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Non è un’impossibile “patria palestinese” l’obiettivo del proletariato palestinese, ma la lotta di classe che unisca i proletari al di sopra delle divisioni nazionali
Che il popolo palestinese sia destinato a non potersi stabilire nella sua terra d’origine in modo pacifico e riconosciuto da tutti gli altri Stati è cosa ormai evidente da decenni. E’ dal 1948, dalla costituzione dello Stato di Israele, ma non dello Stato di Palestina, che questo destino era tra i più probabili. I palestinesi sono diventati nella grande maggioranza proletari loro malgrado, progressivamente espropriati delle loro case, dei loro campi, della loro “patria”. Dal punto di vista dell’ideologia borghese questo è un dramma che potrebbe essere risolto soltanto riconoscendo ai palestinesi un pezzo di terra dove vivere e costituire un proprio Stato indipendente. Ma a ottant’anni dalla fine della seconda guerra imperialista mondiale in cui le grandi potenze democratiche non hanno mai considerato il popolo palestinese degno di avere un suo Stato, una sua “patria”, una sua classe dominante borghese come quasi tutti gli altri paesi; in cui lo hanno ingannato con le dichiarazioni Onu sul ritornello “due popoli, due Stati”, dissanguando le sue energie negli scontri di guerra che hanno visto i combattenti palestinesi illusi anche dai Paesi arabi “amici”, dimostratisi ben presto nemici quanto, se non peggio, dei sionisti; dopo ottant’anni di illusioni e di combattimenti, i palestinesi si ritrovano ad essere spogliati di tutto e privati della propria vita. Con la complicità mondiale di tutti gli Stati, a partire da quello più democratico e più massacratore di popoli, gli USA, lo Stato sionista e borghese-democratico di Israele sta portando a termine il suo grande sogno: fare terra bruciata attorno ai palestinesi, impossessarsi della loro terra, schiavizzare quelli che sono sfuggiti ai bombardamenti e garantire i privilegi sociali, economici e politici alla popolazione israeliana secondo i classici criteri di discriminazione razzista e religiosa.
Il fatto che il popolo palestinese sia un popolo senza patria, e la cui maggioranza è costituita da proletari, potrebbe essere, però, dal punto di vista proletario e storico, un fatto positivo. Il proletariato è, per antonomasia, la classe senza patria, anche quando la borghesia gli propina il ritornello di una patria comune: non possiede mezzi di produzione, non possiede capitali e soprattutto non possiede il prodotto del suo lavoro perché la ricchezza che produce appartiene esclusivamente alla classe borghese dominante, ai capitalisti che difendono questa realtà con lo Stato e con le sue forze armate. I proletari palestinesi, cioè la maggioranza della popolazione palestinese, anche se riescono a coltivare qualcosa su un micragnoso pezzetto di terra, dipendono totalmente dal lavoro presso i padroni israeliani o dagli “aiuti” internazionali che le varie potenze imperialiste concedono loro per salvare la faccia umanitaria di cui si ammantano per coprire i sistematici massacri a Gaza e in Cisgiordania. Niente di meglio i palestinesi si possono aspettare da organizzazioni politiche e militari come l’ANP o Hamas, come in precedenza dai gruppi che formavano l’OLP, perché queste organizzazioni si sono vendute fin dall’inizio a borghesie più forti con interessi completamente opposti a quelli del proletariato palestinese che viene utilizzato, ora da una, ora dall’altra delle borghesie, al solo scopo di ottenere per se stesse qualche privilegio e un minimo di potere su di esso per piegarlo per sempre allo sfruttamento capitalistico spegnendo il suo istinto di classe a ribellarsi ad ogni oppressione, ad ogni sopruso.
Il fatto che recentemente, nella pur disastrata situazione di Gaza, vi siano state manifestazioni contro Hamas perché liberi gli ostaggi israeliani ancora nelle sue mani, sperando che questo faccia smettere bombardamenti e distruzioni da parte di Tel Aviv, denota certamente una frattura in quella relativa fiducia che Hamas si era conquistata nei quindici anni precedenti, una frattura determinata più dalla disperazione che da un’opposizione cosciente e politica. Ma nel pieno di una guerra in cui la popolazione gazawi non trova riparo da nessuna parte, e viene obbligata da Israele a spostarsi continuamente da nord a sud e viceversa, perché in qualunque luogo viene colpita, bombardata, uccisa, affamata, la fine di una Gaza e di una Cisgiordania palestinesi si avvicina.
La via d’uscita nell’immediato e nel prossimo futuro da questo vero e proprio sterminio programmato, purtroppo per i palestinesi, non è a loro favore. O vengono massacrati o si lasciano deportare in qualche paese che concorda con gli USA e con Israele di prenderseli in carico come avviene per qualsiasi rifiuto industriale. Per Israele e per il loro maggior protettore, gli Stati Uniti d’America – non importa se alla Casa Bianca siedono “democratici” o “repubblicani” – la Palestina storica, sebbene rimpicciolita e spezzettata, disegnata nelle vecchie mappe geografiche a beneficio dei cultori della storia antica, prima o poi dovrà cambiare nome; i sionisti l’hanno già coniato da più di un secolo: Grande Israele. Ricordiamo, di passaggio, che la storia l’hanno sempre scritta i vincitori delle guerre i quali hanno provveduto a cambiare le denominazioni dei paesi, dei monti, dei fiumi, dei mari e, naturalmente, delle città, decretando anche formalmente la modificazione o la cancellazione del passato. Le popolazioni indigene che venivano sottomesse al dominio dei vincitori, subivano anche la lacerazione delle loro identità, delle loro tradizioni, del loro passato antico; talvolta venivano mantenute le vecchie denominazioni, talvolta queste venivano mescolate con le nuove lingue, ma nella maggior parte dei casi scomparivano sotto il rullo compressore dei nuovi modi di produzione e delle nuove classi dominanti.
La recente vicenda legata al nuovo nome che Trump vuole dare al Golfo del Messico è indicativa. Il Golfo del Messico, il cui nome deriva dalla decisione dei navigatori e dei colonizzatori europei che scoprirono “il nuovo mondo” (chiamato America in onore del navigatore-esploratore Amerigo Vespucci), dovrebbe prendere il nome, per volere di Trump, di Golfo d’America – in onore della trumpiana “nuova età dell’oro per gli Stati Uniti” – come Trump il 25 gennaio scorso lo ribattezzò ufficialmente. Un’ufficialità valida al momento soltanto per gli USA; si vedrà quanto tempo passerà perché i due organismi internazionali competenti sui nomi delle masse d’acqua del pianeta (l’Organizzazione idrografica internazionale, Ohi, e il Gruppo di esperti in nomi geografici delle Nazioni Unite, Genung) approvino questo cambio di nome rendendolo ufficiale per il diritto internazionale, uniformando i documenti nautici e le denominazioni geografiche validi in tutto il mondo. Ma, al di là delle questioni legali e ufficiali, resta l’atto imperialistico da parte degli USA con cui Trump intende cambiare la storia e l’identità, in questo caso di un Golfo che dal 1540 è stato denominato Golfo del Messico, in precedenza conosciuto come “Golfo della Nuova Spagna” in onore della scoperta del “nuovo mondo” da parte della corona spagnola. Naturalmente il governo messicano non è d’accordo con il cambio di nome del Golfo, e non solo perché da quasi cinque secoli porta il suo nome, ma anche perché la maggior parte delle acque del golfo, cioè 829mila km², corrisponde alla zona economica esclusiva del Messico, e i restati 662mila km² corrispondono alla zona economica esclusiva degli Stati Uniti (1).
Tra gli Stati Uniti e il Messico non c’è una guerra, se non a livello commerciale, come invece c’è tra Israele e Hamas e l’intero popolo palestinese. Ma un’altra questione pone gli USA in lite col Messico: l’immigrazione clandestina non solo di messicani, ma di gente che fugge da ogni paese dell’America Latina per ragioni di sopravvivenza economica, politica, sociale e che, attraversando il Messico, tenta di entrare negli Stati Uniti. Perciò Trump può continuare a chiamare il Golfo del Messico col nuovo nome di Golfo d’America, sapendo che questo vale solo per la Casa Bianca e sapendo che la cosa che gli sta più a cuore è piegare il Messico agli interessi dell’economia degli Stati Uniti, obiettivo per raggiungere il quale – non essendo bastati gli Accordi esistenti finora tra i due paesi – gli ha scatenato contro anche la pressione dei dazi. In realtà, che il Golfo continui a chiamarsi Golfo del Messico o venga denominato Golfo d’America, ben poco di fondamentale cambierà tra USA e Messico: le grandi aziende USA, soprattutto dell’automotive e della tecnologia, continueranno a sfruttare la manodopera messicana nelle aziende collocate in Messico, dove i costi della manodopera sono molto inferiori che negli USA, sfruttando nello stesso tempo il vantaggio di una distanza molto inferiore, per il trasporto delle merci rispetto a quella col Sud-Est asiatico o con la Cina
Nel caso di Israele e dei palestinesi le cose stanno in modo completamente diverso. Qui non abbiamo delle masse proletarie e diseredate che si spostano dal “loro” paese per andare a costruirsi un nuovo futuro in un altro paese economicamente più forte e socialmente “meno” repressivo del paese da cui fuggono. I palestinesi intendevano, e intendono, continuare a vivere e a svilupparsi nella loro terra e, negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, si sono rivoltati contro una corposa immigrazione ebraica voluta e sostenuta dall’Inghilterra che aveva il Mandato imperialista di controllare, vinta la prima guerra mondiale e crollato l’Impero ottomano, una parte dei paesi del Medio Oriente fra cui la Palestina. Ma fin dall’inizio l’imperialismo britannico ostacolò il movimento di autodeterminazione palestinese e usò contro di esso l’immigrazione ebraica che in quella terra vantava comunque delle origini storiche. La situazione per i palestinesi cambiò ben poco con la seconda guerra imperialistica mondiale e con la sua fine; anzi, con la costituzione dello Stato di Israele, peggiorò sempre di più. Le vicende storiche hanno dimostrato che la borghesia palestinese non è stata in grado di trasformare la sua lotta per l’autodeterminazione in una rivoluzione nazionale vera e propria, per la quale ha comunque trascinato dietro di sé le masse contadine povere e i proletari palestinesi, ma avendo affidato il successo per sua lotta nazionale all’appoggio delle borghesie degli altri paesi arabi e ai potentati imperialistici ha decretato il suo completo fallimento.
Nella carta geografica del territorio che un tempo si chiamava Palestina, i confini tra lo Stato di Israele e i territori abitati dai palestinesi sono stati continuamente modificati in ragione delle molteplici guerre che Israele ha combattuto contro gli Stati arabi e contro i palestinesi, rendendo impossibile la definizione di un territorio unitario su cui una rivoluzione nazionale palestinese avrebbe potuto erigere il proprio Stato. Non solo negli ultimi decenni Israele ha sollecitato, proteggendoli, i propri coloni ad impossessarsi via viae con la forza di pezzi di terra, soprattutto in Cisgiordania, in modo da impedire sistematicamente la conformazione unitaria di un territorio soltanto palestinese, trasformando la Gisgiordania, chiamata West Bank o Territori occupati, in una specie di gruviera piena di colonie israeliane, ma è giunta negli ultimi giorni la notizia della riproposizione, da parte del governo Netanyahu del vecchio progetto israeliano E1, cioè del corridoio colonizzato che collegherà Gerusalemme occupata a Ma’ale Adumin (da 50 anni la più grande colonia israeliana fortificata in Cisgiordania) e da lì alla Valle del Giordano. Il progetto, condiviso da tutti i governi israeliani degli ultimi quarant’anni, prevede la costruzione di 3.412 unità abitative per i coloni; tale corridoio sarà realizzato completamente su territorio palestinese dal quale le diverse piccole comunità palestinesi che lo abitano e lo coltivano verranno cacciate con la forza. Così Gerusalemme verrà isolata completamente dal resto della Cisgiordania che da questo corridoio verrà spezzata in due: a nord rimarranno Jenin e Nablus, a sud Betlemme e Hebron. Bezalel Smotrich, ministro delle finanze israeliano ed esponente dell’ultradestra nazionalista, vantandosi del sostegno di Netanyahu e di Trump, ha dichiarato che questo progetto «seppellisce l’idea di uno Stato palestinese».
L’Unione Europea, che avrebbe interesse a pacificare l’intera area per sviluppare quanto più possibile i propri affari e commerci con tutti i paesi della regione, continua a sventolare la bandierina dei «due popoli, due Stati», mentre sa perfettamente che non saranno né l’UE, né gli Stati Uniti ad imporre a Israele la costituzione dello Stato di Palestina, poiché tale imposizione dovrebbe, visto il totale disaccordo israeliano, procedere soltanto grazie a un atto di forza militare; l’UE e gli Stati Uniti sono lontani mille miglia dal far la guerra a Israele, anzi, lo stanno sostenendo finanziariamente, diplomaticamente, politicamente e commercialmente, e il fruttuoso commercio degli armamenti e delle tecnologie militari più avanzate lo dimostra in pieno. I veri obiettivi di questi decenni di massacri dei palestinesi sono: cancellare la possibilità di un futuro indipendente della popolazione palestinese, renderla schiava degli interessi capitalistici e imperialistici che si intrecciano nel Medio Oriente, eliminare ogni possibilità che una radicalizzazione di gruppi palestinesi generata dai continui massacri e dallo sterminio attuale possa trovare uno sbocco organizzato per contrastare con la lotta anche armata la tremenda oppressione cui i palestinesi sono sottoposti. Ma l’operazione militare speciale che Israele ha messo in atto da 23 mesi contro la popolazione di Gaza non si limita ai bombardamenti, agli sfollamenti continui dei palestinesi da una zona all’altra della Striscia e viceversa; si è aggiunta anche una pulizia etnica attraverso l’affamamento sistematico delle masse palestinesi già allo stremo, l’ammasso di centinaia di persone nei rari centri della GHF (Gaza Humanitarian Foundation) in cui viene distribuito pochissimo cibo e dove i palestinesi vengono bersagliati dalle fucilate dei soldati e dei mercenari, il blocco dei camion che portano acqua, cibo, vestiario, medicinali ecc. e la distruzione di ogni casa, di ogni riparo: la denutrizione è diventata l’arma supplementare per cancellare non solo all’immediato la vita dei palestinesi, ma anche la possibilità di vita delle generazioni future perché la denutrizione, spinta oltre i livelli dei campi di concentramento nazisti, comporta delle conseguenze non solo sulle madri di oggi, ma anche sui loro figli e sui figli dei figli. L’attacco alla capitale Gaza City, dove è concentrato oltre 1 milione di palestinesi, appare come l’ultima tappa dell’occupazione della Striscia da parte israeliana; caduta Gaza City, ridotta anch’essa a un cumulo di macerie, per i palestinesi cade anche l’ultima speranza di poter immaginare una fine meno orrenda di quella che stanno vivendo.
Di tutto questo non è responsabile soltanto la classe borghese dominante israeliana, ma anche la classe borghese dominante soprattutto dei paesi d’Europa e d’America, mentre Russia, Cina, India e la loro associazione chiamata Brics, mostrano di non essere interessate a uno sterminio di cui è testimone il mondo intero. Quando il cancelliere tedesco Merz dichiarò tempo fa che ringraziava gli israeliani perché facevano il lavoro sporco che gli europei non si potevano permettere di fare, non ha fatto che esprimere il pensiero di tutte le borghesie del mondo, cioè quello di approfittare dei macellai israeliani che non solo fanno di tutto per annientare il “terrorismo palestinese”, oggi identificato con Hamas, ma procedono con metodi particolarmente crudeli e brutali – qualche leader europeo dichiarava, a favore di telecamere, che massacrare decine di migliaia di civili, in maggioranza donne e bambini,... “era troppo”, “era inaccettabile”, salvo continuare ad armare fino ai denti l’esercito di Tel Aviv e continuare a collaborare, attraverso le proprie università e i propri enti scientifici, con le università e gli enti scientifici israeliani – per sradicare dalla Palestina l’intera popolazione palestinese rea di generare continuamente masse di “terroristi”.
Cosa c’è di meglio, infatti, che combattere il “terrorismo palestinese” che rinasce dalle ceneri a ogni decennio sotto altre sigle, con un terrorismo fortemente superiore, con un terrorismo attuato dallo Stato israeliano, a sua volta sostenuto e appoggiato su tutti i piani dall’imperialismo terroristico più potente del mondo, quello americano?
Finora la classe borghese non solo israeliana o americana, ma di ogni paese, ha dimostrato e continua a dimostrare con i fatti di difendere i suoi privilegi, il suo potere, il suo sistema di sfruttamento del lavoro salariato, con tutti i mezzi, e sempre più con i mezzi militari e terroristici. La classe borghese sa, per esperienza, che il pericolo più grave che può correre non è quello di una guerra tra Stati imperialistici, e nemmeno di una guerra atomica, perché da una guerra, anche atomica, riuscirebbe a ricavare affari e profitti, strafottendosene di quante centinaia di migliaia o di milioni di esseri umani verrebbero massacrati. La superdemocratica America non ci ha pensato due volte prima di inviare il 6 e il 9 agosto 1945 i suoi bombardieri con le atomiche sui cieli di Hiroshima e Nagasaki, come la superdemocratica Inghilterra non ci ha pensato due volte a spedire, tra il 13 e il 15 febbraio 1945, la sua micidiale squadriglia di bombardieri a Dresda, rasa al suolo con bombe esplosive e incendiarie (al fosforo). L’odio che la classe borghese riesce ad accumulare per le classi borghesi nemiche non ha limiti, ma, finita la guerra, le rispettive borghesie “fanno la pace” e tornano a fare affari insieme in attesa delle successive crisi che le porteranno nuovamente a farsi la guerra.
L’odio che ogni classe borghese porta, invece, verso il proletariato, verso le masse dal cui sfruttamento estorce plusvalore e, quindi, profitti, è un odio storico, un odio profondo, un odio naturale, di classe, che poggia su due fattori sociali decisivi, il primo di carattere immediato e il secondo di carattere storico: il primo fattore è dato dal fatto che per avere più profitti dai capitali investiti i capitalisti devono sfruttare al massimo possibile la forza lavoro salariata, portando questo sfruttamento a condizioni di fatica e di pericolo per la vita stessa dei proletari a limiti che vengono continuamente superati – e ciò spiega come mai più ricchezza si accumula nelle mani dei capitalisti e più si impoveriscono e peggiorano le condizioni di vita del proletariato –; il secondo fattore riguarda la lotta di classe che, in determinate situazioni storiche, il proletariato ha sviluppato fino alla rivoluzione antiborghese e, quindi, anticapitalistica, dimostrando non solo che il potere politico può essere utilizzato a favore dei bisogni di vita e di emancipazione della maggioranza della popolazione in ogni paese del mondo, ma che quel potere politico – che noi comunisti chiamiamo dittatura del proletariato – è l’unico in grado di trasformare l’economia capitalistica, su cui si basa la società borghese, in economia socialista, facendo fare all’intera società il salto di qualità storico dalla divisione in classi antagoniste alla società senza classi, una società di specie, in cui il fine della produzione non è il profitto capitalistico ma la soddisfazione dei bisogni della vita sociale di tutti gli esseri umani.
Ebbene, le rivoluzioni del 1848 in Europa, il 1871 della Comune di Parigi (la prima esperienza concreta di dittatura del proletariato), l’Ottobre 1917 russo e la successiva formazione dell’Internazionale Comunista a cui tutti i proletari del mondo guardavano come faro della rivoluzione proletaria mondiale, sono la dimostrazione che la lotta di classe del proletariato è proiettata storicamente a rivoluzionare l’intero mondo capitalistico e borghese. Cosa perderebbe la classe borghese dalla rivoluzione proletaria vittoriosa? Il potere politico, certamente, e quindi lo Stato che centralizza la forza militare a difesa dei suoi interessi di classe; non solo, perderebbe la sua esistenza come classe dominante, come classe che si appropria l’intera ricchezza sociale prodotta dal lavoro del proletariato: in poche parole, sparirebbe dalla faccia della terra. Lo spettro del comunismo che si aggirava nell’Europa del 1848, come ricordato dal Manifesto del partito comunista di Marx-Engels, non è scomparso. La controrivoluzione borghese, che si è rafforzata con l’avvento dello stalinismo negli anni Venti del secolo scorso, ha potuto segnare finora una continuità del potere politico borghese e antiproletario per cent’anni. Questo dà l’impressione alle borghesie di tutto il mondo di essere invincibili, di poter condurre il proprio potere con tutta la ferocia di cui sono capaci, massacrando a milioni popolazioni inermi e distruggendo l’ambiente col proprio sciagurato sistema economico al solo fine di accumulare profitti e capitali. Ma, dal punto di vista storico, è un’impressione che hanno avuto tutte le classi dominanti nelle diverse epoche, da quella schiavista a quella feudale, e che la classe borghese capitalistica non ha fatto che ereditare. Ciò che sorprenderà la borghesia e che seminerà nuovamente il terrore nei loro circoli di potere, più o meno pubblici, più o meno occulti, sarà ancora una volta la rinascita del movimento proletario rivoluzionario, un movimento che non nasce casualmente o per volontà di qualche “duce” visionario, ma dal sottostrato economico dello stesso modo di produzione capitalistico in cui si genera l’antagonismo tra gli interessi generali della borghesia e gli interessi generali del proletariato e non in “un solo paese”, ma in tutti i paesi del mondo, sebbene con forza e tempistiche differenti. Resta il fatto storico che la stessa borghesia utilizza sistematicamente il suo antagonismo di classe contro il proletariato in ogni paese del mondo, cosa che non le impedisce di cercare dei metodi di gestione del potere che le consentano di attirare nel proprio campo di interessi anche parte o gran parte delle masse proletarie quando queste, dopo aver subito la sconfitta più pesante e duratura sul terreno dello scontro rivoluzionario, sono rimaste a lungo senza guida politica di classe, senza organizzazioni di difesa economica di classe. La sconfitta del proletariato che lo stalinismo e le sue successive diramazioni adattate alle tradizioni storiche e sociali dei vari paesi hanno inferto a livello mondiale, hanno regalato alla conservazione borghese e capitalistica decenni di vita nonostante lo sviluppo capitalistico andasse incontro – come previsto dal marxismo fin dai suoi primi passi – a crisi economiche, finanziarie, sociali e di guerra sempre più gravi e profonde.
La ferocia con cui la borghesia israeliana – oggi messa in atto dalle sue frazioni di estrema destra invece che da quelle di “sinistra” che l’hanno esercitata in tempi precedenti – si scaglia contro la popolazione palestinese prendendo a pretesto il “terrrorismo” di Hamas, non è che un ulteriore esempio di come la classe dominante borghese, in vista di crisi economiche e sociali sempre più acute, e nel timore della rinascita del movimento proletario di classe, reagisce preventivamente nel tentativo di sedare ogni piccolo germe di reazione classista contenuto nelle sempre peggiori condizioni di vita delle masse proletarie e proletarizzate palestinesi. Non sia mai che la loro reazione alla micidiale oppressione cui sono sottoposte da più di cent’anni da parte del terrorismo di Stato di Israele e a cui rispondono episodicamente con la classica arma degli oppressi – il terrorismo individuale – non contagi le masse proletarie degli altri paesi arabi, o addirittura del proletariato israeliano, finora compattato nella difesa degli interessi specifici della sua borghesia di casa che lo ha attirato nel proprio campo di difesa a suon di privilegi economici e sociali che stanno durando nel tempo grazie al sostegno degli Stati Uniti, interessati al fatto che lo Stato di Israele non solo si rafforzi, ma rappresenti una seria e superarmata minaccia per tutti i paesi mediorientali e del nord-Africa nel caso qualche loro governo intendesse allearsi con le potenze imperialistiche avversarie di Washington. E’ del 20 agosto una dichiarazione di Trump rispetto a Netanyahu con la quale esprime il vero sentimento dell’imperialismo americano: Netanyahu è un brav’uomo, un eroe di guerra, è come me! Naturalmente lo sterminio della popolazione civile di Gaza allo scopo di impossessarsi della terra in cui vive da secoli per sfruttarla nei modi più consoni all’affarismo israelo-americano, diventa il mezzo necessario per chiudere un’importante tappa della soluzione imperialistica della “questione palestinese”. A seguire, la Cisgiordania....
Mentre Trump fa il “grande” nei confronti della guerra in Ucraina, in combutta col suo degno compare Putin, nel disegno generale di far fare ai suoi alleati europei il ruolo dei guerrafondai con l’illusione di piegare la Russia alle loro condizioni “di pace”, mentre lui mira al Nobel per la Pace, si prende la libertà di gioire delle iniziative militari sterminatrici di Israele che, oltre tutto, sta utilizzando la repressione militare a Gaza, e prossimamente, in Cisgiordania, come campo di esercitazione dal vivo per verificare i mezzi, le strategie e le tempistiche più efficaci per occupare un intero territorio e distruggerne ogni resistenza. I governi imperialistici, le grandi aziende degli armamenti e delle tecnologie più sofisticate ringraziano, mentre combinano affari sulla pelle di milioni di esseri umani.
Tutto questo non sparirà con un colpo di spugna, non sparirà grazie a petizioni e manifestazioni umanitarie, non sparirà grazie a “prese di distanza” di questo o quel governo mentre tutto rimane esattamente com’è. Sarà la lotta di classe quella che il proletariato dovrà finalmente riabbracciare come sua unica e risolutiva lotta contro ogni oppressione, ogni repressione, ogni guerra borghese: la lotta che per obiettivo si pone non un accomodamento tra potenze imperialistiche, non una tregua più o meno lunga in attesa che le distruzioni e la repressione riprendano, ma l’unità di classe tra proletari perché la loro lotta stimoli la solidarietà di classe dei proletari degli altri paesi, soprattutto dei paesi imperialisti. Grande è la responsabilità dei proletari dei paesi imperialisti e, in questo caso, dei proletari israeliani: un popolo che opprime un altro popolo non sarà mai un popolo libero, affermava Marx. Ma la libertà di cui parla il marxismo non ha nulla a che vedere con la libertà borghese perché quest’ultima si riduce alla libertà di sfruttare le masse proletarie del mondo e i popoli più deboli del mondo, la libertà di distruggere e ammazzare milioni di esseri umani al solo scopo di far sopravvivere il sistema economico e politico del capitalismo.
I proletari torneranno a riprendersi il loro “spazio vitale” che altro non è che il terreno della lotta di classe, l’unico sul quale è possibile per tutti i proletari del mondo riconoscersi come forza sociale e rivoluzionaria, una forza, questa sì, invincibile, perché la storia è dalla sua parte anche se oggi non si vede, concretamente, una ripresa anche minima della lotta di classe. Alla guerra imperialistica mondiale che le borghesie dei grandi paesi del mondo stanno preparando, il proletariato, se non vorrà piegarsi a diventare soltanto carne da macello, dovrà reagire preparando la sua guerra di classe. I comunisti rivoluzionari, non importa se in pochi e presenti solo in qualche paese, lavorano oggi per quel domani.
21 agosto 2025
Partito Comunista Internazionale
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