Curdi, Palestinesi, Yemeniti, popoli oppressi dall’imperialismo e dalle proprie borghesie nazionali
(«il programma comunista», n. 7, 3 Aprile 1975)
(Supplemento Kurdistan a «il comunista»; N° 190 ; Marzo 2026)
Il 17 marzo l’Iran e l’Iraq ratificavano l’accordo concernente le loro contestazioni di frontiera con l’impegno, da parte dell’Iran, di abbandonare al loro destino i guerriglieri curdi in cambio della libera navigazione nel Golfo Persico e nel Chatt-EI-Arab (fiume che nasce dalla confluenza del Tigri e dell’Eufrate).
Come è noto, il superamento dei vecchi attriti fra i due paesi è da ascrivere essenzialmente alla diplomazia del presidente algerino Bumedien che realizzò I’ abbraccio storico fra lo scià di Persia e il vice-presidente iracheno al “recente” vertice dei paesi esportatori di petrolio, svoltosi ad Algeri. L’ esito di questa rappacificazione è stata l’immediata recrudescenza della repressione irachena contro i “peshmerga”, i guerriglieri curdi, rimasti ancora una volta soli.
Il Kurdistan si situa nei territori di ben cinque stati confinanti: Turchia, Siria, Iraq, Iran e Russia e la sua popolazione è valutata in oltre 10 milioni di abitanti concentrati soprattutto in Iraq, Iran e Turchia, dove essi vivono in condizioni di discriminazione. Da oltre 40 anni la storia di questo popolo - che praticamente non ha mai goduto dell’indipendenza nazionale - si indentifica con una lotta accanita sotto la tutela di alleati provvisori e pronti a trasformarsi in nemici.
Da Ataturk, il nazionalista turco che ne ottenne l’appoggio in cambio di promesse di autonomia subito trasformate in repressioni e in assimilazione coercitiva non appena realizzato il proprio disegno nazionale, ai russi, agli iraniani, agli americani, tutti gli alleati dei curdi si sono o fatti da parte a un certo punto o, come i russi, schierati dalla parte opposta. Ataturk represse ferocemente tre insurrezioni nel 1925, nel 1928 e nel 1937.
Altre insurrezioni negli altri territori avvennero nel 1925, nel 1932, e infine, la più estesa, nel 1943, domata nel 1945 dalle truppe irachene comandate dal generale britannico Renton e con l’intervento dei bombardieri dell’aviazione inglese.
La piccola repubblica “popolare” curda che si forma allora 1945) con l’appoggio di Stalin, viene immediatamente spazzata via dalle truppe iraniane non appena la “guerra fredda” muta i rapporti USA-URSS.
La successiva storia è soprattutto curdo-irachena per ragioni .... petrolifere, e una certa autonomia sembra acquisita nell’ambito dell’avvicinamento fra Russia e Iraq con l’avvento di Kassem a Bagdad e in particolare dopo (passando, manco a dirlo, attraverso una insurrezione, nel 1961). Col peggioramento dei rapporti curdo-iracheni, che non si può certo escludere sia favorito dal blocco anti-russo, l’URSS diviene la principale fornitrice di armi dell’Iraq. Le Monde (19-3- 75), così commenta questo cambiamento di fronti: «Non potendo lottare da solo contro un governo che dispone degli armamenti più moderni e della benevola neutralità delle grandi potenze, compresa la Francia, che hanno bisogno del petrolio iracheno, Barzani è stato costretto a rivolgersi all’Iran il giorno in cui l’URSS decise, dopo le intese al Cairo, di giocare a fondo la sua carta di Bagdad. E nella “logica” di questi scontri nazionali rientra anche il gesto dell’”eroe” nazionale Barzani di ringraziare lo scià consegnandogli i nazionalisti curdi fuggiti dalla «zona di competenza dell’Iran.
Ed è chiaro che la “missione” dello scià era fin dall’ inizio condizionata al mantenimento dell’equilibrio esistente: l’Iraq, suo concorrente, non doveva vincere i curdi, questi non dovevano spuntarla contro l’Iraq ... un po’ come la scienza diplomatica della ‘’ distensione” applicata al Medio Oriente. E, non appena mutate le condizioni di questi schieramenti, i curdi si sono trovati del tutto soli, esposti alla repressione più feroce, alla fame, alla fìga verso paesi che non li accolgono, e dispersi come ceppo nazionale.
Barzani, evocando il genocidio, ha detto che «la guerra è finita• mentre molti “peshmerga” per non arrendersi si sono uccisi.
«A dipendere dalla buona volontà di un paese straniero si· corre comunque il rischio di essere sacrificati il giorno in cui i suoi interessi mutano: così si era visto qualche anno fa l’imperatore di Etiopia e il generale Nimeiri, capo dello stato sudanese, ognuno dei quali sosteneva i ribelli dell’altro · “Ayanyas” cristiani, o eritrei - abbandonarli un bel giorno di comune accordo senza occuparsi minimamente della loro sorte, commenta ancora Le Monde. Ovvia conclusione.
Ë il destino di popoli, soprattutto, inseriti in determinati «crocevia» geografici e storici, tanto più se ricchi di materie prime, la cui forza è insufficiente per imporsi e i cui interessi nazionali non hanno la ventura di inserirsi ne! gioco di quelli di paesi più potenti, come è dimostrato anche dal caso dei palestinesi, vittime sia della “sistemazione” imperialistica del Medio Oriente, sia del “panarabismo” la cui grande risorsa consiste nel far conciliare palestinesi e regno giordano, che è stato il loro recente massacratore.
Certo, Ataturk ha dimostrato che anche un movimento borghese radicale e combattivo non ha la minima comprensione per i propri omologhi di altre nazionalità se non per proprio tornaconto, e del resto è utopistico credere che la “sistemazione” delle varie nazionalità potrà avvenire prima e senza l’avvento della dittatura proletaria che capovolgerà il quadro dei rapporti in quest’ambito, collegando le lotte nazionali a quella del proletariato, come fece l’Internazionale comunista.
Ma il sacrificio dei movimenti nazional-rivoluzionari è tanto più senza sbocchi se collegato a borghesie in fase di “assestamento” o addirittura a poteri spuri in cui pesano interessi pre-borghesi e imperialistici.
Un altro episodio del genere è quello collegato alla svolta dei rapporti fra l’Egitto di Nasser e I’ Arabia saudita nel 1967 in chiave anti-israeliana, in cui un paese già “progressista” non trova altra scelta di fronte alle sue contraddizioni interne ed esterne che appoggiarsi all’imperialismo più forte e ai suoi più fedeli e reazionari arnesi: vittime i repubblicani dello Yemen del Nord in lotta contro i realisti aiutati gli uni da Nasser e gli altri da Feisal, vero vincitore e dominatore del Golfo, dispensatore di dollari e sovrano di uno Stato “ospite” per un milione di lavoratori yemeniti (sintesi perfetta di potere antidiluviano e asservimento imperialistico indiretto). che tutta la storia dei diversi irredentismi conferma a ribadimento dei limiti loro imposti dagli interessi dominanti. ln questo quadro è evidente ancor più il condizionamento del movimento palestinese, bene espresso dalla personalità di Arafat e dal suo islamismo. Alla morte di Feisal l’OLP non ha perso l’occasione per ribadire che «si impegna, davanti alla nazione araba ed islamica, a continuare la lotta finché la Palestina adempia al suo arabismo».
Questa è una capitolazione della rivendicazione nazionale palestinese nei confronti dei paesi arabi dominanti e in particolare della Giordania, anche se non esclude e anzi alimenta un estremismo anti-israeliano, tanto più disperato in quanto senza sbocchi all’infuori di quelli collegati al disegno russo-americano.
Alle proteste avvenute tempo fa in Israele per le condizioni di vira di larghi mati della popolazione. in particolare degli ebrei “orientali” (i cui interessi intende ora difendere il movimento delle “pantere nere”, sostenendo la necessità di un “ponte” verso il mondo arabo, di cui quegli strati hanno costumi e anche lingua), hanno fatto eco manifestazioni simili in Egitto, dove in gennaio furono arrestati i promotori di un vasto sciopero, che verranno processati il 22 giugno sotto l’accusa di voler costituire una organizzazione comunista mirante all’abolizione con la forza della proprietà privata e del “capitalismo nazionale” (Le Monde, 25 marzo).
Più recentemente, il 20 marzo a Mehallah-Kobra, località del delta del Nilo, l’intervento della polizia contro lavoratori tessili che protestavano contro il caro-vita ha provocato l’uccisione di un operaio, il ferimento di molti altri e l’arresto di 35 lavoratori, mentre successivamente venivano impartiti altri 50 mandati di cattura. Il governo e il partito unico egiziano, l’Unione socialista araba, hanno naturalmente addebitato l’accaduto a minoranze di provocatori che vogliono compromettere l’avvenire economico del paese.
Non è invece difficile scorgere in questi risoluti movimenti proletari la base non solo di un più ampio movimento di classe proletario in Egitto, come in altri paesi del Medio Oriente, ma anche dell’unico appoggio conseguente ai movimenti dei popoli “diseredati”, palestinesi in testa, che solo nella prospettiva del superamento dell’orizzonte borghese potranno trovare la loro emancipazione.
Partito Comunista Internazionale
Il comunista - le prolétaire - el proletario - proletarian - programme communiste - el programa comunista - Communist Program
www.pcint.org