Da Gaza al Libano e all’Iran, dal Mali alla Repubblica Democratica del Congo, dal Kashmir all’Etiopia e al Kosovo…: la legge della guerra permanente è la legge dell’imperialismo

(«il comunista»; N° 191 ; Giugno 2026)

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Ultimi «bollettini di guerra»: Israele in guerra contro l’Iran, all’attacco in Libano, sempre in guerra contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Gli Stati Uniti, sospeso il sostegno diretto all’Ucraina dell’Amministrazione Biden, e stracciata la retorica di un’Amministrazione trumpiana volta a porre fine ai conflitti esistenti, sono entrati decisamente in guerra contro l’Iran, lasciando mano libera, come sempre, al cannibalismo israeliano. L’Iran, ora che è stato attaccato direttamente, non può sottrarsi alla guerra contro gli Stati Uniti, e naturalmente contro Israele, e ha preso di mira anche le Petromonarchie del Golfo Persico alleate degli USA! La Russia, impegnata nella sua guerra contro l’Ucraina, continua a bombardarla e resta a guardare il conflitto con l’Iran: non ha patti di reciproca alleanza militare con l’Iran in caso di attacco da parte di altri paesi, mentre, in parte, condivide con l’Iran una situazione economica indebolita dalle molteplici sanzioni decretate da Washington e dagli europei, ma ha interesse a non mettere i bastoni tra le ruote all’imperialismo americano dal quale ha ricevuto una sorta di riconoscimento internazionale sia sul piano delle trattative di fine guerra in Ucraina, sia rispetto all’esportazione del proprio petrolio con la sospensione «temporanea» delle sanzioni a fronte della crisi mondiale del petrolio dovuta al blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran a cui si è aggiunto il blocco da parte della marina militare statunitense.

I paesi dell’Unione Europea sono stretti fra la totale mancanza di una politica estera «comunitaria» e gli interessi di ciascun imperialismo che si dividono tra coloro che vogliono mantenere aperte le possibilità di rapporti commerciali con l’Iran (nonostante le sanzioni) da riprendere alla fine della guerra, e coloro che, succubi della politica estera di Washington e della forza militare americana, tentano di farsi accettare come buoni alleati anche se non hanno partecipato alla «chiamata in guerra» da parte di Washington. I paesi europei tendono sempre più a imboccare la via dei rapporti bilaterali, dunque minando con le loro stesse mani una «Unione» che nella realtà non sono mai riusciti ad attuare se non in termini di commercio, con tutte le contraddizioni e le incongruenze che il mercato capitalistico comporta.

La Cina, da parte sua, come ormai da decenni, non si fa coinvolgere militarmente né nelle guerre che i vecchi imperialisti (Russia compresa) hanno scatenato e scatenano fra di loro o contro nazioni più deboli, né si espone nell’affiancare i suoi «alleati» (ad esempio gli alleati economici del Brics) in difesa dei loro interessi messi in pericolo dagli attacchi di paesi «concorrenti», quindi oggettivamente «nemici». Perciò, di fronte alla guerra americana contro l’Iran (che è per Pechino un importante fornitore di petrolio e di derivati del petrolio), la Cina, dalla sua posizione di maggior vantaggio in termini di riserve strategiche di prodotti petroliferi e altre materie prime vitali rispetto alle altre potenze imperialistiche d’Europa e del Giappone, può resistere molto meglio allo shock procurato dal blocco dello Stretto di Hormuz; inoltre, ponendosi come possibile mediatrice, insieme al Pakistan, tra Iran e USA, va acquistando prestigio politico presso tutti i paesi non solo del Sud del mondo. Nel recentissimo incontro avvenuto a Pechino tra Trump e Xi Jinping, di cui parliamo in un altro articolo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, emergono posizioni che fanno intravedere dal punto di vista economico possibili affari tra le due potenze – non per caso Trump è sbarcato in Cina con un nugolo di oligarchi interessati a stipulare accordi con i cinesi anche per le loro materie prime indispensabili all’alta tecnologia (accordi di cui con ogni probabilità si saprà ben poco, visto l’interesse reciproco a mantenerli segreti) –, mentre sul piano delle relazioni politiche, l’avviso che Pechino ha dato a Washington sulla «questione Taiwan» è stato di guardarsi bene dall’interferire, avviso di cui Trump non può non tenere conto, anche perché forse Pechino ha molte più probabilità di Mosca di poter influenzare Teheran non solo riguardo allo Stretto di Hormuz ma anche su una questione altrettanto delicata, quella del nucleare. Prosegue, d’altra parte, un pesantissimo silenzio da parte di tutte le cancellerie imperialiste sulla «questione israelo-palestinese»: il generale silenzio di tutti i governi, «democratici» e «autoritari», sulla mano armata con cui Israele si occupa della «questione palestinese», li rende complici non solo del massacro sistematico di questo popolo, ma anche dei massacri attuali e futuri che riguardano una parte considerevole degli scontri armati nelle diverse «zone delle tempeste» dimenticate dalle prime pagine dei grandi media, dall’Africa al Medio Oriente all’Asia Centrale.

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ANCORA UNO SGUARDO SUL MONDO

 

Se diamo uno sguardo a tutto orizzonte, constatiamo che da un trentennio circa, dunque dopo il crollo dell’URSS e la divisione del mondo con gli USA in due grandi blocchi imperialisti contrapposti, il capitalismo mondiale è entrato decisamente in una fase di guerra permanente. Lo sviluppo imperialistico del capitalismo, con la formazione di grandi monopoli che, su una base originaria «nazionale», si sviluppano incessantemente a livello mondiale andando a piegare piccole, medie e grandi nazioni ai propri interessi, è entrato inevitabilmente in una fase in cui la guerra di concorrenza all’interno dei centri monopolistici stessi e tra loro e tutte le altre grandi aziende nei più diversi settori economici si trasforma, tra varie e brevi interruzioni, in guerra guerreggiata con una caratteristica in più rispetto alla storia capitalistica precedente: è più frequente che la guerra militare venga scatenata e portata avanti da formazioni militari parallele, legate e foraggiate dai grandi monopoli che indirizzano le politiche dei diversi Stati, anziché dagli eserciti ufficiali. Ciò non toglie, naturalmente, che, a un certo punto di alta tensione della guerra di concorrenza, gli Stati mobilitino le proprie forze armate ufficiali contro i nemici del momento. Se consideriamo le «zone delle tempeste» in cui si sono concentrati i conflitti negli ultimi trent’anni, ad esempio l’Est Europa (ex Jugoslavia, Ucraina), l’Africa (in particolare il Sahel, il Corno d’Africa e l’Africa centrale), il Medio Oriente (Iraq, Siria, Libano, Kurdistan) e, in parte, l’Asia centrale (India, Pakistan) e orientale (Thailandia, Cambogia), vediamo che le grandi potenze imperialistiche hanno utilizzato sistematicamente non solo la propria forza finanziaria e militare ufficiale, ma, in moltissime occasioni, formazioni militari mercenarie che, raggiunto un certo livello di organizzazione e di forza, da alleate si trasformano in antagoniste rispetto alle potenze imperialistiche che le hanno sostenute, foraggiate e protette. Di esempi ce ne sono davvero tanti, come il Daesh (ISIS) che per alcuni anni ha esteso il suo controllo su territori della Siria, dell’Iraq, al-Qaeda e i gruppi ad essa affiliati come Boko Haram, Jnim, al Shabaab, l’ex Wagner, l’M23, Hezbollah ecc. per non parlare di Hamas che, con il sostegno di Israele, ha governato la Striscia di Gaza in contrapposizione all’ANP per poi diventare il nemico numero uno, o dei talebani che si sono impossessati di un intero paese, l’Afghanistan.

La nota affermazione di von Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica estera fatta con altri mezzi, con mezzi militari, è diventata una citazione non più a disposizione dei soli «esperti» di politica estera e di economia, ma di qualsiasi giornalista che voglia sintetizzare la spiegazione di una guerra non fermandosi alle solite enunciazioni sulla cattiveria personale del tal capo di governo o di Stato. Ma la politica estera di ogni Stato (o di ogni formazione militare che ambisce a farsi Stato) su cosa si basa? Sugli interessi economico-finanziari e politici che, in ogni nazione, non sono altro che gli interessi del Grande Capitale che, a propria difesa, usa la forza dello Stato per contrastare la concorrenza estera e per imporre i propri interessi. Il mercato è diventato, così, proprio per la sua evoluzione in mercato mondiale, l’arena in cui si scontrano gli interessi capitalistici di ogni azienda, di ogni gruppo di aziende, di ogni trust, di ogni monopolio e, quindi, di ogni Stato (e di ogni formazione politico-militare parallela che ambisce a farsi Stato) e non rappresenta altro , come Marx aveva sempre sostenuto, che il Comitato di amministrazione del grande capitale. Un organismo che tende ad allargare le proprie zone di influenza al di fuori dei confini riconosciuti dagli altri Stati non solo con la guerra tra Stati ma anche attraverso l’attività terroristica di formazioni militari da esso sostenute, equipaggiate, foraggiate ma che, spesso, sulla base della forza militare che le distingue, tendono a ritagliarsi fette di potere autonomo, ricattando i propri protettori grazie ai servizi terroristici compiuti per i loro interessi. L’estesa fioritura, negli ultimi quarant’anni, di formazioni militari parallele agli Stati ufficiali, non è che la dimostrazione ulteriore della putrefazione della società capitalistica, putrefazione che costituisce un terreno di coltura che nutre la formazione di ulteriori organizzazioni che vivono esclusivamente sul parassitismo capitalistico aggiungendosi allo sfruttamento, all’oppressione e alla violenza sociale «classica» del capitalismo, alla maniera degli usurai. La grande legge dell’imperialismo ce la spiega Lenin, nel suo Imperialismo, nel quale – contro gli economisti borghesi che, accortisi dello sviluppo imperialistico del capitalismo, lo spiegavano con l’evoluzione della natura economica del capitalismo nella forma dell’interdipendenza, dell’uscita dall’isolamento che aveva caratterizzato l’Ottocento – metteva in evidenza la vera causa, la vera base di quella «interdipendenza», e cioè i mutati rapporti sociali della produzione. «Quando una grande impresa diventa gigantesca e organizza sistematicamente, ispirandosi a un calcolo preciso che si riferisce a delle masse, il rifornimento in materie prime, nella proporzione dei 2/3 o dei 3/4 del totale necessario al consumo di decine di milioni di uomini; quando si organizza sistematicamente il trasporto di queste materie prime nei luoghi appropriati della produzione, talvolta situati a centinaia o a migliaia di chilometri; quando un centro unico dirige tutti gli stadi successivi del lavoro, fino alla fabbricazione di vari prodotti o articoli finiti; quando la distinzione di questi prodotti avviene, in base a un piano unico, tra decine e centinaia di consumatori (distribuzione del petrolio in America e in Germania da parte del trust americano del petrolio); allora diventa evidente che ci troviamo di fronte a una socializzazione della produzione e non a una semplice interdipendenza, che i rapporti economici privati, e così pure i rapporti privati di proprietà, costituiscono un involucro che non corrisponde più al suo contenuto, un involucro necessariamente destinato a marcire, nel caso se ne differisca artificialmente l’eliminazione, un involucro che potrà sussistere per una durata abbastanza lunga in istato di cancrena (se, alla peggio, la guarigione dell’ascesso opportunista va per le lunghe), ma che sarà tuttavia, inevitabilmente, eliminato» (1). La visione storica e internazionale di un grande marxista come Lenin, pur nella descrizione sintetica del corso di sviluppo del capitalismo originario in capitalismo monopolista, mette in evidenza come la stessa evoluzione estremamente contraddittoria del capitalismo pone il suo involucro, le sue forme di produzione, nella condizione dialettica di esigere una socializzazione dell’economia che spinga verso la necessaria eliminazione degli stessi rapporti di produzione e di proprietà borghesi per potersi esprimere al massimo della sua potenzialità. La cancrena che corrode la società capitalistica, e che la spinge costantemente alla produzione iperfolle di merci e di capitali e alla contemporanea necessità di distruggerli per fare spazio a una sequenza interminabile di successivi cicli iperproduttivi, potrà essere eliminata e sconfitta soltanto quando la classe proletaria, a livello internazionale, col suo movimento rivoluzionario andrà alla conquista del potere politico abbattendo gli Stati borghesi-Comitati di amministrazione del capitalismo e sostituendoli con un organismo centralizzato che dovrà intervenire dispoticamente non solo nei rapporti sociali e politici (escludendo la libertà di organizzazione politica, culturale ecc. delle classi borghesi vinte, e anche la loro libertà economica nella misura in cui essa sussisterà, a fianco del controllo dittatoriale della grande industria e della grande distribuzione, fino a quando la trasformazione del modo di produzione non sarà completata), ma anche nei rapporti di produzione avviando, insieme al sostegno del movimento rivoluzionario proletario internazionale, la trasformazione economica dei «territori-nazioni» in cui la rivoluzione proletaria ha vinto. La dittatura del proletariato, che si instaurerà dopo aver abbattuto la dittatura della borghesia, intervenendo violentemente nei rapporti economici e sociali borghesi (contro la proprietà privata e, soprattutto, contro l’appropriazione privata della produzione sociale che è la caratteristica fondamentale del capitalismo), aprirà finalmente la società allo sviluppo delle sue forze produttive che il capitalismo, per sopravvivere, frena e distrugge al solo scopo di far ripartire l’accumulo dei profitti dopo ogni crisi. Ma di tutto questo parleremo in altri articoli.

Rispetto a un mondo costantemente scosso da conflitti di ogni genere, e dall’aumento delle zone di conflitto nei diversi continenti, ogni Stato imperialista è obbligato a considerare cosa ha fatto, cosa sta facendo e cosa farà l’imperialismo americano. Sebbene negli ultimi decenni gli Stati Uniti d’America non siano più l’unica grande potenza imperialistica capace di intervenire in ogni punto del globo, e soprattutto da quando l’imperialismo cinese ha soppiantato nella guerra di concorrenza mondiale la vecchia URSS, l’attuale Amministrazione Trump ci consente di confermare, con esempi messi in fila nell’arco di un anno, le caratteristiche del capitalismo imperialista che il marxismo ha letto con grande chiarezza. Passato il lungo periodo del dominio coloniale classico dell’Ottocento, riferito all’Inghilterra, alla Francia, alla Germania, alla Russia, al Giappone e agli stessi Stati Uniti, lo sviluppo del capitale finanziario ha affrontato la lunga stagione delle lotte di liberazione coloniale, -sostituendo, in parte, la presenza di truppe militari nei paesi colonizzati con un’arma che si è rivelata decisiva per il dominio imperialistico: l’arma finanziaria con cui i grandi monopoli imperialistici sono in grado di piegare ai propri interessi, ma anche di soffocare, i paesi più deboli. Se c’è una cosa che, per sua natura, «non ha confini» è il denaro. Le banche sono diventate vere e proprie imprese che non producono beni di consumo, ma altro denaro sotto forma di utili, profitti, commissioni su ogni «operazione» che riguardi i movimenti di denaro; sono infatti diventate il simbolo della modernità di un paese e, nello stesso tempo, lo strumento per imprigionare ogni rapporto di produzione e sociale nei gironi dell’interesse finanziario. La modernità di un paese si misura ormai con il suo indebitamento verso gli istituti bancari nazionali e internazionali e, naturalmente, con la sua possibilità in futuro di saldare i debiti; è, in sostanza, la forma moderna che il colonialismo classico ha assunto.

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LA GUERRA COME COSTANTE DELLA POLITICA IMPERIALISTICA

 

Se è vero, come è vero, che la guerra è la continuazione della politica estera di ogni Stato (e, quindi, di ogni grande capitale monopolistico) con altri mezzi, i movimenti finanziari che avviluppano l’economia di ogni azienda, di ogni monopolio, di ogni paese sono i protagonisti della politica estera di ogni Stato e diventano i fautori di tutte le operazioni politiche, diplomatiche, economiche e militari volte a difendere interessi consolidati nel tempo o a conquistare territori economici e nuovi mercati su cui agire. Come sottolineava Lenin nella citazione che abbiamo riportato sopra, uno degli obiettivi di questa politica estera è l’accaparramento di materie prime: senza materie prime non esiste produzione, senza produzione sempre più varia tecnologicamente e crescente non esiste mercato, senza mercato non esistono operazioni bancarie e finanziarie volte ad accumulare utili e profitti. L’economia finanziaria poggia sull’economia reale, sulla produzione di beni, di valori d’uso da trasformare in valori di scambio, ma ha preso un tale sopravvento – perché il capitale, per vivere e sopravvivere, deve produrre ulteriore capitale – che le sue leggi finiscono per soffocare l’economia reale, o meglio, nei paesi in cui il capitale finanziario ha preso completamente il sopravvento sull’economia generale (i paesi imperialisti) l’economia finanziaria sostituisce in gran parte l’economia reale, destinando quest’ultima agli altri paesi che funzionano come serbatoi di produzione – e quindi di forza lavoro salariata – e che sono sottoposti all’oppressione della finanza internazionale. E così il mondo viene, in un certo senso, ancor più spartito tra paesi perlopiù fornitori di materie prime, paesi perlopiù fornitori di produzione manifatturiera e di lavoratori salariati e paesi perlopiù detentori di capitali finanziari. E’ chiaro che senza produzione reale il capitale finanziario non avrebbe il potere che ha, e per la produzione reale sono necessarie materie prime sia come fonti energetiche per l’industria, l’agricoltura e le abitazioni (petrolio, gas naturale, carbone ecc.) sia come risorse minerali (dal ferro al rame alle terre rare) o vegetali necessarie per la produzione dei beni più disparati e tecnologicamente avanzati. Perciò la guerra di concorrenza si impernia sempre più sulle materie prime e sulle loro riserve, quindi sui paesi che le posseggono in abbondanza. Un tempo per sottomettere un popolo e il suo paese si dovevano spedire centinaia di migliaia di soldati e mezzi militari e sostenere la guerra su tutto il territorio che si voleva conquistare e per tutto il periodo necessario a vincere la resistenza indigena; non c’erano alternative. Poi, per lo stesso risultato, i poteri finanziari cominciarono a proporre crediti a lunga scadenza, si impossessavano dei porti, finanziavano nuove fabbriche la cui produzione era volta all’esportazione, ottenevano con i ricatti e la forza concessioni minerarie e, pertanto, ci volevano meno soldati ma più basi aeree e navali a disposizione delle potenze straniere. Inoltre, le innovazioni tecnologiche in campo militare hanno messo i paesi economicamente e politicamente più attrezzati nelle condizioni di dotarsi di armamenti (dall’aviazione ai missili ai droni) in grado di colpire obiettivi nemici anche a grandissima distanza senza dover spostare, in ogni conflitto, enormi masse di soldati come un tempo. Naturalmente questo fatto non esclude la necessità da parte delle forze armate dei paesi in conflitto di conquistare e controllare fisicamente i territori altrui il cui destino è o l’annessione da parte dello Stato «invasore» o il controllo politico ed economico nella forma di vassallaggio dello Stato vinto. 

Che cosa ha fatto l’America, uscita vittoriosa dalla seconda guerra imperialistica mondiale se non distribuire crediti a mezzo mondo, e ai paesi dell’Occidente europeo in particolare, e usare la sua forza militare per il controllo dei loro governi, attraverso le sue basi militari, controllo che assicurava anche i copiosi crediti in funzione della ricostruzione postbellica? E’ così che l’Europa occidentale e i suoi governi sono stati sottomessi ai diktat di Washington, in combutta con l’URSS di Stalin e dei suoi successori, per spartirsi il controllo degli Stati e del loro proletariato – in particolare quelli tedesco, polacco, italiano, balcanico che avevano dato chiari segni di intolleranza alle conseguenze della devastante guerra, e che avrebbero potuto ricollegarsi alla grande tradizione classista e rivoluzionaria degli anni della prima guerra mondiale. Ciò diventava necessario per due importanti ragioni: la difesa degli interessi generali del capitalismo come modo di produzione e come rapporti sociali e la necessità di intervento economico-militare presso le borghesie europee che non erano in grado di assicurare all’imperialismo mondiale il controllo totale dei rispettivi proletariati piegandoli alla collaborazione di classe.

Sempre nel suo Imperialismo, Lenin sottolinea con forza un altro aspetto cruciale della situazione che i proletari di tutti i paesi, e in particolare dei paesi imperialisti, dovevano affrontare, e cioè «il legame dell’imperialismo e dell’opportunismo», legame che si crea e si rafforza in corrispondenza dello sviluppo imperialistico del capitalismo. Grazie a questo sviluppo, gli enormi profitti che i grandi monopoli incassano permettono loro – e quindi agli Stati che ne gestiscono e ne difendono gli interessi – di utilizzarne una parte per corrompere gli strati più alti del proletariato e legarli saldamente al carro borghese. Fenomeno, questo, di evidente parassitismo del capitalismo sviluppato, che è stato rilevato già all’inizio del Novecento nel paese allora più sviluppato e padrone dei mari, l’Inghilterra; fenomeno che non rimaneva confinato alla sola Inghilterra ma che doveva estendersi a livello mondiale nella misura in cui il capitalismo – a dispetto di ciò che teorizzava Kautsky – penetrava e si sviluppava anche in paesi fino ad allora agricoli ed economicamente arretrati. D’altra parte, lo sviluppo del capitalismo comporta lo sviluppo delle sue contraddizioni e degli antagonismi di classe; nei paesi un tempo arretrati, la loro violenta trasformazione in paesi pienamente capitalistici ha creato masse di lavoratori salariati che prima non esistevano se non in infima parte, provocando oggettivamente l’antagonismo di classe più moderno, quello tra capitalisti e proletari. Così, storicamente, la borghesia capitalista e imperialista, creando le condizioni del suo sviluppo e del suo dominio sociale, ha creato nello stesso tempo le condizioni della lotta fra le classi e, quindi, le condizioni della futura rivoluzione proletaria. L’esperienza fatta dalla borghesia dei paesi capitalisti più anziani, a partire dall’Inghilterra per estendersi poi in Francia, in Germania, in America e in Russia, ha portato ogni borghesia a trarre una lezione vitale per il suo dominio e per la sua sopravvivenza come classe dominante: dividere il proletariato in strati privilegiati, sebbene minoritari rispetto alla massa proletaria, legandoli il più saldamente possibile a se stessa, e strati meno privilegiati, più sfruttati e sfruttabili, da usare come forza lavoro bruta, più precaria, emarginabile, da contrapporre sia ai proletari più privilegiati sia ai proletari immigrati, provenienti dalle colonie e dai paesi più deboli e arretrati. L’opportunismo operaio ha radici materiali ben precise che consistono proprio nell’assicurare economicamente e socialmente a una minoranza del proletariato una vita meno precaria e meno faticosa rispetto al resto della grande massa proletaria, costituendo così un esempio fisico, tangibile, di ciò che potrebbe raggiungere idealmente ogni proletario se seguisse le indicazioni dettate dalla borghesia dominante. Tale politica sociale che la borghesia dei paesi imperialisti e più avanzati ha adottato – e che dal secondo dopoguerra in poi ha esteso a tutte le fasce proletarie – è quella che conosciamo bene: la politica degli ammortizzatori sociali, di una serie di «garanzie» sociali definite per legge, attraverso la quale la borghesia dominante utilizza una piccola parte dei suoi profitti per andare incontro ai bisogni più impellenti della classe proletaria. Maestro di questa politica è stato il fascismo che ne ha fatto una sua specifica caratteristica istituzionalizzando il sistema degli ammortizzatori sociali e, così facendo, costruendo una potente base economica e sociale alla collaborazione di classe.

Le contraddizioni sempre più acute del capitalismo e i contrasti sempre più gravi di ordine economico, politico e militare tra gli Stati non potevano «garantire» il mantenimento, se non addirittura l’ampliamento, di quegli ammortizzatori sociali. Le inevitabili crisi economiche e sociali del capitalismo spingevano i poteri borghesi – non importa quali partiti di volta in volta fossero al governo – a falciare più o meno progressivamente, e una dopo l’altra, quelle «garanzie» su cui i proletari si erano abituati a contare. Ma come succede sempre – e la religione ne è una dimostrazione palpabile – la speranza per ognuno di poter condurre una vita quotidiana più serena e più sicura e di poter allevare i figli prospettando loro un futuro migliore di quello che i genitori hanno avuto, resiste nel tempo anche quando la realtà economica e sociale mostra tutti i suoi lati negativi, quando le contraddizioni della società borghese smentiscono platealmente le promesse di benessere che la propaganda di ogni governo sforna in continuazione. L’opportunismo, nelle situazioni di grave crisi dell’economia capitalistica e, quindi, della politica governativa – soprattutto di fronte al pericolo di guerra o a guerra effettivamente scoppiata – è chiamato dalla borghesia dominante a «cambiare registro», a premere meno sul tasto delle riforme fondamentali che hanno dato vita alla politica generale degli ammortizzatori sociali, e premere di più sul «negoziato» con ciascuna delle «controparti» riguardo questa o quella vicenda locale e parziale, premere di più sulla «pietà» e sul «buon cuore» dei capitalisti e dei governanti affinché concedano qualche briciola in più per le masse di fronte a una povertà in continuo aumento. Con la fine della seconda guerra imperialista e la «vittoria» sul nazifascismo, di cui si vantarono americani e russi – quindi i democratici di oltre Atlantico e i «comunisti» di oltre Cortina di ferro – vinse anche l’opportunismo, questa vera e propria cancrena che si sta mangiando da più di un secolo il corpo del proletariato mondiale. La democrazia occidentale, da un lato, e la «via nazionale al socialismo», cioè la via «democratica» che non avvicina ma allontana di decenni la lotta per il socialismo, dall’altro, ebbero l’effetto cercato dalla borghesia imperialista di ogni paese: rincoglionire totalmente le masse proletarie con la storiella della «libertà» finalmente recuperata dopo il ventennio oscuro del fascismo e con la costruzione di una specie di «muraglia democratica» eretta a difesa dall’eventuale «ritorno» del fascismo, con la possibilità di mandare al governo i partiti «di sinistra» e istituzionalizzare le organizzazioni sindacali riconoscendone la firma sui contratti e concedendo ai loro vertici, di tanto in tanto, incontri e discussioni «ad alto livello». In realtà, quel che stava avvenendo era la trasmigrazione della politica del fascismo, sia come politica sociale rivolta all’interno dello Stato, sia come politica estera verso la concorrenza con gli altri Stati, nella politica «post-fascista». Di fatto, la democrazia borghese, di fronte al potente sviluppo dell’economia monopolistica, non poteva che partorire un figlio che avesse le caratteristiche dittatoriali necessarie per togliere le classi borghesi dominanti dall’impasse politico ed economico del secondo dopoguerra, e per contrastare preventivamente l’eventuale ripresa della lotta proletaria sul terreno dell’antagonismo di classe. La democrazia classica è stata la madre che, di fatto, ha partorito il fascismo, e il fascismo ha concepito una figlia bastarda, la democrazia fascistizzata che le borghesie di tutto il mondo hanno chiamato «antifascista», ma che ha tutte le caratteristiche del potere dittatoriale dell’imperialismo moderno. Tutto questo a quale prezzo?

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L’OPPORTUNISMO, CANCRENA DEL MOVIMENTO OPERAIO

 

Il prezzo pagato dal proletariato mondiale si conta in centinaia di milioni di morti nelle guerre imperialiste, in uno sfruttamento più intenso giustificato dalla ricostruzione postbellica, in una regolamentazione sempre più stretta degli scioperi e delle manifestazioni di protesta, e in un coinvolgimento sociale e «politico» alla crescita economica nazionale diventato l’obiettivo generale che giustificava ogni sacrificio per mantenere il posto di lavoro, ogni decurtazione di salario, ogni chiusura di fabbrica e ogni rialzo del costo della vita a fronte delle crisi sempre più internazionali e sempre più gravi. Ma altri prezzi, e molto più dolorosi in prospettiva, sono stati pagati dal proletariato mondiale: un indietreggiamento storico dalla lotta di classe; la cancellazione, generazione dopo generazione, della tradizione classista della stessa lotta di difesa economica; lo stravolgimento della «solidarietà di classe» tra proletari delle diverse categorie in «solidarietà nazionale», in «coesione nazionale»; il coinvolgimento nelle politiche razziste tra proletari dei paesi ricchi e proletari dei paesi poveri, tra proletari di un credo religioso e proletari di un credo religioso diverso.

La cancrena opportunista, che prese le forme dell’antifascismo per «ristabilire» la democrazia, poteva contare sulla vittoria della controrivoluzione staliniana che aveva completamente irretito il proletariato russo e mondiale facendogli credere che in Russia ci fosse il socialismo e che nei paesi europei, una volta vinto militarmente il nazifascismo, e attraverso la democrazia «riconquistata», si sarebbe potuti giungere al socialismo… come in Russia, anzi, sotto la protezione politica della Russia, ed è così che si costruì il gigantesco inganno dei paesi del «campo socialista» contrapposto ai paesi del «campo capitalista». La realtà, che il nostro partito affermò senza ombre di dubbio, e prima ancora di attendere la seconda guerra imperialista e la sua fine, era che la rivoluzione socialista capeggiata dal partito bolscevico di Lenin era stata sconfitta; una sconfitta facilitata dall’assenza di un movimento proletario e comunista rivoluzionario nell’occidente europeo, dall’assenza di solidi partiti comunisti rivoluzionari nei paesi allora decisivi come la Germania e la Francia, a parte la presenza della Sinistra comunista d’Italia che non poteva avere l’influenza decisiva che avrebbe potuto avere un partito simile in Germania o in Francia. In Russia, dopo la parentesi genuinamente rivoluzionaria rappresentata dalla dittatura proletaria capeggiata dal partito di Lenin, e in assenza della rivoluzione proletaria in Europa occidentale, il corso storico, invece di proseguire verso il socialismo – ossia verso la rivoluzione proletaria e comunista internazionale –, fece una «conversione a U», tendendo, come sostenne Bordiga, non verso il socialismo ma verso il capitalismo. Sul proletariato europeo pesarono ancora di più, in questo modo, le illusioni sulla democrazia borghese, sul fatto che avrebbe potuto essere piegata agli interessi della classe proletaria attraverso gli stessi mezzi – parlamentari, negoziali, economici, sociali, pacifici – che la borghesia aveva utilizzato per corrompere le masse proletarie, come se si trattasse di una corruzione «al contrario»; ovvio che non tutte le armi del nemico di classe possono essere usate contro di lui. La realtà è davanti agli occhi di tutti, e non da oggi: il capitalismo, nella sua forma più sviluppata ed estrema, e totalmente parassitaria, è ancora in piedi e capace di resistere alle sue stesse crisi. Perché il proletariato dei paesi imperialisti si ricolleghi alle sue gloriose tradizioni rivoluzionarie, non potrà battersi contro l’imperialismo se non si batterà, contemporaneamente, contro l’opportunismo. Ciò era affermato con grande lucidità da Lenin nel 1916, nel suo scritto sull’Imperialismo, nel quale affermava che «la lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l’opportunismo, è una frase vuota e falsa» (2). Nel 1916, quando il movimento proletario, pur tradito dalla Seconda Internazionale di fronte alla guerra mondiale, mostrava ancora forti segni di classismo e di predisposizione alla lotta di classe e rivoluzionaria, la forza dell’opportunismo era evidente ma non così totale, perlomeno nella Russia dell’epoca, terremotata sia dalla rivoluzione borghese che dalla rivoluzione proletaria che si era sviluppata sul solco di una rivoluzione borghese che non aveva avuto la forza di stabilizzarsi. L’opportunismo di allora, che faceva riferimento soprattutto alla socialdemocrazia tedesca e a Kautsky, trovò nel bolscevismo di Lenin l’unico reale e deciso contrasto politico in grado di spostare le masse proletarie non solo russe, ma mondiali, sulla via rivoluzionaria socialista, ispirando non soltanto la dittatura di classe in Russia, ma l’Internazionale Comunista, il cui compito era di diventare il Partito comunista mondiale, unico centro politico rivoluzionario per tutti i proletari del mondo, come le Tesi dei suoi primi due congressi affermavano.

Oggi, a distanza di quasi centodieci anni dal folgorante Ottobre 1917, dobbiamo constatare il profondo abisso esistente tra il movimento proletario di quegli anni e il movimento proletario attuale. Constatiamo che la borghesia imperialista ha imparato dai suoi errori di valutazione (rispetto all’enorme potenzialità mondiale della rivoluzione proletaria russa), e ha imparato a utilizzare le forze opportuniste nel modo più efficace per deviare e paralizzare il movimento proletario che, per sua natura, visto l’antagonismo sempre più acuto che si accumula via via tra le forze della borghesia e le masse del proletariato, si scontra oggettivamente con gli interessi borghesi. Utilizzare da parte borghese le forze dell’opportunismo non significa non utilizzare la classica repressione, sempre pronta a esprimersi al massimo della sua potenza sia come azione preventiva rispetto a un’eventuale ripresa della lotta di classe, sia come azione immediata rispetto a un’eventuale lotta insurrezionale, per quanto confusa quest’ultima possa essere. Quel che spetta al partito marxista, nella sua precisa coscienza dell’inesorabile sviluppo storico del capitalismo che, raggiunti il suo ultimo stadio, la sua fase estrema, quella appunto imperialista, è di far tesoro di tutta l’esperienza storica non solo delle rivoluzioni, ma soprattutto delle controrivoluzioni – come ha ribadito testardamente la Sinistra comunista d’Italia – da cui trarre le lezioni che si dimostreranno vitali nella fase in cui, inevitabilmente, la lotta di classe del proletariato si ripresenterà sulla scena e si porrà come fattore decisivo e risolutore di tutte le contraddizioni accumulate da secoli nelle società divise in classi, ultima delle quali la società borghese capitalistica.

Oggi, anche se in superficie l’imperialismo appare incontrastato e invincibile, i fattori di crisi accumulati negli ultimi ottant’anni si stanno rivelando particolarmente gravi. Le guerre che ormai hanno intaccato anche l’Europa, questo ex «cortile di pace» dell’imperialismo mondiale (dagli anni Novanta con le guerre nella ex Jugoslavia, e da quattro anni con la guerra in Ucraina, per non parlare di tutta l’area toccata dal Mediterraneo meridionale e orientale – Nord-Africa e Vicino Oriente – che, anche se geograficamente separati dall’Europa continentale, sono ormai diventati parte inseparabile del Sud-europeo), confermano quel che Lenin sottolineava già nel 1916: che l’imperialismo, pur prolungando la crisi congenita di sovraproduzione che lo distingue, mostra in un certo senso la corda. Non solo il condominio americano-russo in Europa è saltato con il crollo dell’URSS, ma quella che appariva come una solida e immarcescibile alleanza occidentale, la NATO, è messa in discussione dagli stessi USA. Gli Stati Uniti, dopo aver sostituito l’Inghilterra come «padroni del mondo», si trovano a dover fronteggiare potenze imperialistiche, come la Cina, che si stanno mettendo sullo stesso piano dal punto di vista economico e politico, sebbene non ancora sul piano militare, cosa che non tarderà a verificarsi, come avvenne a cavallo degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso quando Germania e Giappone fecero tremare il mondo. Se c’è una cosa che le potenze capitalistiche non smettono mai di fare è di prepararsi a una guerra tra di loro; sanno che più la concorrenza si acutizza nel mercato mondiale, più si accumulano fattori di crisi e di contrasto che troveranno, a un certo grado della tensione, una soluzione soltanto nella guerra tra di loro, nella terza guerra imperialistica mondiale e, quindi, se non interverrà il movimento rivoluzionario del proletariato come avvenne durante la prima guerra imperialistica mondiale, in una nuova spartizione del mercato mondiale, prolungando l’agonia della società umana per ulteriori decenni…

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LA BORGHESIA AMERICANA A UN BIVIO?

 

La borghesia americana ha imparato dalle borghesie democratiche inglese e francese, e dalle borghesie fasciste italiana e tedesca, che il proletariato può essere controllato con più efficacia se lo si corrompe economicamente e non solo ideologicamente. Ideologicamente, con il mito della patria da difendere e da conservare in eterno, di una patria che rappresenta la civiltà, la tradizione storica e la ricerca democratica del benessere per tutti i suoi «cittadini», spingendo sul nazionalismo più estremo ogni volta che «la patria» subisce una dura concorrenza da parte di altre «patrie»; così si giustifica il massimo sacrificio della vita del proprio proletariato sui fronti di guerra come lo si giustifica sul fronte dello sfruttamento intensivo durante la «pace sociale» nella prospettiva di una «crescita economica» che stenta a presentarsi. Economicamente, con il mito di un benessere raggiungibile attraverso la collaborazione di classe tra proletari e borghesi per la quale i proletari ci mettono la loro dedizione al lavoro e il rispetto della legalità borghese e i borghesi ci mettono i loro capitali e la loro politica sociale. Economicamente, per la borghesia dominante, non significa andare incontro alle rivendicazioni proletarie in termini assoluti sull’orario di lavoro giornaliero, sui salari, sulla previdenza sociale ecc. perché le masse proletarie lavorino meno ore ogni giorno, con meno fatica e più tempo libero per se stesse avendo a disposizione salari che permettano sempre e comunque una casa confortevole, pasti più che soddisfacenti per la famiglia, viaggi e hobby per rendere la vita quotidiana più piacevole (cose che i borghesi si assicurano costantemente). Per la borghesia dominante significa «premiare» con salari più alti una parte della classe operaia più istruita, più specializzata e più legata al buon andamento economico delle aziende in cui lavorano, dividendo in questo modo – e in segmenti sempre più separati tra di loro – la grande massa proletaria avvicinando quella che Engels ha chiamato «aristocrazia operaia» al tenore di vita della piccola borghesia, assicurandole una fonte di guadagno tendenzialmente permanente rispetto alla grande massa di proletari da trattare, invece, come popolino da sfruttare senza riguardo, da licenziare quando i conti aziendali non tornano, da emarginare nelle periferie più estreme della società quando non servono più allo sfruttamento intensivo, da destinare ad attività economiche precarie e temporanee, e da trasformare in carne da macello nelle situazioni di guerra in cui, oltre alle devastazioni di terre, coltivazioni, villaggi e città, vengono distrutte masse popolari senza tante distinzioni.

Fa parte della politica delle classi dominanti borghesi presentarsi ai rispettivi popoli come governanti che vanno incontro ai bisogni delle grandi masse, che ci tengono a uno sviluppo economico e pacifico delle proprie nazioni, che aspirano a mantenere la pace sociale all’interno del paese e a rapporti pacifici con tutte le altre nazioni, inneggiando ai valori imperituri di una civiltà tecnica ed economica che sostenga moralmente e praticamente la «comunità umana». Ma queste grandi aspirazioni si rivelano grandi inganni, merce avariata che intossica l’intera società coi miasmi della sua putrefazione. E le guerre di rapina che le borghesie imperialiste più potenti scatenano, o fanno scatenare per procura, e che caratterizzano tutto il lungo periodo di tempo dalla fine della seconda guerra imperialistica mondiale in poi, non fanno che dimostrare che vie d’uscita dalle inesorabili crisi del capitalismo non ve ne sono, se non la guerra imperialista sempre più distruttiva o la rivoluzione proletaria che si prende carico della soluzione definitiva di ogni oppressione, di ogni diseguaglianza, di ogni guerra, abbattendo il potere borghese, il suo Stato e avviando la trasformazione economica e sociale distruggendo il modo di produzione capitalistico che è la base di ogni oppressione, di ogni diseguaglianza sociale, di ogni guerra tra Stati. Contro la guerra tra Stati, come ha sempre affermato il marxismo, la guerra tra le classi: non ci sono alternative storiche.

Guardare cosa fa l’America, significa guardare come si comporta e si comporterà il capitalismo imperialista di fronte alle crisi di guerra e, in particolare, di fronte alla crisi di guerra mondiale.

L’America, dagli anni Cinquanta del secolo scorso in poi, nelle guerre che ha condotto per sottomettere il mondo ai suoi specifici interessi di dominio globale, ha accumulato una serie di mezze vittorie e di vere sconfitte che ne hanno ridimensionato, se non l’aspirazione a dominare il mondo (viva ancora oggi), certamente la reale e generale sottomissione dei paesi del mondo allo Stato delle stelle e strisce. C’è un dato che spesso viene taciuto e riguarda tutti i presidenti americani dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Tutti i presidenti, repubblicani e democratici, sono stati campioni guerrafondai. Basta scorrere gli anni dalla guerra di Corea in poi: Vietnam, Cambogia e Laos, Cuba (Baia dei porci), Repubblica Dominicana, jihad di al-Qaeda (che si rivolterà contro gli USA), Grenada e poi la Libia di Gheddafi, l’Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait (prima guerra del Golfo), Panama, Somalia, Bosnia e poi contro la Serbia per il Kosovo, Afghanistan e Sudan (contro al-Qaeda), di nuovo Iraq e poi Siria, Libia e nuovamente Afghanistan, Yemen, di nuovo Somalia e poi Pakistan, fino all’attuale guerra in Iran. E non dimentichiamo l’Ucraina, dove gli USA, insieme ai paesi della Nato, non sono intervenuti direttamente, ma hanno sostenuto con finanziamenti e armamenti una guerra che l’Ucraina ha condotto e sta conducendo «per procura» contro l’invasione della Russia. A fianco di queste evidenti azioni di guerra, l’America non poteva non organizzare i propri servizi segreti all’altezza degli obiettivi di dominio mondiale del proprio imperialismo, vero vincitore della seconda guerra imperialista mondiale. Nel 1947, Harry S. Truman dispone la fondazione della Central Intelligence Agency (CIA) con il compito di proteggere gli interessi degli USA «in patria» e di allargare la propria influenza nel mondo intero, con qualsiasi mezzo, dalla corruzione alla tortura all’addestramento di polizie delle varie dittature sudamericane. Le operazioni della CIA sono state un susseguirsi di operazioni clandestine, di spionaggio, di assassinii, colpi di Stato e scontri internazionali che hanno costellato la storia degli interventi degli Stati Uniti in tutti i paesi in cui Washington riteneva di dover piegare la situazione a proprio favore (dall’assassinio, in combutta con il Belgio, di Patrice Lumunba in Congo al Plan Cóndor che riguardò tutte le dittature sudamericane (dal Cile di Pinochet all’Argentina di Videla passando per la Bolivia, il Brasile, il Paraguay e l’Uruguay), all’assassinio di monsignor Oscar Romero a San Salvador, dall’Operazione Gladio che riguardava i paesi dell’Europa occidentale, e in particolare l’Italia, al rovesciamento violento di Yanukovych, legalmente eletto, che, nel 2014, innescò la guerra in Ucraina, dall’intervento militare in Venzuela per catturare Maduro a una sua probabile ripetizione a Cuba per catturare Raul Castro (3).

Le grandi democrazie del mondo dicevano che, una volta vinto il nazifascismo, sul mondo sarebbe calata un’era di pace e benessere. In realtà, tutte le guerre in cui gli Stati Uniti sono stati protagonisti dal 1945 in poi poggiavano su una conquista molto importante e lucrosa per il capitalismo americano: rendere l’Europa occidentale una sua «colonia» e, in prospettiva, la Russia sua vassalla. A tal proposito, nel 1949, nella rivista di partito dell’epoca, scrivevamo: «Vediamo che razza di guerra sarebbe la eventuale prossima dell’America per cui si votano crediti militari immensi e si danno ordini e dettami strategici a paesi lontani. Non si tratta solo di una guerra ipotetica poiché essa è già in atto, essendo una stretta continuazione delle due guerre mondiali. E’ in fondo il coronamento del concentrarsi di una immensa forza militare e distruttrice in un supremo centro di dominio e di difesa dell’attuale regime di classe. Tale processo potrebbe svilupparsi anche senza una guerra nel senso pieno tra Stati Uniti e Russia, se il vassallaggio della seconda potesse essere assicurato, anziché con mezzi militari, con la pressione delle forze economiche preponderanti. Sta di fatto che le prepotenze degli storici aggressori europei che si dannavano per una provincia o una città a tiro di cannone, fanno ridere di fronte alla improntitudine con cui si discute in pubblico ed è facile arguire di che tipo saranno i piani segreti se la incolumità di Nuova York e di San Francisco si difenderà sul Reno o sull’Indo, sulle Alpi o sull’Himalaya. Lo spazio vitale dei conquistatori statunitensi è una fascia che fa il giro della terra» (4).

Come sono andate le cose? La pressione delle forze economiche preponderanti degli Stati Uniti ha permesso a Washington di raggiungere un primo obiettivo, rispetto all’Europa occidentale: dividersi con la Russia il controllo dei paesi europei come in un condominio (l’occidente sotto gli Usa, l’oriente sotto Mosca), mentre nel resto del mondo vigeva una non dichiarata «libertà di conquista e di guerra» per ognuna delle due superpotenze. Col tempo la Russia non è diventata una vassalla degli Stati Uniti, come questi ultimi avrebbero voluto, ma gli inevitabili legami dell’economia russa con il mercato mondiale la rendevano, e la rendono, dipendente dal dollaro visto che questa è stata, ed è in gran parte ancora, la valuta con cui si regolano gli scambi commerciali nel mercato mondiale. D’altra parte, la Russia è soprattutto esportatrice di materie prime (petrolio, gas, fertilizzanti, carbone, ferro, grano ecc.), per cui la sua dipendenza dai paesi industrializzati è cruciale; i paesi industrializzati, soprattutto europei, deficitari di materie prime, hanno di fatto sostenuto l’economia russa per decenni. Ma, come abbiamo sottolineato nella citazione dal «Prometeo», lo spazio vitale dell’imperialismo statunitense era ed è il mondo intero. Quale altra grande potenza imperialistica si presenta con gli stessi interessi e gli stessi obiettivi? Un tempo si poteva dire la Russia, nonostante la differenza notevole in forza economica e finanziaria, ma dal crollo dell’URSS nel 1989-1991 non è più così, mentre sulla scena mondiale si è imposto un altro gigante, la Cina, l’unica che ha caratteristiche economico-politiche e ambizioni di dominio sul mercato mondiale tali da poterla contrapporre agli Stati Uniti.

Nel frattempo le potenze europee – e fra di esse in particolare la Germania, pur essendo succube dei diktat di Washington, e non solo per la Nato, ma per ciò che rappresenta per loro il mercato statunitense (la recente vicenda dei dazi di Trump, per quanto bizzarra, ha comunque messo in risalto la loro caratteristica di arma di ricatto eccezionale) – hanno una strada praticamente obbligata: o si legano ancor di più all’America, subendo le conseguenze della sua politica estera e le sue iniziative militari (come fino a prima dell’attuale guerra contro l’Iran era stato loro richiesto da Washington), o si legano all’imperialismo cinese. Sta di fatto che più la crisi economica farà sentire le sue conseguenze su ciascuno dei paesi europei, più questi paesi tenderanno a liberarsi dai vincoli che hanno stretto in una Unione che non è mai riuscita (e mai riuscirà, vista la storia che sta alle spalle di ogni paese europeo) a diventare un unico centro politico, quei famosi e tanto idealizzati Stati Uniti d’Europa. Né l’imperialismo americano, né l’imperialismo cinese e, ovviamente, nemmeno l’imperialismo russo, hanno interesse che i paesi europei superino i loro storici contrasti e diventino un’unica superpotenza centralizzata economicamente, finanziariamente, politicamente e militarmente; faranno di tutto perché rimangano disuniti, possibilmente mettendoli gli uni contro gli altri. La Russia, a differenza delle altre due superpotenze, condivide con l’Europa – e con la Francia in particolare – rapporti storici di grande rilevanza politica; lo sviluppo economico della stessa Russia l’ha portata a legare sempre più le proprie sorti all’Occidente europeo piuttosto che all’Oriente asiatico, ed è certamente su questa tendenza che l’America, Trump o non Trump, lavora e lavorerà per staccare la Russia dall’alleanza con la Cina, anche se ci volesse un’altra guerra europea in cui gli Stati Uniti riuscissero a piegare ai propri interessi non solo l’Europa – come sono riusciti a fare nel secondo dopoguerra - ma anche la Russia.

Con Trump si è rivelato con più chiarezza – per quanto possano essere chiare le dichiarazioni di un presidente che ha abituato le cancellerie di tutto il mondo ad essere costantemente disorientate e in attesa di mosse che contraddicono le mosse o le dichiarazioni precedenti – il contrasto con gli imperialisti europei, che si comportino sotto le forme dell’Unione Europea o come Stati indipendenti; un contrasto che si è sintetizzato nel fuck off Europe! Quando Trump, alla fine di febbraio del 2025 ha annunciato nuovi dazi del 25% sui prodotti importati dall’UE, ha dichiarato, fuori dai denti, che l’Unione Europea è stata creata per fregare gli USA (il deficit commerciale statunitense era stato dichiarato in 300 miliardi di dollari nei confronti dell’UE, mentre l’UE contestava questo dato affermando che il deficit statunitense ammontava alla metà) (5). Come si sa l’ira di Trump era rivolta in particolare contro la Germania (soprattutto per le importazioni di auto), ma si estendeva in generale contro tutti i paesi europei verso i quali aveva lanciato anche il diktat sui loro contributi alle spese militari relative alla Nato, dichiarando nello stesso tempo che essi dovevano alzare il proprio contributo al il 5% del PIL di ciascuno, mentre gli Stati Uniti si svincolavano dall’Europa sia in termini di presenza militare sia in termini di investimenti militari diretti. E’ evidente che queste mosse hanno l’obiettivo di cambiare il quadro dentro il quale fino a qualche anno fa (cioè fino allo scoppio della guerra russo-ucraina) gli Stati Uniti, forti dei loro investimenti nella Nato, dettavano legge a tutti gli altri membri dell’alleanza. Con Trump, i pesi all’interno della Nato cambiano, ma nel senso che si va verso il suo indebolimento, per due ragioni fondamentali: il quadro strategico più importante per gli Stati Uniti è sempre più l’Indo-Pacifico, perciò il confronto con la Cina, mentre per l’Europa il nemico numero 1 è la Russia, e perciò sta attuando un considerevole sforzo in campo militare. Come ricordavamo con la citazione del 1949 dal «Prometeo» sopra riportata, la tendenza imperialista del capitalismo va verso il «concentrarsi di una immensa forza militare e distruttrice in un supremo centro di dominio e di difesa dell’attuale regime di classe», sottolineando che «tale processo potrebbe svilupparsi anche senza una guerra nel senso pieno tra Stati Uniti e Russia, se il vassallaggio della seconda potesse essere assicurato, anziché con mezzi militari, con la pressione delle forze economiche preponderanti». Quello che sta facendo Trump, fin dal suo primo mandato, ma soprattutto da questo suo secondo mandato presidenziale, è di ottenere il vassallaggio della Russia attraverso la pressione delle forze economiche preponderanti e dell’influenza politica a livello mondiale detenute dagli USA, e non attraverso la guerra contro di essa. Una guerra che, al contrario, è nelle ipotesi di scontro da parte degli imperialisti europei o, meglio, è più sentita come, prima o poi, «inevitabile» soprattutto dalla Germania e dai paesi ad essa più legati come la Polonia, i Paesi Baltici, la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Da solo, l’imperialismo russo, al di fuori di una forte condivisione di interessi con altre potenze imperialistiche (ad esempio la Cina, o gli stessi Stati Uniti, se non addirittura la Germania una volta liberatasi dai vincoli dell’Unione Europea e si spingesse, come già nel 1939, alla conquista dell’Europa occidentale), non oserebbe attaccare frontalmente gli imperialisti europei. La guerra che la Russia ha fatto contro l’Ucraina è allo stesso tempo una guerra di rapina – sottraendo all’Ucraina una parte del suo territorio ricco, oltretutto, di minerali preziosi per le tecnologie più avanzate –, una guerra per riposizionare la propria difesa allontanando il più possibile dai propri diretti confini la presenza di forze militari ostili, una guerra in cui mettere in atto tattiche militari e sperimentare nuovi armamenti utili in vista di una guerra mondiale futura, e una guerra che ideologicamente e propagandisticamente è giustificata per richiamare il proprio proletariato all’unità nazionale da contrapporre alla «rinascita» di forze naziste ritenute pericolose da Mosca per la sua stabilità interna. Gli stessi obiettivi (dunque il rovescio della medaglia) valevano per gli imperialismi europei, a partire dal Regno Unito, dalla Germania e dalla Francia, i quali dall’appoggio finanziario e militare alla guerra dell’Ucraina volevano ricavare notevoli vantaggi economici sia in termini di accordi minerari sia in termini di ricostruzione postbellica, danneggiando contemporaneamente l’economia russa sottoposta a sanzioni che si sono rivelate certamente pesanti per Mosca, ma altrettanto pesanti per i paesi dell’Unione Europea che si sono autocostretti a rifornirsi di petrolio e di gas a prezzi molto più cari di quelli che avevano ottenuto per più di 15 anni dalla Russia, rifornendosi oltre che dalla Norvegia, soprattutto dagli Stati Uniti. Il diavolo, come succede spesso, ha infilato la sua coda: Biden è stato sconfitto alle elezioni ed è salito alla Casa Bianca Mr. Trump, l’affarista per eccellenza che ha cambiato le carte in tavola: i suoi rapporti anche personali con Putin gli hanno consentito di esaltare la sua retorica su una pace che fosse da concludere rapidamente (ma che è ancora di là da venire…), di incolpare Zelensky (e quindi gli europei che lo sostengono) non solo della guerra ma anche di non accettare la fine della guerra che ormai ha perso dando alla Russia quello che vuole – e che ha occupato militarmente, la Crimea e il Donbass – e di escludere dalle trattative di pace tutti gli europei perché, invece della pace, vogliono continuare la guerra per procura che ritengono ancora di poter vincere. E così, l’imperialismo statunitense attraverso Trump sbatte fuori da ogni possibile trattativa con Mosca tutti gli europei, tratta Zelensky come un vassallo e, visto che Mosca parlerà solo con Washington, esclude ogni negoziato tra Mosca e le capitali europee. In pratica non ottiene la pace, sbandierata ingannevolmente fin dal suo insediamento alla Casa Bianca, ma accordi economici particolarmente vantaggiosi per i capitalisti americani, confermando che la guerra di rapina non la sta portando avanti solo la Russia, ma anche gli Stati Uniti. Infatti, quanto all’Ucraina, Trump firma con Zelensky, il 30 aprile 2025, un accordo decennale di partnership che, attraverso un fondo di investimento comune al 50% per ciascuno (The United States-Ukraine Reconstruction Investment Fund), provvederà allo sfruttamento dei giacimenti minerari ucraini, non tanto di terre rare che non possiede in gran quantità, ma di nickel, litio, magnesio, carbone, titanio, uranio, grafite (importanti per le energie rinnovabili, per l’automotive, l’aerospaziale, la difesa), oltre agli idrocarburi, al petrolio e al gas naturale. Trump, d’altra parte, ha ottenuto anche da Mosca la possibilità di sviluppare risorse minerarie in Russia e negli stessi territori ucraini occupati dalle truppe russe (6).

Se poi si volesse prendere in considerazione la guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio scorso, dal punto di vista degli utili delle maggiori società quotate a Wall Street, in Europa e in Giappone, nel solo primo trimestre del 2026, queste 1.325 società hanno raggiunto il record di 740 miliardi di utili: il blocco dello Stretto di Hormuz da parte iraniana e rafforzato dalla marina militare americana, interrompendo il flusso dei traffici commerciali (soprattutto di materie prime) che transitano da Hormuz (petrolio, gas, fertilizzanti ecc.) ha messo in crisi le forniture di materie prime per mezzo mondo, generando un aumento immediato dei prezzi, soprattutto delle fonti energetiche per le quali i raffinatori di greggio, in particolare in Europa, hanno potuto accumulare profitti record (+48,4%) mentre negli Stati Uniti, a causa delle perdite finanziarie sui derivati del petrolio, gli utili sono rimasti piatti; chi invece ha guadagnato parecchio sono i colossi finanziati, come la JP Morgan, con un aumento degli utili del 15% negli USA e del 5% in Europa. Tornando al mercato azionario, l’indice S&P delle 500 maggiori imprese quotate a Wall Street, fino a marzo di quest’anno, ha registrato un aumento degli utili del 27,7%, il più alto dal 2021 (la stima parla di 490 mld di dollari contro i 390 del 2025). Stessa cosa per le 600 società quotate europee per le quali l’indice Stoxx stima un guadagno per 154 mld (con crescita dei profitti del 10,2%), e per le 225 principali aziende giapponesi per le quali l’indice Nikkei indica una crescita di 96 mld (+14,5%). Gli enormi guadagni di borsa non corrispondono a una buona salute dell’economia reale che, al contrario, a parte i settori degli armamenti e quello tecnologico-spaziale, segna una tendenza alla stagnazione, se non addirittura a un forte calo, come dimostrano certi colossi dell’auto (la giapponese Toyota e i gruppi tedeschi Volkswagen, Mercedes, BMW e Porche), colpiti sia dai dazi americani, sia dalla concorrenza delle auto elettriche cinesi rispetto alla cui produzione l’Europa e anche il Giappone sono in notevole ritardo (7). Il problema si ripercuote direttamente sulla forza lavoro operaia non solo delle aziende automobilistiche, ma di tutto l’indotto e della componentistica necessaria per i motori termici: sono infatti previsti tagli occupazionali e chiusure, con spostamenti delle produzioni in altri paesi dove la manodopera costa molto meno, in attesa di mettersi al passo nella cosiddetta transizione elettrica.

Il capitolo tra i più preoccupanti per il capitalismo internazionale riguarda l’industria automobilistica americana. Nel raffronto del peso che aveva la produzione automobilistica statunitense a livello mondiale tra il 1965 e il 2025 osserviamo questa drastica riduzione: le Big Three americane, come vengono chiamati gli storici colossi auto Ford, Chrysler (ora Stellantis) e General Motors, rappresentavano il 46% della produzione mondiale, ora sono al 14,7%. Hanno perso molto anche nel mercato interno, passando dal 92% del 1965 all’attuale 38%; non solo, ma le case auto estere, che fabbricano negli Stati Uniti, nel 2024 hanno prodotto 4,9 milioni di veicoli, superando la produzione dei Big Three americani che si sono fermati a 4,6 milioni di unità. L’importanza del settore automobilistico è data dal fatto che è sempre stato, in tutti i paesi, un settore chiave dell’economia produttiva perché sostiene l’innovazione e lo sviluppo di tecnologie utilizzabili anche nel settore militare. Inutile ribadire che il concorrente più pericoloso per gli USA resta ancora una volta la Cina che è molto più avanti sia nella produzione delle auto elettriche, sia nella produzione delle batterie di nuova generazione. Il bello è che la tecnologia dei veicoli elettrici è nata negli Stati Uniti, ma sono i cinesi che l’hanno sviluppata facendone la punta di diamante della propria produzione altamente tecnologica e a costi molto contenuti (8).

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A ORIENTE, IL NUOVO GIGANTE IMPERIALISTA S’AVANZA… MA LA CRISI NON MOLLA

 

Si è, dunque, aperta una specie di bivio in cui l’America è costretta a modificare l’importanza vitale che un tempo dava al controllo dell’Europa, per dedicare, in prospettiva, maggiori risorse economiche, finanziarie e militari a un quadrante molto più decisivo dal punto di vista del suo dominio sul mercato mondiale, il quadrante, come già detto, dell’Indo-Pacifico. L’aggressione commerciale del capitalismo cinese non riguarda soltanto il mercato americano, ma anche il mercato europeo e i «nuovi» mercati dell’Africa e del Sud America, oltre ovviamente all’Asia orientale. Gli ultimi dati import/export disponibili (2023) fotografano questa situazione commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina: import USA dalla Cina 448 mld $, export USA in Cina 148 mld $. Il deficit commerciale degli USA è evidente, ma questo deficit commerciale, in verità, gli USA lo registrano con tutti i paesi con cui maggiormente commerciano, dal Messico al Canada, dalla Germania al Giappone, dalla Corea del Sud a Taiwan, dall’India alla Francia (con il Regno Unito l’export supera l’import) ecc., perciò si comprende perché a un certo punto Trump abbia giocato la carta del rialzo dei dazi cercando di ribilanciare il deficit commerciale un po’ meno a sfavore di Washington. La situazione economica mondiale rivela che i maggiori paesi industrializzati stanno subendo da tempo una «crescita economica» molto bassa; d’altra parte è ovvio, visto che si sta andando verso una crisi di sovraproduzione molto forte e non è un caso che i settori economici che godono di «buona salute» siano quello degli armamenti (sia a livello di investimento di capitali, che produttivo e commerciale) e quello delle materie prime fondamentali (soprattutto energetiche).  Resta il fatto che nel 2024 (anno i cui  dati del PIL comparabili paese per paese sono disponibili), rispetto al 2023, la gran parte dei paesi industrializzati hanno registrato dati preoccupanti: per quel che riguarda i paesi d’Europa essi sono sopra o intorno all’1% (ma con una Spagna che ha superato il 3%, e la Polonia che ha registrato un +2,8%, mentre l’Italia con gran fatica è allo 0,6%); nonostante le sanzioni, la Russia è al +3,8% e l’Iran al +3,7%, il Brasile segna il +3,7% (contro il 2,9% del 2023), l’Indonesia il +5% come nel 2023, ma la Germania e il Giappone sono al –0,2%, e l’India ha registrato una forte battuta d’arresto fermandosi al +2,4% (nel 2023 era al +7,8%). Gli Stati Uniti registrano comunque un +2,8% (contro il 2,5% del 2023). Battuta d’arresto anche per la Turchia con il 2,8% contro il 4,5% del 2023, per Israele con lo 0,7% contro il 2% del 2023, e per il Messico con l’1,8% contro il 3,2% del 2023. La Cina, da parte sua, mostra un quadro critico significativo: nel 2024 è andata al di sotto del fatidico 5%: col 4,8% segna il peggior dato dal 1991, e le previsioni per il 2025 e il 2026 sono state ancora particolarmente negative, con un 4,4% per il 2025 e un dato inferiore al 4% nel 2026. Quel che «salva», in un certo senso, l’economia cinese, è il surplus commerciale relativo alle esportazioni, registrato ogni anno dal 1993, e che nel 2024 è giunto al record di 990 mld di dollari, sorpassando il record di 838 mld di dollari del 2022. Ma questo record va inserito in un quadro che in realtà è tendenzialmente negativo: a fronte della crisi immobiliare di notevoli dimensioni degli ultimi anni, di una disoccupazione soprattutto giovanile in crescita, e di un calo notevole dei consumi interni, il surplus dell’export è risultato enorme anche perché le importazioni rimanevano praticamente ferme ai dati degli ultimi anni e ciò è dovuto, soprattutto per i settori dell’automotive, della meccanica e della tecnologia, al fatto che la Cina si è resa tecnologicamente più indipendente, quindi acquista meno componenti e prodotti finiti dall’estero (9). Inoltre, in Cina succede quel che è già successo e succede negli altri paesi ultra-industrializzati: col calo generale dei consumi interni, il governo spinge sulla maggior produzione abbattendo i costi di produzione per esportare nel mercato mondiale merci a prezzi competitivi. Come dire che, oltre agli storici paesi capitalisti occidentali, si aggiunge un altro gigante industriale, e commerciale, nel favorire la crisi di sovrapproduzione congenita con la produzione capitalistica. Per quanto i costi di produzione vengano abbassati, non solo con le innovazioni tecnologiche ma anche con il supersfruttamento delle masse occupate (perciò aumentano la disoccupazione e il lavoro precario), la vendita delle merci prodotte deve consentire un tasso medio di profitto accettabile rispetto agli investimenti di capitale. Ma è proprio il calo del tasso medio di profitto a rappresentare il nodo critico della produzione capitalistica: sovraproduzione significa quantità di merci prodotte ma non vendute. La guerra commerciale tra le grandi potenze mondiali per mantenere le proprie fette di mercato e per sottrarle alla concorrenza contiene, in realtà, i fattori di crisi che portano inevitabilmente alla guerra guerreggiata, allo scontro militare tra le grandi potenze per il quale, come documentano tutti i media del mondo, ogni Stato procede, più celermente che in passato, ad aumentare le spese per i propri armamenti. E a che servono gli armamenti se non a fare la guerra?  

Il riarmo «europeo» non consiste soltanto nell’aumento della percentuale sul PIL di ogni Stato come richiesto da Trump per mantenere in piedi la Nato (diminuendo, nello stesso tempo, le spese americane per la stessa Nato, e aumentandole per casa propria), ma da una corsa «nazionale» di tutti i paesi, aldilà della retorica del piano ReArmEurope per il quale il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo hanno approvato il 6 marzo 2025 un pacchetto da 800 miliardi di euro da allocare, da parte di ogni Stato membro, a investimenti nel campo della Difesa (10). Va chiarito subito che non sono soldi che l’Unione Europea distribuirà agli Stati membri, secondo proporzioni da definire, ma corrispondono a un tetto generale di spesa che i paesi membri della UE potranno raggiungere sforando del 3% il rapporto tra deficit e PIL senza essere sanzionati dato che, secondo la clausola del Patto di stabilità, ogni paese non deve sforare appunto quel 3%. Un altro incentivo ad aumentare le spese militari è previsto per gli investimenti di capitali privati ai quali vengono ridotte le barriere finanziarie nazionali perché gruppi transnazionali, dunque i grandi monopoli internazionali, possano investire nel settore militare di ciascun paese. In parallelo, la BEI (Banca europea per gli investimenti), che finora non poteva investire nel settore militare, d’ora in poi potrà concedere finanziamenti a lungo termine in questo settore. Come era prevedibile, i budget statali, oltretutto in periodo di vacche magre, per poter spostare risorse in campo militare hanno dovuto e dovranno tagliare in altri settori, guarda caso nella sanità, nella previdenza sociale, nell’istruzione, nella protezione ambientale, negli aiuti «umanitari» ecc. e nel sistema degli ammortizzatori sociali già da anni intaccato da politiche di restrizione adottate secondo il principio del sostegno prima di tutto alle imprese perché sono esse che «danno lavoro»…

Ha fatto rumore il caso della Germania che sta correndo per conto proprio (mettendo a budget 1.000 miliardi di euro) con l’obiettivo di costituire l’esercito più forte d’Europa. E’ uno dei segnali concreti della preparazione alla guerra mondiale futura, insieme ai 1.000 miliardi di dollari messi a budget da Trump per irrobustire le forze armate americane. Dopo decenni di «politica pacifista», in parte obbligata dallo stretto controllo politico e militare degli USA, anche il Giappone ha iniziato a correre: per la difesa Tokio investirà circa 540 milioni di euro (11) che, paragonati ai miliardi tedeschi e statunitensi, sembrano pochi, ma è l’inizio della sua corsa al riarmo destinata a crescere molto più velocemente di quanto si immagini, date anche le contestazioni sempre più dure da parte giapponese riguardo una serie di isole. Il Giappone, per la sua stessa posizione geografica, separato com’è dal Mar del Giappone dalla penisola Coreana e dall’estremo oriente russo e dal Mar Cinese orientale dalle coste cinesi, per le stesse vicende storiche di tutta quella vasta area zeppa di isole e di isolotti, è da molto tempo in contrasto con la Russia (per alcune isole Curili), con la Corea del Sud per gli isolotti disabitati Dokdo (Takeshima in giapponese), ma soprattutto per le isole Senkaku (nell’arcipelago di Okinawa) rivendicate anche dalla Cina e da Taiwan. Negli ultimi anni la Guardia costiera cinese ha concentrato la sua pressione in particolare sulle isole disabitate Senkaku, che il Giappone amministra dal 1972, da quando gli Stati Uniti gli hanno restituito Okinawa. Il mare intorno alle Senkaku è pescoso e, soprattutto, sembra nascondere giacimenti di idrocarburi finora mai sfruttati. Ma, a parte queste caratteristiche, le Senkaku stanno rappresentando per Pechino l’occasione per saggiare il tipo di risposta che darebbero non solo il Giappone, ma soprattutto gli Stati Uniti, visto che di mezzo c’è anche Taiwan. E’ chiaro che, sia per il Giappone che per la Cina il contenzioso sta assumendo un’importanza che va molto aldilà del «diritto di pesca» o del diritto di fare delle ispezioni nei fondali alla ricerca di petrolio o gas. C’è di mezzo Taiwan e il «braccio di ferro», al momento solo ipotizzato, tra Washington e Pechino (argomento non affrontato nel recente incontro Trump-Xi Jinping) può da un momento all’altro rivelarsi come l’unico mezzo per «risolvere» la «questione Taiwan». I media internazionali, a questo proposito, hanno soltanto riferito che Xi Jinping ha avvisato Trump: «Taiwan è un rischio di guerra», è «una linea rossa da non superare», sottolineando che «i nostri paesi dovrebbero essere partner e non rivali», mentre Trump ha confermato di aver sospeso l’accordo per 14 mld di dollari in armamenti con Taiwan (12). E mentre Trump grida ai quattro venti l’importanza «storica» di questo incontro come un passo verso una «stabilità strategica», premessa per una pace duratura… è costretto a nascondere che l’incontro con Xi Jinping del 14 maggio scorso non ha portato ad alcun accordo significativo sulla guerra in Iran, sulla questione dello Stretto di Hormuz e sulle conseguenti relazioni internazionali (il risultato è, in pratica, un nulla di fatto), mettendo in risalto le parole spese per futuri buoni affari discussi con Pechino (Boeing, soia, carne ecc.) e la decisione che Washington e Pechino concordano sul fatto che l’Iran non debba avere armamenti nucleari. E’ risultata evidente, in realtà, una debolezza delle posizioni americane che Trump non ha potuto superare vista la mancata «vittoria» nel tentato blitzkrieg israelo-americano contro il regime islamico iraniano.

Ma, nonostante le iniziative di guerra che gli Stati Uniti e Israele hanno scatenato contro l’Iran, Trump continua a farsi passare come il grande pacificatore. La realtà materiale, che non può essere nascosta sotto le dichiarazioni ufficiali sulla volontà di pacificare il mondo attraverso i negoziati e anche, «se necessario», con la guerra (Si vis pacem para bellum), dichiarazioni volte a ingannare le grandi masse proletarie del mondo, e soprattutto dei paesi imperialisti, è la realtà di un capitalismo che inesorabilmente va verso un’altra grande crisi mondiale di cui da anni i media e i politicanti di tutti i paesi parlano. La terza guerra mondiale, che si presenterà con lo scontro militare fra due grandi blocchi imperialisti, non è ancora scoppiata, ma le masse proletarie degli stessi paesi cosiddetti ricchi hanno cominciato da tempo a subire le sue previste conseguenze immediate: aumento della precarietà della vita, della povertà e delle stragi. Stati Uniti, Russia, in compagnia di Israele, vero cane da guardia americano nel Medio Oriente, hanno mostrato e mostrano quale sorte viene e verrà destinata alle masse proletarie e diseredate in Africa, in Medio Oriente, in Asia e che i proletari della ex Jugoslavia hanno già sperimentato negli anni Novanta, mentre, in questi ultimi 4 anni è la volta dei proletari ucraini e russi.

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LA LOTTA DI CLASSE PROLETARIA PER LA RIVOLUZIONE, UNICA VIA DI SALVEZZA

 

Queste drammatiche conseguenze materiali sulla vita quotidiana di milioni e milioni di proletari nel mondo non sono state in grado, finora, di farli reagire sul terreno della rivolta di classe contro le rispettive borghesie dominanti, l’unico terreno sul quale è possibile un’opposizione reale all’oppressione capitalistica e alla guerra borghese. Le sorti della lotta di classe e della storica rivoluzione proletaria anticapitalistica non dipendono soltanto dal risveglio delle masse proletarie e diseredate dei paesi della periferia dell’imperialismo, ma soprattutto dal risveglio delle masse proletarie dei paesi imperialisti che da un secolo sono state tradite e rincretinite dalle forze dell’opportunismo collaborazionista e lusingate da piccole migliorie nella loro vita quotidiana ottenute grazie al supersfruttamento delle masse dei paesi più deboli da parte dei colossi imperialisti, piccole migliorie che, tra l’altro, vengono risucchiate dalla crisi economica avanzante. Come è già successo nel passato, la crisi reale delle economie capitalistiche più importanti ricade pesantemente sulle masse proletarie che si trovano a dover ricostruire praticamente da zero le proprie organizzazioni di difesa immediata per poter contare, finalmente, su una base di solidarietà di classe che è la linfa della propria lotta di classe. Come già nel passato, la lotta che i proletari saranno spinti necessariamente a imboccare troverà la sua ragion d’essere nelle sempre più intollerabili condizioni di vita e di lavoro, in una crisi economica e sociale che li proietterà inconsapevolmente contro tutti gli ostacoli che i regimi borghesi hanno alzato e alzeranno per impedire che scoppi la vera lotta di classe proletaria, deviandola sui canali del nazionalismo, del razzismo, di una «difesa» dalle aggressioni di altri Stati.

La guerra mondiale che si sta avvicinando e che rappresenta per le borghesie imperialiste la «via d’uscita» dalla più profonda crisi verso cui sta andando l’economia del capitale, delle merci, del profitto, dello sfruttamento del lavoro salariato, in realtà è una guerra che ha due scopi fondamentali: una nuova ripartizione dei mercati e delle zone di influenza delle potenze imperialiste, e una nuova e più ampia oppressione delle masse proletarie e diseredate del mondo affinché si pieghino agli interessi generali e particolari dei grandi colossi monopolistici che, da tempo, hanno sottomesso ogni Stato nazionale ai propri interessi mondiali.

Il futuro del proletariato, come classe lavoratrice e come parte decisiva di un’umanità che è spinta dallo stesso sviluppo economico attuale a organizzare la società di domani con criteri e obiettivi completamente opposti a quelli del profitto capitalistico, è in mano – come da più di cent’anni – o della borghesia, o di se stesso, non ci sono mediazioni.

Il partito comunista rivoluzionario, che rappresenta nell’oggi il corso storico della lotta fra le classi e della rivoluzione sociale in quanto coscienza di classe del proletariato mondiale, ha il compito di prepararsi e preparare la parte più avanzata del proletariato a una lotta che non dovrà fermarsi alla semplice difesa economica, ma che dovrà porsi gli obiettivi storici del proletariato rispetto alla vittoria su ogni diseguaglianza, su ogni oppressione, su ogni sfruttamento, su ogni nazionalismo. Obiettivi storici che non sono «nuovi», ma fanno parte di un corso storico materiale segnato dalla stessa società capitalistica e dalle sue sempre più forti e profonde contraddizioni. La risposta alla preparazione della guerra imperialista e alla sua attuazione è la preparazione del proletariato alla sua lotta classista e alla sua rivoluzione di classe: non ci sono alternative.

Ci vorrà il tempo che ci vorrà, ma, come hanno dimostrato la storia e la lettura della storia da parte del marxismo, le crisi sociali più profonde accelerano i fattori sociali esplosivi su cui si innesta la rivoluzione proletaria e comunista. E’ successo nella grande rivoluzione borghese del 1789 rispetto al mondo feudale che stava andando in frantumi, è successo nella grande rivoluzione proletaria e comunista dell’Ottobre 1917, quando l’imperialismo si era presentato al mondo con la sua guerra più distruttrice di sempre, succederà ancora in futuro perché il corso storico delle società umane non dipende dalla buona o cattiva stella di un duce, di un presidente, di un dittatore o di un «grande uomo», ma dallo scontro di forze materiali e sociali che rispondono a un movimento di sviluppo oggettivo e a fasi storiche in cui si concentrano tutti i fattori rivoluzionari che si sono formati nel tempo e nelle contraddizioni economiche e sociali e che d’un tratto esplodono mandando in frantumi tutti gli equilibri che, fino a quel momento, sembravano garantire la possibilità di superare le crisi in cui l’intera società era precipitata.

La conoscenza di questo svolgimento storico da parte del partito comunista rivoluzionario che, nel lungo periodo di profonda controrivoluzione come l’attuale, non può essere rappresentato che da un pugno di militanti, come lo fu all’epoca di Marx ed Engels, poi, all’epoca della prima guerra mondiale dal pugno di militanti bolscevichi intorno a Lenin e Zinoviev, e in seguito, dopo essere stato rappresentato soltanto dalla teoria marxista scritta e dimenticata, e falsata in tutte le sue parti, dai militanti della vecchia corrente della Sinistra comunista d’Italia che si sono dedicati alla sua restaurazione, senza la quale non è possibile parlare di partito marxista.

 


 

(1) Cfr. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Opere, vol. 22, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 301-302.

(2) Cfr. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit. p. 301.

(3) Cfr. https://cambiailmondo.org/2024/02/21/come-la-cia-destabilizza-il-mondo/; https://www.ilpost.it/2024/01/10/ operazione - condor-dittature-sudamerica/

(4) Cfr. Aggressione all’Europa, in «Prometeo» n. 13, agosto 1949.

(5) Cfr. https://www.money.it/ue-creata-per-fregare-stati-uniti-trump-impone-dazi-25-all-europa

(6) Cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/minerali-kiev-ecco-che-cosa-prevedeva-l-accordo-saltato-AGZRzaED

(7) Cfr. il fatto quotidiano, 10 maggio 2026. Anche su https://www.lastampa.it/economia/2026/05/13/news/crisi_auto_germania_225_mila_posti_persi_rischi_europa_italia-15620182; https://www.fortuneita.com/2026/05/13/auto-usa-deficit-commercuiale-cina-industria/

(8) Cfr. https://www.ilpost.it/2025/01/13/cina-surplus-commerciale-record-2024/

(9) Cfr. https://www.geopop.it/cosa-sappiamo-su-rearm-europe-il-piano-di-riarmo-dellue/

(10) Cfr. https://borsafinanza.it/germania-approvato-il-maxi-piano-da-1-000-miliardi-di-euro, https://tg24.sky.it/mondo/2025/05/03/bilanci0-usa-2026-trump?card=7, https://it.euronews.com/business/2925/12/26/il.giappone-e-sulla-buona-strada-per-diventare-il-terzo-paese-al-mondo-per-spesa-nella-dif

(11) Cfr. la Repubblica, 15 maggio 2026; https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/summit-xi-jinping-e-donald-trump-c%C3%A8-accordo-sul-rafforzamento-della-cooperazione/ar-AA23fLsL

 

 

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