Il programma comunista

Organo del partito comunista internazionale


 

No 20 – 29 Ottobre 1982 -

Nota di rettifica all’articolo La lotta nazionale delle masse palestinesi nel quadro del movimento sociale in Medio Oriente (Il programma comunista, n. 20, 29 ottobre 1982)

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Questo articolo si poneva l’obiettivo di chiarire in che senso la lotta nazionale delle masse palestinesi, nel più generale quadro del Medio Oriente, dovesse essere considerata dai comunisti, correggendo le posizioni sbagliate che erano sorte nel partito dal 1973 in poi. Ma l’obiettivo non fu raggiunto né in questo né negli articoli successivi pubblicati nel 1983. Nella premessa di questo articolo si afferma che la lotta nazionale delle masse palestinesi andava considerata: «non come la conseguenza di una rivoluzione borghese da completare, ma come la conseguenza di un fattore nazionale interno ad una situazione caratterizzata da capitalismo già realizzato, in cui perciò non vi sono più compiti sociali comuni ai borghesi e ai proletari, ma in cui i borghesi arabi – contrapposti ai borghesi non arabi nel quadro dell’imperialismo mondiale – pongono la rivendicazione dello stato nazionale palestinese, che corrisponde come vedremo anche agli interessi attuali dei proletari palestinesi ed arabi ed è per essi un ponte necessario di passaggio nel loro cammino verso la rivoluzione comunista».

 

Partendo da una constatazione storicamente giusta, e cioè che il fattore «nazionale» per i palestinesi non era uno dei fattori «rivoluzionari» dato che non si trattava di una «rivoluzione borghese da completare», vi è però ribadita l’illusione che la lotta per la costituzione di uno Stato nazionale palestinese – che inevitabilmente coinvolgeva borghesi, piccoloborghesi e proletari, ma in una situazione mondiale che ne aveva nei fatti distrutto, fin dagli anni Sessanta, i fattori «borghesi rivoluzionari» – potesse essere il veicolo politico e storico per cui il proletariato palestinese avrebbe potuto trascinare dietro di sé, grazie alla sua lotta armata per i diritti democratici e per vincere l’oppressione nazionale attuata da borghesie «coloniali» (come quella di Israele), una parte della borghesia e della piccola borghesia urbana e rurale, nella sua rivoluzione «di classe».

Nei 19 punti in cui è suddiviso questo articolo (al quale ci riferiremo come l’articolo del 1982, per evitare di ripeterne tutte le volte il titolo), in particolare nei punti 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 18 e 19, si afferma una serie di posizioni che risuscitano il «fattore nazionale», il «sentimento nazionale panarabo», la «tendenza unitaria degli arabi» – grazie alla forza della lotta del proletariato palestinese per la costituzione di uno Stato nazionale indipendente – come facenti parte degli «interessi attuali dei proletari palestinesi e arabi», non solo, ma addirittura come «ponte necessario di passaggio nel loro cammino verso la rivoluzione comunista». Come dire che, in mancanza di un movimento proletario di classe, guidato dal suo partito di classe rivoluzionario e in mancanza di una situazione mondiale, oltre che regionale, favorevole alla rivoluzione proletaria, i comunisti non potevano che far leva sul «fattore nazionale», sul «sentimento nazionale panarabo», sulla «tendenza unitaria degli arabi» elevando la lotta dei palestinesi per la costituzione di uno «Stato nazionale» a «guida» del movimento rivoluzionario del proletariato nel Medio Oriente.

In questo articolo, come nei successivi che difesero le posizioni espresse in questo (vedi Riconoscere l’oppressione nazionale palestinese come terreno di lotta proletario è parte essenziale della lotta per il comunismo, “il programma comunista”, 1983, n. 2, e Battere l’indifferentismo e il codismo verso gli obiettivi borghesi, n. 3), non si accenna minimamente al fatto che l’oppressione nazionale subita dal popolo palestinese dalla fine della prima guerra imperialistica mondiale (accentuata nel secondo dopoguerra imperialistico nel quale, agli imperialisti franco-britannici – che si divisero i territori del Vicino e Medio Oriente dopo il crollo dell’Impero Ottomano – si aggiunsero l’imperialismo americano e il movimento sionista che impose con la sua lotta armata, e con il sostegno anglo-americano, la costituzione dello Stato ebraico di Israele caratterizzato non solo dalle forme politiche di ogni Stato borghese, ma dall’ambizione di estendere i propri iniziali confini all’intera Palestina cacciandone la grande maggioranza degli abitanti arabi) si è prolungata e acutizzata sempre più. Il capitalismo già realizzato in quei territori aveva bisogno, per svilupparsi con grande forza e velocità, non solo di trasformare la popolazione contadina palestinese in proletari, in forza lavoro salariata, ma di piegare i palestinesi che non erano ancora stati cacciati dalla Palestina (che negli anni Venti e Trenta del Novecento avevano tentato, con tenaci rivolte antimperialiste, di giungere all’indipendenza nazionale) agli interessi dell’imperialismo anglo-americano obiettivo per il quale il sionismo operò con tutti i mezzi a sua disposizione (finanziari, economici, politici, religiosi, militari).

La formazione dello Stato ebraico di Israele – aldilà delle proclamazioni delle borghesie riunite nelle Nazioni Unite sulla costituzione di due Stati, uno ebraico e uno arabo, in terra di Palestina – segnò, in realtà, la sconfitta del movimento nazionalrivoluzionario della borghesia palestinese nella quale furono coinvolte inevitabilmente le masse contadine e proletarie arabe. Quel che è rimasto è l’oppressione nazionale dei palestinesi messa in atto non soltanto da Israele, ma anche dagli Stati arabi della regione, come dimostrarono, per citare i massacri più efferati e noti, il «Settembre nero» giordano, Tall-el-Zaatar e Sabra e Shatila nella libanese Beirut.

Per i comunisti, la «questione nazionale» palestinese, non essendo più legata storicamente alla rivoluzione nazionaldemocratica, non è più strettamente connessa all’obiettivo esclusivamente borghese della costituzione di uno Stato nazionale palestinese in cui i proletari – per aver partecipato col proprio sangue alla sua costituzione – avrebbero tutte le ragioni di rivendicare i classici diritti democratici (di riunione, di organizzazione, di parola, di stampa, di sindacalizzazione, di professione politica, di religione ecc.). La «questione nazionale» palestinese si è oggettivamente concentrata su uno dei suoi aspetti e cioè sull’oppressione nazionale non più attuata da poteri feudali e precapitalistici, ma dal capitalismo stesso che ha preso la forma politica dello Stato di Israele, e dell’imperialismo anglo-americano e, in seguito, allargato a tutte le potenze imperialistiche mondiali. All’ordine del giorno, pur non essendoci più la rivoluzione borghese in Palestina e, in generale, nel mondo arabo, rimaneva la lotta contro l’oppressione nazionale dei palestinesi e questa lotta poteva prendere sostanzialmente due strade diverse: o la strada della costituzione di uno Stato palestinese a fianco di quello di Israele, cosa che poteva avvenire, almeno formalmente, soltanto con il deciso sostegno delle potenze imperialistiche che avevano voluto e appoggiato la formazione dello Stato di Israele, e che avevano interesse, in quel ciclo storico, a far accettare alle borghesie arabe in un modo o in un altro, la presenza dello Stato di Israele in Palestina; o la strada della lotta di classe proletaria, tendenzialmente non solo del proletariato palestinese ma anche dei proletari arabi almeno degli Stati confinanti, come il Libano, l’Egitto, la Giordania, la Siria, paesi in cui si erano rifugiati i palestinesi cacciati dai sionisti nel 1948. La storia ha dimostrato che la borghesia palestinese, illusa più di altre borghesie da un panarabismo ormai svuotato e inefficace, vista la concorrenza esistente fra gli stessi Stati arabi, si è trovata a dover affidare la sua rivendicazione nazionale all’appoggio ora di uno Stato arabo ora dell’altro, ora di una potenza imperialistica ora di quella concorrente, trasformando in questo modo la spinta alla lotta anche armata dei palestinesi per la loro emancipazione nazionale in un mezzo di pressione utilizzato nella concorrenza fra gli Stati che di volta in volta la sostenevano o la combattevano.

Il popolo palestinese si è trovato, così, nella condizione di non poter contare né sulla «soluzione» borghese – tradita sistematicamente dalla sua stessa borghesia e dalle stesse borghesie arabe – né su quella proletaria – mancando del tutto la ripresa del movimento di classe del proletariato non solo nei paesi arabi, ma soprattutto nelle metropoli imperialistiche. La soluzione proletaria di classe era l’unica che, esprimendo la lotta contro tutte le oppressioni, avrebbe lottato coerentemente anche contro quella nazionale, ma non facendo leva sul sentimento panarabo, avrebbe, invece, cercato di fondere la lotta dei proletari di tutti i paesi arabi e avrebbe cercato di spezzare il solido legame, per quanto difficile fosse questo compito , che la borghesia israeliana era riuscita a costruire con il proprio proletariato ebraico.     

Far rivivere un sentimento panarabo – come ha fatto l’articolo del 1982 – quando, passata la fase storica in cui la rivoluzione nazionale araba sostenuta anche dal movimento proletario contro ogni Stato imperialista e contro ogni Stato arabo esistente, non può più fare da «trampolino» per la rivoluzione proletaria di classe (1); far rivivere una tendenza unitaria araba che, nella realtà, si è dimostrata del tutto illusoria dato che tale questione era ed è «inestricabilmente legata alla lotta mondiale per l’accaparramento delle fonti del petrolio e delle basi militari», lotta mondiale in cui l’imperialismo americano è stato da sempre il primo attore (2), significa inserire nel programma politico del comunismo rivoluzionario una tattica alla quale sottomettere i compiti fondamentali dei comunisti agli obiettivi borghesi. Questi obiettivi borghesi erano e sono avvolti politicamente da un nazionalismo che ha sempre avuto il compito di soffocare la lotta di classe proletaria e i suoi obiettivi rivoluzionari. In presenza di una fase storica in cui nei paesi ancora feudali si pone il problema della rivoluzione borghese nazionale – sia dal punto di vista politico che economico –, i comunisti sostengono quella lotta rivoluzionaria ponendo al proletariato il compito di appoggiarla con tutte le sue forze, fino alla costituzione dello Stato nazionale, indipendente e democratico, perché liberando la società dai vincoli economici, sociali e personali caratteristici dei regimi precapitalistici, in realtà si liberano i fattori sociali e politici della più diretta lotta di classe contro la borghesia. Una lotta di classe che per sua stessa natura – sebbene non possa muovere i suoi passi se non iniziando nell’ambito del territorio nazionale e, quindi, prima di tutto contro la propria borghesia nazionale – tende ad essere internazionale in quanto si scontra inevitabilmente contro l’alleanza internazionale delle classi borghesi dei paesi interessati a soffocare un incendio sociale che, provocato dalla lotta di classe in un paese, può contagiare il proletariato degli altri paesi (il primo grande esempio storico di quella alleanza antiproletaria è dato dalla Comune di Parigi 1871). Nel 1917, nella Russia in cui era all’ordine del giorno la rivoluzione borghese, sia dal punto di vista economico che politico, la lotta di classe rivoluzionaria del proletariato – in questo caso guidata dal partito comunista rivoluzionario – vinse nell’Ottobre non solo contro le forze reazionarie dell’autocrazia zarista, ma anche contro la giovane borghesia russa che nel febbraio si insediò al potere continuando la guerra imperialista a cui aveva aderito lo zarismo. Ebbene, la situazione storica che produsse nel 1914 la crisi di guerra, trovò il proletariato, non solo russo, ma anche tedesco, ungherese, italiano, francese, serbo e di altri paesi europei, particolarmente sensibile e pronto alla lotta di classe e rivoluzionaria tanto da fare del proprio internazionalismo non solo un’arma di solidarietà di classe ma anche una potente arma politica per l’estensione della rivoluzione proletaria in tutto il mondo. L’aspetto che caratterizzò la tattica di Lenin e dei comunisti rivoluzionari in Russia fu quello di accogliere le istanze borghesi nazionali della democrazia rivoluzionaria in forza delle quali trascinare le grandi masse contadine nella lotta sia contro la reazione zarista sia contro la borghesia guerrafondaia, dimostrando nei fatti che soltanto il potere proletario e comunista, distruggendo i privilegi sociali e di classe dell’aristocrazia, dei proprietari fondiari e della borghesia, avrebbe migliorato notevolmente le condizioni sociali delle masse contadine. Ma non nascose mai che l’obiettivo fondamentale dei comunisti prevedeva la socializzazione dell’economia passando anche attraverso la nazionalizzazione della terra, l’esclusione dal potere centrale e dalle sue diramazioni periferiche delle classi borghesi e l’appoggio della lotta rivoluzionaria in tutti i paesi del mondo e che per rendere questi obiettivi effettivamente conseguibili era necessario difendere, anche con le armi, il potere politico proletario e lo Stato proletario da ogni avversario interno ed esterno.

Ma in una situazione in cui all’ordine del giorno non c’è più la rivoluzione borghese, ossia la distruzione dell’economia precapitalistica e lo sviluppo del capitalismo e della democrazia borghese, e nella quale sussiste una delle forme più repressive dell’oppressione politica, cioè l’oppressione nazionale da parte delle borghesie coloniali e imperialiste all’interno delle proprie frontiere, come affrontare la «questione nazionale», cioè le lotte dei movimenti per l’indipendenza nazionale?

Per l’ennesima volta Lenin dà le risposte necessarie, delle quali qui riprendiamo soltanto alcune brevi citazioni da un suo fondamentale articolo del luglio 1916, Risultati della discussione sull’autodecisione (4), in cui, partendo dall’affermazione marxista che «in regime capitalista non si può sopprimere l’oppressione nazionale (e politica in generale). Per farlo è necessario abolire le classi, cioè instaurare il socialismo»; affrontando il problema dell’educazione internazionalista della classe operaia Lenin pone una domanda: «Può questa educazione (...) essere concretamente la stessa per le grandi nazioni che ne opprimono altre e per le nazioni piccole e oppresse?, per le nazioni che ne annettono altre e per le nazioni annesse?», e risponde immediatamente: «Evidentemente no. Il cammino verso un fine unico – verso la eguaglianza completa, l’avvicinamento più stretto e l’ulteriore fusione di tutte le nazioni – procede qui, evidentemente, per differenti vie concrete. (...) L’educazione internazionalista degli operai nei paesi dominanti deve avere necessariamente come centro di gravità la propaganda e la difesa della libertà di separazione dei paesi oppressi. Altrimenti non v’è internazionalismo. (...) Si tratta di una rivendicazione incondizionata, quantunque fino all’avvento del socialismo la separazione sia possibile e “realizzabile” in un caso su mille» (5). La parte più importante di questa affermazione, alla fine, è proprio nella conclusione della frase, per cui diventa decisivo per l’educazione internazionalista del proletariato il sostegno della libertà di separazione dei paesi oppressi o delle nazionalità oppresse anche se questa separazione fosse realizzabile in un caso su mille. E’ chiaro che il fine della lotta proletaria non è di dividere tutte le nazioni una dall’altra, ma di fonderle in un’unica società internazionale, cosa possibile soltanto con l’abolizione delle classi, dunque col socialismo.

Negare l’esistenza di una «questione nazionale» per i palestinesi, come per i curdi ed altre nazionalità oppresse, e quindi la lotta contro l’oppressione nazionale, fa il gioco delle borghesie e dei paesi dominanti. La rivoluzione proletaria «pura» non fa parte della storia reale. «Credere che la rivoluzione sociale – afferma Lenin – sia immaginabile senza le insurrezioni delle piccole nazioni nelle colonie e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari fondiari, della Chiesa, contro il giogo monarchico, nazionale ecc., significa rinnegare la rivoluzione sociale» (6).

Da quando Lenin ha scritto questo testo, e i testi che l’hanno preceduto, sono passati oltre 110 anni. Si potrebbe pensare che da allora, dopo due guerre imperialistiche mondiali vinte dagli imperialismi democratici, dopo la sconfitta della rivoluzione proletaria e comunista in Russia e in Ungheria, dopo la sconfitta del movimento proletario rivoluzionario in Germania e poi in Cina, e dopo il vasto movimento delle lotte anticoloniali del trentennio del secondo dopoguerra che ha prodotto la creazione di numerosi Stati nazionali indipendenti, le posizioni di Lenin – che non sono nient’altro che le posizioni marxiste – dovrebbero essere riviste, «aggiornate», rese «più attuali». E’, in effetti, quello che ha cercato di fare questo articolo del 1982. Esso ha messo in primo piano non la valutazione storica (che per il marxismo è questione teorica poggiante sul metodo dialettico) secondo la quale la vera forza di resistenza nel tempo del capitalismo maturo, ossia dell’imperialismo, sta sostanzialmente nella grande debolezza della classe proletaria mondiale che le forze di conservazione sociale opportuniste (falsamente proletarie, socialiste, comuniste, rivoluzionarie) hanno contribuito a generare spezzando la tendenza unificatrice internazionalista di classe dei proletari di tutti i paesi e rafforzando la politica della collaborazione di classe in tutti i paesi capitalisti avanzati. Ha messo in primo piano, invece, il fatto fisico della spinta proletaria a reagire contro le condizioni di vita e di lavoro in continuo peggioramento e divenute intollerabili e, per quel che riguarda i paesi in cui è presente una persistente oppressione nazionale – come nel caso dei palestinesi –, la spinta oggettiva di tutte le masse oppresse (borghesi, piccoloborghesi, contadine, proletarie e semiproletarie) a insorgere contro il colonialismo, contro l’oppressione nazionale. Questo terreno di lotta dal punto di vista di classe certamente impuro, è il classico terreno in cui il proletariato – in assenza della guida politica del partito di classe, quindi del suo programma rivoluzionario di classe – è inevitabilmente influenzato, condizionato e diretto dalla borghesia nazionale e dai suoi interessi che non coincidono mai con gli interessi di classe del proletariato.

Nel caso di una rivoluzione sociale in atto, come presentata da Lenin, essa ha sostanzialmente due strade da prendere: o la strada borghese della lotta nazionale per l’indipendenza nazionale e la costituzione di uno Stato borghese a difesa esclusiva degli interessi borghesi, o la strada proletaria della lotta nazionale portata fino in fondo, ossia fino al salto qualitativo della lotta fra le classi in cui il proletariato rivoluzionario prende la testa dell’intero movimento rivoluzionario che coinvolge una parte della piccola borghesia e del contadiname dirigendolo verso la rivoluzione proletaria. Come successe in Russia nel 1917. La differenza, certamente non secondaria, tra la situazione della Russia di allora e quella del secondo dopoguerra nei paesi del Vicino e Medio Oriente sta, come in effetti accennato nell’articolo del 1982, nel fatto che nel 1917 all’ordine del giorno c’era la rivoluzione borghese sia dal punto di vista economico (superamento, in vaste zone della Russia, dell’economia primitiva e precapitalistica) che politico e sociale, mentre nel secondo dopoguerra, in Palestina e, soprattutto, in presenza della costituzione dello Stato di Israele, la «rivoluzione palestinese» riguardava in particolare la separazione nella nazione palestinese dalla nazione ebraica e la costituzione dello Stato di Palestina. Ma tale risultato non si verificò. Quanto al proletariato ebraico – di cui l’articolo del 1982 non si occupa minimamente – non va sottaciuto il suo coinvolgimento totalizzante da parte della borghesia ebraica che, appoggiata dagli imperialismi occidentali (in un primo tempo anche dall’imperialismo russo in contrasto con gli occidentali), ha avuto la volontà e la possibilità di legarlo alla propria sorte e ai propri interessi nazionalistici facendo leva sull’obiettivo di creare o, meglio (come scritto nel Mandato britannico del 1920, dunque prima della shoah), di ricostruire nell’antica terra originaria la «patria ebraica», in sostanza la nazione ebraica col suo Stato, i suoi confini, le sue leggi ecc. Questo disegno che le potenze imperialiste occidentali, e in particolare l’imperialismo inglese, hanno ideato per dare alla popolazione ebraica, che nel secoli precedenti aveva subito persecuzioni, pogrom ed emarginazioni, una terra in cui abitare e decidere del proprio futuro, fece di questa concessione nella regione mediorientale un mezzo di controllo imperialistico delle popolazioni arabe le cui radici affondavano in una vasta area gonfia di petrolio strategicamente vitale per le potenze imperialistiche. Il nazionalismo della borghesia ebraica, profondamente intriso di fondamentalismo religioso, diventava così un fattore unificante del popolo ebraico – borghesi, piccoloborghesi, contadini e proletari – e, nello stesso tempo un ariete da usare contro le resistenze degli arabi e dei loro Stati. Gli immigrati ebrei che dall’Europa, dalla Russia e dall’America confluirono in Palestina e, subito dopo la costituzione dello Stato di Israele nel 1948, in questa loro nuova «patria», rappresentavano, da un lato, la forza sociale attraverso la quale l’imperialismo occidentale vincitore della seconda guerra mondiale creava dall’alto non solo un nuovo Stato nazionale che avrebbe dovuto «risolvere» la «questione ebraica» che il nazismo aveva tentato di far scomparire dalla faccia della terra, ma, dall’altro, anche un solido avamposto dell’imperialismo coloniale sui vasti giacimenti petroliferi.

Nelle posizioni espresse in quell’articolo del 1982, e difese nei successivi articoli del 1983, emerge un appiattimento del partito sulla lotta per l’indipendenza nazionale dei palestinesi, dei curdi o di qualsiasi altra nazionalità oppressa, facendosi affascinare dal fatto che questa lotta era una lotta armata, ponendo tutte le speranze della ripresa della lotta di classe proletaria e della futura rivoluzione proletaria sul successo di questa lotta armata, e attribuendo ben poco valore ai deboli richiami di passaggio alla rivoluzione proletaria di un domani. E’ ormai fuor di dubbio che la «questione nazionale» per i palestinesi, cioè la questione dell’oppressione nazionale dei palestinesi, non potrà essere risolta né con la formazione di uno Stato o, meglio, di un mini-Stato in cui imprigionare le masse palestinesi non ancora cacciate dalla Palestina, dipendente in tutto e per tutto da Israele e dagli «aiuti umanitari» degli Stati borghesi imperialisti, né da una guerriglia prolungata messa in atto dalle più diverse formazioni politico-militari palestinesi sostenute e foraggiate da alcuni Stati borghesi dell’area o da alcuni Stati imperialisti, ciascuno interessato a mantenere Israele impegnato a piegare militarmente le rivolte palestinesi e delle milizie pro-palestinesi in un’area strategica per il capitalismo mondiale grazie alle notevoli fonti di petrolio e di gas naturale. Potrà essere affrontata e risolta soltanto nell’ambito della rivoluzione proletaria in cui il movimento proletario non solo «palestinese», ma dell’intera area mediorientale, miri alla lotta per l’abbattimento del potere politico borghese in tutti gli Stati che la compongono. In questo quadro la lotta contro la borghesia israeliana e il suo Stato avràuna decisiva prevalenza a causa del suo ruolo nell’area di gendarme dell’imperialismo mondiale, e in particolare americano, ma sarà inevitabilmente condizionata dalla solidarietà, o meno, di lotta e dall’appoggio reale, o meno, del movimento proletario di classe negli altri Stati arabi e, soprattutto, negli Stati capitalisti avanzati e imperialisti.

L’uscita del proletariato palestinese dalla prolungata oppressione nazionale che subisce non sarà il risultato né di un movimento di lotta che spontaneamente si ergerà contro gli Stati borghesi esistenti, né il risultato di una trasformazione «in corsa» – come scritto nell’articolo che stiamo criticando – di un «esercito proletario» che, dopo essere stato armato dalla propria borghesia per combattere contro la borghesia avversaria, cambia completamente direzione sotto un «impeto di rivolta contro i “capitolardi”». Nel punto 19 di questo articolo si equipara il movimento proletario che attuò la Comune di Parigi nel 1871 (sollevatosi in difesa della Parigi proletaria sia contro la borghesia francese che stava per dare la città in pasto all’esercito tedesco, sia contro l’esercito tedesco che, grazie ai «capitolardi» francesi, stava per impossessarsi di Parigi), ad un esercito «a direzione proletaria, che potrebbe nascere [in Palestina, o negli Stati vicini] anche grazie al lavoro organizzativo dei comunisti fra i combattenti delusi, fra i proletari radicalizzati». Qui, oltre a fantasticare sulla formazione di un esercito proletario pronto a deviare, per virtù propria, dallo scontro con gli eserciti diretti dai borghesi allo scontro sociale contro la propria borghesia, si sottolinea che tale cambio di rotta avverrebbe anche grazie al lavoro organizzativo dei comunisti tra i combattenti delusi e i proletari radicalizzati.

In questo articolo si esclude qualsiasi altro compito politico dei comunisti che non sia quello di «far nostra, senza riserve, senza farisaiche inarcate di sopracciglia e senza sofismi pseudo teorici, così come senza capitolazioni al punto di vista borghese, la lotta nazionale dei proletari e delle masse plebee palestinesi e arabe». Meno male che l’articolo era partito col dire che la lotta nazionale palestinese non andava considerata come la conseguenza di una rivoluzione borghese da completare..., per finire poi col dire che senza la lotta nazionale palestinese non è possibile nessuna lotta proletaria, né in Palestina né in qualsiasi altro paese arabo! La riduzione dei comunisti a propagandisti della lotta nazionale delle masse palestinesi e arabe ha avuto il risultato di riportare il partito, che stava cercando di uscire dalla crisi in cui la «questione nazionale palestinese» lo aveva fatto precipitare, al punto iniziale della crisi.

 

Nella giusta preoccupazione di non passare per indifferentisti, o codisti, rispetto alla lotta delle masse palestinesi, l’articolo Battere l’indifferentismo e il codismo verso gli obiettivi borghesi ha cercato di rimediare ad una interpretazione, ritenuta sbagliata, data da compagni e simpatizzanti dell’epoca all’articolo dell’ottobre 1982, La lotta nazionale delle masse palestinesi nel quadro del movimento sociale in Medio Oriente, e cioè che in questo articolo si sosteneva soltanto che i comunisti dovevano fare propria la lotta nazionale delle masse palestinesi. Il rimedio starebbe in una interpretazione diversa del testo di cui sopra, e cioè che i comunisti fanno propria la lotta in quanto tale, e non in quanto nazionale dei palestinesi, ossia per conquistare l’indipendenza nazionale, lo Stato nazionale. E’ possibile pensare che le masse palestinesi che combattono contro l’oppressione nazionale che subiscono da decenni e decenni, si mettano a lottare, armi alla mano, lasciando sul terreno migliaia di morti e feriti, subendo la distruzione sistematica di case, coltivazioni, uliveti, senza aspirare ad una indipendenza nazionale? Senza aspirare alla fine di un’oppressione particolarmente pesante e sistematica? Dare alla lotta fisica, armata, in quanto tale, senza una finalità politica – l’indipendenza nazionale, o la rivoluzione proletaria – la caratteristica di essere utilizzata per scopi comunque proletari e di classe perché fatta da proletari, vuol dire riportare la lotta proletaria alle sue iniziali esperienze storiche (ad esempio distruggere le macchine perché ritenute responsabili dello sfruttamento bestiale del lavoro proletario) senza tener conto che nel frattempo la storia è andata avanti e, assieme alle sconfitte del movimento operaio ha sviluppato nella classe operaia esperienze di lotta non solo sul terreno economico ma anche sul terreno politico e rivoluzionario di classe. Vuol dire cancellare la formazione della teoria marxista come il grande risultato storico delle stesse lotte fra le classi e delle loro sconfitte, come il grande risultato storico delle controrivoluzioni. Dare alla lotta proletaria in quanto tale, ossia alla lotta del proletariato come classe per il capitale, la responsabilità storica di uscire dallo sfruttamento e dalle oppressioni del capitalismo senza l’intervento del partito di classe, cioè della coscienza di classe delle finalità storiche della lotta del proletariato, significa semplicemente affermare che il proletariato senza la guida politica e rivoluzionaria del partito di classe può abbandonare e superare la sua condizione di classe per il capitale e diventare classe per sé, ossia classe rivoluzionaria, l’unica classe che lotta per la società senza classi.

 

I compagni e i lettori, per una critica più puntuale del contentuo dell’articolo pubblicato ne «il programma comunista» n. 20 del 1982, possono riferirsi al nostro articolo Alcuni punti fermi sulla «questione palestinese», pubblicato ne «il comunista» n. 16, febbraio-aprile 1989, in cui si definiscono, sebbene sinteticamente, le posizioni corrette del partito su tale questione.    

 


 

(1) Cfr. Le cause storiche del separatismo arabo, “il programma comunista” n. 6 del 1958.

(2) Cfr. La chimera dell’unificazione araba attraverso intese fra gli stati, “il programma comunista”, n. 10 del 1957.

(3) Cfr. Lenin, La classe operaia e la questione nazionale, 10 maggio 1913, Opere, vol. 19, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 74-75.

(4) Cfr. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, luglio 1916, Opere, vol., 22, Editori Riuniti, Roma 1966.

(5) Ibidem, pp. 343-344.

(6) Ibidem, p. 353.

 

19 agosto 2025

 

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