Dopo il Venezuela, nel mirino di Trump oggi ci sono Cuba e Honduras

(«il comunista»; N° 191 ; Giugno 2026)

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Dopo aver costruito per mesi, ovviamente attraverso la Cia, le condizioni per l’incursione a Caracas allo scopo di catturare Maduro – azione riuscita grazie alla complicità della vicepresidente Delcy Rodríguez e di buona parte del governo guidato da Maduro – e averlo trasferito prima a Guantanamo e poi in un carcere a New York per processarlo come narcotrafficante e trafficante di armi verso gli USA; e dopo aver minacciato Cuba incriminando Raul Castro per aver abbattuto due aerei civili con un piccolo gruppo di esuli cubani, nel 1996, fra cui alcuni cittadini statunitensi – ricalcando lo stesso schema usato per il Venezuela –, gli USA tramano anche per riportare al governo dell’Honduras l’ex presidente Jaun Orlando Hernández (condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga da un tribunale statunitense ma poi graziato proprio da Trump). Quando nel gennaio 2022 Xiomara Castro (del partito Libertà e Rifondazione, LIBRE), vinte le elezioni, salì al governo con un programma dettato dalla lotta contro la corruzione, il traffico di droga, una politica sociale per attenuare la criminalità e la povertà diffuse, non ebbe alcun problema a esaudire la richiesta di estradizione di J.O. Hernández da parte della giustizia statunitense che lo condannò a 24 anni di carcere (ma ci sono notizie che parlano di 45 anni di carcere) (1). Ma Donald Trump, alla faccia della lotta contro il narcotraffico, il 2 dicembre 2025 lo ha graziato. Ora lo vuole rimettere sul seggio di presidente dell’Honduras; come mai? Il piano di Trump è piuttosto chiaro: vuole seminare in Centro America e nel Sud America piattaforme militari da cui poter controllare con droni e intelligenza artificiale tutti i paesi latini, soprattutto quelli che non si sottopongono ai suoi desiderata: il Brasile di Lula, il Messico, la Colombia. Ma in questo progetto di ulteriore colonizzazione dei paesi dell’America Latina, in questo caso specifico dell’Honduras, Donald Trump si trova affiancato da Benjamin Netanyahu. Ovvia la domanda: che c’entra Israele con l’Honduras? e Trump ha davvero bisogno dell’aiuto di Israele? Evidentemente sì, perché i lobbisti ebrei americani hanno un’influenza determinante su Trump – come dimostrato ampiamente dall’aperta complicità nel massacro sistematico dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania e nella guerra contro l’Iran. In America Latina, Trump può contare sul sostegno dell’Argentina di Javier Milei, egualmente insofferente a ogni forma di critica da parte di organi costituzionali indipendenti, dalla magistratura alla stampa critica; un’Argentina, passata da un populismo di tipo peronista (statalista) al populismo di tipo trumpista (privatizzando tutto quello che è possibile), ma in una situazione economica e sociale particolarmente drammatica. Nel dicembre 2023 il peronista Fernandez consegna a Milei un’Argentina con un tasso di inflazione del 20% mensile, una moneta svalutata del 50%, un deficit pubblico al 2,7% contro una crescita del PIL negativa, le riserve della Banca centrale al minimo storico, un livello ufficiale di povertà del 42% della popolazione (che nella realtà è quindi molto più alto), una disoccupazione giovanile galoppante, consumo di droga e criminalità dilaganti (2). La motosega, alzata da Milei come simbolo dell’intervento drastico contro tutto ciò che nel paese ritiene essere la causa del declino più vistoso (lo Stato che interviene in economia) esprime la sicumera che caratterizza personaggi come Trump, il brasiliano Bolsonaro, l’honduregno Hernández. D’altra parte non è stato per caso che Javier Milei, dopo essersi laureato in economia, è stato consigliere, durante la dittatura militare di Vileda, del generale Antonio Domingo Bussi (3).

Non può essere, quindi, una sorpresa che nel progetto di ricolonizzazione dell’America Latina da parte dell’imperialismo USA – ispiratore e sostenitore delle dittature militari degli anni Settanta del secolo scorso, in Cile, Argentina, Uruguay, Brasile – Trump abbia inviato verso Cuba la portaerei Nimitz con il seguito di navi da guerra che l’accompagnano sempre, ricalcando quanto già fatto verso il Venezuela e sullo Stretto di Hormuz; mentre Rubio, segretario di Stato americano, dichiarava che «Cuba è una minaccia per la sicurezza nazionale Usa».

Come fa un paese ridotto alla fame, stremato da una pressione economica e un isolamento senza pari, ad essere una minaccia per i ricchissimi e super armati Stati Uniti d’America? Cuba è sotto minaccia statunitense fin dalla vittoria dei Barbudos di Fidel Castro nel 1959, e poteva contare soltanto sull’aiuto dell’ex URSS che ne avrebbe voluto fare un suo avamposto nel Mar dei Caraibi, ma che non ci riuscì perché, con la forza economica e militare di Washington, che stringeva in un velenoso abbraccio il mondo intero, e in particolare il cortile di casa come ha sempre considerato il Centro America, Mosca non era in grado e non aveva interesse ad andarsi a scontrare, innescando così una terza guerra mondiale per la quale non era certo pronta. Al pluridecennale embargo economico e commerciale che Cuba subisce da parte statunitense, si è aggiunto ultimamente un totale embargo per il petrolio fornito dal Venezuela e dal Messico, e che le impedisce di far funzionare, anche solo per poche ore al giorno, il sistema elettrico degli ospedali, delle scuole, delle industrie, delle attività nei porti, delle abitazioni, colpendo in modo non secondario anche tutti i trasporti.

L’attenuazione della pressione statunitense sotto i governi Obama e Biden, che aveva permesso di riaprire le rispettive sedi diplomatiche nella prospettiva di giungere a ristabilire il dominio statunitense su Cuba per via diplomatica e politica, è stata drasticamente cancellata da Trump.

A Cuba, un paese con industrie dello zucchero, del tabacco, dell’acciaio, del nichel, del cobalto, da sempre aperto al turismo, abitato da 11 milioni di abitanti, esiste un potere politico che da sempre si è vestito di rosso, passando dall’epopea della rivoluzione castrista sostenuta dai suoi proletari e dai suoi contadini poveri e della resistenza contro il  gigante a stelle e strisce, a un regime volto a sviluppare un capitalismo nazionale attraverso una serie di tappe che nulla avevano a che vedere con una fantasiosa «costruzione del socialismo in un’isola», ma con un’economia mercantile. Questa dettava, al disopra di tutte le teste, barbute o meno, i passi obbligati da fare: sfruttamento intensivo del proletariato e del contadiname, compromessi con le potenze capitalistiche che potevano fornire aiuto, come l’ex URSS, rapporti politici più stretti possibili con movimenti altrettanto antiyankee nell’America Latina, in Africa, in Europa per poter sopravvive a decenni di embargo e di pressioni economiche di ogni tipo. E’ in una situazione del genere che, nel tempo, i capi del partito comunista cubano organizzarono, in seguito al crollo dell’URSS, cioè del principale sostenitore del regime cubano, un conglomerato economico-militare chiamato GAESA (Gruppo di Amministrazione Aziendale S.A.) che in pratica domina tutta l’economia dell’isola. Gaesa controlla tutti i settori strategici, dalle operazioni finanziarie al turismo, dal commercio in valuta ai porti, dalle telecomunicazioni alle rimesse dei cubani all’estero. L’opacità nei movimenti e nell’attività di Gaesa è cosa risaputa a Cuba e all’estero, ma essendo il vero detentore di ogni potere a Cuba (una specie di «Stato nello Stato») – controlla, in certi settori, fino al 70% dell’economia cubana (4) e allunga, attraverso la famiglia Castro, gli interessi anche a Panama – è il principale obiettivo nel mirino dell’accoppiata Rubio/Trump. O questi criminali in giacca e cravatta riusciranno a piegare ai propri interessi i capi di Gaesa (o alcuni di loro, ma sufficienti, come in Venezuela, per concordare un cambio di regime dopo un atto di forza), oppure c’è da aspettarsi un attacco militare preparato da tempo e per il quale la portaerei Nimitz è stabilmente in vista delle coste cubane.  Purtroppo, il proletariato cubano, preso in giro da decenni di castrismo, imprigionato in un nazionalismo antiyankee senza vie d’uscita e per il quale, in Europa, è scattata una coraggiosa... raccolta di firme contro le minacce trumpiane..., non è stato e non è in grado di organizzare le proprie forze sul vero terreno nel quale si decidono le sorti dell’antagonismo di classe tra borghesia e proletariato, il terreno della lotta di classe, della guerra di classe contro la guerra tra Stati.

Il proletariato americano, e quello europeo, non sono messi meglio. Se il proletariato cubano è stremato e disorientato da decenni di falso comunismo, scambiato per orgoglio nazionale per il quale versare sudore e sangue, il proletariato americano ed europeo è disorientato e rincoglionito da decenni di vantaggi economici e sociali che le proprie borghesie imperialiste hanno elargito grazie al saccheggio e al supersfruttamento delle colonie, delle semicolonie e di tutti i paesi più deboli, senza nessuna eccezione. Ci vorranno terremoti sociali ben più profondi e sconvolgenti perché nel proletariato internazionale risorga la spinta naturale a contrapporsi socialmente e politicamente al suo vero nemico: la classe borghese di ogni paese, imperialista o meno, perché le borghesie di tutto il mondo hanno un interesse comune che le sostiene anche nelle loro guerre fratricide, cioè l’interesse a mantenere il proletariato del proprio paese e degli altri paesi nelle galere del lavoro salariato, dello sfruttamento sempre più esteso e intenso della sua forza lavoro. Quando i mezzi e i metodi della democrazia parlamentare si dimostrano efficaci, le borghesie li usano a piene mani, senza mai sospendere gli strumenti della repressione. Quando si dimostrano troppo logori, inefficaci, allungando i tempi della raccolta dei profitti, allora le borghesie passano senza tanti problemi all’aperta dittatura militare, allo Stato di polizia, e non ha grande importanza se l’ideologia che li riveste è laica o religiosa: il credo che le muove, nei secoli, non è cambiato, è il profitto capitalistico per il quale ogni sfruttamento, ogni repressione, ogni massacro è, per loro, più che giustificato.

Contro questa prospettiva non esistono alternative storiche se non quella di classe: o dittatura della borghesia, o dittatura del proletariato.

 


 

(1) Cfr. https://it.insideover.com/politica/hondurasgate-piano-stati-uniti-israele-destabilizzare-america.latina. html

(2) Cfr. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/largentina-e-il-fenomeno-milei-216215

(3) Cfr. https://www.wired.it/article/javier-milei-nuovo-presidente-argentina/

(4) Cfr. https://www.nytimes.clom/interactive/2026/05/16/world/ameriucas/cyba-military-conglomerate-gaesa-economy-explained.html

 

 

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