il programma comunista

                                            Organo del partito comunista internazionale


 

Archivio del giornale «il programma comunista»

organo politico del partito dal 1952 fino al 1983

 


Anni 1952-1963   Anni 1964-1973  Anni 1974-1983  Il sindacato rosso 1968-1969


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Il programma comunista

 

Introduzione

 

Riportiamo di seguito l’indice degli articoli contenuti nel «programma comunista» dal 1952 al 1983, ossia dall’inizio delle sue pubblicazioni fino al periodo di drammatica crisi che mandò il partito in mille pezzi. Pubblichiamo tutto l’elenco, anche degli articoli con cui non concordavamo e non concordiamo, ma ci sembra ovvio dare un quadro completo di quanto contenuto nel giornale di partito, con tutte le contraddizioni che fanno parte di un organismo vivo, imperfetto e che lotta in un ambiente sociale ostile e denso di contrasti di ogni genere.

«Il programma comunista - organo del partito comunista internazionale» è il giornale che il partito fondò nel 1952; il suo primo numero, uscito il 24 ottobre, riportava un avviso ai lettori che diceva:

«Chiariamo ai lettori che il mutamento preannunciato nella testata del giornale, che da Battaglia Comunista diventa Il programma comunista, non è dovuto a nostra iniziativa, né ad azioni giudiziarie coattive la cui provenienza non interesserà mai indicare. Essendosi trattato di far valere contro il partito, contro la sua continuità ideologica ed organizzativa e contro il suo giornale, e beninteso dopo averla carpita, una fittizia proprietà commerciale, esistente solo nella formula burocratica che la legge impone, non ci prestiamo a contestazioni e contraddittori tra persone e nominativi; subiremo senza andare sul terreno della giustizia costituita le imposizioni esecutive. Quelli che se ne sono avvalsi non potranno più venire sul terreno del partito rivoluzionario. Inutile quindi parlare dei loro nomi e dei loro moventi, oggi e dopo.

«Il giornale continuerà a svolgersi sulla linea che lo ha sempre definito e che rappresenta i suoi titoli non di “proprietà” ma di continuità programmatica e politica, conformemente ai testi fondamentali del movimento, alla Piattaforma e al Programma della Sinistra, alle Tesi della Sinistra, alla serie dei “Fili del Tempo” e alla mole delle altre pubblicazioni contenute in Battaglia, in Prometeo e nel Bollettino, materiale di cui daremo prossimamente, ad uso del lettore, un indice analitico».

I contrasti interni all’organizzazione di ordine politico, tattico e organizzativo ma anche teorico, non sorpresero mai nessuno dato che il partito era consapevole che la riconquista del patrimonio autentico della «Sinistra comunista italiana» per la restaurazione della dottrina marxista e la decisa lotta contro lo stalinismo, richiedevano anni di messe a punto. In questo enorme lavoro che coinvolgeva tutti i compagni attraverso incontri, riunioni, lettere, documenti, emersero poco a poco posizioni contrastanti che solo per semplificare potremmo classificare da un lato a carattere attivistico e dall’altro a carattere accademico o attendista. Soprattutto nell’arco che va dal 1948 (nel maggio del 1948 si tenne il I Congresso del partito a Firenze in cui emersero i primi profondi contrasti incentrati sui «compiti del partito») al 1951, prenderanno forma le posizioni che caratterizzeranno il gruppo, che per semplificazione diciamo di Damen, e le posizioni che caratterizzeranno il gruppo, che per semplificazione diciamo di Bordiga. Resta il fatto che le testate del partito, Battaglia comunista e Prometeo, dal 1946 in poi, pubblicano e diffondono tutti i lavori di carattere teorico, programmatico, politico e tattico che rappresentano soprattutto le posizioni del gruppo di Bordiga e che sono presentate e riconosciute ufficialmente, all’interno dell’organizzazione e al suo esterno, come le posizioni del partito (1).

La «dura opera del restauro della dottrina marxista e dell’organo rivoluzionario, a stretto contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco» – come si scrisse nel «Distingue il nostro partito» fin dal n. 5 (6-20 marzo 1952) di battaglia comunista al fine di distinguersi dal giornale con lo stesso titolo e organo dello stesso partito che il gruppo dei dissidenti facenti capo a Damen fecero uscire da quel momento in poi – non poteva non suscitare all’interno dell’organizzazione perplessità, interpretazioni, radicalizzazioni, dubbi necessariamente dovuti alla faticosissima lotta contro tutte le insidie dell’opportunismo. Infatti, grandissima parte del lavoro di restaurazione della dottrina marxista e di bilancio della controrivoluzione riguardava proprio la lotta contro ogni forma di opportunismo, tra le quali la più insidiosa fu sempre la democrazia e il suo portato di politicantismo personale ed elettoralesco.   

Il partito, nel 1952, si definiva ancora «partito comunista internazionalista» come dalla sua fondazione alla fine del 1942, ed è lo stesso nome che continuò ad usare anche Battaglia comunista dopo la definitiva scissione avvenuta per l’appunto nell’ottobre del 1952. Cambierà nome nel 1965 in «partito comunista internazionale». Due elementi di rilievo portarono a questa decisione: 1) alla fine del 1964 ci fu un’altra scissione, incentratasi in particolare intorno alla questione del «centralismo democratico» contro il «centralismo organico», dalla quale si organizzò il gruppo di Rivoluzione comunista che si definì anch’esso «partito comunista internazionalista», aumentando inevitabilmente la confusione dato che a quel punto erano tre i gruppi politici che si definivano alla stessa maniera; 2) la rete organizzativa del partito non riguardava più soprattutto l’Italia, ma si era in effetti estesa in Francia, Belgio, Svizzera, Germania.

Nel n. 1 de il programma comunista del 12 gennaio 1965, vengono pubblicati i «Primi risultati dei contributi giunti da tutto il Partito per l’elaborazione delle tesi definitive sulla sua organizzazione», articolo introdotto così: «Il nome del Partito. Giusta le decisioni del II Congresso mondiale del 1920, il Partito prese a Livorno il nome di “Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale Comunista)”. Quando l’Internazionale si sciolse, al termine di una degenerazione prevista da gran tempo dalla Sinistra, e il suo attuale mostruoso avanzo prese il nome  di “Partito Comunista Italiano”, svolgendo in realtà una politica nazionale, ricostituendoci per il solo territorio italiano nel 1943 fu scelto, per distinguerci da tanta vergogna, il nome di “Partito Comunista Internazionalista”. Oggi per la realtà dello svolgimento dialettico, la nostra organizzazione è la stessa dentro e fuori delle frontiere italiane, e non è una novità constatare che agisce, sia pure in limiti circoscritti quantitativamente, come organismo internazionale. Il nome di “Partito Comunista Internazionale” non può sembrare a nessuno una novità se si pensa che fu enunciato a Mosca fin dal 1922 pur senza prescrivere che si cambiasse il nome di ogni sezione. Nel bollettino del IV Congresso, intitolato “Il bolscevico”, apparve un articolo di Zinoviev, riportato da “l’Humanité” dell’11.XI-1922». Questo articolo è stato in effetti riprodotto per intero, ma qui a noi basta richiamare le prime frasi: «I comunisti formano un partito internazionale. Dalla sua fondazione l’IC si è posta come fine la creazione di un’organizzazione comunista internazionale costruita su un piano razionale e diretta da un centro unico. E’ questa una delle differenze fra la II e la III Internazionale. La II nei suoi giorni migliori non fu mai che una federazione piuttosto amorfa di partiti nazionali mal collegati gli uni agli altri».

Dunque, il partito è un’organizzazione internazionale centralistica, con un centro unico, un unico programma, si muove in un’unica direzione secondo direttive che valgono per tutte le sue sezioni nel mondo. La «Sinistra comunista» – che noi preferiamo chiamare «d’Italia» e non «italiana», come si chiamò a suo tempo il Partito Comunista di Livorno – ha indicato per l’organizzazione del partito la formula del centralismo organico, non inventata al momento, ma riprendendola dalla proposta avanzata già nel 1922 nell’articolo «Il principio democratico» (2) nel quale si afferma: «Il criterio democratico è finora per noi un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremmo a principio la nota formula organizzativa del “centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell’organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento. Per segnare la continuità nello spazio della struttura di partito è sufficiente il termine centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuità nel tempo, ossia nello scopo a cui si tende e nella direzione in cui si procede verso successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti di unità, noi proporremmo di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul “centralismo organico”».

Il 1965 è anche l’anno in cui Amadeo Bordiga mette mano a delle tesi alle quali, come lui stesso disse in tempi non sospetti, non avrebbe mai voluto dedicarsi. Ma l’immaturità teorica e politica dell’insieme del partito – e la scissione del 1964 lo dimostrava con chiara evidenza – richiese al compagno, che più di altri riusciva a tener ferma la barra sulla corretta rotta marxista, Amadeo Bordiga, di produrre il necessario sforzo per mettere a punto le tesi sulla questione di organizzazione. Il risultato finale del lavoro al quale parteciparono i compagni di tutte le sezioni con suggerimenti, rilievi, scritti, domande, furono le Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista – note come Tesi di Napoli, presentate alla riunione generale di partito del luglio 1965 – con le quali il partito rispondeva in modo esauriente alla grande questione dell’organizzazione; ma ci volle dell’altro lavoro che le completasse, dato che altre perplessita emersero in seno al partito, e Amadeo Bordiga scrisse le Tesi supplementari a quelle di Napoli sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – note come Tesi di Milano, presentate alla riunione generale di partito del novembre 1965 (3).

Negli anni che vanno dal 1965 al 1982 le forze del partito aumentarono, non nel senso che diventò un partito di migliaia di militanti, ma nel senso che allargò la propria presenza sia in Europa che fuori di essa, come le diverse pubblicazioni in tedesco, inglese, greco, olandese, svedese, turco, arabo, persiano, polacco dimostravano, sviluppando in modo apprezzabile una certa attività anche di tipo sindacale tra i metalmeccanici, le poste, gli enti comunali, i chimici, gli ospedalieri ecc. Aumentavano, e si rendevano nello stesso tempo più complessi, i compiti pratici di intervento e di collegamento. La ancora fortissima presa dell’opportunismo sulle masse operaie rendeva il lavoro pratico di partito più complicato, esponendolo inevitabilmente alla pressione e all’influenza delle più varie forze opportuniste, perciò al partito era richiesta una maggiore saldezza teorica e politica.

La «questione sindacale» fu il terreno in cui il partito, già dalla sua costituzione, dovette cimentarsi costantemente e, come sempre succede, le questioni «pratiche» poste dall’attività di carattere sindacale richiedono soluzioni di carattere generale. Soluzioni che potevano trovare un loro inquadramento soltanto nell’impostazione politica di carattere generale e nelle tesi di partito. Gli è che la presenza di compagni di partito nelle fabbriche è stata per lungo tempo molto marginale, perciò l’impostazione non poteva che definire una posizione e un atteggiamento più in prospettiva che da applicare nell’immeditao su ampia scala. Ma con l’arrivo di nuovi compagni e con una certa estensione del partito in altre città, a partire dal 1968, il terreno «sindacale» diventava nei fatti il terreno nel quale, scontrandosi con il padronato e le forze dell’opportunismo quasi quotidianamente, la lotta contro l’opportunismo, volta a penetrare nelle masse operaie al fine di influenzarne almeno gli elementi più attivi e sensibili alle critiche al sindacalismo tricolore, e la stessa nostra lotta politica potevano finalmente assumere una dimensione non più marginale e costituire il campo nel quale le forze del partito potevano dimostrare praticamente le proprie capacità costituendo, sebbene sempre in modo ancora molto parziale, un punto di riferimento di classe per tutti quei proletari che nella loro lotta di difesa immediata cercavano di sottrarsi alla tutela e ai ricatti costanti del bonzume sindacalista per organizzarsi in modo più coerente con le loro esigenze.

Negli anni della costituzione del partito, soprattutto nell’immediato dopoguerra, si fece strada all’interno dell’organizzazione l’idea che il secondo dopoguerra poteva essere simile al primo, nel senso che c’era chi riteneva (come il gruppo che faceva capo a Damen) che fossero presenti i fattori oggettivi «favorevoli» non solo alla ripresa della lotta di classe ma alla ripresa della lotta rivoluzionaria e che il partito avrebbe dovuto, aumentando la sua attività nella classe e nella società anche attraverso l’elezionismo, recuperare un ritardo storico dovuto alla vittoria della controrivoluzione staliniana. In modo simile, negli anni 1968-69, anni in cui le lotte operaie si fecero più intense in Italia, in Germania, in Francia, in Inghilterra, si fece strada all’interno del partito l’idea che – avvicinandosi la fatidica data del 1975, anno nel quale era stato previsto dagli studi economici del partito che sarebbe esplosa una crisi capitalistica a livello mondiale, crisi che avrebbe innescato una crisi sociale e politica a carattere «rivoluzionario» – il partito doveva obbligatoriamente intensificare la sua attività verso le masse proletarie, e in specie l’attività sindacale, per poter essere in grado nel giro di 6/8 anni di porsi alla guida del movimento di classe del proletariato in Europa. Dato che la possibilità, da parte del partito, di condurre il movimento operaio in direzione della lotta rivoluzionaria, non poteva non poggiare sulla sua influenza determinante nel sindacato operaio più importante e seguito dalla massa operaia (la CGIL in Italia, la CGT in Francia), il partito – perdendo temporaneamente la bussola teorico-politica sulla valutazione corretta dei sindacati operai come sindacati collaborazionisti e sempre più integrati nello Stato borghese – ritenne di dover condurre una battaglia «decisiva» all’interno di questi sindacati affinché non procedessero all’unificazione con i sindacati gialli e bianchi (come all’epoca si ventilava) e non si integrassero nell’apparato statale; ritenne cioè di essere ancora «in tempo» ad impedire che quei sindacati diventassero «tricolori» e si lanciò in una velleitaria lotta «in difesa dei sindacati di classe» puntando a scalzare i loro vertici – sicuramente opportunisti e venduti alla borghesia – per prenderne la direzione. In pratica, se il gruppo di Damen nell’immediato secondo dopoguerra, credendo di poter applicare la stessa tattica applicata nel primo dopoguerra,  sopravvalutò enormemente le potenzialità di classe e rivoluzionarie del proletariato uscito dalla guerra completamente disorientato e intossicato di democrazia «antifascista» grazie all’azione portata in profondità dallo stalinismo, da parte sua il partito, e soprattutto i compagni che facevano capo alla sezione di Firenze che per un certo periodo ebbero il compito di dirigere l’Ufficio centrale sindacale del partito, sopravvalutò enormemente la forza del partito – che considerava capace in pochissimi anni di ribaltare completamente i rapporti di forza tra un proletariato ancora fortemente influenzato dall’opportunismo e dal collaborazionismo politico e sindacale – mentre falsò totalmente la natura e la caratteristica del sindacato CGIL (e di conseguenza della CGT in Francia) seppellendo la valutazione che il partito aveva dato fin dal 1949 dei sindacati «antifascisti» ricostituiti già durante la guerra dalle potenze imperialistiche che la stavano vincendo, e cioè delle basi collaborazioniste su cui erano stati riorganizzati, in forza delle quali il partito li aveva definiti non più «di classe»  (come erano i sindacati prima di essere distrutti dal fascismo), ma «tricolori». In base a questa straordinaria deviazione dalla corretta valutazione della realtà sociale, per alcuni anni tutte le forze del partito venivano mobilitate per impedire alla CGIL e alla CGT di diventare... quello che erano già fin dalla loro costituzione! Gli anticorpi, ancora presenti nel partito all’epoca, funzionarono e il partito si rimise sulla giusta rotta e le Tesi sulla questione sindacale del 1972 lo dimostrano; ma il contrasto di vedute e di prospettiva che era sorto intorno alla «questione sindacale» inevitabilmente si allargava a tutte le questioni tattiche e organizzative, e immancabilmente alla questione centrale: la concezione del partito, tanto da provocare uno scossone non da poco; le sezioni toscane ed altri militanti ad esse collegate si autoesclusero dal lavoro comune di partito scindendosi definitivamente da esso alla fine del 1973 e organizzandosi successivamente intorno al giornale Il Partito comunista.

Le crisi e le scissioni che avvennero negli anni Settanta – la più grave fu quella cosiddetta «fiorentina» dato che il nucleo scissionista più forte e compatto faceva parte appunto della sezione di Firenze – anticipavano, di fatto, i contrasti che portarono il partito alla crisi esplosiva del 1982-84. La grande crisi del 1952 si incentrò su questioni di teoria, di programma politico generale, di tattica e di organizzazione; dunque su tutti gli aspetti fondamentali dell’attività del partito. Le crisi successive si svolsero più sull’aspetto «organizzativo» e «tattico» che su quello teorico, mascherando in realtà forti dissensi su questioni di dottrina, dissensi che vennero alla luce dopo, e talvolta anche molto dopo, che si fu consumata la scissione. Il partito, pur affermando di lottare contro ogni espedientismo e contro ogni cedimento personalistico e democratico, veniva colpito da una malattia niente affatto rara: il localismo, ossia l’esatto contrario del centralismo. In questo modo il meccanismo democratico cacciato dalla porta rientrava dalla finestra, e col meccanismo democratico rientrava anche la democrazia come ideologia per cui, mentre si giurava sul programma e sulle tesi posti a base del partito, si praticava in realtà una «libertà di critica e d’azione» grazie alla quale si affermava, ad esempio, che ogni singolo compagno, in quanto militante di partito, nella sua attività e nei suoi interventi era di fatto «il partito» e tutto ciò che sosteneva o faceva non rappresentava che il meglio che il partito poteva dire e fare (come sostenevano i «fiorentini»), oppure che la nostra organizzazione – proprio perché non riusciva, dopo tanti anni di attività teorica e politica, ad avere un’influenza determinante sulle masse operaie – in realtà non era il partito di classe che agognavamo ma che doveva, perciò, portando il proprio patrimonio politico e le proprie esperienze, «confrontarsi» con altre forze politiche e altre organizzazioni militanti discutendo programmi e piani tattici per giungere alla formazione di un’organizzazione più numerosa e forte (la teoria del «crogiuolo» dei cividalesi). Altre «teorizzazioni» emersero in quel ventennio, come il fatto che il partito non doveva «sporcarsi le mani» contribuendo, laddove si presentavano effettivamente possibilità pratiche, alla costituzione di organismi di difesa immediati sull’onda di lotte operaie che tendevano a spezzare la cappa soffocante e paralizzante del collaborazionismo sindacale; oppure quella secondo la quale il partito, visto che la ripresa della lotta di classe a livello internazionale segnava il passo, avrebbe dovuto dedicarsi alla teoria astenendosi dall’intervento pratico nei pur rari spiragli che le spontanee reazioni di lotta operaie aprivano, arrivando a sostenere una ritirata generale chiudendo i giornali e pubblicando esclusivamente delle riviste teoriche (come sostennero i marsigliesi) e sulla cui posizione, in un modo o nell’altro, confluirono diversi militanti un tempo molto attivi nei sindacati tricolore. La malattia localista, la malattia democratica e personalistica purtroppo attaccarono con virulenza anche gli organismi centrali del partito che, incapaci di tener la barra del timone ferma sulla rotta già fissata dalle tesi che formavano il patrimonio storico e teorico del partito stesso, oscillarono ora verso la burocratizzazione della vita di partito ora verso l’accettazione di posizioni e atteggiamenti del tutto contrastanti con la normale vita organica del partito, pur di tenere insieme nella stessa organizzazione forze che, per propria spinta deviante, non potevano assolutamente garantire un lavoro comune secondo un’unica direttiva, un unico centro, un unico modus operandi. Si potrà dire, col senno di poi, date queste premesse, che la crisi esplosiva era prevedibile; c’è chi sostenne che il partito avrebbe dovuto attrezzarsi per tempo dal punto di vista organizzativo a situazioni critiche del genere, dimenticandosi però che ogni soluzione «organizzativa» o discende da un’impostazione programmatica e politica che risponde ai criteri illustrati nelle tesi del centralismo organico che a loro volta sono strettamente connessi ad una disciplina che prima di tutto è politica e solo di conseguenza è anche organizzativa, oppure discende da un quadro organizzativo, e quindi amministrativo, che «obbliga» ad una disciplina politica senza che vi sia condivisione e fiducia nelle direttive centrali. E’scontato che ogni barriera tra teoria e prassi, per quanto sottile o invisibile essa sia, produca la germinazione spontanea di espedienti che trovano terreno fertile proprio nel localismo, nel politicantismo personale ed elettoralesco. E a causa dell’espedientismo il partito muore prima ancora di aver assolto al suo compito principale: l’assimilazione, la diffusione, la difesa della dottrina marxista. Senza teoria rivoluzionaria non ci sarà mai movimento rivoluzionario, e ciò va inteso prima di tutto per il partito di classe. Perdere la connessione sistematica e organica con la teoria – e quindi con i risultati dell’esperienza storica del movimento rivoluzionario, le sue lezioni e i suoi dettami – significa perdere la possibilità di correggere gli errori nei quali inevitabilmente il partito cade e può cadere nello sviluppo della sua attività contrastante in ogni più piccolo aspetto con l’attività delle forze borghesi ed opportuniste; significa perdere la possibilità di rimettersi sulla corretta rotta rivoluzionaria dopo aver subito colpi e contraccolpi nello svolgimento della sua azione; significa impedirsi di svolgere uno dei propri compiti primari verso la classe proletaria che consiste nel portare nelle sue file i bilanci delle lotte e dei movimenti precedenti, vittoriosi o sconfitti che siano stati e che, perciò, consiste nel rappresentare un punto di riferimento politico e organizzativo per la stessa lotta di classe proletaria; significa distruggere la possibilità futura di ricostituirsi su solide e coerenti basi marxiste.

Nella crisi del 1982-84, una deviazione evidente dall’impostazione teorica e storica della Sinistra comunista d’Italia, e del partito che l’ha rappresentata nella forma-partito per più di trent’anni, fu avanzata in un primo tempo dai liquidatori del 1982, secondo i quali il partito «aveva fallito» e doveva perciò sciogliersi e confondersi con i movimenti sociali ribelli, e dai liquidatori di altra origine in un secondo tempo, nel 1983-84, che pretesero di rimediare ad un «centralismo» che non funzionava più con un centralismo «democratico», per poi giungere a teorizzare, visto che nemmeno il loro centralismo «democratico» dava «garanzie» di disciplina e di compattezza, un «vizio d’origine» della Sinistra comunista d’Italia che sarebbe consistito nel non saper «fare politica», nel non saper «dirigere politicamente» né il partito né le masse (ci riferiamo al gruppo che si definì «combat»). Dare la colpa della propria incapacità politica di comprendere quali effettivamente sono i compiti di un partito di classe (nella situazione rivoluzionaria di ieri, nella situazione controrivoluzionaria di oggi e nella situazione di ripresa della lotta di classe di domani) ad un particolare virus che avrebbe attaccato la Sinistra comunista d’Italia sembrò loro il miglior modo per uscire dall’impasse che li portò in breve tempo ad autoliquidarsi. Di fronte a questi attacchi concentrici al partito e al suo patrimonio teorico e storico, il gruppo che dal 1984 riprese nelle proprie mani la testata «il programma comunista», con un’azione legale del tutto simile a quella attuata nel 1952 dal gruppo di Damen contro il partito, si caratterizzò non solo per questa vergognosa azione ma anche per l’assenza completa di lotta politica all’interno dell’organizzazione-partito che era rimasta in piedi e attiva nonostante la crisi esplosiva del 1982; in sostanza non diede alcun punto di riferimento teorico, programmatico e politico ai compagni, in Italia e all’estero, che erano rimasti del tutto disorientati dall’éclatement. Si rifugiò nel sentimentalismo di partito e nell’azione legale, consegnando al tribunale borghese la «decisione» di quale gruppo politico aveva «diritto» a farsi rappresentare dal giornale «il programma comunista». In forza della legge borghese e carpita la proprietà commerciale del giornale, questo gruppo pretende di essere riconosciuto come «erede» del partito di ieri, del partito comunista internazionale, un partito per il quale, nello svolgimento della crisi che alla fine lo mandò in mille pezzi, non fece alcuna battaglia politica; agì per suo conto il tribunale borghese ed è per questo motivo che valgono le stesse parole che nel 1952 scrivemmo a proposito del gruppo di Damen e della legge borghese: quelli che se ne sono avvalsi non potranno più venire sul terreno del partito rivoluzionario. Per noi, in effetti, come «battaglia comunista», insieme a «Prometeo», sono stati la voce del partito fino al 1952, così «il programma comunista» è stato la voce del partito, rappresentandolo per più di trent’anni anche a livello internazionale, fino alla fine del 1983, quando la sua pubblicazione fu interrotta dall’azione legale attuata dal gruppo che oggi ancora lo possiede «in proprietà».         

 


 

(1) A partire, per citarne solo alcuni, dalla Piattaforma politica del Partito Comunista Internazionalista del 1945, al Tracciato d’impostazione del 1946, e poi Forza violenza dittatura nella lotta di classe del 1946-48, le Tesi della Sinistra del 1947, Proprietà e Capitale del 1948-52, e la lunghissima serie di Fili del Tempo dal 1949, iniziata in “battaglia comunista” e poi, dopo la rottura, proseguita in “il programma comunista”.

(2) Cfr. Il principio democratico, di A. Bordiga, in “Rassegna Comunista”, anno II, n. 8 del 28 febbraio 1922; raccolto nel volumetto Partito e classe, edizioni il programma comunista, Napoli 1972, p. 63.

(3) Il corpo di entrambe le Tesi, pubblicate in “il programma comunista” n. 14/1965 e n. 7/1966; lo si ritrova anche nel volumetto In difesa della continuità del programma comunista, edito dal partito nel 1970.

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Il programma comunista

 

Introducción

 

Mostramos a continuación el índice de los artículos contenidos en el “Programa Comunista” desde 1.952 a 1.983, es decir, desde el inicio de su publicación hasta el periodo de dramática crisis que rompió al partido en mil pedazos. Publicamos todo el elenco, incluso de los artículos con los cuales no concordábamos entonces y tampoco lo hacemos ahora, pero parece obvio que dar un cuadro completo de cuanto está contenido en el periódico del partido, con todas las contradicciones que forman parte de un organismo vivo, imperfecto y que lucha en un ambiente social hostil y denso en enfrentamientos de cualquier género.

“Il Programa Comunista –órgano del partido comunista internacional” es el periódico que el partido fundó en 1.952; su primer número, aparecido el 24 de octubre de 1.924, contenía un aviso a los lectores que decía:

“Aclaramos a los lectores que el cambio preanunciado en la cabecera del periódico, que de Bataglia Comunista pasa a ser Il Programma Comunista no es debido a nuestra iniciativa sino a acciones judiciales coactivas cuya proveniencia no interesa indicar. Habiéndose intentado hacer valer contra el partido, contra su continuidad ideológica y organizativa y contra su periódico, por supuesto después de haberla arrebatado, una ficticia propiedad comercial, existente sólo en las fórmulas democráticas que la ley impone, no nos prestamos a contestaciones y contradicciones entre personas y nombres;  sufriremos sin ir al terreno de la justicia constituida las imposiciones ejecutivas. Aquellos que han hecho uso de ella no podrán volver sobre el terreno del partido revolucionario. Inútil por lo tanto hablar de sus nombres y de sus movimientos, hoy y mañana.

El periódico continuará desarrollándose sobre la línea que lo ha definido siempre y que representa sus títulos no de “propiedad” sino de continuidad programática y política, conforme a las tesis fundamentales del movimiento, a la Plataforma y al Programa de la Izquierda, a las Tesis de la Izquierda, a la serie de los “Hilos del Tiempo” y al conjunto de las otras publicaciones contenidas en Battaglia, en Prometeo y en el Bollettino, material del cual daremos próximamente, para uso de los lectores, un índice analítico”

Los enfrentamientos internos de orden político, táctico y organizativo, pero también teórico, en la organización no sorprendieron a ninguno dado que el partido era consciente de que la reconquista del patrimonio auténtico de la “Izquierda comunista italiana” para la restauración de la doctrina marxista y la decidida lucha contra el estalinismo, reclamaban años de puesta a punto. En este enorme trabajo que implicaba a todos los compañeros a través de encuentros, reuniones, cartas, documentos, emergieron poco a poco posiciones enfrentadas que sólo para simplificar podremos clasificar por un lado con carácter activista y por otro con carácter académico o atendista. Sobre todo en el arco que va de 1.948 (en mayo de 1.948 se tiene el I Congreso del partido en Florencia en el cual emergieron los primeros enfrentamientos profundos centrados sobre las “tareas del partido”) a 1.951, tomaron forma las posiciones que caracterizaron al grupo, que por simplificar decimos de Damen, y las posiciones que caracterizaron al grupo que, por simplificar también, decimos de Bordiga.  Queda el hecho de que las cabeceras del partido, Battaglia comunista y Prometeo, desde 1.946 en adelante, publican y difunden todos los trabajos de carácter teórico, programático, político y táctico que representan sobre todo las posiciones del grupo de Bordiga y que se presentan y reconocen oficialmente, en el interior de la organización y en su exterior, como las posiciones del partido (1).

La “dura obra de restauración de la doctrina marxista y del órgano revolucionario, en estrecho contacto con la clase obrera, fuera del politicantismo personal y electoralesco”- como se escribe en el “Distingue a nuestro partido” desde el nº5 (6-20 de marzo de 1.952) de Battaglia comunista con el fin de distinguirse del periódico que con el mismo título y órgano del mismo partido que el grupo de los disidentes que tenían como jefe a Damen hicieron salir de aquel momento en adelante –no podía no suscitar al interno de la organización perplejidad, interpretaciones, radicalizaciones, dudas necesariamente debidas a la durísima lucha contra todas las insidias del oportunismo. De hecho, una grandísima parte del trabajo de restauración de la doctrina marxista y de balance de las contrarrevoluciones se refería precisamente contra cualquier forma de oportunismo, entre las cuales la más insidiosa fue siempre la democracia y su dosis de politicantismo personal y electoralesco.

El partido, en 1.952, se definía aún como “partido comunista internacionalista” como desde su fundación al final de 1.942, y el mismo nombre lo continuó usando también Battaglia comunista después de la definitiva escisión tenida lugar en octubre de 1.952. Cambiará el nombre en 1.965, llamándose Partido Comunista Internacional. Dos elementos relevantes llevaron a esta decisión: a) a finales de 1.964 hubo otra escisión, centrada en particular sobre la cuestión del “centralismo democrático” contra el “centralismo orgánico”, de la cual se organizó el grupo de Revolución comunista que se define también como “Partido Comunista Internacionalista”, aumentando inevitablemente la confusión dado que en aquel momento eran tres los grupos políticos que se definían de la misma manera; 2) la red organizativa del partido no estaba ya sobre todo en Italia, sino que se había extendido efectivamente a Francia, Bélgica, Suiza y Alemania.

En el nº 1 de Il Programma comunista de enero de 1.965 se publlicaron los “Primeros resultados de las contribuciones de todo el Partido para la elaboración de las tesis definitias sobre la organzación”, artículo introducido de la siguiente manera: “El nombre del Partido. Siguiendo las decisiones del II Congreso mundial de 1.920, el Partido toma en Livorno el nombre de “Partido Comunista de Italia (sección de la Internacional Comunista)” Cuando la Internacional se disolvió, al término de una degeneración prevista desde hacia mucho tiempo por la Izquierda, y su monstruoso avance actual tomó el nombre de “Partido Comunista Italiano”, desarrollando en realidad una política nacional, reconstituyéndose únicamente por el territorio italiano en 1.943 fue elegido, para distinguirse de tanta vergüenza, el nombre de “Partido Comunista Internacionalista”.  Hoy por la realidad del desarrollo dialéctico, nuestra organización es la misma dentro y fuera de las fronteras italianas, y no es una novedad constatar que actúa, aún circunscrito a límites cuantitativos, como organismo internacional. El nombre de “Partido Comunista Internacional” no puede parecerle a ninguno una novedad si se piensa que fue enunciado en Moscú ya en 1.922 pero sin prescribir que se cambiase el nombre de cada sección. En el boletín del V Congreso, titulado “El Bolchevique”, aparece un artículo de Zinoviev, sacado de “l´Humanité” del 11.XI-1.922” Este artículo fue, en efecto, reproducido por entero, pero aquí nos basta con reclamar la primera frase: “Los comunistas forman un partido internacional. Desde su fundación la IC se colocó como fin la creación de una organización comunista internacional construida sobre un plano racional y dirigida por un centro único. Y esta es una de las diferencias entre la II y la III Internacional. La II en sus mejores días no fue más que una federación del todo amorfa de partidos nacionales mal coaligados entre ellos.”

Por lo tanto, el partido es una organización centralista, con un centro único, un único programa, se mueve en una única dirección según directivas que valen para todas las secciones en el mundo. La “Izquierda comunista” –que nosotros preferimos llamar “de Italia” y no italiana, como se llamó en su tiempo el Partido Comunista de Livorno- ha indicado para la organización del partido la fórmula del centralismo orgánico, no inventada en el momento, sino retomada de la propuesta avanzada ya en 1.922 en el artículo “El principio democrático”(2) en el cual se afirma: “el criterio democrático es hasta el presente un accidente material para la construcción de nuestra organización interna y para la formulación de los estatutos del partido: no es La plataforma indispensable. He aquí porqué nosotros no erigiremos en principio la conocida fórmula del «centralismo democrático». La democracia no puede ser para nosotros un principio, mientras que, indudablemente, el centralismo lo es, porque las características esenciales de la organización del partido deben ser la unidad de estructura y de movimiento. El término centralismo basta para expresar la continuidad de la estructura del partido en el espacio; y para introducir el concepto esencial de la continuidad en el tiempo, es decir, en el objetivo al cual se tiende y en la dirección en la cual se avanza hacia los sucesivos obstáculos que deben ser superados, es más, ligando estos dos conceptos esenciales de unidad, nosotros propondríamos decir que el partido comunista funda su organización sobre el «centralismo orgánico».

1.965 es también el año en el cual Amadeo Bordiga se encarga de las tesis las cuales, como él mismo dijo en tempi non sospetti, nunca tendría que haberse dedicado. Pero la inmadurez teórica y política del conjunto del partido –y la escisión de 1.964 lo demostraba con clara evidencia- llevó al compañero, que más que otros se mantenía firme sobre la correcta vía marxista, Amadeo Bordiga, a hacer el esfuerzo necesario para concretar las tesis sobre la cuestión organizativa. El resultado final del trabajo, en el cual participaron todos los compañeros de todas las secciones con sugerencias, hallazgos, escritos, preguntas, fueron las Tesis sobre la tarea histórica, la acción y la estructura del partido comunista mundial, según las posiciones que desde hace medio siglo conforman el patrimonio histórico de la izquierda comunista –conocidas como Tesis de Nápoles presentadas a la reunión general del partido en noviembre de 1.965 (3).

En los años que van de 1.965 a 1.982 las fuerzas del partido aumentaron, no en el sentido de que se convirtiese en un partido de miles de militantes, sino en el sentido de que extendió su propia presencia tanto en Europa como fuera de ella, como las diversas publicaciones en alemán,  inglés,  griego,  holandés, sueco, turco, árabe, persa, polaco… demostraban desarrollando de manera apreciable una cierta actividad también de tipo sindical entre los metalúrgicos, los trabajadores postales, los trabajadores municipales, los trabajadores del sector químico, los trabajadores de hospitales, etc. Aumentaban, y se volvían al mismo tiempo más complejas, las tareas prácticas de intervención y enlace. La todavía fortísima presencia del oportunismo entre las masas obreras volvía el trabajo práctico de partido más complicado, exponiéndolo inevitablemente a la presión y a la influencia de las más variadas fuerzas oportunistas, por lo tanto para el partido era exigible una mayor solidez teórica y política.

La “cuestión sindical” fue el terreno en el cual el partido, ya desde su constitución, debía cimentarse constantemente y, como siempre sucede, las cuestiones “prácticas” planteadas por la actividad de carácter sindical exigían soluciones de carácter general. Soluciones que podían hallar su encuadramiento sólo en la impostación política de carácter general y en las tesis del partido.

Dado que la presencia de compañeros del partido en las fábricas fue durante largo tiempo marginal la impostación no podía sino definir una posición más en perspectiva que para aplicar de inmediato en amplia escala. Pero con la llegada de nuevos compañeros y con una cierta extensión del partido en otras ciudades, a partir de 1.968, el terreno “sindical” se convertía en los hechos en el terreno en el cual, enfrentándose con la patronal y con las fuerzas del oportunismo casi cotidianamente, la lucha contra el oportunismo, de nuevo penetrando entre las masas obreras con el fin de influenciar al menos a los elementos más activos y sensibles a las críticas del sindicalismo tricolor, y nuestra misma lucha política podían finalmente asumir una dimensión ya no marginal y constituir el campo en el cual las fuerzas del aprtido podían demostrar prácticamente su propia capacidad constituyendo, si bien siempre de manera muy parcial, un punto de referencia de clase para todos aquellos proletarios que en su lucha de defensa inmediata buscaban sustraerse a la tutela y el control constante de los bonzos sindicalistas para organizarse de manera más coherente con sus exigencias.

En los años de la constitución del partido, sobre todo en el periodo de la postguerra, se hizo fuerte dentro de la organización la idea de que esta segunda postguerra podría ser similar a la primera, en el sentido de que había quien pensaba (como el grupo dirigido por Damen) que estaban presentes los factores objetivos, “favorables” no sólo para la reanudación de la lucha de clase sino para la reanudación de la lucha revolucionaria y que el partido debería, aumentando su actividad en la clase y en la sociedad aún a través del electoralismo, recuperar un retraso histórico debido a la victoria de la contrarrevolución estalinista. De manera similar, en los años 1.968-89, años en los cuales las luchas obreras se hicieron más intensas en Italia, en Alemania, en Francia, en Inglaterra, se hizo presenta en el interior del partido la idea de que –acercándose la fatídica fecha de 1.975, año en el cual estaba previsto por los estudios económicos del partido que estallaría una crisis capitalista a nivel mundial, crisis que desencadenaría una crisis social y política de carácter “revolucionario”- el partido debía obligatoriamente intensificar su actividad dirigida hacia las masas proletarias para poder estar en condiciones, en el tiempo de 6/8 años de ponerse a la cabeza del movimiento de clase del proletariado en Europa.  Dado que la posibilidad, por parte del partido, de conducir el movimiento obrero en dirección a la lucha revolucionaria, no podía apoyarse sobre la influencia determinante en el sindicato obrero más importante y seguido por la masa obrera (CGIL en Italia, CGT en Francia), el partido –perdiendo temporalmente la brújula teórico-política sobre la valoración correcta de los sindicatos obreros como sindicatos colaboracionistas y cada vez más integrados en el Estado burgués- consideró que debía mantener una batalla “decisiva” en el interior de estos sindicatos con el fin de que no procediesen a la unificación con los sindicatos amarillos y blancos (como, en la época, iba a suceder) y no se integrasen en el aparato estatal; consideró que estaba “a tiempo” de impedir que los sindicatos se volviesen “tricolores” y se lanzó a una lucha poco realista “en defensa de los sindicatos de clase” apuntando a echar a sus cúpulas –seguramente oportunistas y vendidas a la burguesía- para tomar la dirección. En la práctica, si el grupo de Damen en la segunda postguerra, creyendo poder aplicar la misma táctica aplicada en la primera, sobrevaluó enormemente la potencialidad de clase y revolucionaria del proletariado salido de la guerra completamente desorientado e intoxicado de democracia “antifascista” gracias a la acción llevada a cabo en profundidad por el estalinismo, por su parte el partido, y sobre todo los compañeros que dirigían la sección de Florencia que durante un cierto periodo tuvo la tarea de dirigir la Oficina central sindical del partido, sobrevaloró enormemente la fuerza del partido –al que consideraba capaz en poquísimos años de invertir completamente las relaciones de fuerza entre un proletariado aun fuertemente influenciado por el oportunismo y el colaboracionismo político y sindical- mientras falseó completamente la naturaleza y la característica del sindicato CGIL (y en consecuencia de la CGT en Francia) abandonando la valoración que el partido había dado desde 1.949 de los sindicatos “antifascistas” reconstituidos ya durante la guerra de las potencias imperialistas que estaban venciendo, y de las bases colaboracionistas sobre las cuales se habían reorganizado, a partir de las cuales el partido los había definido como ya no “de clase” (como eran los sindicatos antes de ser destruidos por el fascismo), sino “tricolores”. En base a esta extraordinaria desviación de la correcta valoración de la realidad social, durante algunos años todas las fuerzas del partido fueron movilizadas para impedir que la CGIL y la CGT se convirtieran… en aquello que ya eran desde su constitución. Los anticuerpos, aún presentes en el partido de esa época, funcionaron y el partido se colocó sobre la vía correcta y las Tesis sobre la cuestión sindical de 1.972 lo demostraron; pero el enfrentamiento de  visiones y de perspectivas que había surgido en torno a la “cuestión sindical” inevitablemente se ampliaba a todas las cuestiones tácticas y organizativas  y por supuesto a la cuestión central: la concepción del partido, hasta el punto de provocar una sacudida importante; las secciones toscanas y otros militantes ligados a ellas se autoexcluyeron del trabajo común del partido escindiéndose definitivamente de este a finales de 1.973 y organizándose sucesivamente en torno al periódico Il Partito Comunista.

Las crisis y las escisiones que tuvieron lugar en los años ´70 –de las cuales la más grave fue aquella “florentina” dado que el núcleo escisionista más fuerte y compacto formaba parte de la sección de Florencia- anticipaban, de hecho, los enfrentamientos que llevaron al partido a la crisis explosiva de 1.982-84. La gran crisis de 1.952 se centró sobre cuestiones de teoría, de programa político general, de táctica y de organización; por lo tanto sobre todos los aspectos fundamentales de la actividad del partido. Las crisis sucesivas se desarrollaron más sobre el aspecto “organizativo” y “táctico” que sobre el teórico, enmascarando en realidad fuertes disensiones sobre cuestiones de doctrina, disensiones que saldrían a la luz después, a veces mucho después, de que se consumase la escisión. El partido, pese a afirmar que luchaba contra cualquier expedientismo y contra cualquier cesión persolnalista y democrático estaba infectado por una enfermedad nada rara: el localismo, es decir lo contrario al centralismo. De esta manera el mecanismo democrático echado por la puerta entraba por la ventana y con este también la democracia como ideología por lo cual, mientras se juraba sobre el programa y sobre las tesis de base del partido, se practicaba en realidad una “libertad de crítica y de acción” gracias a la cual se afirmaba, por ejemplo, que cualquier compañero individual, en cuanto militante del partido, en su actiidad y en sus intervenciones era de hecho “el partido” y todo lo que sostenía o hacía no representaba sino lo mejor que el partido podía decir y hacer (como sostenían los “florentinos”), o que nuestra organización –precisamente porque no lograba, después de tantos años, tener una influencia determinante sobre las masas obreras- en realidad no era el partido de clase que añorábamos sino que debía, por ello mismo, llevando su propio patrimonio político y sus propias experiencias, “confrontarse” con otras fuerzas políticas y otras organizaciones militantes discutiendo programas y planes tácticos para lograr la formación de una organización más numerosa y fuerte (¡la teoría del “crisol” de los cividaleses!) Otras “teorizaciones” emergieron en aquellos veinte años, como el hecho de que el partido no debía “ensuciarse las manos” contribuyendo, donde se presentaban efectivamente posibilidades prácticas, en la constitiución de organismos de defensa inmediatos sobre la vía de las luchas obreras que tendían a romper la barrera sofocante y paralizante del colaboracionismo sindical; o aquella según la cual el partido, dado que la reanudación de la lucha de clase a nivel internacional no se daba, habría debido dedicarse a la teoría absteniéndose de la intervención práctica en las raras grietas que las espontáneas reacciones de lucha obrera abrían, llegando a sostener una retirada gneral cerrando los periódicos y publicando exclusivamente revistas teóricas (como defendieron los marselleses) y sobre cuyas posiciones, de una manera u otra, confluyeron diversos militantes que en su momento habían sido muy activos en los sindicatos tricolores. La enfermedad localista, la enfermedad democrática y personalista atacaron por tanto con virulencia incluso a los organismos centrales del partido que, incapaces de mantener el timón firme sobre la ruta fijada por las tesis que formaban el patrimonio histórico del mismo partido, oscilaron hacia la burocratización de la vida de partido o hacia la aceptación de posiciones del todo enfrentadas con la normal vida orgánica del partido, además de tener juntas en la misma organización fuerzas que, por s propio impulso desviante, no podrían de ninguna manera garantizar un trabajo común según una única directiva, un único centro, un único modus operandi. Se podrá decir, dadas estas premisas, que la crisis explosiva era previsible; hay quien sostiene que el partido el partido habría debido prepararse durante tiempo desde el punto de vista organizativo para situaciones críticas del tipo, olvidándose de que cualquier solución “organizativa” o bien desciende de una impostación programática y política que responda a los criterios ilustrados en las tesis del centralismo orgánico que a su vez están estrechamente conectadas con una disciplina que antes de nada es política y sólo en cosecuencia también organizativa, o de un cuadro organizativo, y por lo tanto administrativo, que “obliga” a una disciplina política sin que se compartan las directias centrales ni se confíe en ellas. Por descontado que toda barrera entre teoría y práxis, por sutil o invisible que sea, produce la germinación espontánea de expedientes que encuentran terreno fértil precisamente en el localismo, en el politicantismo personal y electoralesco. Y a causa del expedientismo el partido muere antes de haber desarrollado su tarea principal: la asimilación, la difusión, la defensa de la doctrina marxista. Sin teoría revolucionaria no habrá movimiento revolucionario y esto se dice, en primer lugar, para el partido de clase. Perder la conexión sistemática y orgánica con la teoría –y por lo tanto con los resultados de la experiencia histórica del movimiento revolucionario, sus lecciones y sus dictados- significa perder la posibilidad de corregir los errores en los cuales inevitablemente el partido puede caer y cae en el desarrollo de su actividad, que se enfrenta en cada pequeño aspecto con la actividad de las fuerzas burguesas y oportunistas; significa perder la posibilidad de volver a colocarse sobre la correcta vía revolucionaria después de haber sufrido golpes y contragolpes en el desarrollo de su acción; significa impedirse desarrollar uno de las propias tareas primarias hacia la clase proletaria que consiste en llevar a sus filas los balances de las luchas y de los movimientos precedentes, victoriosos o derrotados, por lo que consiste en representar un punto de referenica político y organizativo para la misma lucha de clase proletaria; significa destruir la posibilidad futura de reconstituirse sobre sólidas y coherentes bases marxistas.

En la crisis de 1.982-84, una desviación evidente de la impostación teórica e histórica de la Izquierda comunista de Italia, y del partido que la ha representado en la forma-partido durante más de treinta años, fue avanzada en un primer momento por los liquidadores de 1.982, según los cuales el partido “había fallado” y debía por lo tanto disolverse y confundirse con los movimientos sociales rebeldes, y por los liquidadores de otro origen en un segundo tiempo, en 1.983-84 que pretendían remediar un “centralismo” que no funcionaba ya con un cenralismo “democrático”, para después llegar a teorizar, visto que tampoco el centralismo “democrático” daba “garantías” de disciplina y compacidad, un “vicio de origen” en la Izquierda comunista de Italia que consistiría en no saber “hacer política”, en no saber “dirigir políticamente” ni al partido ni a las masas (nos referimos al grupo que se definió como “Combat”) Echar la culpa de la propia incapacidad política de comprender cuáles sin efectivamente las tareas de un partido de clase (en la situación revolucionaria de ayer, en la situación contrarrevolucionaria de hoy y en la situación de reanudación de la lucha de clase de mañana) a un virus que habrá atacado a la Izquierda comunista de Italia les pareció el mejor modo para salir del impasse que les llevó en poco tiempo a autoliquidarse. Frente a estos ataques concéntricos al partido y a su patrimonio teórico e histórico, el grupo que desde 1,984 retoma en sus propias manos la cabecera “Il Programma Comunista”, con una acción legal completamente similar a aquella llevada a cabo en 1.952 por el grupo de Damen contra el partido, se caracterizó no sólo por esta vergonzosa acción sino también por la ausencia completa de lucha política en el interior de la organización-partido que permanecía en pie y activa no obstante la crisis explosiva de 1.982; en sustancia no dio ningún punto de referencia teórico, programático y político a los compañeros, en Italia y en el exterior, que se encontraban del todo desorientados por la explosión. Se refugió en el sentimentalismo de partido y en la acción lega, consignando al tribunal burgués la “decisión” de tal grupo político que “tenía” derecho a ser representante del periódico “Il Programma Comunista”. Por la fuerza de las leyes burguesas y lograda la propiedad comercial del periódico, este grupo pretende ser reconocido como “heredero” del partido de ayer, del partido comunista internacional, un partido por el cual, en el desarrollo de la crisis que lo rompió en mil pedazos, no dio ninguna batalla política; se dirigió por su cuenta al tribunal burgués y por este motivo valen las mismas palabras que en 1.952 escribíamos a propósito del grupo de Damen y de las leyes burguesas: aquellos que han ido por ese camino no podrán volver sobre el terreno del partido revolucionario. Para nosotros, en efecto, como “Battaglia Comunista”, junto a “Prometeo”, ha sido la voz del partido hasta 1.952, de la misma manera “Il Programma Comunista” lo ha sidom representándolo también a nivel internacional, hasta el final de 1.983, cuando su publicación fue interrumpida por la acción legal llevada a cabo por el grupo que hoy lo posee en propiedad.

 


 

(1) A partir, por citar sólo algunos, de la Plataforma política del Partido Comunista Internacionalista, de 1.945, del Tracciato d´impostazione de 1.946 y después de Fuerza, violencia y dictadura en la lucha de clase, de 1,946-48, las Tesis de la Izquierda de 1,947, Propiedad y capital de 1,948-52, y la larguísima serie de Hilos del tiempo iniciada en 1.949 en “Battaglia Comunista” y después, tras la ruptura, continuada en “Il Programa Comunisa”

(2) Cfr. El principio democrático, de A. Bordiga, en “Rassegna Comunista” Cfr. Il principio democratico, di A. Bordiga, in “Rassegna Comunista”, año II, n. 8 del 28 febrero 1922;  recogido en el volumen Partido y Clase, ediciones il programma comunista raccolto nel volumetto Partito e classe, ediciones il programma comunista.

(3) El cuerpo de ambas Tesis ha sido publicado en Il Programa Comunista nº14/1965; se encuentra también en El Programa Comunista nº47, julio de 2.007 .

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