Editions Programme -
Edizioni Il Comunista -
Ediciones Programa -
Program Editions - Edice program
Partito di classe, programma del comunismo rivoluzionario e proletariato
La rivoluzione proletaria e comunista è tale se per finalità ha la società non più divisa in classi, cosa possibile solo grazie allo sviluppo delle forze produttive generato dal capitalismo e alla loro rivoluzione internazionale sotto la guida del partito di classe, partito che non può essere che comunista, internazionalista e internazionale.
( Opuscolo A4, 44 pagine, Novembre 2025, Prezzo: 5 € ) - pdf
Home - Ritorno al catalogo delle pubblicazioni - Ritorno biblioteca - Ritorno ai testi e tesi - Ritorno ai temi
INDICE
• INTRODUZIONE
• PARTITO DI CLASSE E PROGRAMMA COMUNISTA
- Una premessa Sulla linea storica della Sinistra Comunista
- Il programma del partito di classe
- Il programma del partito non cambia, né oggi né domani
• PROLETARIATO E PARTITO DI CLASSE
- Rimettiamo a posto il concetto di classe
• PROLETARIATO E MEZZE CLASSI
- Di fronte ad un proletariato emarginato, p la piccola borghesia che prende la scena
- Come è cambiata la composizione del proletariato
- E' lo stesso sviluppo del capitalismo che forma il proletariato come classe internazionale
- Le mezze classi e il loro ruolo sociale
- L'interclassismo va combattuto sempre, in ogni situazione
- Il proletariato risorgerà come classe rivoluzionaria lottando contro l'interclassismo e contro la concorrenza tra proletari
• LA LOTTA DI CLASSE È FATTO POLITICO, NON ECONOMICO
- Nella storia, allo sviluppo della borghesia corrisponde anche lo sviluppo del proletariato
- L'antagonismo di classe è inevitabile nel capitalismo, come la lotta di classe
- Ordine e classe, due concetti totalmente diversi
- Per la ripresa della lotta di classe
APPENDICE :
• ORIGINI MAI PERDUTE: LIVORNO 1921
Introduzione
Gli articoli contenuti in questo Reprint fanno parte di uno svolgimento col quale mettevamo in chiaro alcuni concetti marxisti fondamentali riguardo la lotta di classe, la lotta del proletariato per la sua emancipazione dal capitalismo, il proletariato come classe storicamente internazionale, il partito di classe – cioè il partito comunista rivoluzionario – il rapporto del partito di classe col proletariato, con la sua rivoluzione, con la sua dittatura di classe e con la trasformazione della società capitalistica in società socialista e, infine, comunista.
In questo Reprint abbiamo disposto l’ordine di pubblicazione partendo dall’ultimo articolo pubblicato ne "il comunista" - Partito di classe e programma comunista – perché volevamo mettere in risalto immediatamente come la miglior definizione del partito di classe si deduce direttamente dal suo programma politico. Il programma politico del partito sintetizza i fondamenti della teoria marxista, a partire dalle caratteristiche del capitalismo: dalla lotta di classe fra le principali classi della società borghese, il proletariato e la borghesia, determinata dal contrasto storico dei loro rispettivi interessi di classe che derivano, a loro volta, dal contrasto tra le forze produttive e i rapporti di produzione capitalistici (le forme della produzione) a tutto il percorso storico in cui la lotta fra le classi determina la necessità da parte del proletariato di prepararsi allo scontro sociale e politico decisivo – la rivoluzione – e, nel contempo, la necessità della formazione del partito di classe sulla base della teoria marxista e dell’esperienza storica delle rivoluzioni, ma soprattutto delle controrivoluzioni. Lo scopo del partito di classe è di guidare il movimento rivoluzionario del proletariato alle sue finalità: la distruzione del capitalismo come ultima società divisa in classi e la trasformazione dell’economia capitalistica in economia sociale, in economia socialista, ossia in un’economia non più basata sulla divisione in classi della società. Queste finalità che possiamo condensare col termine comunismo, non fanno parte di un ideale che si spera di poter realizzare in un domani, ma costituiscono il risultato storico finale del movimento reale delle forze produttive e del loro sviluppo in contrasto sempre più acceso con le forme di produzione imposte dal dominio economico, sociale e politico della classe borghese.
Il tragitto storico, che non si può ridurre ad un progetto la cui realizzazione deve avere prefissata una scadenza temporale, riguarda il movimento sociale che coinvolge tutte le grandi masse di tutti i paesi del mondo e, in primo luogo, le masse proletarie. E' un tragitto denso di sviluppi, di contraddizioni, di scontri, di guerre, di tregue nelle lotte fra le classi; è un tragitto in cui le forze di conservazione sociale - a partire dalla grande borghesia capitalistica, per proseguire nella media e piccola borghesia fino agli strati proletari imborghesiti e trasformati in forze opportuniste - fanno di tutto perché l'impianto generale della società attuale non venga teremotato, perché la lotta del proletariato che inevitabilmente si sviluppa sul piano strettamente economico non si elevi sul piano politico lanciandosi contro il potere politico borghese e il suo Stato (non importa da quale partito borghese, od opportunista, è governato), non si elevi, appunto, nella lotta di classe.
Un tragitto storico che tutte le società divise in classi precedenti alla società capitalistica hanno conosciuto, costituito dallo sviluppo delle forze produttive grazie al quale si sono posti oggettivamente i fattori favorevoli alla rottura degli equilibri costruiti dai regimi politici precedenti sulla base degli interessi e dei privilegi delle classi dominanti in quelle epoche: è stato così per lo schiavismo, per il dispotismo asiatico, per il feudalesimo e così avverrà anche per la società capitalistica. Ad un certo punto dello sviluppo delle forze produttive, le forme sociali e politiche in cui quello sviluppo è stato per lungo tempo costretto e, infine, bloccato, provocando crisi economiche e sociali sempre più generali, sempre più acute, non hanno più la capacità di rinnovare i cicli produttivi se non opprimendo e reprimendo sempre più le classi produttrici . Saltano così tutti gli equilibri, politici, sociali, economici; la parola passa inevitabilmente alla lotta fra le classi che investe le grandi masse e ogni piano sociale, ogni strato sociale. Tutto ciò che caratterizzava la vecchia società - dalla sua economia ai suoi rapporti sociali e politici - salta, provocando «una fase esplosiva rivoluzionaria nella quale in un brevissimo periodo precipitoso, col rompersi delle forme di produzione antiche, le forze di produzione ricadono per darsi un nuovo assetto e riprendere una più potente ripresa» (Il rovesciamento della prassi nella teoria marxista, 1951).
Questo appuntamento storico con la fase rivoluzionaria che soltanto il materialismo storico marxista ha scoperto e scientificamente dimostrato, per quanto riguarda il movimento del proletariato contiene una contraddizione oggettiva. Dallo schiavismo in poi la fase rivoluzionaria del passaggio dalla vecchia società a quella nuova poggiava sullo sviluppo non solo delle forze produttive, ma dello stesso modo di produzione nuovo, più sviluppato, che "chiedeva" di essere liberato dalle vecchie forme produttive, dai vecchi rapporti sociali di produzione per lasciare libero sfogo al nuovo modo di produzione che economicamente si stava già imponendo con forza all'interno della vecchia società.
Le classi che rappresentavano gli interessi del nuovo modo di produzione diventavano rivoluzionarie perché i rapporti sociali che si stavano imponendo col nuovo modo di produzione si scontravano sempre più con i vincoli e le forme di potere esistenti, interessate soltanto a mantenere i privilegi esclusivi che il potere consentiva pur cercando di avvantaggiarsi economicamente con i risultati del nuovo modo di produzione. Il corso storico delle classi dominanti delle diverse società (dallo schiavismo al servaggio, dalle aristocrazie feudali alla nobiltà, alla borghesia capitalista) ha di volta in volta visto lo sviluppo economico e sociale in modo separato da paese a paese, da continente a continente, determinando una netta differenza tra aree e paesi che si sviluppavano economicamente e socialmente molto di più e prima degli altri e che, per questa ragione, diventavano i paesi dominanti.
Con l'apparizione della borghesia e della sua società capitalistica, gli antagonismi di classe non sono spariti - sebbene la borghesia abbia continuato a propagandare la democrazia economiuca e politica come la soluzione dei contrasti di classe esistenti nelle società precedenti e anche nella propria - ma si sono semplificati. Semplificazione che non significava lenta scomparsa degli antagonismi di classe, ma la comparsa di nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.
Come affermato magnificamente nel Manifesto del partito comunista del 1848, «la storia di ogni società esistita finora è storia di lotte di classi, finché l'apparizione della società borghese moderna ha semplificato gli antagonismi di classe esistenti nelle società precedenti. L'intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l'una all'altra: borghesia e proletariato», dove la borghesia difende i suoi interessi, basati sul dominio economico e sui rapporti di produzione e sociali corrispondenti all'economia capitalistica, e il proletariato, rappresentando la forza lavoro produttiva, difende gli interessi delle condizioni di vita e di lavoro della forza lavoro.
L'antagonismo di classe nasce direttamente dai rapporti sociali che la borghesia ha imposto alla società e dai quali trae la sua forza dominante.
«La condizione più importante per l'esistenza e per il dominio della classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani di privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato», continua il Manifesto del 1848. E più si sviluppa il capitale, più va a distruggere le forme di produzione antiche, arretrate, mandando in rovina le classi sociali che le rappresentavano, e rappresentano, trasformandole in forza lavoro salariata, proletarizzandole. L'economia capitalistica si sviluppa attraverso i mercati, e i mercati si ampliano sempre più nella misura in cui vengono investiti dai capitali commerciali, industriali, bancari, finanziari sempre alla ricerca di realizzare i profitti. La creazione di nuovi mercati, attraverso l'intervento della forza militare dei paesi capitalisti più sviluppati, crea necessariamente nuove forze lavoro, nuovi proletariati.
Il mondo si trasforma sempre più nel mondo borghese, nel mondo capitalistico nel quale, sebbene sopravvivano aree con rapporti sociali precapitalistici e particolarmente arretrati dovute allo sviluppo inevitabilmente ineguale del capitalismo, primeggiano gli antagonismi di classe fra le due classi principali, borghesia e proletariato. La storia moderna, perciò, è segnata dalla lotta fra queste due classi principali che rappresentano, rispetto al futuro, due prospettive anch'esse totalmente antagoniste. La prospettiva borghese è conservatrice e del tutto reazionaria perché i rapporti di produzione e sociali che la borghesia ha instaurato nel mondo più di due secoli fa invece di favorire lo sviluppo delle forze produttive, lo frena, lo blocca, mandando continuamente in crisi l'intera società.
La spinta rivoluzionaria della borghesia, per quel che riguarda l'Europa occidentale e il Nord America si è esaurita completamente con il 1871 (epoca della guerra franco-prussiana a della Comune di Parigi), mentre la grande maggioranza dei paesi dell'America Centrale e del Sud , liberatisi del colonialismo spagnolo, portoghese e in parte statunitense, raggiunsero formalmente l'indipendenza nella prima metà dell'Ottocento, ma rimasero sostanzialmente arretrati e dipendenti economicamente dalle vecchie potenze colonialiste e dalle nuove potenze imperialiste emergenti, come gli Stati Uniti. Per l'Europa dell'Est e la Russia quella spinta rivoluzionaria si è esaurita col 1917 (epoca della prima guerra imperialistica mondiale e della rivoluzione borghese e, immediatamente dopo, proletaria in Russia), ma per i paesi dell'Oriente vicino, medio e lontano e quelli dell'Africa saranno le conseguenze della seconda guerra imperialistica mondiale a mobilitare le masse coloniali e semicoloniali alla lotta per l'indipendenza dei propri paesi, lotte che portarono, nel trentennio dopo la fine della seconda guerra mondiale, alla formazione degli Stati indipendenti, ma anch'essi con vari livelli di dipendenza economica e finanziaria, quindi anche politica, dalle ex potenze coloniali e dai nuovi paesi imperialisti. Questo sinteticissimo quadro mondiale serve semplicemente per confermare che anche nei paesi della cosiddetta periferia dell'imperialismo, all'ordine del giorno c'è la rivoluzione proletaria che si sarebbe caricata - come fece il bolscevismo in Russia - dei problemi economici e sociali che la borghesia rivoluzionaria non era in grado di risolvere di fronte all'incedere del proletariato rivoluzionario e della sua rivoluzione di classe; una borghesia che non era in grado di portare il suo moto rivoluzionario fino alle sue conseguenze storiche data la sua continua dipendenza dal controllo economico dei paesi imperialisti che avevano tutto l'interesse, per poter continuare a dominare i paesi più arretrati, a mantenerli il più a lungo possibile nella loro arretratezza economica.
Lo sviluppo dell'imperialismo ha comportato - insieme allo sviluppo economico in determinati paesi ex coloniali e il loro forzato inserimento nel mercato mondiale - anche un aumento progressivo dell'oppressione nazionale nei confronti dei popoli più deboli. E così, mentre venivano espropriate violentemente le grandi masse contadine e trasformate in masse di forza lavoro salariata a disposizione dei capitalisti stranieri e nazionali, crescevano i fattori di rivolta anticoloniale in cui le stesse borghesie nazionali venivano coinvolte. La prospettiva dell'indipendenza politica delle colonie e semicolonie che ancora esistevano in tutto l'Oriente e in Africa alla vigilia della seconda guerra imperialistica mondiale, assumeva così un carattere d'urgenza. Le crisi in cui inevitabilmente precipitarono la gran parte dei paesi belligeranti provocate dall'indebolimento economico e politico non solo degli Stati vinti nella guerra, ma anche della gran parte degli Stati vincitori (la guerra, con le sue immense distruzioni e con la sua ecatombe di morti, si svolse in particolare in Europa, continente in cui si concentra la maggior parte delle potenze coloniali), salvo gli Stati Uniti d'America il cui territorio non fu mai scosso dalla guerra, spinsero i popoli colorati a lottare contro le potenze coloniali, in alcuni casi con grande forza nazionalrivoluzionaria come in Cina, in Algeria, in Congo, in Indocina ecc., da segnare l'intero trentennio successivo alla seconda guerra mondiale. Sarebbe stata l'occasione storica - se il movimento proletario internazionale non fosse stato tradito, deviato e incanalato nella sudditanza completa delle borghesie nazionali e imperialiste - perché la rivoluzione borghese che batteva alle porte dei paesi della periferia dell'imperialismo diventasse il terreno sul quale si sarebbe innestata la rivoluzione proletaria, come fu in Russia nel 1917 e come era indicato nelle tesi sulla questione nazionale e coloniale del 1920 dell'Internazionale Comunista.
Questo grande disegno storico non si realizzò e non perché non poggiasse su fatti storici materiali e ben conosciuti dal marxismo, ma perché, nella lotta fra le classi, alla maturazione politica di una parte del proletariato mondiale - in Russia, in Germania, in Italia - e alle vette conquistate dal punto di vista teorico e politico generale dall'Internazionale Comunista grazie al partito di Lenin e alla Sinistra comunista d'Italia - non corrispose nello stesso tempo la maturazione rivoluzionaria dei partiti proletari anche tra i più importanti paesi capitalisti avanzati, in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti d'America e, soprattutto, a fronte della degenerazione strisciante dell'Internazionale Comunista e del partito bolscevico, non si erano formati partiti comunisti rivoluzionari saldi teoricamente ed influenti sugli strati più avanzati dei proletariati di quei paesi.
Dopo la tremenda degenerazione del movimento comunista rivoluzionario e la sua inevitabile sconfitta, il compito degli sparuti gruppi di comunisti rivoluzionari che erano riusciti a non farsi travolgere dalla degenerazione staliniana - una degenerazione che riunì i caratteri delle degenerazioni storiche precedenti come quelle anarco-sindacalista e socialdemocratica, alle quali aggiunse la partecipazione alla guerra imperialista con la lotta armata partigiana - era innanzitutto di restaurare la dottrina marxista nelle sue basi che lo stalinismo aveva completamenhte stravolto e mistificato; basi senza le quali non si sarebbe mai potuto ricostituire il partito di classe del proletariato. Un partito che, data l'esperienza vissuta nella controrivoluzione borghese e staliniana, non poteva ricostituirsi se non come partito comunista internazionalista e internazionale.
Il compito dei comunisti rivoluzionari era, quindi, di riprendere i concetti fondamentali del marxismo a partire dalla storia delle lotte fra le classi e dalla lotta di classe nella visione del marxismo rivoluzionario, dallo sviluppo storico delle forze produttive e delle forme di produzione e delle loro inevitabili contraddizioni, dalla formazione del capitale e del lavoro salariato e dai loro rapporti sociali, dalla prospettiva storica che lo sviluppo delle forze produttive necessariamente pone loro e dai compiti storici che esse assumono oggettivamente la cui conoscenza preventiva non può che essere rappresentata dal partito di classe. Il programma del partito di classe del proletariato non può, quindi, che essere il programma del comunismo rivoluzionario, valido per il proletariato di ogni paese; un programma che deve necessariamente tener conto dello svolgimento reale del movimento di lotta del proletariato, delle avanzate e dei rinculi, delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni. Il programma comunista riassume i concetti e i compiti fondamentali della lotta di classe del proletariato e non può non scolpire nei suoi punti le lezioni tratte dallo svolgimento reale delle lotte di classe tra le quali le lezioni tratte dalle controrivoluzioni diventano le più importanti.
Negli articoli che qui riuniamo abbiamo messo in evidenza gli argomenti su cui l'opportunismo socialdemocratico, anarco-sindacalista e staliniano han lavorato nel tempo con più insistenza allo scopo di convincere le masse proletarie che la loro rivoluzione, tentata più volte contro l'ordine capitalistico stabilito, è fallita e perciò non resta loro che accettare la società borghese e capitalistica come l'unica società in cui trovare, attraverso il sistema democratico ed elettorale, una collocazione sociale e politica adeguata agli interessi di ogni singolo proletario, di ogni singolo lavoratore in ogni singola nazione. La borghesia non ha mai negato che per mantenere il suo ordine sociale serva l'uso della forza, ma che tale uso può essere mitigato nella misura in cui le "parti sociali" facciano ognuna la "propria parte" cercando il compromesso e un equilibrio attraverso i negoziati, le discussioni, i patti sociali in cui Stato, imprenditori e lavoratori definiscono i limiti delle reciproche rivendicazioni.
Ovvio che, per la borghesia, ciò che non deve essere messo in discussione è il sistema economico di base, il capitalismo e le sue leggi. La legge fondamentale del capitalismo poggia sulla proprietà privata e sull'appropriazione privata della ricchezza prodotta dal lavoro salariato.
Mettere in discussione questa legge significa mettere in discussione le basi stesse del capitalismo, ed è ciò che fa il marxismo rivoluzionario quando dimostra che l'epoca storica in cui il capitalismo ha segnato un eccezionale progresso economico, sociale e politico rispetto alle vecchie società, è un'epoca ormai tramontata poiché lo sviluppo delle forze produttive di cui è stato un formidabile vettore viene sistematicamente bloccato e messo in crisi proprio dai rapporti di produzione e sociali borghesi - cioè le forme della produzione che impediscono alla forze di produzione di progredire. Non solo le crisi si diffondono a livello economico e sociale, si diffondono anche, ovviamente, anche a livello politico a tal punto che esse diventano inesorabilmente sempre più gravi, sempre più mondiali, sempre più generatrici di carestie, di oppressioni e di guerre.
La storia più recente dei paesi economicamente più avanzati ed imperialisti dimostra che i contrasti fra le classi si intrecciano costantemente con i contrasti tra i grandi gruppi economici e finanziari (trust, multinazionali, monopoli) che a loro volta generano contrati fra gli Stati che altro non sono che i vecchi "consigli di amministrazione" del capitale monopolistico di cui sono chiamati a difendere politicamente, socialmente e militarmente gli interessi sia contro le classi proletarie che si ribellano alle condizioni di lavoro e di vita in cui vengono costrette, sia contro gli altri Stati e le altre centrali monopolistiche che tentano di sottometterli.
La rivoluzione proletaria, ossia la rivoluzione delle forze produttive contro le forme di produzione borghesi, mette in gioco l'intero sistema politico e sociale: è una rivoluzione innanzitutto politica, dato che all'interno della società borghese e capitalistica la classe dei senza riserve, dei possidenti esclusivamente della propria forza lavoro, non ha alcuna possibilità materiale di costruire la nuova economia basata sulla abolizione della proprietà privata e, soprattutto, dell'appropriazione privata da parte dei capitalisti dell'intera ricchezza sociale prodotta.
La rivoluzione proletaria e comunista è tale se per finalità ha la società non più divisa in classi, cosa possibile solo grazie allo sviluppo delle forze produttive generato dal capitalismo alla loro rivoluzione sotto la guida del partito di classe. E' ben vero che la classe proletaria è stata creata dal capitalismo e perciò essa è diventata classe per il capitale: la sua vita quotidiana dipende, infatti, esclusivamente dal capitale, dal lavoro salariato. Ma il capitalismo, nelle sue contraddizioni più acute che non è in grado di risolvere e prevenire, nello stesso tempo in cui si sviluppa produce i fattori della propria crisi più profonda e storicamente decisiva: la crisi sociale in cui gli equilibri saltano e la classe proletaria da classe per il capitale si trasforma in classe per sé, in classe rivoluzionaria a livello internazionale.
Non un "nuovo ordine" si profila all'orizzonte della storia, ma una nuova società, la società senza classi, il comunismo moderno in cui il progresso tecnico e tecnologico del lavoro umano verrà utilizzato a beneficio dell'intera umanità e non a beneficio del mercato, del capitale e di quella infima minoranza costituita dalla classe borghese. Questo obiettivo storico non potrà essere conquistato se non attraverso la lotta di classe del proletariato guidata alla rivoluzione mondiale dal partito di classe, il partito comunista internazionale.
Partito Comunista Internazionale
Il comunista - le prolétaire - el proletario - proletarian - programme communiste - el programa comunista - Communist Program
www.pcint.org
Home - Ritorno al catalogo delle pubblicazioni - Ritorno biblioteca - Ritorno ai testi e tesi - Ritorno ai temi