Ritorno al comunismo rivoluzionario di Marx e Lenin (3)
(«il comunista»; N° 191 ; Giugno 2026)
5. Lo Stato borghese non va democratizzato ma distrutto
Che mai può significare il suffragio universale, quando la potenza dei trust è tale da permettere loro di comprarsi in blocco deputati e partiti, quando essi non hanno nessuna difficoltà ad asservirsi funzionari e ufficiali? Quale interesse conservano i parlamenti, da quando la concentrazione del capitale finanziario ha per effetto di privarli di ogni potere di decisione, e non concede loro che una funzione puramente decorativa? E, in tali circostanze, che senso hanno le elezioni, moltiplicate all'infinito per le Camere, per i comuni, per i quartieri, perfino per le aziende, se non di fornire delle sinecure ad eletti il cui ruolo è di calpestare gli interessi dei propri mandanti e far credere loro che, con questo sistema, si possa influire sulla marcia del capitalismo e, prima o poi, addomesticarlo?
La violenza delle contraddizioni sociali che si scatenano nei paesi capitalistici periferici viene oggi a ricordare fino a che punto i sacri meccanismi della democrazia parlamentare sono essi stessi incapaci di resistere alla minima scossa sociale; l'esercito prende allora in mano direttamente gli affari, con la collaborazione sempre più frequente dei partiti liberali, democratici e cosiddetti operai.
Nei paesi di più antico capitalismo, i paesi imperialistici di Occidente, la collaborazione attiva di potenti partiti miranti a conciliare gli interessi delle classi ha consentito di spingere a fondo il metodo di governo democratico. Siano francamente piccoloborghesi, siano operai borghesi, cioè operai per la loro influenza e borghesi per la loro politica, questi partiti alternano periodi di leale opposizione sul terreno parlamentare a periodi di partecipazione al governo, e viceversa, perseguendo in entrambi i casi l'obiettivo di isterilire le lotte di classe e rafforzare la macchina dello Stato capitalista. La repressione del terrorismo "romantico", tipo Brigate Rosse, è lì a rammentarci fino a che punto questi partiti aiutino lo Stato a passare di colpo a un regime legale di eccezione, al minimo segno di rivolta contro l'ordine democratico, anche prima che la classe operaia si metta su vasta scala in movimento.
Ed è questo formalismo democratico della democrazia, tenuto in vita dai borghesi al solo scopo di nascondere la loro dominazione che la classe operaia dovrebbe difendere costi quel che costi, facendo leva su di esso per lottare contro la classe capitalistica?
Dopo che in Spagna il franchismo ha brillantemente passato la mano alla democrazia al fine di arginare la lotta operaia, non si vedono a loro volta le borghesie brasiliana e polacca cedere alla tentazione di forme di apertura e pluralismo?
«Il potere politico dello Stato moderno - diceva già il Manifesto del 1848 - non è che il comitato di amministrazione degli affari comuni di tutta quanta la classe borghese».
Più lo Stato è democratico, e lascia libero gioco alle forze della borghesia, più esso si concentra nelle mani delle più potenti forze borghesi, cioè di un pugno di gruppi finanziari immensi che non si limitano a sfruttare la classe operaia, ma, non contenti di ciò, rovinano masse ogni giorno più vaste di contadini e la stessa bassa forza dell'esercito capitalistico tuttavia inginocchiata in servile adorazione di fronte alla loro potenza.
Più lo Stato è democratico riesce a far partecipare i proletari alla sua gestione, più la classe operaia è gravata di catene e maggiori ostacoli incontra nella sua lotta contro la classe capitalistica.
Più lo Stato è democratico e sembra elevarsi al disopra delle classi e dell'intera società, più la schiaccia col suo peso, più realizza di fatto la dittatura impersonale del capitale.
6. La società è più che matura per il comunismo
Dagli inizi del secolo XX, cioè da quando un pugno di trust e di Stati si suddivide e ridivide il mondo, il capitalismo ha raggiunto il suo stadio estremo, che, come diceva Lenin, è «l'anticamera del socialismo».
Ormai da tempo, anche a voler tenere conto delle enormi differenze di sviluppo fra le diverse regioni del mondo, la società nel suo insieme è arcimatura per la trasformazione comunista. E' per questo che il conflitto tra le forme produttive moderne, il lavoro associato, la vita collettiva e il loro prodotto più puro, il proletariato, da una parte, e, dall'altra, i rapporti capitalistici, cioè il capitale, il mercato e gli Stati borghesi che li difendono, prende sempre più l'aspetto e l'andamento di una successione infernale di crisi, di guerre e di ogni sorta di calamità.
Questo corso catastrofico cesserà solo con l'abbattimento violento dell'ordine stabilito, che permetterà alla società di strappare le forze produttive alle cieche leggi del capitale e metterle al servizio dello sviluppo dell'umanità.
Quale che sia la sua durata, solo la trasformazione comunista della società permetterà di sostituire all'anarchia generalizzata l'amministrazione internazionale centralizzata delle capacità produttive del genere umano, delle risorse naturali e delle ricchezze del pianeta; permetterà di sopprimere la divisione sociale del lavoro e le classi, di compensare con la solidarietà disinteressata le condizioni climatiche o geografiche sfavorevoli, di colmare gli scarti oggi esistenti fra paesi ricchi e poveri, quindi l'abisso fra le nazioni e le razze, di mettere fine alla schiavitù domestica e all'inferiorità sociale della donna, di sopprimere l'antagonismo fra città e campagna, di porre rimedio alle conseguenze pericolose della grande industria e di arrestare il processo di esaurimento della terra e del lavoratore, che sono il necessario prodotto delle leggi del capitale.
Utopia!, gridano gli ideologi borghesi. Ma il capitalismo non ha già fornito, con i progressi della tecnica agricola moderna, le soluzioni per nutrire la popolazione del mondo intero, solo che si liberino i mezzi di produzione dal monopolio dei proprietari fondiari e dal dominio del mercato? Non esistono già alla scala del pianeta tecniche moderne sufficienti per ridurre in misura considerevole il tempo di lavoro e soddisfare i bisogni più pressanti in beni di prima necessità, solo che si integri nel processo produttivo la metà del genere umano che oggi ne è espulsa dal meccanismo del lavoro salariato, e si sottraggano le macchine alle cieche leggi del capitale?
E' davvero così assurdo immaginare di poter fare a meno progressivamente del mercato alla scala del pianeta, amministrando centralmente la produzione e il consumo di tutta l'umanità? E' il corso stesso del capitalismo che spinge ineluttabilmente verso un simile traguardo. Già le potenti compagnie industriali fanno lavorare insieme migliaia e a volte milioni di uomini che, nell'ambito di queste immense imprese, non hanno nessun bisogno del mercato per far circolare i prodotti usciti dalle loro mani.
La divisione internazionale del lavoro è già stata spinta al limite in cui le merci correnti vendute in tutto il mondo contengono lavoro eseguito da operai di ogni continente, e in cui la potenza e la rapidità dei mezzi di comunicazione moderni permettono di contabilizzare d'un colpo solo masse enormi di informazioni raccolte in tutti gli angoli della terra. Immense catene di magazzini concentrano una parte sempre maggiore del consumo. Società o istituzioni pubbliche gigantesche controllano l'alloggio di milioni di uomini. Una percentuale enorme della popolazione si nutre almeno in parte in mense collettive. Ma il capitalismo porta avanti questo processo di socializzazione a modo suo, cioè spingendo all'assurdo la concorrenza fra i trust e gli Stati e rendendo la vita sempre più insopportabile alle grandi masse.
Sarà infinitamente più facile radunare in una sola unità produttiva il lavoro delle mille prime compagnie del mondo, che controllano già una gran parte delle ricchezze create, e di aggregarvi progressivamente il resto della produzione, di quanto non sia stato, ieri, passare dalle piccole unità di produzione individuali alle imprese moderne che coordinano il lavoro di centinaia di migliaia di operai e a volte anche di più. E sarà senza dubbio infinitamente meno difficile fondere in una sola unità sociale qualcosa come 150 Stati nazionali, di quanto non sia stato, ieri, riunire più di 350 Stati tedeschi in un solo Stato nazionale!
La maggior parte dei compiti produttivi è già devenuta abbastanza semplice perché una percentuale elevata della popolazione, del resto sempre crescente, possa eseguirla. Distribuire tra tutti i membri della società le mansioni ingrate e faticose di cui la macchina non può finora incaricarsi, e cominciare a ripartire tra tutti i compiti produttivi, amministrativi e intellettuali, è dunque possibile, purché ci si emancipi dalle leggi del capitale!
Il capitalismo, che accumula tutti i materiali della trasformazione comunista della società, non si limita a rendere questo sbocco necessario per strappare l'umanità dai tormenti in cui la gettano le sue conseguenze; produce anche la forza destinata a liberarne l'umanità: il proletariato.
Partito Comunista Internazionale
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