Le battaglie di classe del partito non trascurano mai la ripresa sistematica dei temi fondamentali del marxismo sulla scorta del patrimonio teorico-politico della Sinistra comunista d'Italia
(Rapporti tenuti alla Riunione Generale dell'11-12 ottobre 2025)
(«il comunista»; N° 191 ; Giugno 2026)
La Sinistra comunista e l'Ordinovismo (I)
Il tema dell’ordinovismo è complesso e avrà bisogno di una trattazione non breve. Non basterà questa puntata, ce ne vorranno altre.
Naturalmente ci riferiremo al tema trattato approfonditamente nella nostra Storia della Sinistra comunista (vol. II). Ovvio che non elaboriamo questo rapporto con l’intento di «scoprire» qualche aspetto «nuovo» e non trattato dal partito in tutto il suo lavoro di restaurazione teorica e di rimessa a punto della vera storia della Sinistra comunista d’Italia.
Quindi iniziamo dal cap. II della «Storia»: Verso il congresso di Bologna – 1. Destri, Massimalisti e Ordinovisti, dal quale cominciamo a mettere in chiaro il problema del gradualismo, visto che l’ordinovismo è una delle sue «varianti».
In che cosa consiste il gradualismo (del social-riformismo)?
[…]
È noto che il gradualismo cacciato verbalmente dalla porta può rientrare dalla finestra, fra le altre vie, per quella dell’«educazionismo», la teoria cioè che l’emancipazione del proletariato, ammessa pure la necessità o, per altri, la possibilità di una soluzione rivoluzionaria, presupponga non la preparazione politica ed anche materiale dell’organo partito, ma la preparazione culturale, tecnica e, perché no?, morale, genericamente o meglio scolasticamente intesa, delle masse, (che, si sa, sono rozze, incolte e di moralità spiccia!) e la creazione preventiva di istituzioni adeguate allo scopo — o l’utilizzo di istituzioni esistenti.
Faceva proprio allora la sua conversione al «massimalismo» colui che da tempo passava per il maggior teorico del gradualismo, Antonio Graziadei, con l’argomento che in date situazioni la «gradualità» si condensa in un periodo tanto breve da confondersi col salto rivoluzionario («il gradualismo è nella forza delle cose, ma può essere straordinariamente abbreviato in un dato periodo, aumentando la ‘forza relativa’ del proletariato»).
Orbene, egli postillava la propria accettazione dell’uso della forza nelle suddette fasi storiche col motto: «Mirando alle trasformazioni più difficili, quelle economiche, la conquista del potere politico non può essere tentata dai socialisti, e in ogni caso non può essere duratura, se l’educazione, la capacità tecnica e l’organizzazione di una parte sufficiente del proletariato non abbia raggiunto un certo grado» (1). Analogamente, al massimalismo portava la sua adesione il gruppo dell’Ordine Nuovo, per bocca di Angelo Tasca, con gli argomenti di tipo culturistico-educazionistico vecchi del 1912 (2) nella cui cornice ben si inquadrava adesso la prospettiva di una «trasformazione della società capitalistica in società socialista» da iniziarsi «anche sotto il regime borghese, preparando fin d’ora gli organi capaci di assumere la gestione sociale o di preparare tale assunzione» (Ordine Nuovo, 30 agosto).
Del resto, l’atteggiamento degli ordinovisti alla vigilia del Congresso di Bologna conferma una non recente diagnosi nostra: da un lato il loro carattere centrista sul piano tattico, e antimarxista nei fondamenti teorici; dall’altro la menzogna patente degli «eruditi» chiosatori di oggi secondo i quali la Sinistra non sarebbe stata la sola a sostenere il programma comunista rivoluzionario, e avrebbe errato a Bologna, come poi ad Imola, nel non raccogliere su una piattaforma comune, senza erigere troppo rigidi steccati intorno al corpo di tesi suo e a quello dell’Internazionale, non si sa bene quali fantomatici comunisti elezionisti. In realtà, il dissenso nostro con l’Ordine Nuovo proprio nei confronti degli eventi di Bologna risultò completo sia rispetto ai criteri dell’Internazionale — poiché esso non voleva scindersi né dagli opportunisti dichiarati (i nostri Bernstein, cioè Turati e C.), né da coloro che tale scissione rifiutavano (i nostri Kautsky, cioè Serrati e C.) —, sia e ancor più agli effetti di una impostazione globale del programma e quindi dell’azione comunista.
È lo stesso Gramsci (e lo diciamo per rispondere anticipatamente a chi ci accusasse di tirare in ballo il solito Tasca), in un editoriale sul numero 20 del 4 ottobre, a porre come esigenza fondamentale quella di «dare al massimalismo un contenuto concreto, un carattere realizzatore», spiegando come ciò si ottenga «soltanto col lavoro diretto a dar vita alle istituzioni rivoluzionarie; scuola, oggi, di capacità; organo, domani, di conquista». Il gradualismo educazionista e, potremmo dire, visceralmente antipartitico, che sta alla base della dottrina ordinovista, è qui ribadito in una formula sintetica quanto suggestiva proprio per i massimalisti deliranti «concrete conquiste» di «posizioni di vantaggio» nel contesto economico-produttivo e nella gestione della società, onde «abilitare» il proletariato a sostituire la classe dirigente.
Le conseguenze di una tale impostazione si avvertono subito dopo nel cosiddetto programma di lavoro riportato nello stesso numero dell’Ordine Nuovo. Qui non solo si dà per scontata la vittoria massimalista al congresso, e dai massimalisti ci si attende in sostanza una intensificazione delle forme di lotta (!) già adottate dal partito e l’istituzione di forme nuove (ovviamente consiliari) ma si propone addirittura di «raccogliere le cooperative in consorzi socialisti facendone veramente centro sperimentale dei problemi degli approvvigionamenti dello stato socialista, mettendosi in contatto coi consorzi di produttori, i quali serviranno a rendere possibile l’iniziazione dei piccoli proprietari al regime collettivistico».
La vecchia polemica, d’altronde puramente «meridionalistica», condotta dall’Ordine Nuovo contro le evangeliche realizzazioni prampoliniane, è così abbandonata per una prospettiva di integrale recupero dell’idra piccolo-borghese (Lenin) dei piccoli produttori, e addirittura per quella «unificazione delle città e della campagna» che l’infantilismo ordinovista vede non come conquista del socialismo superiore (comunismo), ma come «condizione indispensabile per la consistenza della rivoluzione socialista».
Ma, per il Lenin dell’Estremismo e dell’Imposta in natura, la condizione delle stesse basi economiche del socialismo sta proprio nell’eliminazione della produzione parcellare, e tale eliminazione non può non assumere aspetti terroristici.
Questa tipica stortura della «prefigurazione», entro il contesto capitalistico, dell’assetto socialista, che si riconduce ai canoni invarianti dell’immediatismo, trova riscontro nel piano di conquista «in nome della classe lavoratrice» dei... grandi comuni, perché «gli uffici municipali di talune città sono una specie di dicasteri» entro comuni che «hanno assunto vere e proprie funzioni di governo» — dove il problema dello stato da abbattere e sostituire con la centralizzata dittatura proletaria viene non solo misconosciuto, ma capovolto in una visione localistica di sapore anarchico o anarco-sindacalista.
E non basta.
Nel trattare delle commissioni interne che devono «aderire» all’azienda, e dei sindacati che devono diventare scuole non di comunismo ma di gestione e produzione industriale, si affaccia la prospettiva di un socialismo teso ad infondere nel proletario l’astratto amore per il lavoro e «quel senso di dignità che noi consideriamo un elemento essenziale della sua personalità e anche della sua capacità a produrre»: parole che da un lato anticipano formule staliniano-stachanovistiche, dall’altro riconfermano l’interesse del tutto borghese per il proletario non in quanto «senza riserve» ma in quanto produttore, e l’assenza di qualsiasi critica al dogma della produzione per la produzione tipico del capitalismo e a giusta ragione elevato da Stalin a legge dell’accumulazione accelerata del capitale nel mentito socialismo sovietico.
Inutile dire che, in una concezione dalla quale il partito è assente, «i consigli operai e contadini sono gli elementi più caratteristici e più originali del movimento comunista», cosicché bisogna «creare in ogni provincia senz’altro i Consigli Economici», mentre «un Consiglio Generale dovrebbe regolare lo sfruttamento delle risorse naturali in rapporto agli scambi tra le varie regioni e alle necessità degli scambi internazionali».
Così ogni piano centrale è gettato al macero a favore di un policentrismo mercantile che si annoda ai due capi del filo intercorrente fra Proudhon da un lato e gli Ota Sik o i Liberman, scomunicati o canonizzati, dall’altro (3).
In conclusione, la direzione del partito, secondo l’Ordine Nuovo dovrebbe trasformarsi in organo tecnico »col compito principale di coordinare praticamente l’opera dei vari enti socialisti» — concezione che lo stesso Treves o il suo omologo Schiavi potrebbero senza esitazione sottoscrivere.
Su questo piano, in realtà, nulla vietava che un ponte fosse gettato non solo ai serratiani — soliti a mettere in guardia contro «l’impreparazione» di proletari chiamati, orrore!, a dirigere un comune come quello di Milano —, ma anche ai destri, a nome dei quali Schiavi rendeva omaggio ai rivoluzionari russi nientemeno che per aver creato di lunga mano, assai prima della rivoluzione, «nella società russa, le impalcature della nuova società, quella politica dei Consigli degli operai, quella economica delle cooperative di consumo [!], coltivatrici nelle campagne dello spirito di organizzazione ed elevatrici del livello intellettuale e tecnico dei lavoratori in decenni di difficilissima opera prudente», mentre Treves concludeva il suo articolo programmatico definendo la rivoluzione — dato che venisse... — un «problema di propaganda, organizzazione e educazione nazionale e internazionale».
E poiché questa «educazione» non si può acquisire che entro gli istituti esistenti, in attesa o a lato di quelli da creare ex novo, è logico che per tutti l’astensionismo fosse la bestia nera («la sconfitta della frazione di Bordiga», scriveva Graziadei, «sarà l’atto più positivo del congresso», perché «un partito politico — specialmente in un paese poco colto [e dagli!] come il nostro — vive assai più di risoluzioni contingenti, che di problemi dottrinali»; frase che tutti i massimalisti ripeteranno a Bologna).
Altrettanto logico che la Sinistra facesse dell’astensionismo un reagente con cui mettere con le spalle al muro l’enorme varietà di contingentisti, gradualisti, educazionisti, e insomma riformisti, celati sotto una leggera vernice «sovversiva» e pronti a convivere sotto lo stesso tetto con i riformisti tout court.
Qual era il programma della Frazione Comunista Astensionista?
In un articolo pubblicato ne quotidiano «Avanti!» del 2/9/1919, intitolato In difesa del programma comunista, vi si legge che il programma della Frazione Comunista Astensionista:
«è la sintesi della doppia vittoria teorica riportata dal socialismo rivoluzionario marxista contro le due grandi revisioni: quella riformista e quella sindacalista anarchica che hanno tentato di intaccarlo; vittoria teorica che procede di pari passo con la realizzazione storica delle conclusioni e delle previsioni del marxismo applicate alla guerra borghese ed al processo che conduce dal regime capitalistico a quello socialista».
Al centro del programma è il concetto di dittatura proletaria
cioè della
«via della realizzazione del comunismo che la dottrina marxista tracciò con meravigliosa antiveggenza e che, realizzandosi con evidenza maestosa nelle rivoluzioni contemporanee, ha sbarazzato il campo, come dicevamo, dalle concezioni revisionistiche degli anarchici e dei riformisti sul trapasso dal regime borghese al comunismo».
L’articolo delinea a rapidi tratti le fasi di questo processo:
«Prima il proletariato insorge e con la violenza abbatte il governo borghese sostituendovi il sistema politico proletario, lo Stato dei Soviet, fondato sull’esclusione dei borghesi dal diritto politico. Quindi, in un processo evolutivo accelerato, lo stato proletario espropria i capitali privati accentrandoli nelle sue mani e amministrando la produzione a mezzo dei suoi organi costitutivi. Durante questo processo evolutivo, che durerà anni e anni, vi sono ancora borghesi che sfruttano, ma si va eliminandoli ed assorbendoli nel proletariato. Potenzialmente essi sono eliminati fin dal primo momento col privarli di ogni diritto politico. Ciò è la dittatura proletaria.
«Si tende così all’abolizione delle classi e del potere politico esecutivo di una classe contro l’altra, ma non all’abolizione dell’amministrazione economica centrale, caratteristica che definisce il regime comunista contro quello dell’economia privata. Le due revisioni: l’anarchica e la riformista, negano questo processo e sono perciò fuori della realtà storica. Il riformismo dice: al comunismo si arriverà con trasformazioni graduali dell’ordine economico, quali può attuarle il sistema di rappresentanza democratica oggi vigente. L’anarchismo dice: al comunismo si giunge abbattendo lo stato borghese ed espropriando la borghesia nel tempo stesso dell’insurrezione, senza costituire un nuovo stato e un nuovo governo. L’anarchia fa coincidere l’insurrezione proletaria con l’abolizione delle classi.
«Riformismo ed anarchia negano la dittatura proletaria. Accettare il nostro programma vuol dire rendere incompatibile nel partito ogni addentellato col concetto riformista e con quello anarchico, e precisarne l’azione sulla via che sola permette il superamento rivoluzionario del regime borghese» (corsivi nostri).
Precisato così il vero nocciolo del programma della Frazione comunista astensionista, l’articolo spiega le ragioni che giustificano la tattica dell’astensione dalle elezioni e dal parlamento, questione secondaria rispetto a quella, fondamentale, sopra indicata: «Noi affermiamo che è aperto il periodo rivoluzionario, internazionalmente considerato, perché la guerra mondiale, crisi terribile del regime borghese, ha messo il proletariato dinanzi alla formidabile antitesi storica: o democrazia borghese, ossia imperialismo e militarismo, o dittatura proletaria internazionale. È ingenuo dire che il periodo rivoluzionario in Italia non è aperto; se l’insurrezione fosse nelle vie, l’azione elettorale cadrebbe da sé. Ma noi parliamo di periodo rivoluzionario perché penetrati del dilemma: o la dittatura proletaria diviene internazionale nell’attuale fase storica, o anche la Russia tornerà sotto le catene della democrazia capitalistica. L’opera dei partiti comunisti, di coloro che vogliono seguire e salvare la Russia al tempo stesso, consiste nel preparare il proletariato dei singoli paesi all’urto contro lo stato borghese, creando in esso la consapevolezza politica e storica della necessità che il programma comunista, il processo della rivoluzione proletaria, si realizzi in tutte le sue fasi. Il fondamento di questa consapevolezza è il concetto della dittatura proletaria, a cui il proletariato deve prepararsi; e l’arma più formidabile della conservazione borghese contro di essa è la diffusione della ideologia e del metodo socialdemocratico. Convinti di questa antitesi [...] i partiti comunisti devono diffonderne la coscienza, come dicono le conclusioni di Mosca, nelle più larghe masse del proletariato».
«Abbiamo sottolineato alcune righe di quest’ultimo squarcio per mettere in evidenza come la nostra prospettiva rivoluzionaria riguardasse un ciclo non contingente e nazionale ma storico e internazionale; non significasse che eravamo rivoluzionari marxisti perché e in quanto la rivoluzione fosse lì a portata di mano, ma perché sapevamo di trovarci entro l’arco di un ciclo, non certo breve, nel quale sarebbe stato in gioco, come fu, il destino stesso della rivoluzione di Ottobre: l’ascesa verso il comunismo o la ricaduta nella democrazia borghese, altra faccia dell’arresto al gradino economico del capitalismo».
[che l’astensionismo della Frazione Comunista Astensionista non fosse una posizione di principio era dimostrato dal fatto che nel 1913 noi difendevamo la partecipazione alle elezioni come campagna contro l’apoliticismo anarchico, mentre nel 1919, apertosi il ciclo rivoluzionario il cui primo bastione era rappresentato dalla rivoluzione proletaria e comunista iniziata in Russia, all’ordine del giorno prioritariamente c’era la preparazione rivoluzionaria, l’insurrezione per la conquista del potere politico, la dittatura del proletariato. La preparazione elettorale, nei fatti, avrebbe distolto forze e tempo alla preparazione rivoluzionaria e avrebbe aumentato la confusione nelle masse proletarie in quanto non avrebbero compreso la priorità dell’insurrezione e della conquista del potere politico da parte proletaria e comunista che avrebbe distrutto il parlamento borghese e spezzato l’intera istituzione statale borghese].
In sintesi, i punti fondamentali delle testi della Frazione Com. Astens. (maggio 1920) (che erano gli stessi dei bolscevichi) erano questi:
1) Affermazione delle basi teoriche del marxismo rivoluzionario e della sua prospettiva del trapasso dal potere capitalistico a quello operaio e, per ulteriore svolgimento storico, dalla economia privata al socialismo e al comunismo.
2) Affermazione che la dottrina e il programma della III Internazionale non erano un risultato nuovo ed originale della rivoluzione russa, ma si identificavano con i canoni marxisti del punto precedente.
3) Affermazione della necessità che il nuovo movimento, successivo al fallimento della II Internazionale, doveva nascere nazionalmente ed internazionalmente attraverso una spietata scissione dagli elementi revisionisti e socialdemocratici.
4) Presa di posizione contro molteplici enunciazioni erronee e demagogiche dei massimalisti del tempo, contro la loro ridicola prospettiva dell’atto rivoluzionario in cui in realtà non credevano, ed anche contro la prematura proposta di formare artificiosamente i soviet, come contro la non meno erronea costruzione propria degli ordinovisti di Torino, che vedevano la società nuova già costruita cellula per cellula nei consigli industriali di fabbrica.
5) Dimostrazione che, malgrado i banali riferimenti all’astensionismo degli anarchici, i comunisti respingevano come antirivoluzionarie tutte le correnti posizioni anarco-sindacaliste, specie in quanto rifiutavano la dittatura statale esercitata dal partito.
6) Giudizio sullo svolgimento politico italiano, che non consisteva nella proposta bruta di scatenare illico et immediate la rivoluzione armata, appunto perché fase storica pregiudiziale doveva essere la costituzione del vero Partito Comunista e un’adeguata conquista della sua influenza sull’avanguardia del proletariato; e previsione che la prospettiva ottima per la conservazione del potere borghese in Italia era la persistenza nei partiti proletari di una posizione indefinita tra la preparazione dei mezzi rivoluzionari e l’uso dei mezzi legalitari e il tentativo di attirare una larga schiera di pretesi esponenti della classe operaia non solo nel parlamento ma nella macchina governativa statale.
[Tra il 1919 e il 1920 nel PSI si svolse la grande battaglia teorica, politica e organizzativa tra la corrente della Sinistra comunista, i riformisti alla Turati e Treves e i massimalisti alla Serrati: l’obiettivo era di espellere dal PSI i riformisti, di convincere i massimalisti di abbandonare le speranze di trasformare i riformisti in rivoluzionari per via «culturale» e di lavorare per la costituzione del partito comunista d’Italia sulla base delle tesi dell’Internazionale Comunista del I e del II congresso. Ma i bolscevichi compresero con parecchio ritardo che non ci si poteva fidare dei massimalisti italiani i quali a parole di dicevano d’accordo con le tesi dell’I.C. ma nei fatti si comportavano contro di esse: la questione del programma politico del partito – che si identificava tecnicamente con l’esigenza di spezzare il partito – era per la Sinistra comunista la questione politica centrale, mentre quella delle elezioni non era una questione politica centrale.
Per noi la questione dell’astensionismo era secondaria rispetto alle posizioni programmatiche di fondo e mai doveva dividerci dall’I.C.; infatti, pur avendo sostenuto con argomenti teorici, politici e storici la preparazione rivoluzionaria al posto della preparazione elettorale, data la pressione dell’Esecutivo dell’I.C. perché accettassimo la sua impostazione del parlamentarismo rivoluzionario – ossia andare in parlamento per dimostrare al proletariato che la via parlamentare non avrebbe risolto la «questione sociale» né avrebbe facilitato la presa del potere politico da parte della classe del proletariato, ma l’avrebbe confusa e deviata sul terreno esclusivamente borghese – la nostra corrente accettò la formula dell’I.C. del parlamentarismo rivoluzionario non senza ammonire che questa scelta avrebbe potuto trasformare questa tattica nel solo parlamentarismo borghese].
La battaglia della Sinistra comunista non si limitò alla questione elettorale e parlamentare, ma si occupò di tutti i temi più importanti che le vicende storiche mettevano prepotentemente in risalto: la questione sindacale, la questione agraria, la lotta contro il riformismo e i falsi rivoluzionari (anarchici, socialdemocratici di sinistra, massimalisti, immediatisti tra i quali vanno annoverati anche gli ordinovisti). Si occupò non solo delle vicende in Russia, ma anche di quelle di Ungheria, della Baviera, della Germania, e ovviamente della preparazione delle basi su cui sarebbe sorto il «Partito comunista d’Italia, sezione dell’I.C.»
Un altro aspetto, non secondario, che fu messo in evidenza già all’epoca, è stato quello di far recepire all’Internazionale, alle altre correnti e agli altri partiti, che le posizioni della Frazione Comunista Astensionista non erano frutto dell’elaborazione personale di tizio o di caio, ma erano il risultato di una condivisione collettiva e omogenea delle posizioni marxiste contenute dal Manifesto di Marx-Engels alle tesi dell’I.C.
Ebbene, in tutto il 1919 e il 1920, mentre la Sinistra comunista rafforzava le posizioni marxiste e la preparazione teorica, politica e organizzativa allo sviluppo della lotta di classe nella rivoluzione proletaria, la borghesia italiana, uscita dalla guerra mondiale con le ossa rotte, cercava spasmodicamente una via per riprendere forza e il controllo della situazione sociale. In suo aiuto non vennero soltanto i riformisti alla Turati e Treves, vennero anche i centristi alla Lazzari e Gennari e i massimalisti alla Serrati che confusero e paralizzarono la spinta rivoluzionaria delle masse proletarie – non importa quanto fossero coscienti di questo – con i loro miti di un’unità del PSI che era stata erosa profondamente già dai riformisti e che andava spezzata totalmente per far sorgere dalle sue ceneri la corrente coerentemente rivoluzionaria che all’epoca era rappresentata soltanto dalla Frazione Comunista Astensionista, che noi abbiamo chiamato corrente della sinistra comunista d’Italia.
Un punto sul quale si faceva e si continuerà a fare enorme confusione era quello della natura, dei compiti e delle condizioni di costituzione dei soviet.
Trattandone nei numeri del 14 e del 21 settembre 1919, il settimanale «Il Soviet» chiarisce ad un collaboratore dell’Ordine Nuovo che il soviet è un organismo politico prima di divenire, dopo la presa del potere, organo di trasformazione anche economica; il suo carattere è dato dalla esclusione di chiunque non sia proletario o comunque sia «legato alla conservazione dei rapporti economici della proprietà privata», e dalla partecipazione ad esso dei proletari non in quanto dipendenti di questa o quella azienda, ma in quanto membri della classe dei salariati ed esponenti dei suoi interessi generali: non possono quindi confondersi né coi sindacati, né, a maggior ragione, con le commissioni interne.
Si reagisce inoltre alla pretesa, sia dei massimalisti che degli ordinovisti, di «fabbricare» i soviet escogitandone la struttura più rivoluzionaria possibile: non è «una particolare struttura» che fa del soviet uno strumento rivoluzionario, ma il fatto di essere «l’organo della classe che prende tutta per sé la direzione della gestione sociale»: costituendolo in periodo non rivoluzionario, ci si limiterebbe ad una «imitazione formale di un istituto avvenire; ma questo mancherebbe del suo fondamentale carattere rivoluzionario». Allo stato dei fatti, solo rappresentante del proletariato è il partito, «anche se ne costituisce una audace minoranza», e solo dal partito usciranno i futuri «quadri dei consigli operai e contadini». Il problema storico — o, come preferirebbero dire gli ordinovisti, il problema concreto — è perciò quello della formazione del partito di classe: senza questa pregiudiziale, tutto il resto è puro esercizio accademico.
Proprio in quel torno di tempo, al loro Secondo Congresso (Heidelberg, 20-24 ottobre), gli spartachisti risposero agli «aziendisti» e sindacalisti di Germania, per i quali i consigli (Räte) erano parimenti l’alfa e l’omega a prescindere dal partito (anzi, come poi si chiarirà, contro il loro... violentatore partito!), che «la rivoluzione non è una questione di forme di organizzazione» — a conferma che il comunismo, se tale è, non conosce frontiere.
Ciò non significa, d’altra parte, che noi svalutassimo — come oggi si blatera — i consigli di fabbrica o altre rappresentanze degli interessi di maestranze aziendali; il nostro settimanale precisa come anche in situazione non prerivoluzionaria, come quella di cui si tratta, sia utile incoraggiarne la costituzione, «non facendosi però soverchie illusioni sulla intrinseca loro facoltà rivoluzionaria».
Su tutto questo argomento, Il Soviet avrà occasione di ritornare a lungo in una serie di articoli in polemica con tutte le correnti del partito, o meglio della sua maggioranza, ma in particolare con l’Ordine Nuovo: i concetti fondamentali, fin d’allora esattamente definiti (5), troveranno così una sistemazione organica, ben collegata a tutti gli aspetti e momenti della lotta per la conquista rivoluzionaria del potere
Sul massimalismo
A proposito del massimalismo, nella Storia della Sinistra comunista vol. II a pag. 162-163, riprendendo da due articoli apparsi ne «Il Soviet» del 28 marzo 1919, si legge:
Che cosa definisce il massimalismo, come variante dell’opportunismo? La sua mania della ‘realizzazione’, il suo orrore dell’accusa di ‘nullismo’. Esso quindi si è dato all’opera, proprio in campo parlamentare, per battere la destra sul piano delle realizzazioni, manco a dirlo, concrete: ‘realizzare, realizzare, realizzare necesse est, non vivere’.
E’ nato così nuovissimo mostro
«il massimalismo realizzatore [nome caro anche agli ordinovisti], uscio aperto per lasciar passare qualsiasi merce, anche la più avariata. L’uno realizza coltivando nella serra calda e al riparo dei venti il consiglio di fabbrica, il nuovo organo proletario strettamente aderente al meccanismo di produzione, prima cellula della società futura, attuazione rivoluzionaria autenticamente marxista senza la quale si vedrebbe il paradosso di una trasformazione politica non preceduta da una trasformazione economica. Un altro realizza dandosi attorno per costituire i soviet, forma dello stato proletario, ma che, creato in regime borghese, non avrebbe, come il precedente, il valore di una attuazione rivoluzionaria, di una vera realizzazione rivoluzionaria in quanto l’uno non esclude dalla fabbrica il padrone e l’altro non esclude dal potere politico il borghese. Un altro realizza ipotecando il domano legislativo compilando progetti di legge… futuristi; un altro realizza nelle cooperative; l’altro interessandosi della maestra comunale di Roccacannuccia che non ha percepito lo stipendio e un altro ancora interessandosi dell’olio di Vattelapesca e via seguitando; uno realizza nei consigli comunali, l’altro nei sindacati di mestiere.
«Il massimalismo realizzatore, quando concreta qualche cosa, non è che riformismo, puro e semplice riformismo, cioè adattamento alla contingenza con abbandono della dottrina e a detrimento dell’indirizzo, quando non è empirismo, non potendosi concretare efficacemente ed utilmente se non ciò che oggi occorre, di cui si sente oggi il bisogno e il benefico. […] L’unica opera, l’unica realizzazione veramente rivoluzionaria in questa ora è di negazione, che valga a contribuire alla disgregazione della società borghese e ad allenare la forza e la coscienza proletaria all’abbattimento di quella. E’ artificioso sostenere che si debba concretare prima, per preparare organi e uomini alla gestione di domani»
Continuiamo con la nostra Storia della Sinistra citata:
Ancora una volta, il problema centrale, l’unico – diciamolo polemicamente – concreto, è indicato nella costruzione del partito, che ha insieme un compito di negazione della società presente e di preparazione della società futura non nella vana ricerca di capacità tecniche o amministrative superiore, e della costruzione di organismi operanti in funzione di tali capacità entro il regime capitalistico, ma nella salda preparazione teorica e pratica, programmatica e organizzativa, dei militanti rivoluzionari. Non spetta al partito – e, se lo facesse, si porrebbe automaticamente sul piano inclinato del riformismo – opporre alla classe dominante la propria «superiore» capacità realizzatrice: i piani della conservazione capitalistica e della eversione rivoluzionaria proletaria non si intersecano, la soluzione della crisi aperta dalla guerra mondiale non va cercata né in un «confronto» fra due modelli, come si direbbe oggi, di funzionamento ottimale del meccanismo economico, né in una lotta di concorrenza fra chi offre sul mercato la ricetta migliore per raggiungere lo scopo.
Ordinovismo per comprenderlo non possiamo non partire dal suo leader indiscusso, Antonio Gramsci.
1. Capisaldi "filosofici"
Come ideologo Gramsci si iscrive nel quadro di quel vasto movimento di reazione al materialismo, in sede di teoria della conoscenza come in sede storico-ideologica, che va sotto il nome - a seconda degli anni e delle aree cosiddette «culturali» - di neo-kantismo, empiriocriticismo, «filosofia della vita», pragmatismo, neoidealismo ecc.
I caratteri essenziali comuni a queste dottrine (che si ripercuotono direttamente in sede di economia politica, o trovano comunque paralleli nelle concezioni soggettivistiche della «scuola austriaca», di V. Pareto, ecc.), vanno individuati nel rifiuto di ogni posizione monistica e deterministica, quindi di ogni «oggettivismo» (sia pure quello dell’»idealismo oggettivo», onde il ripudio o il calcolato travisamento dell’hegelismo) e nella più o meno esplicita resurrezione dello spiritualismo tendenzialmente individualistico ed agnostico di cui il solipsismo è lo sviluppo «conseguente».
In breve, si cerca di negare la possibilità stessa di una conoscenza obiettiva, ossia di una scienza, di una previsione dialettica degli accadimenti, basata sulle leggi, ossia sulle obiettive concatenazioni necessitanti dei processi materiali: di quest’ultime, quando non si nega senz’altro l’esistenza, non si ammette possibile la decifrazione. […]
Gramsci si rifà a Croce - e con lui al neoidealismo italiano in genere, fin dalle origini imbevuto di soggettivismo e incline a un’interpretazione banalizzante della dialettica, prossima a quella della «destra hegeliana» (nega la dialettica della natura e ripudia il suo svolgersi tra i contrari, od opposti, per postulare una pacifica e asettica dialettica dei «distinti») - fino a sostenere che appunto di questo idealismo particolarmente retrivo il marxismo, o piuttosto - come non inesattamente egli definisce questa sua «interpretazione» e «rifondazione» - la filosofia della prassi, sarebbe sostanzialmente una variante. […]
Il fatto stesso che per Gramsci il nucleo razionale (ma in realtà per lui si tratta di molto di più) vada ricercato nel neoidealismo, più che denotare una ristrettezza «provinciale» di «esperienze intellettuali», rivela bene il fatto che egli non ha mai condiviso il giudizio marxista della fine della filosofia con il sistema hegeliano: fine cioè della ragion d’essere di una filosofia come tale (superscienza) o come scienza particolare, di fronte all’urgere della necessità della rivoluzionaria scienza unica della natura e della storia, risultante dal complesso di tutte le cognizioni scientifico-sperimentali e della logica formale e dialettica, ossia della nuova «concezione del mondo» unitariamente materialistica ed integralmente scientifica. […] .
Le determinanti materiali della crisi capitalistica, del formarsi delle condizioni rivoluzionarie, tra cui la stessa «pervietà» del proletariato alla propaganda ed organizzazione di un partito che è tale in quanto subordinato, nella strategia, nella tattica, nel modo di funzionamento organizzativo, ad un programma invariante in quanto alimentato dalla rivelazione materiale degli intrinseci e basilari conflitti che minano e dirompono il modo di produzione vigente - tutto ciò viene sostituito da una illuminazione spirituale che dilaga in realizzazioni immediate e prefigura, come il tessuto di codeste conquiste locali, la società nuova nel grembo della vecchia. La «scuola», se così vogliamo dire, dell’Ordine Nuovo, ebbe ancora una sua caratteristica, su cui convennero e convengono amici e nemici: il localismo torinese. La formula di organizzazione operaia che essa presentava come nuova, il Consiglio di fabbrica, si sarebbe imposta a Torino, e solo in forza di quella «esperienza -, affrontata con ardore quasi da neofiti, avrebbe guadagnato l’Italia e il mondo. Era in fondo una variante dell’insidiosa teoria del «modello», che subito ci minacciò allora e che avrà lunghi e amarissimi sviluppi, deprecati invano. Come abbiamo cominciato in Russia, faremo in Europa; come abbiamo cominciato a Torino, faremo in Italia.
2. Falso sinistrismo gradualista
In piena corrispondenza con i classici del comunismo critico (polemiche contro Proudhon, Bakunin, Lassalle, critiche dei Programmi di Gotha e di Erfurt, ecc.) e con i grandi restauratori del marxismo stesso (Che fare?, Controcorrente, Stato e Rivoluzione, Ilrinnegato Kautsky, Terrorismo e comunismo...) la nostra riproposizione delle tesi programmatiche rivoluzionarie ha sempre indicato nell’immediatismo l’aspetto precipuo e distintivo dell’opportunismo, la cui impazienza culmina nel presupposto della graduale trasformazione della società ed inversione dei rapporti di potere, o addirittura conquista del potere stesso, mediante il progressivo concrescere di una nuova forma economica cosiddetta «proletaria» in seno alla società borghese ¯ banale contraffazione del concetto marxista secondo il quale la società borghese porta entro di sé la propria negazione e i fattori del proprio superamento, le condizioni materiali del socialismo stesso (carattere sociale della produzione in contrapposto al carattere individuale dell’appropriazione), condizioni il cui espletamento esige la rottura del sistema mercantile, dunque la chirurgia ostetrica della rivoluzione. La concezione revisionistica invoca un’analogia profondamente arbitraria fra la «condizione» della borghesia in seno alla società feudale, ove indubbiamente la borghesia godeva di progressivo potere economico con gli ovvi riflessi ideologico-culturali, e la «condizione» del proletariato entro la società borghese (esso è per definizione senza riserve, nullatenente, diseredato). È una concezione che nega in blocco tutta l’analisi scientifica del Capitale, tutto il programma marxista della costituzione del proletariato in classe (mediante la sua costituzione in partito) e della sua emancipazione, che non può intendersi come rottura, abrogazione di vincoli giuridici corrispondenti ad una superata realtà di dominio, anche perché nessun principio legale sanziona la necessità per il proletario di vendere la forza lavoro, unica merce di cui dispone e che possiede il peculiare carattere di generare plusvalore.
[Ciò è stato posto in luminosa evidenza da Rosa Luxemburg in Riforma sociale o rivoluzione? (parte II, cap. 3°: La conquista del potere politico) e anche dal nostro testo Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia in cui leggiamo: «Non meno volontaristica (di quella riformista), anche per la dichiarata adesione a più recenti filosofie borghesi, era la scuola sindacalista, che parlava bensì di aperto conflitto di classe e di svuotamento ed abolizione di quel meccanismo statale borghese, che i riformisti volevano permeare di socialismo, ma in realtà, localizzando la lotta e la trasformazione sociale a singole aziende della produzione, pensava parimenti che i proletari potessero successivamente stabilire con la lotta sindacale tante posizioni vittoriose in isolotti del mondo capitalistico. Una derivazione del concetto sindacalistico, in cui l’unità internazionale e storica del movimento di classe e della trasformazione sociale è frammentata in tante successive prese di posizione negli elementi dell’economia produttiva, in nome di una impostazione concreta ed analitica dell’azione, si ebbe nella teoria dei consigli di fabbrica propria del movimento italiano dell’Ordine Nuovo»].
Privato concettualmente il proletariato della sua esistenza di classe in sé e per sé, nella accezione della funzione e missione storica, l’operaismo cade inevitabilmente nell’interclassismo della democrazia «nuova», «vera», «diretta», «pura», ecc. In questo senso, l’evoluzione di Gramsci dall’ordinovismo alla tematica nazional-popolare degli scritti più tardi si svolge con continuità logica, favorita dalla situazione internazionale di pauroso deflusso del movimento proletario e dalla totale involuzione della III Internazionale.
È ripetutamente affermata in Gramsci - e a giusta ragione - l’ispirazione «soreliana» e «deleonista». Il vero significato della prima è svelato in una delle Cronache dell’Ordine Nuovo (11.X.1919), ove, parlando appunto di Sorel, egli scrive:
«Nelle migliori cose sue egli pare riscuotere in sé un poco delle virtù dei suoi due maestri: l’aspra logica di Marx, e la commossa e plebea eloquenza di Proudhon. Ed egli non si è chiuso in nessuna formula, e oggi, conservando quanto vi era di vitale e di nuovo nella sua dottrina, cioè l’affermata esigenza che il moto proletario si esprima in forme proprie, dia vita a proprie istituzioni, oggi egli può seguire non solo con occhio pieno di intelligenza, ma con animo pieno di comprensione, il movimento realizzatore iniziato dagli operai e dai contadini russi, e può chiamare ancora ‘compagni’ i socialisti d’Italia che vogliono seguire quell’esempio.
«Noi sentiamo che Giorgio Sorel è veramente rimasto quello che l’aveva fatto Proudhon, cioè un amico disinteressato del proletariato. Perciò la sua parola non può lasciare indifferenti gli operai torinesi, quegli operai che hanno così ben compreso che le istituzioni proletarie debbono essere create di lunga mano, se non si vuole che la prossima rivoluzione non sia altro che un colossale inganno».
Queste stesse concezioni sono d’altronde inseparabili dalla teorizzazione di Daniel De Leon e del suo Socialist Labor Party. Quest’ultimo ripudiava la rivoluzione armata e lo stesso lavoro illegale (p. es. nell’esercito) nella convinzione che lo sviluppo della struttura economica proletaria prefigurante la società futura entro il regime borghese ne avrebbe ridotto gli istituti a un mero guscio progressivamente svuotato che, a un certo punto, sarebbe crollato da sé in quanto non più sostanziato da un effettivo contenuto strutturale; con il che si ignorava totalmente la teoria marxista dello Stato, e infatti si respingeva conseguentemente la dottrina della dittatura proletaria, «che poi, per la logica delle cose, diventa dittatura di una minoranza cosciente ed organizzata della classe, ossia del Partito Comunista... [secondo l’interpretazione della III Internazionale], il proletariato dev’essere protetto contro se stesso, dalla propria dittatura, per evitare che la borghesia cerchi reclute nella massa per i propri complotti controrivoluzionari»; critica espressa contro il «sostituzionismo», quasi con le stesse parole, da Gramsci e da Pannekoek e reperibile negli scritti di Lukàcs plaudente a quella fusione coi socialdemocratici che pure aveva pugnalato la rivoluzione magiara!
La concezione di fatto pacifista ed elettoralista del «socialismo rivoluzionario» di De Leon discende logicamente dalla presupposizione di una conquista economica preliminare della società; analogamente, l’esaltazione soreliana della violenza sfuma nel mito dello sciopero generale (non certo identificabile con l’insurrezione), e si attesta quietamente sulle «concrete» realizzazioni conseguite dal corporativismo sindacalista, come tale disposto a una funzione strettamente riformista, fino al social-sciovinismo dell’union sacrée. […]
Analogamente a Gorter e Pannekoek (3) che, sia pure in forma inadeguata, opposero a Kautsky sia la teoria dell’estinzione dello Stato, sia l’internazionalismo, De Leon non solo propose lo slogan di uno «stato dei lavoratori» (stato operaio), ma denunciò con fermezza (anche se non seppe trarne le necessarie conseguenze, p. es. sull’assurdità della conquista pacifica del potere nei moderni stati capitalistici), le «ipotesi» emesse da Kautsky, in occasione del dibattito sull’entrata di Millerand nel governo Waldeck-Rousseau, sulla possibile neutralità dello Stato borghese di fronte alla lotta di classe. Come per Gorter e Pannekoek, la concezione di De Leon, pur non potendosi definire marxista, rappresentava una critica diretta del kautskismo nel senso del marxismo. L’elogio di Lenin non può tuttavia, a meno di deformare le rispettive posizioni nella loro realtà storica, considerarsi come una patente d’ortodossia rilasciata a De Leon (e ai «tribunisti» olandesi) e riverberantesi sull’ordinovismo.
Le parole con cui Lenin rende omaggio a De Leon vanno confrontate con le tesi del II Congresso sui soviet, esattamente come la sua obiettiva valutazione dei meriti dei teorici olandesi nell’anteguerra o nella lotta antisciovinista deve esserlo con le tesi del medesimo Congresso sul ruolo del Partito (4): quel che più conta, è innegabile che questi formidabili documenti impegnativi per il movimento rivoluzionario internazionale colpivano il nucleo centrale delle teorizzazioni immediatistiche statunitensi ed olandesi-germaniche, le quali giungevano in alcuni casi, come vedremo, a negare senz’altro il partito come tale. […]. È caratteristico non solo che «destra» e «sinistra» opportunistica abbiano sempredenunciato il blanquismo e giacobinismo marxista, ossia la concezione della leadership rivoluzionaria (e quindi «arte dell’insurrezione») e della dittatura esercitate dal partito comunista, ma che a tal uopo siano ricorse allo stesso arsenale di argomenti puramente democratici, la cui gamma si estende dalle apparenze liberal-conservatrici a quelle libertarie-eversive, ma la cui sostanza dottrinale, e la cui motivazione materiale di base, restano le stesse: importazione nel movimento proletario dell’ideologia dominante capitalistica nella sua mediazione piccolo-borghese, e quindi tramite particolari strati della classe operaia che si intrecciano e accavallano alla piccola borghesia, vuoi «imborghesendosi» nell’aristocrazia operaia (riformismo), vuoi confondendosi con settori piccolo-borghesi rovinati, tipici portatori di concezioni anarchiche...
[vedi in particolare Lenin, Lettera del 13-14 (26-27) settembre 1917 su Il marxismo e l’insurrezione: premesso che il marxismo, a differenza del blanquismo classico, non crede di poter suscitare o fare, ma solo dirigere col partito l’insurrezione determinata dalle ben note condizioni materiali oggettive e soggettive; che l’insurrezione è fatto di ampi strati della classe lavoratrice in una situazione di galvanizzazione delle masse, e di profondo sconvolgimento e sconcerti del potere costituito: resta che
«la menzogna opportunistica secondo la quale la preparazione della insurrezione e, in generale, il considerare l’insurrezione come un’arte è blanquismo, è una delle peggiori e forse la più diffusa delle deformazioni del marxismo nei partiti ‘socialisti’ dominanti. Il capo dell’opportunismo, Bernstein, ha già acquistato una triste celebrità elevando contro il marxismo l’accusa di blanquismo, e gli opportunisti attuali che gridano al blanquismo non rinnovano e non ‘arricchiscono’ affatto, a dire il vero, le magre idee di Bernstein»].
Quanto al giacobinismo ¯ termine che Gramsci userà nei primi scritti, fin nell’Ordine Nuovo, con disprezzo, e nei Quaderni con ammirazione, ma senza contraddizione perché nel primo caso intenderà criticare la preminenza e dittatura del partito, nel secondo affermare il blocco storico democratico nazional-popolare (ed allora sarà invocata l’egemonia di un partito nazionale ed illuministico, «intellettuale collettivo») - importa ricordare che, secondo Lenin, la funzione «giacobina» del partito rivoluzionario marxista non si limita affatto al radicalismo plebeo nella conduzione della prima fase (democratica) della doppia rivoluzione: si tratta di un ruolo ben più vasto, che spetta al partito comunista in quanto tale, in quanto organizzazione mondiale, e quindi anche nei paesi (anzi soprattutto in essi!) in cui i compiti democratici non sono più all’ordine del giorno: esso esercita nei confronti del proletariato quello stesso ruolo dirigente che i giacobini esercitarono nei confronti della borghesia, e tanto più in quanto il proletariato non dispone delle posizioni di forza in seno alla vecchia società di cui godeva la borghesia rivoluzionaria.
Similmente, è tanto più necessario lo scontro con i girondini del (rispetto al) proletariato, ossia gli opportunisti, in quanto appunto il potere del proletariato è condizionato non da un preesistente rapporto economico, ma dall’efficacia degli interventi dispotici disgregatori dei rapporti di produzione esistenti, e possibili solo grazie alla dittatura del partito rivoluzionario, che unico possiede e può applicare il programma storico di demolizione della vecchia società [vedi soprattutto il Che fare?, ma anche il Lenin di Un passo avanti e due indietro].
E che la «rivoluzione» nella visione gramsciana non fosse effetto delle contraddizioni strutturali intrinseche ed ineliminabili del sistema capitalistico, di cui fondamentale quella tra carattere sociale della produzione e privato dell’appropriazione, ma derivasse dallo svilupparsi, entro questa forma economica, di un apparato alternativo, a un certo punto cozzante contro sovrastrutture limitanti quanto esautorate - e che quindi si prefigurasse una sorta di «cambiamento di gestione» in funzione di una miglior produttività commisurata in base ai parametri vigenti all’interno della vecchia società -, è dimostrato da innumerevoli documenti, tra i quali eloquentissimo l’intervento di Gramsci, nel giugno 1919, all’assemblea torinese del PSI:
«Perché la rivoluzione da semplice fatto fisiologico e materiale diventi atto politico e inizi un’era nuova, è necessario che essa si incorpori in un potere già esistente, il cui sviluppo sia inceppato e compresso dalle istituzioni del vecchio ordine. Questo potere proletario deve essere emanazione diretta, disciplinata e sistematica, delle masse lavoratrici operaie e contadine. È necessario dunque sistemare una forma di organizzazione che assorba e disciplini permanentemente le masse operaie: gli elementi di questa organizzazione devono essere cercati nelle commissioni interne di fabbrica, secondo le esperienze della rivoluzione russa e ungherese e secondo le esperienze prerivoluzionarie delle masse lavoratrici inglesi e americane, che attraverso la pratica dei comitati di fabbrica hanno iniziato quella educazione rivoluzionaria e quel mutamento di psicologia che secondo Carlo Marx debbono essere considerati il sintomo più promettente della realizzazione comunista. Il prestigio che il Partito socialista irradia deve essere rivolto a dare una forma rivoluzionaria a questa organizzazione, a renderla concreta espressione del dinamismo rivoluzionario in marcia verso le massime realizzazioni» (Cit. in P. Spriano, Gramsci e l’Ordine Nuovo, Roma 1965, pp. 50-51).
È caratteristico, in quest’enunciazione – oltre al «concretismo», al ricollegamento agli IWW ed agli Shop stewards committees, e al tono di «slancio vitale» bergsoniano del «dinamismo rivoluzionario» – l’accento educazionistico e localistico (Marx parlava sì di formazione alla lotta, ma attraverso associazioni rivendicative generali ed azioni estese verso l’insieme della classe, come canale per recepire l’influenza del programma rivoluzionario). […] Oltre a configurare la rivoluzione proletaria sul modello di quella borghese – consolidamento graduale di potere economico e progressivo rischiaramento di coscienze – Gramsci, implicitamente nel complesso della sua opera ed esplicitamente negli ultimi scritti, esalta ed eternizza la leadership giacobina in quanto promotrice del blocco storico democratico estendendola alla rivoluzione proletaria e investendone la funzione del partito comunista (che viene così ad essere «giacobino» non in rapporto al proletariato, non per l’uso delle armi dittatoriali e terroristiche, ma per l’assunzione dovunque di un puro programma democratico di «completamento della rivoluzione borghese»).
[Di fatto, Gramsci, vedendo la rivoluzione proletaria come completamento della rivoluzione borghese, evidenzia la contrapposizione di un’autodirezione del proletariato alla direzione centralizzata e dittatoriale del partito concepita come peculiare della sola rivoluzione borghese, contrariamente a quanto si desume dalla concezione marxista della rivoluzione proletaria.
Da qui al socialdemocratismo, al blocco storico nazional-popolare il passo è breve].
Caratteristica nelle concezioni di Gramsci, degli IWW, degli Shop stewards committees, del deleonismo, del sindacalismo rivoluzionario ecc., ma anche del KAPD, era l’apparente contraddizione fra il ripudio del giacobinismo partitico perché «borghese», e la rappresentazione della rivoluzione proletaria come fedelmente ricalcata sul modello di quella borghese (toltone quel tanto di direzione unificata politica, e di terrore dittatoriale, che la stessa borghesia dovette usare per abbattere un avversario infinitamente più debole di quanto non sia per il proletariato il capitalismo).
In realtà, in luogo del «borghese giacobinismo» si predica al proletariato una sua caricatura economicistica, e, in altri e più chiari termini, si fa del girondinismo rispetto alla classe operaia. La critica democratica al democratismo rivoluzionario borghese giacobino del XVIII secolo non porta quindi a un superamento del democratismo borghese, ma ad un ultrademocratismo liberale-libertario che dalla reazionaria sconfessione delle forze d’avanguardia della rivoluzione francese perviene alla pura e semplice negazione dei reali strumenti rivoluzionari della lotta anticapitalista.
Le profonde analogie dell’ordinovismo e delle varianti germanico-olandesi ed anglo-americane dello spontaneismo operaista ed anarco-sindacalista sono sempre state messe in luce dalla Sinistra italiana. Ampia illustrazione ne è data nel testo di partito L’»Estremismo», condanna dei futuri rinnegati, dove si legge (pp. 105-106):
«Quel pericolo che Lenin dovette nel 1920 dipingere con le frasi, poi divenute classiche, di infantilismo e di dottrinarismo di sinistra, culmina nel non riconoscere che il contenuto rivoluzionario deve riempire di sé due forme squisitamente politiche e centrali: il partito di classe e lo Stato di classe [...]. Il gruppo che si chiama dell’Ordine Nuovo, che un’organizzata propaganda vuole descrivere come genuina corrente nella direzione del marxismo e del leninismo, nella sua origine dalla prima guerra mondiale nacque appunto da questi fondamentali errori [...]. Lo sviluppo di allora e tutto quello ulteriore permettono di vedere che lo schema, che diremo di Gramsci, aveva la natura immediatista di una posizione piccolo borghese di sinistra, e non marxista».
(continua: L'ideologia consiliare)
(1) Avanti! del 10 settembre. Quanto alla dittatura, essa non deve essere «dittatura di un partito, ma della grande massa dei lavoratori», formula da ricordare perché sarà, nella sua vuotaggine, il cavallo di battaglia del kautskismo, e a Bologna Gennari la ripeterà nella accezione ancor più lata di «dittatura di tutti i lavoratori». Sia detto tra parentesi, in Graziadei (come in Kautsky), ritorna di continuo il richiamo all’»immaturità del proletariato»; al solito, la rivoluzione ha bisogno dei suoi... professori e uomini di cultura!
(2) Si veda per la polemica Tasca-Bordiga in quell’anno, il primo volume di questa Storia.
(3) I commentatori alla Lepre-Levrero segnalano con orgoglio un articolo di Togliatti del 19 luglio in cui si afferma che «la necessità della trasformazione è ormai nelle cose stesse» e avverrà non appena ci si convinca che «il luogo dove si lavora è la sede dell’autorità sociale»; comincino dunque gli operai a «conquistare quello»; ogni fabbrica, divenuta... un centro completo [!!!] di vita comune, deve poi entrare in relazione [vecchia anima di Proudhon!] con gli altri organismi simili, servendosi delle federazioni professionali», su su fino alla... CGL: e questo sarebbe... leninismo, non già gradualismo misto a localismo, entrambi della più bell’acqua!
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