Nella rivendicazione costante della continuità del programma comunista, le Tesi di Lione della Sinistra Comunista d'Italia rappresentano un punto d'arrivo e di partenza della lotta della nostra corrente, ieri e oggi, contro ogni deviazione e revisione del marxismo
(«il comunista»; N° 191 ; Giugno 2026)
Sono passati cent’anni dal terzo congresso del Partito Comunista d’Italia tenuto a Lione nel gennaio 1926. Vi furono presentate le Tesi della Centrale (Gramsci) e le Tesi della corrente di Sinistra del PCd’I.
Qui di seguito ripubblichiamo il seguito della Premessa alle Tesi di Lione della Sinistra Comunista d’Italia che il partito ha rieditato nel giugno 1970 nel volumetto n. 2 dei “testi del partito comunista internazionale”, intitolato In difesa della continuità del programma comunista, contenente tutte le Tesi della Sinistra, da quelle del 1920 alle Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale del 1966.
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Ma il punctum dolens del cruciale 1923 resta la Germania, ed è qui che le oscillazioni tattiche e l’eclettismo del Comintern (assai più che in Bulgaria e in Estonia, episodi sui quali non possiamo soffermarci) producono nella seconda metà dell’anno quello che, per le sue conseguenze vicine e lontane, può definirsi il grande disastro preparatorio delle sconfitte in Cina e Inghilterra e della mortale crisi del partito russo e della stessa Internazionale negli anni successivi. Improvvisamente, in luglio, si fanno strada a Mosca — rimasta a lungo passiva di fronte agli sviluppi della situazione tedesca, forse nella consapevolezza della scarsa consistenza e omogeneità del KPD — l’allarme per il pericolo fascista da un lato, la convinzione (non discutiamo se fondata) che un ciclo prerivoluzionario stia per aprirsi dall’altro. Le direttive rimangono tuttavia a lungo vaghe e prudenti: la revoca della grande «giornata antifascista» già fissata per il 23 luglio in seguito al divieto governativo trova la sanzione di Mosca e, di rimbalzo, riaccende i contrasti fra la Centrale e la sinistra tedesca, fra l’ardente Berlino e la tiepida provincia, fra il proletariato già in azione e l’«aristocrazia operaia» lenta a mettersi in moto. Sui primi di agosto, di fronte ai chiari segni di agonia del governo Cuno, la Centrale del KPD giudica prossimo il momento di una mobilitazione delle masse sotto la parola d’ordine del «governo operaio e contadino»; inversamente, dalla sua roccaforte berlinese, la «sinistra» proclama che «la fase intermedia del governo operaio sta divenendo, in pratica, sempre più improbabile». Fra il divampare di nuovi imponenti scioperi, e nella confusione prodotta da questa altalena di parole d’ordine contrastanti, il grande capitale, fermamente deciso a liquidare l’ormai fallita campagna di «resistenza passiva» all’occupazione della Ruhr e a conciliarsi con l’Intesa, con particolare riguardo all’Inghilterra, manda al potere Stresemann.
Come ormai normale, la reazione a Mosca è una brusca sterzata dall’attendismo fondamentalmente pessimistico all’ottimismo frenetico: «La rivoluzione batte alle porte della Germania — scrive l’organo del Profintern in settembre — È solo questione di mesi». Presente a Mosca l’intero stato maggiore del KPD, si decide fra mille andirivieni che l’assalto al potere debba essere preparato d’urgenza, e se ne fissi addirittura la data. Quale il trampolino di lancio? Non v’è dubbio: il IV Congresso l’ha chiarito; il III Esecutivo Allargato ne ha dato conferma. Il primo ottobre, al culmine della crisi economica e sociale, Zinoviev prospetta al segretario del partito tedesco, Brandler, l’approssimarsi del « momento decisivo fra quattro, cinque, sei settimane »; è quindi necessario... porre in forma concreta il problema del nostro ingresso nel governo sassone [dominato dai socialdemocratici] a condizione che la gente di Zeigner [il presidente del consiglio riformista] sia realmente disposto a difendere la Sassonia contro la Baviera e i fascisti » (dopo il 1918, il 1919, il 1921, si ridà fiducia alla « volontà » dei socialdemocratici di rinunziare ad essere... se stessi!). Nell’opuscoletto Probleme der deutschen Revolution, scritto proprio allora dal presidente dell’Internazionale, da un lato si proclama giustamente che « la prossima rivoluzione tedesca sarà una rivoluzione proletaria classica » (cioè « pura ») ma si traggono deduzioni fin troppo ottimistiche dall’alto grado e spirito di organizzazione del proletariato germanico (quel talento e fascino dell’organizzazione in cui Luxemburg nel 1918 e Trotsky nel 1920 avevano individuato una delle cause del fallimento di fronte alla prova cruciale della guerra — in assenza di una ferma direzione di partito) e dall’altro si attribuisce un ruolo rivoluzionario « alle masse piccolo-borghesi cittadine, i funzionari piccoli e medi, i piccoli commercianti ecc. » e si arriva a ipotizzare che « il ruolo giocato nella rivoluzione russa dal contadiname stanco della guerra sia ripreso fino a un certo punto nella rivoluzione tedesca dalle larghe masse piccolo-borghesi urbane, spinte dallo sviluppo del capitalismo all’orlo dello sfacelo e del precipizio economico »!!
In questa fantastica valutazione, tuttavia, c’è un’ombra: il fronte unico ha ottenuto senza dubbio in Germania l’auspicato successo di trascinare nella lotta anche « gli strati più retrogradi della classe operaia, avvicinandoli all’avanguardia rivoluzionaria »; « l’ora in cui l’enorme maggioranza dei lavoratori tedeschi, che oggi ripone ancora qualche speranza nella socialdemocrazia, si convincerà definitivamente che la lotta decisiva dev’essere condotta senza e contro le ali destra e sinistra dell’SPD sta avvicinandosi »; non è però ancora suonata, e perché suoni è necessario un nuovo « round » di esperienze non solo di fronte unico politico, ma di governo di coalizione « operaia ». Ecco perché si impone l’ingresso dei comunisti nel governo sassone, al doppio scopo «1) di aiutare l’avanguardia rivoluzionaria di Sassonia a prendere stabile piede, ad occupare un determinato territorio, e a fare del suo paese il punto di partenza di ulteriori battaglie; 2) di offrire ai socialdemocratici di sinistra la possibilità di rivelarsi coi fatti e così facilitare ai proletari socialdemocratici il compito di vincere le ultime illusioni»! D’altra parte, l’esperimento governativo, che può avvenire solo « col consenso del Comintern », ha senso « unicamente se offre la sicura garanzia che l’apparato statale cominci realmente a servire gli interessi della classe operaia, che centinaia di migliaia di lavoratori vengano armati per la lotta contro il fascismo bavarese e tedesco in genere, che non solo a parole ma nei fatti abbia inizio un’espulsione in massa dei funzionari borghesi dall’apparato statale... e che si introducano senza indugio misure economiche di carattere rivoluzionario, tali da colpire la borghesia in maniera decisiva »; ovvero, come nel famoso telegramma di Zinoviev a Brandler del primo ottobre, « armare subito 50-60 mila uomini in Sassonia... ed egualmente in Turingia ».
Tutto, qui, è contraddittorio: si anticipa una situazione rivoluzionaria sedicentemente «favorita» dall’intervento in funzione eversiva delle grandi masse piccolo borghesi, e se ne indica lo snodamento in una combinazione parlamentare-governativa; si esaltano i successi ottenuti col fronte unico nello stringere intorno al partito l’enorme maggioranza della classe operaia, e ci si sottomette alla coalizione con la più screditata delle socialdemocrazie mondiali; si predica la « conquista del potere » al modo rivoluzionario classico, e se ne addita la strada nell’armamento del proletariato, nella cacciata dei funzionari borghesi e nell’introduzione di misure dittatoriali antiborghesi, da parte di un governo in maggioranza socialdemocratico; ci si prefigge di « smascherare » in tal modo l’SPD, e si cancellano soltanto i caratteri distintivi del proprio partito; si pretende che per tale via il KPD « convincerà coi fatti la maggioranza della classe operaia tedesca di non essere più, come nel 1919-21, soltanto l’avanguardia, ma di avere dietro di sé milioni di lavoratori », e si presenta a questi ultimi il fatto umiliante e vergognoso di una combinazione di governo dove tre ministri comunisti (uno dei quali il segretario del partito, Brandler) sono legati mani e piedi ai ministri socialdemocratici, ai massacratori di Rosa e Carlo, e, mentre « hanno dietro di sé milioni e milioni di proletari », non li chiamano all’assalto al potere, bensì all’attesa paziente e fiduciosa di qualche fucile dai compari riformisti! Una coalizione alla conclamata vigilia dell’insurrezione! Lo sdegno di Trotsky, ne Gli insegnamenti di Ottobre, per questa ricaduta (ma in peggio) nelle esitazioni capitolarde della minoranza bolscevica di fronte alla conquista del potere nel 1917 era ben giustificato, anche se, eludendo la questione di fondo, egli non avvertisse che quella «recidiva socialdemocratica» era stata la conclusione necessaria delle tattiche «elastiche» del fronte unico e del governo operaio, da lui stesso appoggiate e difese prima del 1925 e dopo (7). Si fissa la data dell’insurrezione dal... trampolino di lancio di un governo socialcomunista, la si sposta in seguito ai suggerimenti della Centrale tedesca: tutto si svolge come se la rivoluzione fosse un fatto tecnico, non il prodotto di una situazione oggettiva ben precisa e di un’adeguata preparazione soggettiva ad opera del partito (che da mesi predicava ai proletari la via semilegalitaria delle manovre di accostamento a questo o quel gruppo, e delle soluzioni governative o paragovernative). Si ammonisce il partito ad evitare che « nella Germania di oggi, ribollente e tumultuante, in cui l’avanguardia si getterà oggi o domani nella lotta decisiva trascinandosi dietro la fanteria pesante proletaria, la giusta tattica del fronte unico non si converta nel suo diretto contrario », ma tutto si fa perché appunto questo avvenga vincolando il partito, in uno o al massimo due Stati regionali isolati nel gran mare della Germania, nella morsa del potere centrale pienamente nelle mani borghesi e delle truppe più o meno regolari della Baviera, eterna riserva della controrivoluzione tedesca, al carro della socialdemocrazia e della sua provata vocazione al tradimento. Si rincalza: « Nell’attuale Germania, giunta alla soglia della rivoluzione, la formula generale del «governo operaio e contadino» è già insufficiente... e noi dobbiamo non solo alla propaganda, ma nell’agitazione di massa mostrare e chiarire non solo all’avanguardia, ma anche alle grandi masse, che non si tratta d’altro che della dittatura del proletariato, o della dittatura dei lavoratori delle città e dei campi », si pretende di poter fare ciò andando e rimanendo al governo con una socialdemocrazia che, per dichiarazioni programmatiche esplicite e per tradizione santificata dai fatti, esclude l’impiego della dittatura e del terrore...
L’epilogo seguì nel giro di pochissimi giorni. Il 20 ottobre, il governo centrale del Reich invia a quello di Sassonia un ultimatum per lo scioglimento immediato delle pur esili milizie operaie, minacciando, in caso di inadempienza, di dare ordine di marcia alla Reichswehr. Il partito decide la proclamazione dello sciopero generale in tutta la Germania; ma, insicuro di se stesso e dell’appoggio dei proletari, disorientati dalla girandola di parole d’ordine e di obiettivi contraddittori, Brandler pensa di «consultare» preventivamente le masse — rappresentate da una assemblea di operai e funzionari politici e sindacali a Chemnitz — e, convintosi che il momento buono è ormai fuggito, revoca l’ordine di cessazione del lavoro. Basta un distaccamento della Reichswehr per deporre il governo sassone: un ritardo nella notizia della revoca dello sciopero impedisce ad Amburgo proletaria di non insorgere isolata — per essere domata in ventiquattr’ore con la forza. Avrebbero dovuto marciare i proletari sotto la guida del partito; marciò l’esercito sotto la guida dei generali kaiseristi lasciati ai loro posti dagli Ebert-Scheidemann. Qualche focolaio di resistenza venne rapidamente soffocato: il 1923 tedesco era finito.
Sarà facile, nei mesi successivi, e segnatamente al Plenum dell’Esecutivo moscovita dell’8-12 gennaio 1924, scaricare la responsabilità del disastro sulle insufficienze, gli errori, le debolezze della Centrale tedesca; altrettanto facile, da parte di quest’ultima, rispondere che — errori di dettaglio a parte — si erano applicate punto per punto le direttive del Comintern, a loro volta conformi ai deliberati del IV Congresso. Per salvare il salvabile, cioè l’«unità» di un partito più che mai diviso, se ne rimaneggerà la direzione e se ne condanneranno i «rei», pur conservandoli come sospetta minoranza nella nuova Centrale, di «sinistra» (salvo, un anno dopo, a riconoscerla... peggiore di quella che l’aveva preceduta (8). Ma il più grave è che, parallelamente, si annunzierà un’ennesima « svolta tattica » su scala mondiale: Non più fronte unico al vertice — come, per «un’errata interpretazione» dei deliberati del IV Congresso, l’hanno praticato diversi partiti, primo fra tutti quello tedesco — ma fronte unico dal basso: «È venuto il momento di proclamare apertamente che noi rinunziamo a qualunque trattativa con il Comitato Centrale della socialdemocrazia tedesca e con la direzione centrale dei sindacati germanici; non abbiamo nulla da discutere coi rappresentanti della socialdemocrazia. Unità dal basso, ecco la nostra parola d’ordine: già in parte realizzato, il fronte unico dal basso è ora realizzabile anche contro i suddetti signori». Non più sottili distinzioni fra destra e sinistra socialdemocratica: «I socialdemocratici di destra sono traditori aperti; quelli di sinistra, invece, coprono soltanto con le loro frasi l’azione controrivoluzionaria degli Ebert, dei Noske e degli Scheidemann. Il KPD respinge ogni trattativa non solo con la centrale dell’SPD, ma anche con i dirigenti di «sinistra», almeno finché [una porticina riaperta dopo di aver chiuso il portone] questi eroi non trovino il coraggio di rompere apertamente con la banda controrivoluzionaria a capo del partito socialdemocratico». Non più una possibile interpretazione del governo operaio e contadino come un governo nel quadro della democrazia borghese, come un’alleanza politica con la socialdemocrazia; «la parola d’ordine del governo operaio e contadino è, tradotta nella lingua della rivoluzione, la dittatura del proletariato... mai, in nessun caso, una tattica di accordo e transazione parlamentare coi socialdemocratici. Al contrario, anche l’attività parlamentare dei comunisti deve aver per oggetto lo smascheramento del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia e l’illustrazione agli operai dell’inganno e dell’impostura dei governi «operai» da essa creati, che sono in realtà soltanto dei governi borghesi liberali». Non più «governo migliore» contrapposto a «governo peggiore»: «fascismo e socialdemocrazia sono la mano destra e la mano sinistra del capitalismo contemporaneo».
Al V Congresso dell’Internazionale Comunista, 17 giugno - 8 luglio 1924, che da un lato riflette il profondo smarrimento dei partiti dopo il disastroso bilancio di un biennio di brusche svolte tattiche e di ordini equivoci (lo stesso Togliatti chiede che infine si dica senza mezzi termini che cosa esattamente si deve fare), nati sull’altare dell’infallibilità dell’Esecutivo, ancora una volta la Sinistra leva l’unica voce tanto severa, quanto serena e schiva da fronzoli personali e locali. Se mai fosse stato nel suo costume il rallegrarsi delle conferme schiaccianti dalle sue previsioni alla terribile prova del sangue proletario inutilmente versato, o di chiedere a sua volta che teste di «rei» e di «corrotti» rotolassero per cedere il posto a teste «innocenti» e «incorruttibili», quello sarebbe stato il momento. Ma non questo chiede e vuole la Sinistra: chiede e vuole che si affondi coraggiosamente il bisturi nelle deviazioni di principio di cui quegli «errori» erano il prodotto inevitabile, e le «teste» soltanto l’espressione occasionale. «Fronte unico dal basso»? E sia; purché non si lasci aperta la scappatoia ad «eccezioni» in senso opposto (come si dice già nel rapporto), e si proclami senza mezzi termini che la sua base «non può mai essere quella di un blocco di partiti politici, bensì essere trovata soltanto in altre organizzazioni della classe operaia, non importa quali, ma tali che, per la loro costituzione, siano conquistabili alla direzione comunista». Niente dunque inviti ad organizzazioni, come la destra o la sinistra socialdemocratica, che non possono «lottare sulla via finale della rivoluzione mondiale comunista» e nemmeno «sostenere gli interessi contingenti della classe operaia», e ai quali sarebbe, come è stato, criminoso «dare col nostro atteggiamento un certificato di capacità rivoluzionaria, sconvolgendo così tutto il nostro lavoro di principio, tutta la nostra opera di preparazione della classe lavoratrice». Lotta contro la socialdemocrazia «terzo partito borghese»? D’accordo; ma come giustificare, allora, la nuovissima «bomba» della proposta di fusione dell’Internazionale Sindacale Rossa con l’odiata Internazionale Sindacale di Amsterdam? Governo operaio «sinonimo di dittatura del proletariato»? Troppo duramente abbiamo pagato l’impiego anche solo di una frase ambigua: chiediamo «un funerale di terza classe non solo per la tattica, ma per la stessa parola, di governo operaio». Lo chiediamo perché «dittatura del proletariato, questo mi dice: il potere proletario sarà esercitato senza dare nessuna rappresentanza politica alla borghesia. Questo mi dice pure il potere proletario può essere conquistato soltanto grazie all’azione rivoluzionaria, attraverso l’insurrezione armata delle masse. Quando invece dico governo operaio, si può, volendo, intendere pure questo; ma, se non si vuole, si può anche intendere (Germania! Germania!) un altro governo che non sia caratterizzato dal fatto di escludere la borghesia dagli organi di rappresentanza politica né, tanto meno, dal fatto che la conquista del potere si è verificata con mezzi rivoluzionari e non con mezzi legali». Si risponde che quella del «governo operaio» è una formula più comprensibile alle masse? Ribattiamo: «Che cosa può comprendere del governo operaio un semplice lavoratore o contadino, quando, dopo tre anni, noi, i capi del movimento operaio, non siamo ancora giunti a comprendere e definire in modo soddisfacente che cosa esso sia»?
Ma la questione è ancora più profonda. Che nel 1925 l’Internazionale vada «a sinistra», potrebbe essere per noi motivo di sollievo, se ponessimo il problema nei termini di una meschina rivincita. Ma non così lo poniamo: «Ciò che abbiamo criticato nel metodo di lavoro dell’Internazionale è appunto questa tendenza ad andare a destra e a sinistra seguendo le indicazioni della situazione, o di come si crede di interpretarle. Finché non sarà discusso a fondo il problema dell’elasticità, dell’eclettismo... finché questa elasticità permane e nuove oscillazioni devono verificarsi, una forte svolta a sinistra ce ne fa temere una ancora più forte a destra [occorre dire che proprio questo avverrà negli anni successivi?]». Non è una deviazione a sinistra nella congiuntura attuale che noi chiediamo, ma una rettifica generale delle direttive dell’Internazionale: questa rettifica non sia pur fatta nel modo che noi chiediamo... ma sia fatta, e in modo chiaro. Noi dobbiamo sapere dove andiamo.
E infine: siamo noi della Sinistra a volere più di chiunque la centralizzazione e la disciplina mondiale; ma una simile disciplina «non si può affidare alla buona volontà di tale o tal altro compagno che, dopo venti sedute, firmi un accordo nel quale destra e sinistra siano finalmente unite»; è una disciplina «che si deve trasportare nella realtà, nell’azione, nella direzione del movimento rivoluzionario del proletariato teso verso l’unità mondiale» e che, per essere tale, «abbisogna di una chiarezza nella direzione tattica e di una continuità nella costruzione delle nostre organizzazioni, nel porre i limiti che ci separano dagli altri partiti». Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza e invarianza dei principi e delle direttive tattiche. In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico; oggi, o la si ricostruisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto. La «garanzia» che non si ricadrà nell’opportunismo, — osa proclamare la Sinistra ad un congresso che appena sfiora la questione russa come un pericoloso tabù —, non può più venire dal solo partito russo, perché è il partito russo che ha bisogno, urgente bisogno, di noi, e in noi cerca la «garanzia» che invano gli chiediamo. È giunta l’ora in cui «l’Internazionale del proletariato mondiale deve rendere al PC russo una parte degli innumerevoli servizi che ne ha ricevuti. La situazione più pericolosa, dal punto di vista del pericolo revisionista, è la sua situazione, e contro questo pericolo gli altri partiti devono sostenerlo. È nell’Internazionale che esso deve attingere la maggior forza di cui ha bisogno per attraversare la situazione estremamente difficile in cui si dibatte» (9).
Battaglia grande, ma perduta! Dalla débacle dell’ottobre tedesco trarrà nuovo alimento la crisi interna del partito bolscevico; dal riflusso della rivoluzione in Occidente e dalla sua teorizzazione di comodo, uscirà il mostro del «socialismo in un solo paese»; dal fronte unico «dal basso» si tornerà agli entusiasmi per il fronte unico al vertice, e addirittura ai giri di valzer col radicalismo borghese in Germania (10); alla sciagurata profferta gramsciana alle «opposizioni» di un Aventino durante la crisi Matteotti, basata una volta di più sull’attribuzione di un ruolo autonomo alla piccola borghesia e anticipatrice dei «fronti popolari» contro il fascismo; alla ignobile dottrina del «qualunque mezzo è buono al fine», garante di ciò il possesso di uno scolasticizzato «marxismo-leninismo» decaduto a volgare formula machiavellica, ecc. A ognuna di queste storture è data risposta nella parte generale delle Tesi di Lione, mentre la loro «storia» è riassunta nelle parti internazionale e italiana, su cui perciò non insistiamo. Quello che verrà dopo, lo sanno tutti: l’Internazionale svirilizzata, ridotta a strumento mutevole della politica estera russa; l’abbandono di ogni principio; infine lo scioglimento in funzione dell’alleanza di guerra con le «democrazie»; e la strada libera a tutte le vergogne di questo dopoguerra.
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Si è visto — e siamo al terzo aspetto della débacle — come non solo parallelamente, ma con un certo anticipo sulle manovre tattiche, e sempre nell’illusione di ottenere più in fretta un largo concentramento di forze proletarie intorno al partito, si fosse iniziato un processo di graduale abbandono di quel rigore nei criteri di organizzazione che i ventun punti avevano tuttavia rivendicato come necessaria premessa della costituzione dell’Internazionale su basi non fittizie e fluttuanti.
Contro il nostro parere, si era cominciato col tollerare nelle draconiane «condizioni di ammissione» un margine di possibile manovra in vista di riconosciute «particolarità nazionali»: in omaggio a queste, si era accettata l’adesione quasi totalitaria dell’ex partito socialista francese solo per dover constatare, ad ogni nuova sessione dell’Esecutivo, di aver di fronte lo spettro malamente riverniciato della vecchia socialdemocrazia parlamentarista e magari sciovinista; prima ancora, si era avallata la fusione del KPD con la «sinistra» degli Indipendenti, solo per vederseli sfuggire di nuovo dopo di aver largamente inquinato il partito o di averne aggravato le malattie di origine. Si era praticato al vertice, per esempio nei confronti del PSI, quel «federalismo» che nel 1923 si rinfaccerà ai partiti norvegese e danese, ogni qualvolta e in qualunque paese una vaga prospettiva di reclutare nuove forze numeriche sembrasse profilarsi.
Accanto ai partiti comunisti, si erano accolti nelle file dell’Internazionale rivoluzionaria — quasi alla pari — partiti sedicentemente simpatizzanti.
Ora che il rosario delle innovazioni tattiche continuava a sgranarsi ridando fiato ogni volta alle correnti centrifughe sonnecchianti in tutti i partiti, e le svolte brusche si susseguivano ingenerando confusioni e dislocamenti anche nei militanti più saldi, la questione della «disciplina» si poneva forzatamente non come il prodotto naturale e organico di una conseguita omogeneità teorica e di una sana convergenza di azione pratica, ma al contrario come manifestazione morbosa della discontinuità nell’azione e della disarmonia nel patrimonio dottrinale. Nella stessa misura in cui si constatavano errori, deviazioni, cedimenti, e si cercava di rimediarvi rimaneggiando comitati centrali o esecutivi, si imponevano da un lato il «pugno di ferro» e dall’altro la sua idealizzazione come metodo e norma interna del Comintern e delle sue sezioni, e come antidoto di sicura efficacia contro non già gli avversari o i falsi amici, ma i compagni. L’era dei processi a rotazione contro se stessi, di quello che la Sinistra al VI Esecutivo Allargato chiamò «lo sport dell’umiliazione e del terrorismo ideologico» (spesso ad opera di «ex oppositori umiliati»), era incominciato: e non v’è processo senza carceriere.
Si era deviato dalla disciplina verso il programma, lucido e tagliente com’era all’origine: si pretese, per impedire che da quell’indisciplina nascesse lo scompiglio, di ricreare in vitro dei «partiti veramente bolscevichi»: è noto che cosa diverranno, sotto il tallone staliniano, queste caricature del partito di Lenin. Al IV Congresso avevamo ammonito: «La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella definizione dei limiti entro i quali i nostri metodi devono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali, e delle misure di organizzazione».
Ripetemmo al V Congresso ch’era illusorio rincorrere il sogno di una disciplina di tutto riposo, se mancavano chiarezza e precisione nei campi pregiudiziali ad ogni disciplina e omogeneità organizzativa; ch’era vano cullarsi nella chimera di un partito mondiale unico, se la continuità e il prestigio dell’organo internazionale erano continuamente distrutti dalla «libertà di scelta», concessa non solo alla periferia ma al vertice, nei principi determinanti l’azione pratica e in questa stessa azione; che era ipocrita invocare una «bolscevizzazione» che non significasse intransigenza nei fini, e aderenza dei mezzi ai fini.
Non bastando una disciplina applicata come la concepiscono generali e furieri, si scoprì una particolare ricetta di organizzazione: si volle ricostruire i partiti (cinque anni dopo la loro prima costituzione!) sulla base delle cellule di azienda come modello ideale derivante dal patrimonio storico del bolscevismo, e si attese da questa forma la soluzione di quel problema di forza che è la rivoluzione. Rispondemmo che la formula, ovvia per la Russia pre-1917 e non mai elevata a dogma immutabile da Lenin, non poteva essere trasferita tale e quale all’Occidente, mentre, nella sua applicazione formalistica, implicava un’autentica rottura coi principi di formazione e con il processo reale di genesi e di sviluppo del partito rivoluzionario, una caduta nel «laburismo» (VI Esecutivo Allargato), il partito marxista non essendo definito dalla bruta composizione sociale dei suoi membri ma dalla direzione nella quale si muove, ed essendo tanto più vivo e vitale come organismo rivoluzionario, quanto meno rinchiuso nell’orizzonte angusto e corporativo della prigione aziendale. Chiarimmo che questa «revisione», vantata come antidoto alla burocratizzazione, avrebbe comportato, all’opposto, una ipertrofia del funzionarismo, unico legame rimasto a collegare cellula a cellula, come azienda ad azienda.
Allargammo la questione al problema ben più vasto e generale, e nel 1925-1926 coinvolgente tutte le questioni destinate a divenire brucianti nella lotta interna del partito russo: denunziammo, prima che fosse troppo tardi, la smania e la mania della «lotta al frazionismo», di quella caccia alle streghe che celebrerà i suoi saturnali nell’ignobile campagna 1926-28 contro la sinistra russa e poi contro la destra, una caccia alle streghe che non aveva goduto diritto di cittadinanza nel partito bolscevico degli anni di splendore nemmeno contro il nemico aperto — distrutto, se necessario; mai vilmente coperto di fango — e che, varcando i confini statali russi, partorirà la sconcia figura del pubblico accusatore prima, del delatore d’ufficio poi, del carnefice infine.
La rivoluzione proletaria è generosa quanto la controrivoluzione (la frase risale a Marx) è cannibalesca. Il primo sintomo dell’«astro» controrivoluzionario nascente — segno, non causa — sarà il feroce, il viscido, l’ipocritamente velato di fraseologia «leninista» cannibalismo, e nessuno lo praticherà con zelo più intenso che le reclute dell’ultima ora, i menscevichi «convertiti», i socialpatrioti copertisi il capo di cenere, gli uomini dell’immancabile «sì» nel buio che lentamente si addensava, così come erano stati gli uomini dell’immancabile «no» o, al più, dell’immancabile «ni» nella grande luce che credevamo non dovesse mai più offuscarsi.
Allargammo di qui il problema all’ancor più scottante questione della salvezza dell’Ottobre nel cruciale 1926: lanciammo un ultimo appello perché, contro tutti i divieti e le minacce di tutt’altro che metaforiche sanzioni, la crisi del partito russo fosse portata in discussione in tutti i partiti e nelle loro assise mondiali «poiché la rivoluzione russa è la prima grande tappa della rivoluzione mondiale, essa è anche la nostra rivoluzione, i suoi problemi sono i nostri problemi, e ogni membro dell’Internazionale rivoluzionaria ha non solo il diritto ma il dovere di collaborare a risolverli»: VI Esecutivo Allargato, ben sapendo che quella crisi significava crisi dell’Internazionale Comunista. Riprendendo un argomento che gli storici d’oggi capiscono a rovescio (è la loro vocazione!) ricordammo che la grandezza del partito russo era consistita nell’applicare a un paese arretrato la strategia e la tattica prevista per i capitalismi pienamente evoluti nel quadro di una visione mondiale dell’Ottobre, e che, per costruirsi una solida barriera contro i rigurgiti dell’opportunismo, l’Internazionale doveva «trovare per le questioni strategiche» (prima fra tutte quella dei rapporti fra la dittatura del proletariato vittoriosa nell’URSS e il proletariato mondiale in lotta, fra Stato e partito e specialmente fra Stato e Internazionale Comunista, come per l’immenso arco della strategia rivoluzionaria nel mondo e della tattica ad essa collegata) «soluzioni che stanno fuori dal raggio dell’esperienza russa»5 . Invocammo non dei rinfiancamenti ma un radicale cambiamento di rotta nei metodi dell’Internazionale.
Non esistono partiti puri e, nel caso del partito bolscevico 1926, la garanzia «soggettiva» di non-inquinamento — sempre labile e condizionale — cessava di funzionare nell’atto in cui questioni non secondarie ma centrali e di principio, dividevano lo stupendo organo di battaglia teorica e pratica ch’era stato il partito dell’Ottobre rosso.
L’internazionalismo proletario doveva rinascere in tutto il suo fulgore se dalla minaccia incombente di uno «sbandamento a destra» doveva essere salvato il potente baluardo della rivoluzione mondiale negli anni ardenti del primo dopoguerra. Lì era la salvaguardia del comunismo dalle aberrazioni del «socialismo in un solo paese» o, più tardi, delle «vie nazionali al socialismo»: lì ed allora o mai più!
Il movimento proletario comunista doveva essere ricostruito ab imis sulla base delle «lezioni di Ottobre» non meno che su quella di un bilancio francamente e virilmente redatto, come la Sinistra aveva chiesto in un congresso dopo l’altro che lo si redigesse.
Le Tesi di Lione, e il loro commento all’Esecutivo Allargato del febbraio-marzo 1926, vollero essere un apporto fornito in questo spirito dal movimento internazionale alla Russia rivoluzionaria in pericolo. Fummo imbavagliati e dispersi: l’appello e l’apporto caddero nel vuoto per le generazioni di allora: valgano per le generazioni di oggi e di domani!
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Sarebbe antimarxista cercare nelle sole deviazioni del Comintern dal 1922 al 1926 la causa di una catastrofe che oggi ci sta dinanzi in tutta la sua imponenza. Troppi fattori vi concorsero, troppe determinazioni oggettive fecero sì che il corso storico fosse, e potesse solo essere, quello. Ma delle situazioni oggettive l’azione del partito è pure un elemento e, in date circostanze, un elemento-cardine. Riconoscere le origini storiche dell’opportunismo — dicemmo al IV Esecutivo Allargato — non ha mai significato né può significare per noi subirlo come necessità storicamente ineluttabile: «anche se la congiuntura e le prospettive ci sono sfavorevoli, o relativamente sfavorevoli, non si devono accettare in uno stato d’animo di rassegnazione le deviazioni opportunistiche, o giustificarle col pretesto che le loro cause risiedono nella situazione obiettiva. E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarle devono essere ricercati altrove, cioè nel lavoro e nella politica del partito». Curiosa deduzione: agli occhi di un’Internazionale i cui congressi avevano finito sempre più per divenire le grigie aule di processi a partiti, gruppi o persone chiamati a rispondere di tragici rovesci in Europa e nel mondo, tutto ora diveniva il prodotto di «congiunture sfavorevoli», di situazioni «avverse».
La verità era che non diciamo il processo, ma la revisione critica, andava fatta alla radice e basata su coefficienti impersonali mostrando come il gioco di cause ed effetti tra fattori oggettivi e soggettivi sia infinitamente complesso e se, sui primi — considerati solo per un momento come «puri», cioè a sé stanti, fuori dall’influenza della nostra azione collettiva —, il potere d’intervento del partito è limitato, è invece in nostro potere salvaguardare, anche a prezzo di impopolarità e insuccessi momentanei, le condizioni che sole permettano ai secondi di agire sulla storia, e fecondarla. Il partito non sarebbe nulla se non fosse, soggettivamente e oggettivamente, per i suoi militanti e per la classe operaia indifferenziata, il filo conduttore ininterrotto che il flusso e riflusso delle situazioni non spezza, o, se anche dovesse spezzarlo, non altera. Nella lotta perché il filo non si spezzasse, allora; nella lotta per riannodarlo nei lunghi anni dello stalinismo imperante, poi; nella lotta per ricostruire su di esso e intorno ad esso il partito mondiale del proletariato, è tutto il senso della nostra battaglia.
(7) Una brillantissima esposizione dell’audacia con cui Trotsky avrebbe voluto che si usassero, e subito si scavalcassero, le «formule algebriche» del «fronte unico» e del «governo operaio», per porre in tutta la sua ampiezza ed urgenza il problema della conquista rivoluzionaria del potere, è ricordato da Bordiga in un articolo, La politica dell’Internazionale, pubblicato nel nr. 15, ottobre 1925, dell’«Unità» insieme con le nostre obiezioni anche a questa interpretazione non certo da dozzina.
(8) Il resoconto dell’acre dibattito e delle imbarazzate risoluzioni si leggono in Die Lehren der deutschen Ereignisse, Amburgo 1924.
(9) Citiamo dal protocollo tedesco del V Congresso (pagg. 394-406): il testo italiano riprodotto nel n. 7-8-1924 dello «Stato Operaio» non è infatti completo, mentre il testo del protocollo francese è scandalosamente mutilo. Non riproduciamo le Tesi sulla tattica dell’Internazionale che la Sinistra presentò allora, sostanzialmente analoghe a quelle presentate al IV: rinviate all’esame di un... futuro congresso, non se ne seppe più nulla!
(10) Alla fine del 1924, essendosi riscosso un numero di voti inferiori al previsto alle elezioni presidenziali, la Centrale di «sinistra» del KPD rimpiangerà in una risoluzione pubblica di non aver seguito il consiglio dell’Internazionale Comunista di concludere «la classe operaia tedesca, facendo blocco su un programma repubblicano minimo con i veri partigiani della repubblica, ad unirsi sul nome di un candidato repubblicano militante nella lotta contro la reazione». Si tornava pari pari al «governo operaio», quale combinazione parlamentare addirittura con partiti borghesi, contro il pericolo «monarchico» incarnato da... Hindenburg.
(11) La nostra disperata battaglia, soli contro tutti, al VI Esecutivo Allargato dovrà essere e sarà oggetto di un’adeguata trattazione: si veda intanto il Protokoll Erweiterte Exekutive etc., Moskau 17 Februar bis 15 März 1926, pp. 122-144, 283-289, 517, 577, 609-611 e passim.
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