Si vis bellum para pacem?... intanto si fanno affari, si corrompe, si inganna, si massacra...
(«il comunista»; N° 191 ; Giugno 2026)
In verità si dovrebbe scrivere: Si vis bellum, loquitur pacem, perché nella realtà imperialista la pace non si prepara mai, ma se ne parla in continuazione...
Non si contano le proposte di pace, i piani di pace, gli incontri ai vertici tra i grandi e i meno grandi del mondo per giungere alla pace in Ucraina, o in Palestina, in Libano, in Siria, nel Kurdistan, in Iran (per parlare solo del Medio Oriente). La "pace" che i grandi e i meno grandi della terra cercano con i carri armati, con i missili, con i droni, con i bombardamenti, con i cessate-il-fuoco che durano, se va bene, qualche ora, è una finta tregua perché il motivo vero che spinge gli Stati ad entrare in guerra è molto complicato, è un coacervo di contraddizioni dalle quali il capitalismo imperialista tenta di uscire aumentando, però, i fattori dello scontro. Per l'imperialismo la guerra è prima di tutto un affare ed è un'occasione per distruggere una parte considerevole di forze di produzione per far ripartire una macchina produttiva che si inceppa continuamente. Si inceppa perché il mercato in generale è talmente intasato di merci da non poter assorbire l'enorme quantità di merci che comunque vengono prodotte e che si scontrano in una concorrenza che si alza sempre più di livello, diventando ad un certo punto ingestibile con i mezzi classici dei rapporti commerciali, degli accordi, della corruzione su tutti i livelli, della criminalità, delle compensazioni, delle rinunce da un lato per ottenere vantaggi su altri piani, dell'illegalità che si impone sulla tanto vantata legalità. Aldilà della "volontà" di questo o quel governo, di questo o quel partito al potere, è l'economia capitalistica con le sue ferree leggi saldamente legate alla produzione di capitale, quindi alla produzione di plusvalore, che obbliga i capitalisti al comando dei colossi monopolistici e i loro tirapiedi politici, a passare dalla politica estera dei "buoni rapporti" alla politica estera dei "rapporti di forza". Questo passaggio non è che il percorso inesorabile su cui si muovono i grandi monopoli, che ormai hanno in mano (spesso nascondendolo bene) l'influenza determinante della gestione statale della politica sia interna che estera di ogni paese. Ci sono paesi, come Israele, che sono in guerra contro tutti da quando sono nati; sono paesi che sono nati non da un corso storico che ha portato le loro popolazioni a rivoltarsi contro regimi feudali che le costringevano in condizioni sociali estremamente arretrate tanto da far esplodere l'intera società, imponendo oggettivamente un corso rivoluzionario per liberare lo sviluppo delle forze produttive imprigionate da vincoli e forme statali ormai putrescenti. Ci sono paesi costruiti non sulla base di uno sviluppo coerente lungo le tradizioni storiche delle popolazioni che li abitavano, ma sulla base degli interessi capitalistici delle potenze mondiali che li hanno dominati per lunghi secoli e che, entrando in guerra fra di loro per il possesso di quei territori economici (colonie e semicolonie), e a seconda di come terminava la guerra tra vincitori e vinti, venivano saccheggiati, suddivisi e spartiti senza tener conto minimamente delle tradizioni, delle lingue, delle civiltà che hanno costituito la base dello sviluppo storico di quelle popolazioni. Il Medio Oriente, la gran parte dell'Africa, il Caucaso, una parte dell'America Latina, la parte orientale dell'Europa abitata perlopiù da popolazioni balcaniche e slave, e l'Estremo Oriente (dal Tibet al Kashmir, dal Bengala alla Malesia, dall'Indocina all'Indonesia), sono tutte zone che le potenze imperialiste hanno trasformato in zone delle tempeste, nelle quali nessun accordo, nessuna "pace" hanno la possibilità di lunga durata.
Più zone delle tempeste si creano, più affari si fanno. Prendiamo l'esempio dell'attacco all'Iran da parte di Israele e Stati Uniti. Così scrive "il fatto quotidiano" del 10 maggio scorso:
«La guerra contro l'Iran iniziata il 28 febbraio è l'ultimo di una serie di conflitti che continuano a gonfiare di profitti i conti delle imprese delle armi e del petrolio, delle banche e dei trader di energia e materie prime. Le stime preliminari sui bilanci al 31 marzo scorso delle 1.325 maggiori società quotate a Wall Street, In Europa e in Giappone parlano di un record di circa 740 mld di dollari trimestrali, 125 in più di quelli alla stessa data dell'anno scorso. [...] La Difesa è il settore con la crescita più costante. In Europa aziende come Leonardo e Rheinmetall vedono un balzo degli utili e degli ordini grazie all'accelerazione delle commesse governative. Per le multinazionali Usa delle armi invece la crescita è stata "solo" del 12,7%. In Europa le major delle fonti fossili hanno registrato profitti record (+48,4%) trainate dai raffinatori di greggio che hanno sfruttato l'impennata dei prezzi. [...] Banche e trader hanno beneficiato della volatilità dei mercati delle materie prime e dei tassi che resteranno alti più a lungo, con una crescita media degli utili del 15,1% negli Usa che premia colossi come JP Morgan e del 5% in Europa». Intanto il costo della vita continua a balzare in alto, l'inflazione punta al 4% e per non rimanere senza elettricità e senza benzina le famiglie si curano di meno, mangiano di meno, si spostano di meno e continuano a fare meno figli.
Partito Comunista Internazionale
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