Russia in particolare) di confini corrispondenti ai territori abitati e percorsi dalle popolazioni curde tradizionalmente, una autonomia che poteva realizzarsi con la costituzione di una repubblica curda, tutta da inventare ma molto più simile ad una federazione di tribù e di famiglie che ad uno Stato repubblicano moderno.
Ciò spiega anche il fatto che solo negli anni 1945-46 fu fondato il primo partito a vocazione pancurda, il PDK, il partito democratico curdo, il partito di el Barzani e di Qadi Mohammed, che di volta in volta si è appoggiato all’Inghilterra o all’URSS per ottenere soddisfazione alle proprie rivendicazioni.
Nel 1979, sotto la spinta degli avvenimenti in Iran con la caduta dello Scià Reza Palevi e la costituzione della Repubblica Islamica, tutti i partiti del Kurdistan iraniano (ma in particolare il Komala – Organizzazione rivoluzionaria dei Lavoratori del Kurdistan -, il CHALK - Partito dei Fedaijn del popolo -, e il PDK) sottoscrivono una piattaforma programmatica di 26 punti, con la quale si rivendica la completa autonomia della regione, elezioni segrete, un’amministrazione esclusivamente curda emanante leggi, polizia e servizi pubblici curdi, libertà di religione, pensiero, stampa, associazione, di costituire partiti e sindacati, uso ufficiale della lingua curda ecc.; insomma, una piattaforma democratica borghese sostenuta da tutti i partiti curdi, compreso quello che si proclamava marxista-leninista come il Komala. Durante la guerra Iran-Iraq, e in particolare dal 1986, i ribelli curdi e i suoi partiti hanno apertamente appoggiato le truppe iraniane contro l’Iraq, nella speranza di ottenere dal governo islamico di Teheran l’agognata autonomia regionale; ma, per l’ennesima volta, terminato il conflitto fra i due Stati, l’Iraq riprenderà il controllo del Kurdistan irakeno con la solita mano pesante, ma anche con le elezioni regionali tenute nel 1989. Ed è grazie alla bruciante sconfitta dell’Iraq nella guerra del Golfo, nel 1991, che la resistenza curda riprende vigore sollevandosi in un vasto territorio e «liberando» alcune importanti città come Erbil, Mosul, Kirkuk e Suleimaniya. Ma solo un mese dopo le truppe irakene riprendono il controllo completo della regione con i consueti massacri provocati anche dall’uso dell’aviazione e di napalm e di armi chimiche.
A milioni i curdi fuggono verso l’Iran e la Turchia, e i partiti curdi si trovano nella situazione di nuovi negoziati con Ankara e Teheran, e con l’ONU, perché siano fatte le necessarie pressioni su Bagdad affinché il macello finisca. Per l’ennesima volta viene promessa l’autonomia regionale, e per l’ennesima volta i negoziati per ottenerla si arenano e ricomincia la guerriglia e la risposta militare da parte delle truppe irakene.
Ma torniamo alla domanda del lettore.
L’emancipazione del popolo curdo, date le condizioni storiche odierne e il suo passato, è molto improbabile che avvenga se non in presenza della rivoluzione proletaria vittoriosa nell’area mediorientale, e in particolare in Turchia e in Iran. Come ci ricorda Lenin, si può presentare una situazione storica nella quale una borghesia, in questo caso curda, abbia la forza di perseguire l’indipendenza nazionale con successo, e questa situazione storica dovrebbe essere caratterizzata da un insieme di forti fattori di crisi internazionale grazie ai quali la pressione delle grandi potenze sull’area diminuisse notevolmente aprendo così la possibilità all’azione unitaria e determinata di un popolo anelante fortemente all’indipendenza nazionale. Una situazione del genere può essere determinata soltanto dalla crisi di guerra mondiale, ma non è automatico che una crisi di guerra mondiale provochi questa condizione favorevole ad un popolo oppresso. E’ già successo con la prima e con la seconda guerra mondiale che il popolo curdo non abbia avuto la forza di approfittare della situazione di crisi delle grandi potenze, preferendo attraverso i suoi partiti e i suoi capi appoggiarsi ad uno schieramento di guerra piuttosto che all’altro e in ciò cercando una forza che esso stesso non possedeva. Il risultato è stato che le molte promesse di autonomia e di riconoscimento dell’indipendenza nazionale, a fronte dell’impegno di guerra dei curdi a favore degli Alleati piuttosto che dell’Asse, si sono volatilizzate sistematicamente.
L’emancipazione del popolo curdo, in realtà, è sempre più legata alla lotta di classe del proletariato non solo curdo, ma turco, iraniano, arabo, armeno, russo, israeliano, del proletariato dell’intera area mediorientale; la lotta di classe è l’unica lotta che unisce tutti i proletari al disopra della loro nazionalità, al disopra della loro lingua e della loro religione; la lotta di classe è l’unica che può effettivamente portare alla soluzione della questione «nazionale» perché agisce sul terreno della lotta contro ogni oppressione esistente e attuata nella società di classe. Ecco perché il problema non è di una emancipazione «a tappe», prima deve venire l’emancipazione del popolo - quindi di tutti i componenti delle diverse classi - e poi l’emancipazione del proletariato - quindi di tutti i componenti di una sola classe, quella proletaria, contro tutte le altre classi. La questione, per i marxisti, va posta sul terreno di classe e non sul terreno nazionale. Ma, siccome i proletari della nazione oppressa subiscono una doppia oppressione – quella capitalistico-salariale e quella nazionale - essi possono essere influenzati in modo determinante (e quasi sempre lo sono) dall’ideologia e dalla politica del nazionalismo, che è poi l’ideologia e la politica della collaborazione di classe con le classi borghesi della propria nazionalità. Rispetto a questo proletariato le classi borghesi subiscono una sola oppressione, quella nazionale, e la loro lotta contro i loro oppressori ha per obiettivo di poter sfruttare direttamente e per i propri diretti profitti la forza lavoro «nazionale». Ma se la lotta borghese contro gli oppressori borghesi di nazioni più forti rischia di far perdere i privilegi che comunque esistono per le classi possidenti, a causa dell’irruzione sul terreno della lotta di «liberazione nazionale» di forze sociali proletarie e contadino-povere che tendono obiettivamente a cancellare quei privilegi, allora i borghesi sebbene oppressidal punto di vista nazionale preferiscono perseguire le vie dei negoziati, degli accordi, dei compromessi anche i più umilianti pur di non farsi scavalcare dal movimento rivoluzionario delle masse proletarie e plebee.
Questo è successo per i curdi, per i palestinesi e per cento altri popoli.
E siccome la lotta è organizzata e diretta da partiti, è evidente che i partiti se poggiano su classi e strati sociali non proletari ed hanno programmi politici borghesi non possono assumersi compiti proletari di classe, compiti rivoluzionari proletari. A nostra conoscenza, non esiste in alcuna parte del Kurdistan ancora alcun partito o forza politica definita che abbia un programma politico chiaramente proletario, e tantomeno comunista rivoluzionario. Non sono certamente il PDK, il Komala o il più recente PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan, costituitosi nel 1976), tutti partiti a base contadina, più o meno radicali nella rivendicazione di una riforma agraria pro-contadini poveri e nella lotta armata contro il rispettivo governo. Non va d’altra parte dimenticato il fatto che le popolazioni curde sono in generale per il 98% contadine. Non è quindi da partiti di questo tipo che ci si possa attendere l’indirizzo e la direzione della lotta rivoluzionaria proletaria.
E’ molto più probabile che sia la formazione di un partito di classe in Turchia, o in Iran - partito che è ancora tutto da formare - ad attirare elementi proletari curdi e a spingerli a lavorare in seno ai proletari e ai contadini poveri curdi nella prospettiva della rivoluzione proletaria, antiborghese da tutti i punti di vista, anche da quello dell’oppressione nazionale, nell’area mediorientale. Il seme del marxismo non ha mai attecchito in quell’area, nemmeno all’epoca della vittoriosa rivoluzione bolscevica del 1917, sebbene sia stato sicuramente sparso dai propagandisti bolscevichi armeni e turchi. Successivamente alla vittoria dello stalinismo, e della teoria del socialismo in un solo paese, con tutto ciò che ha significato in termini di programma politico, è la politica frontista, la politica del collaborazionismo interclassista, la politica borghese e spesso piccoloborghese ad aver attecchito in quella come in moltissime altre aree ad economia arretrata; la veste «socialista» o «marxista-leninista» che diverse formazioni politiche hanno indossato e che indossano tuttora non è altro che la maschera riformista e compromissoria tipica dell’opportunismo di origine staliniana e maoista che nasconde la vera caratteristica popolare e antiproletaria di quei partiti, si chiamino «dei lavoratori» o «comunisti» o «operai». Attendersi perciò da questi partiti, o da loro frazioni, la formazione di un effettivo partito di classe in grado di orientare il proletariato e il contadiname povero del Kurdistan verso il movimento rivoluzionario di classe, è un errore fondamentale, poiché da questi partiti ci si deve attendere soltanto la politica e l’azione borghese congenitamente antiproletarie anche sul piano delle rivendicazioni democratiche. L’esempio dei partiti che hanno formato l’OLP è di fronte a tutti.
Da questo punto di vista ci pare davvero scandaloso quanto invece sostiene in un suo articolo il nuovo «programma comunista» (n.1, gennaio 94) dedicato proprio a questo tema e intitolato «Quali prospettive di emancipazione del torturato popolo curdo?».
In questo articolo, dopo aver affermato che «la lotta nazionale curda - oggi soprattutto impersonata dal PKK - è condannata storicamente, in quanto lotta puramente nazionale», e che «una soluzione reale a questo dramma storico può offrire soltanto (e in questo, questione curda e questione palestinese si accomunano) unarivoluzione anticapitalista estesa a tutto il Medio Oriente», il giornale lancia una prospettiva davvero originale. Questa nuova prospettiva è così definita: «i comunisti devono operare, per quanto sta in loro, affinché una punta avanzata dell’unica forza politica curda che si batta conseguentemente contro l’oppressore - il PKK - si sprigioni e, spingendosi oltre i limiti della lotta di resistenza nazionale, si ponga all’avanguardia della lotta rivoluzionaria proletaria e comunista per l’abbattimento dell’intero apparato borghese di dominio in tutto il Medio Oriente».
Non solo, ma tale processo deve svolgersi rapidamente perché per il nuovo «programma comunista»: «L’occasione storica che si apre all’avanguardia proletaria sia del popolo curdo sia - in altre condizioni ma sulla stessa base materiale - del popolo palestinese possibilmente unite al di là di ogni barriera etnica non può e non deve essere lasciata sfuggire: dalla rivolta contro l’oppressore nazionale (anzi contro la Santa Alleanza degli oppressori nazionali) è urgente e necessario il passaggio alla lotta contro la radice di ogni oppressione, nel Medio Oriente come dovunque: il capitalismo». Naturalmente la conclusione non poteva che essere questa: «Se questo salto non avverrà (e perché avvenga è necessario l’azione congiunta dei proletari e dei comunisti soprattutto dell’Occidente capitalisticamente avanzato) l’indegno sfruttamento dei popoli curdo e palestinese continuerà aggravandosi di anno in anno, (...) la catena dei martirologi nazionali si prolungherà all’infinito».
In questi brani vi sono parecchie cose a nostro avviso sbagliate. Innanzitutto, che cosa fa asserire a «programma comunista» che il PKK sia l’unica forza politica curda che si batta conseguentemente contro l’oppressore?
Nell’articolo non si dimostra affatto che il PKK sia effettivamente quel che si afferma essere. Questa affermazione, d’altra parte, è davvero particolare se si pensa che il nostro partito di ieri, al quale si riallaccia anche l’attuale «programma comunista», non ha mai affermato nulla di simile né verso il FLN algerino, né verso il FNL vietnamita, né verso l’OLP o una qualunque delle organizzazioni che dirigevano le lotte anticoloniali e di indipendenza nazionale all’epoca del grande ciclo delle lotte nazionalrivoluzionarie di indipendenza.
Noi non conosciamo direttamente, in verità, il PKK o altre organizzazioni curde; ne abbiamo conosciute negli anni Settanta quando elementi delle diverse formazioni in esilio in Europa facevano propaganda per trovare sostegno alla loro lotta; ma dai programmi e dalle rivendicazioni che sostengono, e dalla prassi manovriera che le caratterizza, non potevano e non possono mai avere, in quanto organizzazioni, il nostro appoggio. Altra cosa, evidentemente, è il leninista riconoscimento incondizionato del diritto dei popoli oppressi a lottare per la propria autodecisione.
In secondo luogo, che cosa vuol dire operare affinché una «punta avanzata» del PKK «si sprigioni» ponendosi «all’avanguardia della lotta proletaria e comunista per l’abbattimento dell’intero apparato borghese di dominio in tutto il Medio Oriente»? Si deve dedurre che nel Medio Oriente, e forse in particolare nel Kurdistan, esista già un grande movimento di lotta proletario che ha bisogno, per svolgersi nella prospettiva rivoluzionaria comunista, che si formi al più presto un partito rivoluzionario in grado di dirigerlo verso l’abbattimento dell’intero apparato borghese di dominio in tutto il Medio Oriente?
Che un movimento di questo tipo non possa resistere a lungo senza che un partito all’altezza dei compiti storici rivoluzionari ne prenda la direzione e lo indirizzi verso la rivoluzione proletaria e la conquista del potere in tutto il Medio Oriente?
Ma un partito comunista, un partito di classe formato sulla teoria marxista e sul bilancio storico e politico del movimento comunista internazionale, può formarsi da una costola di un partito borghese, anche se di sinistra, come è il PKK? E’ così che si deve formare il partito di classe? Secondo le parole scritte dal nuovo «programma comunista» sembra proprio che questa sia la sua originale visione delle cose. Mai la Sinistra comunista, e mai il nostro partito di ieri che alla Sinistra comunista si collegava, hanno formulato tesi di questo genere; al contrario le hanno sempre combattute, perché il partito di classe per essere tale si deve formare sulle basi del marxismo al di fuori e contro ogni altra base, anche se nazionalrivoluzionaria. Non sono le punte avanzate dei partiti rivoluzionari borghesi a doversi far carico della formazione del partito comunista rivoluzionario; sono invece gli elementi che la lotta fra le classi ha spinto verso la soluzione classista, proletaria, marxista dell’antagonismo fra le classi, a porsi sul terreno della formazione del partito comunista rivoluzionario e a collegarsi internazionalmente con le forze che su quel terreno esistono già e dimostrano di essere effettivamente tali non solo sul piano del programma generale ma anche su quello della prassi e dell’atteggiamento pratico rispetto alle questioni più ostiche, come quella nazionale senza dubbio. Che poi in Medio Oriente vi sia una situazione prerivoluzionaria, è soltanto una fantasia del nuovo «programma comunista», fantasia che ricorda una simile illusione all’epoca della guerra in Libano, 1982, e che fece prendere a molti compagni di partito e a una parte del centro internazionale di allora un abbaglio colossale e di tal portata che funzionò come detonatore della crisi esplosiva che mandò in pezzi il nostro partito di ieri. Ma il nuovo «programma comunista» non se ne è accorto allora, non se ne accorge oggi. L’illusione sta nel credere che il movimento di resistenza nazionale curdo, o anche palestinese, abbia una tale forza sovvertitrice da poter funzionare da trampolino per il movimento proletario rivoluzionario, alla condizione che quel movimento trovi un’avanguardia in grado di fargli fare un salto di qualità: dalla lotta contro l’oppressione nazionale alla lotta contro il capitalismo che è la radice di ogni oppressione. Come se il vero problema non fosse invece la formazione del movimento proletario in quanto tale, capace di lottare sul terreno immediato con organizzazioni classiste adeguate, ma fosse ...solo quello della «direzione» del movimento; come dire che tutto è pronto per la rivoluzione, l’occasione storica è davanti a noi tutti e alle masse curde e palestinesi in particolare, basta soltanto costituire rapidamente quella necessaria avanguardia della lotta rivoluzionaria proletaria e comunista, e il gioco è fatto. E visto che non c’è tempo da perdere, che sia una punta avanzata del PKK a provvedere, come ieri avrebbe dovuto provvedere una punta avanzata dell’OLP..
Il nuovo «programma comunista» fa sostanzialmente lo stesso errore fatto ieri dai liquidatori del partito, dai nazionalrivoluzionari algerini di «el oumami» e dai movimentisti alla «combat»; l’illusione è praticamente la stessa, la soluzione è dello stesso tipo. Forse, se i nuovi «programmisti» si fossero dedicati al bilancio delle crisi di partito e all’approfondimento delle questioni più ostiche che lacerarono il partito di ieri - e la questione «nazionale» legata alla «questione palestinese» è stata certo una delle questioni più ostiche - avrebbero avuto se non altro un’occasione «storica» per fare un salto di qualità: passare dal disorientamento teorico, politico e pratico provocato dalla crisi esplosiva del partito alla valutazione critica del corso di sviluppo del partito stesso e dei suoi errori, invece di passare dal disorientamento provocato dalle illusioni e dagli errori teorici all’arroganza di chi può fare qualsiasi tipo di errore che tanto non perde mai l’orientamento... Sempre in questo articolo di «programma comunista» dedicato alla questione curda, articolo considerato d’altra parte di grande importanza visto che è stato pubblicato nei suoi periodici in francese e in inglese, si può leggere un altro passaggio che può aiutare a comprendere quale sia la visione sbagliata che sta dietro le prospettive pratiche offerte dall’articolo stesso.
Dopo aver citato Lenin, lo stesso Lenin che abbiamo citato anche noi in questo nostro articolo, «programma comunista» scrive che i comunisti solidarizzano con un popolo oppresso che è «vittima di una persecuzione che non può non agire in controsenso a quel processo di avvicinamento fra tutte le etnie che entro certi limiti lo stesso capitalismo, per un verso, favorisce e che, per l’altro, costituisce la base materiale della rivoluzione comunista internazionale». Noi non crediamo che la base materiale della rivoluzione comunista stia in un «processo di avvicinamento fra tutte le etnie» dovuto al capitalismo anche se solo «entro certi limiti». Il capitalismo non avvicina le etnie, semmai le mette in relazione secondo rapporti di forza che determinano, attraverso le guerre, le etnie e le nazioni più forti e dominanti e le etnie e le nazioni dominate. Il capitalismo nel suo processo di sviluppo tende ad allontanare le etnie l’una dall’altra secondo la vecchia pratica del divide et impera, sfruttando le divisioni per rafforzare il dominio dei paesi più forti su popoli e territori; il capitalismo «avvicina» tutti i popoli del mondo soltanto sul terreno del mercato, il terreno della concorrenza, della competitività, dello scontro, della guerra, dunque una volta ancora per dividere e per dominare. Il modo di produzione capitalistico genera la classe del proletariato, la classe dei lavoratori salariati che in ogni parte del mondo subiscono esattamente lo stesso tipo di rapporto di produzione, al di sopra delle etnie, delle nazionalità e delle razze; ed è questa classe, la classe dei lavoratori salariati, l’unica classe che può avvicinare le etnie perché non basa la propria lotta sul dominio di una nazione sulle altre, di una economia nazionale su altre economie nazionali, ma sulla rottura definitiva di ogni economia nazionale e del mercato che le regola, sulla rottura definitiva dei rapporti di produzione capitalistici che producono costantemente antagonismi di classe, e sulla rottura definitiva dei rapporti interstatali borghesi che provocano costantemente antagonismi nazionali. La base della rivoluzione comunista internazionale non è l’avvicinamento delle più diverse etnie; questo sarà uno dei risultati della rivoluzione comunista internazionale vittoriosa.
La base della rivoluzione è costituita dagli antagonismi di classe provocati dai rapporti di produzione capitalistici, rapporti che agiscono nello stesso modo in tutto il mondo e perciò avvicinano i proletari, la forza lavoro salariata, di tutto il mondo tendendo ad unificarne la lotta.
Il nuovo «rogramma comunista» ha semplicemente scambiato i proletari di tutto il mondo con le etnie di tutto il mondo. Forse è per questo che, dopo essersi preso la briga di citare Lenin per sentirsi a posto con la parte «storica» della questione «nazionale», se lo dimentica due righe più sotto e va a svolgere un tema con metodi molto vicini al rivoluzionarismo borghese, o al trotskismo, ma non al marxismo.
Partito Comunista Internazionale
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