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A margine della manifestazione di Torino in sostegno del centro sociale Askatasuna (*)
Controllo sociale contro antagonismo sociale
Per chi non lo sapesse, quasi trent’anni fa a Torino, un consistente gruppo di giovani del quartiere Vanchiglia – vicino alla confluenza della Dora Riparia con il Po –, legati all’area politica dell’Autonomia, occupò il vecchio edificio (costruito nel 1880 come asilo gestito dalle dame di carità) al n. 47 di corso Regina Margherita. Questo edificio, di proprietà del Comune di Torino era stato abbandonato nel 1981 senza che il suo utilizzo fosse stato convertito in altri servizi, come succede a migliaia e migliaia di edifici sia di proprietà pubblica che privata. Ma, si sa, la proprietà privata in questa società è sacra, anche se va in rovina, e arriva il momento in cui il potere borghese con le sue leggi e la sua polizia la fa “rispettare”.
Come in tante altre città italiane, col crescere dei movimenti sociali che si ponevano il problema di riattivare la vita sociale nelle periferie e nei quartieri delle città abbandonati a se stessi, si poneva anche il problema molto pratico di trovare una sede, uno stabile, in cui organizzare le diverse attività. A differenza delle organizzazioni legate alla chiesa, ai sindacati e ai partiti ufficiali e a tutte le associazioni emanate dal padronato o dalle più diverse istituzioni, i movimenti sociali che, come risorse principali, avevano le lotte contro la disoccupazione, gli sfratti, il degrado, le discriminazioni, la repressione ed erano indirizzati a fare della solidarietà proletaria un motore della propria vita sociale, dopo aver individuato edifici e locali abbandonati alla rovina da anni, decidono a un certo punto di occuparli, per utilizzarli come centri di aggregazione, dove tenere concerti, organizzare servizi per il quartiere, aiutare le persone in difficoltà, tenere corsi scolastici per gli immigrati e, nello stesso tempo, fare attività politica, organizzando lotte contro gli sfratti, la disoccupazione, la repressione. Così, nell’ottobre del 1996, quell’edificio di Torino venne occupato e nacque il Centro Sociale Autogestito Askatasuna (in lingua basca askatasuna significa “libertà”); vi si organizzarono laboratori artistici, una biblioteca, perfino una camera oscura fotografica e una sala di registrazione; il centro sociale si dotò anche di uno sportello di consulenza legale per tutti coloro che avevano problemi abitativi. Il forte legame con il quartiere, rafforzò la sua vitalità, facendone un punto di riferimento non solo per Torino ma anche per altre città; un po’ come è successo per il Leoncavallo a Milano che ebbe, però, un’origine molto diversa, perché nacque sull’onda lunga del Sessantotto, associando diversi partiti e movimenti politici di sinistra, e sulla radicalizzazione anche sindacale.
La caratteristica politica dei fondatori e dei rappresentanti del Centro Askatasuna, come detto, derivava dall’esperienza della vecchia Autonomia Operaia di Toni Negri, ma slegata dai partiti politici e dai movimenti istituzionalizzati, con obiettivi molto più limitati e locali, ma non per questo meno importanti per la città di Torino e per il suo territorio. La sua attività di opposizione alla TAV è nota, e si è spesso caratterizzata con azioni di intralcio dei lavori per la TAV in Val di Susa che lo portavano inevitabilmente a scontrarsi con la polizia. Che questa presenza così radicata in Torino desse fastidio all’amministrazione comunale di ogni colore, alle istituzioni in genere e alla politica governativa è cosa risaputa. Nel periodo successivo alla lunga stagione dei movimenti sindacali e sociali degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, con la trasformazione delle grandi città industriali (Milano, Torino, Genova ecc.) in città sempre meno operaie e sempre più commerciali, gli stessi quartieri operai di un tempo si tramutavano in quartieri disagiati, sempre più “dimenticati” dalle istituzioni comunali, ma non dagli immobiliaristi e dalle organizzazioni criminali, sempre più periferie delle periferie in cui l’impoverimento generalizzato spingeva gli abitanti a chiudersi nei propri problemi di sopravvivenza quotidiana isolandosi sempre più e ai quali venivano sempre più a mancare le tradizionali attività sociali che non fossero quelle gestite esclusivamente dalle parrocchie o dai partiti parlamentari; la nascita e l’attività dei centri sociali che aggregavano soprattutto i giovani del quartiere diventavano così una boccata d’ossigeno per tutto il quartiere.
Il Centro sociale Askatasuna rappresentò esattamente quella boccata d’ossigeno che né le parrocchie né tantomeno le istituzioni locali erano in grado di offrire. Le occupazioni, le manifestazioni, le azioni di solidarietà sociale diventavano di per sé antagoniste rispetto alle istituzioni, rappresentavano un’alternativa all’abbandono – questo sì “istituzionalizzato” – dei quartieri un tempo operai, una specie di rivincita rispetto all’ipocrita propaganda, cadenzata ad ogni elezione, di attenzione verso le periferie in vista di una loro “riqualificazione” che altro non significava se non affitti più alti, nuove costruzioni al posto dei vecchi isolati, sfratti e cacciata dei vecchi abitanti che con i loro miseri salari e misere pensioni non ce la facevano a sostenere il rialzo generale del costo degli affitti e della vita. L’attività di questi centri sociali – che tanto stanno sullo stomaco non solo ai partiti di destra ma anche a quelli di sinistra – poggiava e poggia sul volontariato e sull’impegno dei loro militanti; andava e va inevitabilmente contro la cieca difesa della proprietà privata e le decisioni politiche che di volta in volta le lobby politico-finanziarie prendono a tutto svantaggio del benessere degli abitanti coinvolti e dell’ambiente in cui vivono (come nel caso della Val di Susa, stuprata dall’opera della TAV utile soltanto ai profitti capitalistici italiani e francesi). Un’attività che non si limita a guardare il proprio ombelico, ma che tende a reagire a tutto ciò che si dimostra appiattito al generico tran tran quotidiano, alla tendenza a calare la testa di fronte al superpotere del denaro, del padronato, della polizia, dell’ordine costituito; che tende a esprimere non solo un malcontento ormai generalizzato, ma anche lo specifico disgusto per le complicità – talvolta rivendicate a parole, ma sicuramente realizzate nei fatti – del governo con la politica degli armamenti e con le guerre, non ultimo lo sterminio dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania. Come tempo addietro si dimostrava contro la guerra americana in Vietnam o l’invio di soldati italiani in Libano per far digerire una pacificazione utile soltanto ai poteri forti dell’epoca, in questi anni le proteste si sono inevitabilmente concentrate contro il genocidio di Gaza e per questa precisa questione sono state colpite dallo Stato. Tutta questa attività poteva contare soltanto sulla solidarietà della gente dei quartieri e delle città che ne riconosceva l’utilità e, in molti casi, la necessità.
L’ipocrisia democratica, in un primo tempo e per ragioni soltanto elettorali, ha mosso di tanto in tanto le istituzioni nel tentare un accordo con quei Centri sociali, anche nel caso di Askatasuna a Torino, per allentare la tensione sociale e per isolare gli elementi più decisi, turbolenti e “antagonisti” dagli altri militanti. Ed è stato durante le “trattative” di questo genere, tra il Comune di Torino e i rappresentanti di Askatasuna, che è scattato nello scorso dicembre lo sfratto del Centro sociale con tanto di blocco delle strade adiacenti e poliziotti in tenuta antisommossa. Più volte era successo anche a Milano con il Leoncavallo che negli anni, ed è successo anche recentemente, pur mantenendo la sua tradizione di centro culturale (musica, teatro, fotografia, attività antifascista ecc.), ha però perso in buona parte il suo originario antagonismo operaio.
Il 18 dicembre scorso, alle 5 del mattino, polizia di Stato, carabinieri, Digos, guardia di finanza e polizia locale irrompono nel Centro sociale Askatasuna, chiudono il traffico in corso Regina Margherita, fanno chiudere le scuole e l’asilo presenti nelle vicinanze. Decine di attivisti vengono iscritti nei registri degli indagati, accusati di danneggiamenti, invasione di edifici, resistenza a pubblico ufficiale e chi più ne ha più ne metta. Il pretesto per l’irruzione? Alcuni locali dell’edificio risultavano inagibili, ma venivano utilizzati egualmente, mentre tra il Comune e il Centro sociale si stava discutendo un cosiddetto patto di collaborazione. Che non ci fosse davvero l’intenzione di “risolvere” pacificamente il “problema Askatasuna” era evidente: l’intervento della polizia per sfrattare il Centro sociale con le maniere forti era solo una questione di tempo. Come dappertutto, ai politicanti di ogni risma dà un enorme fastidio qualunque iniziativa sociale che non sia controllata da loro e che non dipenda da loro. Ci voleva il cambiamento del clima politico generale, determinato in questi ultimi lustri da una continua politica contro gli immigrati e contro i centri sociali in particolare, proprio per la loro funzione di aggregazione e di organizzazione dell’opposizione e dell’antagonismo sociale, perché venissero attaccati quei Centri che più di altri avevano resistito nel tempo. Dopo lo sgombero del 18 dicembre scorso, sono iniziate le manifestazioni contro di esso e per rioccupare lo stabile ormai murato.
Inevitabile la sequenza di manifestazioni e di scontri con le forze di polizia, fino alla grande manifestazione del 31 gennaio scorso che ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone in difesa del centro sociale Askatasuna. Che il corteo non si sarebbe svolto come una processione era chiaro come il sole, e la prefettura lo prevedeva sicuramente tanto da preventivare la militarizzazione di tutto il quartiere Vanchiglia. Gli scontri, nei pressi di corso Regina Margherita erano nell’aria; si è vissuta una situazione simile, benché molto più ridotta, a quella verificatasi a Genova nel luglio 2001 durante il tristemente famoso G8: insieme alle migliaia di manifestanti pacifici, che provenivano anche da altre città e dall’estero, appaiono a un certo punto i “black bloc”: lo scontro con la polizia, prima immaginato e temuto, diventa realtà, e nello scontro vengono coinvolti inevitabilmente anche i manifestanti il cui obiettivo principale era quello di mostrare la determinazione a non accettare i soprusi istituzionali senza reagire, ma che non avevano alcuna intenzione di fare dello scontro con la polizia il centro della loro manifestazione. Si sa da sempre che in occasioni di tensione sociale le forze di polizia impediscono, in genere, l’espressione più ampia della protesta, come dimostrano, ad esempio, i recenti casi di attacco ai manifestanti pro-Palestina. Ormai non c’è manifestazione di strada inerente a problemi sociali controversi che non veda schierata la polizia in tenuta antisommossa, come se ogni manifestazione di strada, soprattutto se organizzata da movimenti sociali non graditi al potere, fosse organizzata per trasformarsi in sommossa…
ALLE TENSIONI SOCIALI DOVUTE ALLE SEMPRE PIÙ FORTI CONTRADDIZIONI CAPITALISTICHE LA BORGHESIA RISPONDE CON LO STATO DI POLIZIA
Potere politico, istituzioni, prefetture e polizia sanno perfettamente che le tensioni sociali sono provocate dalle contraddizioni sempre più forti e acute generate dalla società capitalistica che il potere, le istituzioni, le prefetture e la polizia difendono, e che – soprattutto se coinvolgono masse giovanili – possono innestare movimenti di protesta e di rabbia che scavalcano i limiti del pacifico e illusorio richiamo ai “diritti”, al “dialogo”, alla “presa in carico” da parte delle istituzioni dei problemi reali di vita e di sopravvivenza in cui sono incastrate masse sempre più ampie, di giovani e di anziani; istituzioni che nei fatti dimostrano da decenni e decenni di sacrificare i diritti, il dialogo a favore del sempre presente e improcrastinabile servizio tout court al grande capitale il cui compito principale è la “difesa dell’ordine stabilito” ; un servizio al grande capitale, all’ombra del quale fioriscono continuamente corruzioni di ogni tipo e di ogni livello, cosa che nessun potere è in grado di nascondere completamente, tali sono l’estensione e la profondità della corruttela.
E’ contro questa marcia società che si ribellano masse di giovani senza futuro, di emarginati e di disoccupati; una società che non si limita a sfruttare sempre più intensamente la forza lavoro proletaria, a sottopagarla, a licenziarla, a spingerne strati sempre più ampi verso l’emarginazione, a considerarla un accessorio utile al funzionamento della macchina capitalistica fin quando la stessa macchina non automatizzi una buona parte delle sue funzioni sancendo, così, l’inutilità di tenere al lavoro migliaia di operai quando può funzionare con un decimo della forza lavoro impiegata in precedenza; una società che si esprime attraverso un potere che impone sempre più le proprie regole di conservazione, i propri interessi di casta, i propri obiettivi nazionali e sovranazionali che vanno in senso del tutto contrario alle tanto osannate soluzioni di compensazione sociale di fronte alla povertà crescente registrata dagli stessi istituti di statistica del potere.
Che cosa è successo, ad esempio, con la Fiat di Torino se non un’estesa deindustrializzazione e una delocalizzazione, per questioni di costi della manodopera, di una buona parte della sua produzione? I quartieri operai di un tempo non esistono quasi più, in parte sono stati inglobati nella cerchia di un centro città che si allarga fornendo ai costruttori e agli immobiliaristi l’occasione per alzare i prezzi delle abitazioni, e in parte sono stati abbandonati all’impoverimento diffuso. E non è certo una situazione che riguarda solo Torino, ma riguarda tutte le gradi città e, soprattutto, le città industriali, come Milano, Genova, e come era già successo a Detroit, Chicago ecc., a dimostrazione che il capitalismo provoca le stesse sventure dappertutto.
Nel frattempo, come pensa il potere politico di intervenire per togliere alla rabbia sociale i motivi per i quali tale rabbia si genera e si rigenera? Con ulteriori decreti Sicurezza! Rafforzando lo Stato di Polizia!
Come se già non bastassero le leggi che esistono da sempre, ereditate dal fascista Codice Rocco, e i decreti che sono stati aggiunti da ogni nuovo governo che si insediava a Palazzo Chigi! Il governo Meloni usa gli scontri di Torino del 31 gennaio – in cui un poliziotto che si era staccato dalla squadra di cui faceva parte per rincorrere un manifestante è stato invece malmenato dai manifestanti in mezzo ai quali si è andato a cacciare –, per lanciare un’ulteriore sfida non tanto agli attivisti di Askatasuna – che sono lontani anni luce dalle Brigate Rosse, alle quali invece sono stati strumentalmente assimilati dai ministri Crosetto (Difesa), Nordio (Giustizia) e Piantedosi (Interni) –, quanto a tutti coloro che intendono manifestare la propria protesta per le strade. Il nuovo decreto Sicurezza, imbastito in quattro e quattr’otto, discusso e in parte “limato” con il Quirinale (cosa che secondo la tanto osannata Costituzione della Repubblica non deve mai succedere, ma con Mattarella è successo), prevede, oltre una serie di restrizioni di vario tipo per ogni manifestazione pubblica, alcune misure come queste:
- il “fermo preventivo” di almeno 12 ore (il precedente testo prevedeva 24 ore) per coloro che la polizia sospetta, ma non ha alcuna prova certa, che potrebbero commettere reati, trasformando gli agenti di polizia in persone al di sopra di qualsiasi diritto;
- lo scudo penale per gli agenti di polizia nello svolgimento delle loro operazioni, scudo che, dopo la consultazione con il Quirinale, è stato formalmente allargato a “tutti i cittadini” che si trovassero nella situazione di doversi difendere da un attacco... Questo allargamento a “tutti i cittadini” è la classica foglia di fico, perché è evidente che il suo obiettivo principale riguarda le forze dell’ordine, che usino gli idranti o i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo (come è successo a Bologna il 2 ottobre 2025 durante una manifestazione in sostegno della Global Sumud Flotilla per Gaza), le manganellate a manifestanti isolati o le camionette lanciate contro i manifestanti o quando sparano – per non essere “sopraffatti” dalla massa dei manifestanti – come successe nel giugno-luglio del 1960 a Reggio Emilia e in altre città italiane, o quando massacrano i manifestanti assolutamente inermi come nel luglio 2001 a Genova, alla scuola Diaz o torturano gli arrestati come nella caserma di Bolzaneto. E questi sono soltanto alcuni esempi di una lunga serie che ogni governo ha cercato di far dimenticare mettendo in evidenza esclusivamente gli scontri violenti con piccoli gruppi di manifestanti o con i famosi black bloc;
- le zone rosse permanenti, cioè aree – come ad es. le stazioni ferroviarie, alcune zone centrali e turistiche delle città ecc. – in cui sarà vietata qualsiasi manifestazione pubblica perché considerata come oggettiva protezione, anche se non voluta, da gruppi intenzionati a scontrarsi con la polizia e a provocare danni alle infrastrutture, ai negozi, al bene “pubblico” ecc.;
- il non fermarsi all’alt delle forze dell’ordine diventa reato, punibile da sei mesi a 5 anni. E’ recente il caso del 19enne Ramy Elgaml che a Milano, il 24 novembre 2024, è morto perché dal motorino, guidato da un amico (senza patente) che non si era fermato all’alt dei carabinieri, era stato sbalzato dopo lo schianto provocato dall’auto dei carabinieri che li inseguivano per le vie della città. Sulla base dei video recuperati e di quanto raccontato da testimoni, i carabinieri sono stati accusati di omicidio stradale, cosa che intendevano evitare cancellando dei video, compilando falsi rapporti e intimidendo testimoni perché cancellassero i loro filmati… Col nuovo decreto, si vuole invece addossare la colpa di qualsiasi conseguenza negativa, o mortale, relativa all’inseguimento dei fuggitivi dal posto di blocco, ai fuggitivi stessi anche se il motivo della fuga non è da farli ritenere criminali incalliti.
E noto che la Lega di Salvini aveva proposto che in questo decreto legge
fosse inserita anche una
cauzione,
piuttosto cospicua, da versare da parte degli organizzatori di
manifestazioni –
tutte
le
manifestazioni, da quelle organizzate dai sindacati collaborazionisti a
quelle contro la violenza sulle donne, da quelle in difesa dell’ambiente a
quelle contro le speculazioni e la cementificazione del suolo come sta
succedendo contro le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina ecc. –; una
cauzione motivata dalla possibilità che durante le manifestazioni vengano
danneggiati beni pubblici o privati. Ma questa voce non è passata, vista la
sua evidente “incostituzionalità” che il Quirinale questa volta ha messo in
evidenza; resta il fatto che, se nella formulazione odierna questa punizione
preventiva
– perfettamente coerente con il fermo preventivo che invece è passato – non
era sostenibile, certamente in seguito troveranno il modo per farla passare,
magari attraverso la formula della punizione
amministrativa.
L’OBIETTIVO BORGHESE È SEMPRE IL CONTROLLO SOCIALE
Ogni governo borghese ha sempre un particolare obiettivo sociale da ottenere con tutti i mezzi che, nel tempo, ha sperimentato e affinato: il controllo sociale. I mezzi a disposizione del potere quali sono? La storia della lotta fra le classi ha dimostrato che i mezzi utilizzati dalla borghesia sono sia legali che illegali: la combinazione tra mezzi legali e mezzi illegali non è mai casuale, è stata ragionata, prevista e sperimentata in più di due secoli di potere borghese. Tale combinazione di legalità e illegalità esisteva anche nelle precedenti società divise in classi, ma con il capitalismo lo sviluppo tecnico e tecnologico della produzione i mezzi di controllo sociale sono stati affinati giungendo in pochi decenni a risultati inimmaginabili ottant’anni fa.
Ciò che un tempo destava meraviglia, oggi è diventato talmente normale che non se ne può più fare a meno: pensiamo ad internet e, quindi, al computer, alla carta di credito, al cellulare in grado di svolgere molte funzioni contemporaneamente, ai comandi vocali, ai collegamenti intercontinentali grazie ai satelliti. La ricerca tecnologica è indirizzata normalmente a risparmiare tempo, a velocizzare le comunicazioni e a collegare punti anche molto distanti tra loro – quindi a ridurre enormemente lo spazio tra un punto e l’altro. La ricerca tecnologica è indirizzata soprattutto a facilitare, velocizzare, collegare tutti i “protagonisti” del business. E chi sono questi protagonisti? I grandi monopoli economici, finanziari, commerciali che gravitano intorno alle Borse di tutto il mondo e, naturalmente, i Big Tech, coloro che possiedono il dominio delle telecomunicazioni. Sempre più, soprattutto da quando il capitalismo finanziario ha preso il sopravvento sul capitalismo industriale, agricolo e commerciale, le telecomunicazioni sono diventate vitali per il modo di produzione capitalistico, per la sua sopravvivenza nonostante le crisi sempre più frequenti e devastanti che ne dimostrano la lenta ma inesorabile putrescenza. L’interconnessione, la rete delle reti, sono gli strumenti di cui il capitalismo moderno non può più fare a meno. E non possono più farne a meno né la struttura poliziesca e militare di ogni Stato, né la criminalità organizzata che ormai fa parte degli ingranaggi più delicati di ogni Stato. Il proletariato che, spinto dalle condizioni sempre più intollerabili di esistenza, tornerà sul terreno della lotta classista non solo per difendersi da ulteriori peggioramenti, ma anche per contrastare l’irreggimentazione generale in vista della prossima guerra mondiale, non potrà non fare i conti con queste nuove tecnologie e con l’utilizzo che ne fa il potere borghese.
Ogni volta che il governo in carica si trova a dover fronteggiare una situazione di tensione sociale, la prima cosa a cui pensa è la sicurezza dell’ordine costituito, il che significa sempre rafforzare le misure di repressione nei confronti dei movimenti sociali – a base operaia, studentesca o piccoloborghese che sia – che le peggiorate condizioni sociali stesse spingono a mobilitarsi per difendere i loro diversi interessi immediati. In realtà non è la legalità in quanto tale, e non sono nemmeno i diritti sanciti dalle leggi che nel tempo sono stati inseriti nei codici civili e penali, ad essere gli obiettivi principali dell’azione dei governi borghesi per la prevenzione dei reati e della loro repressione. Se c’è una classe sociale che sistematicamente aggira le leggi e se ne fotte dei “diritti” di tutti è proprio la classe borghese, la classe dei possidenti, dei capitalisti, dei miliardari, la classe che sfrutta tutte le altre classi sociali, e soprattutto la classe proletaria, per mantenere il proprio dominio politico, economico e sociale. La società del denaro, del profitto capitalistico, del potere borghese poggia su un modo di produzione che è nato violentando da cima a fondo i rapporti sociali e di produzione precedenti, sottomettendo alle sue leggi, cioè alle leggi del profitto capitalistico, tutti i rapporti umani e, nei limiti della sua capacità di esercitare la più cieca violenza, anche i rapporti con la natura.
LA VIOLENZA È NELLA NATURA DELLA SOCIETÀ DIVISA IN CLASSI
Blaterare contro la violenza in generale e, soprattutto, assumere misure coercitive e repressive sempre più capillari in nome di una sicurezza sociale che in realtà nessun governo borghese potrà mai garantire, nemmeno con il pugno di ferro, fa parte dell’arte di governare della borghesia; un’arte che demanda allo Stato e alle sue forze militari il compito di inquadrare sistematicamente tutte le attività e tutti i rapporti sociali affinché ogni inevitabile sbavatura, ogni inevitabile crepa o frattura non metta in pericolo l’intero edifico sociale e il potere dominante.
Ma la storia stessa dello sviluppo del capitalismo, e della società borghese che gli corrisponde, è storia di fratture, di contrasti, di contraddizioni, di violenze, di tensioni che hanno uno sbocco nell’uso della violenza del potere dominante contro le classi dominate che osano ribellarsi e che, a loro volta, per difendersi, rispondono con la violenza. Uno sbocco predeterminato dalle stesse contraddizioni economiche e sociali che tendono ad aumentare sempre più i contrasti sociali. Da un lato, abbiamo la classe borghese che tende a servire con ogni mezzo a sua disposizione – quindi anche con il mezzo della violenza di Stato e degli intrighi ormai classici dei servizi segreti e dei vertici militari (basta ricordare la P2 e le sue trame pluridecennali) – gli interessi del Capitale il cui autoritarismo economico si trasferisce automaticamente nell’autoritarismo politico. Dall’altro, abbiamo le classi dominate, e in particolare la classe produttrice per eccellenza – la classe dei lavoratori salariati – che, superato il limite di sopportazione del peggioramento delle loro condizioni di esistenza, reagisce con la forza, imparando in un certo senso proprio dai metodi usati dalle forze dell’ordine borghese, a esprimere il proprio disagio sociale causato da un’ingiustizia sociale sempre più sistematica e diffusa e colpendo dove possono, più o meno alla cieca, i simboli locali del potere.
Negli anni Settanta del secolo scorso, e soprattutto dalla crisi della metà degli anni Sessanta in poi e in conseguenza della grande crisi mondiale del 1975, in Europa si assistette non solo a una lunga stagione di grandi scioperi e di scontri sistematici tra polizia e scioperanti, ma anche alla formazione di movimenti studenteschi di grande ampiezza (1968) dai quali nacquero successivamente i gruppi della lotta armata tra cui, i più importanti furono in Germania la RAF, in Francia l’AD e in Italia le BR (1).
All’epoca, questi gruppi terroristici non erano soltanto organizzati militarmente, in piena clandestinità ovviamente, ma intendevano attaccare davvero lo Stato per cambiare la politica governativa in favore del “popolo”, ma non per cambiare da cima a fondo i rapporti di produzione e sociali borghesi e capitalistici: perciò non erano rivoluzionari comunisti nel senso esatto del termine, ma dei riformisti con la pistola come li definimmo noi. Organizzazioni come le BR si formavano e si sviluppavano anche in contrapposizione all’attività di organizzazioni di estrema destra e apertamente fasciste, come Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, i Nar, Ordine Nero ecc. (legate più o meno strettamente a membri dei servizi segreti e dei vertici militari), che ebbero il compito di diffondere nel paese il disordine e la paura per aprire ai partiti di estrema destra le porte del governo e di una rinnovata dittatura che ebbero il vezzo di chiamare “repubblica presidenziale”. Queste organizzazioni di destra estrema non puntavano a “riformare” la politica governativa, ma al colpo di Stato e, per giustificarlo, era necessario diffondere il più grande disordine sociale – dimostrando che i partiti democratici al governo non erano in grado di pacificare la situazione e di riportare “l’ordine” – e la più grande paura nella popolazione affinché accettasse i nuovi “pacificatori” come l’unica soluzione per ristabilire il tanto invocato ordine sociale. Solo che il mezzo principale usato per raggiungere questo risultato è stata la strage: non andavano a colpire i singoli rappresentanti del potere, del governo, ma andavano a colpire ciecamente la popolazione e, soprattutto, i proletari, i lavoratori. Si spiegano così, citando gli episodi più eclatanti, le bombe alle stazioni e ai treni, a partire dalle bombe dell’aprile e dell’agosto 1969 a Milano e in molte piccole stazioni della linea Milano-Venezia con una trentina di feriti, poi la bomba alla stazione di Gioia Tauro nel luglio del 1970, che fece 6 morti e 139 feriti, e la strage dell’Italicus (il treno Roma-Monaco) nell’agosto 1974 che fece 12 morti e 105 feriti; a queste stragi “dei treni” si sommano la strage di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969 con 17 morti e 88 feriti e di cui vennero falsamente accusati gli anarchici (mentre il ferroviere Pinelli “cadeva” da una finestra della questura) assolutamente estranei al fatto; nel maggio 1974 la strage di Piazza della Loggia a Brescia, durante una manifestazione sindacale, con 8 morti e 105 feriti, e la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 che fece 85 morti e 200 feriti.
Oggi non siamo nella stessa situazione politico-sociale di allora. Non esistono più i grandi carrozzoni politici come il PCI e la sua smania di andare al governo con tutti i compromessi necessari contro cui, con “armi” differenti, lottavano i movimenti della sinistra extraparlamentare e le BR; come la Democrazia Cristiana e la sua rete capillare di istituzioni e organizzazioni che divideva il potere nazionale e a livello locale tra le sue diverse frazioni e i partiti ora di “sinistra”, ora di “destra; come il PSI di Nenni e Craxi che aprì le porte ai governi di cosiddetto “centro-sinistra”, e non esiste più il MSI con le sue frange estremiste che si specializzarono nelle stragi. I grandi partiti che hanno dominato la scena italiana dal secondo dopoguerra fino agli anni Ottanta si sono usurati a tal punto da esaurire del tutto la propria influenza politica su importanti strati della popolazione, ma non tanto da non fare da concime a nuove formazioni politiche. Infatti, le diverse organizzazioni in cui si è sbriciolato il Pci, dai Ds a Rifondazione al più recente Pd e “Sinistre” varie, o la Lega che dalla Padania ha allungato i suoi tentacoli oltre il Po per arrivare in Calabria e nelle grandi isole, oppure il Partito-azienda berlusconiano che cerca di funzionare da ago della bilancia delle coalizioni di governo sempre teso a difendere gli interessi del proprio monopolio televisivo, o ancora la destra storica tramutatasi prima in Alleanza Nazionale e poi in Fratelli d’Italia cavalcando il nazionalismo come super arma ideologica ed economico-politica – si sono prese il compito intanto, di mantenere in vita il cadavere del parlamentarismo, visto che l’illusione democratica continua a svolgere una certa influenza almeno su una parte del popolo elettore (anche se, negli anni, la partecipazione alle elezioni va diminuendo costantemente). Naturalmente, soprattutto per assicurare al capitalismo nazionale la continuità dello sfruttamento intensivo dei proletari nonostante la frenata nello sviluppo economico e finanziario e nel contempo – come in ogni altro paese –aumentare il peso fiscale sui lavoratori regolari, di aumentare la fascia di lavori in nero e sottoposti alle diverse forme di caporalato, di dividere sempre più la massa proletaria stratificandola in forme contrattuali complicate e differenziate, ma in sostanza impoverendola -gettandone strati sempre più ampi nell’emarginazione. Quanto alle organizzazioni sindacali, si è trattato di legarle sempre più al carro borghese garantendo loro condizioni di esistenza e qualche privilegio personale nella misura in cui svolgono il compito loro assegnato fin dai tempi della “resistenza antifascista”: controllare che le masse proletarie si sottomettano, con le buone o con le cattive (ad esempio con il ricatto del posto di lavoro o di un passaggio di categoria…) ai diktat delle aziende e del governo.
LA REAZIONE DEGLI STRATI PICCOLOBORGHESI CONTRO LA VIA CHE DEVE IMBOCCARE IL PROLETARIATO
Le proteste delle masse studentesche si mescolano alle turbolente manifestazioni di strada dei centri sociali, esprimendo un disagio e un malcontento generalizzato che vengono cavalcati, come succede quasi sempre, dagli strati piccoloborghesi rovinati dall’incedere della concentrazione capitalistica e dalle operazioni dei grandi monopoli che tolgono alla piccola borghesia industriale, artigianale, agricola e commerciale la possibilità di sopravvivere con la sua tradizionale attività, mandandola in rovina e cacciandola nel girone infernale del lavoro salariato, del lavoro sottopagato, del lavoro precario. La piccola borghesia, pur rovinata dall’amato capitalismo, si porta appresso le illusioni di una società in cui il suo benessere, la sua piccola proprietà privata non vengono intaccate perché ritenute sacre e intoccabili e, nel momento in cui si rende conto che tali piccoli privilegi economici e sociali non sono per nulla intoccabili, si ribella nei modi più scomposti, passa dalla rassegnazione alla rabbia più cieca, dallo spirito di rivincita alla dedizione umanitaria, dal rinchiudersi nel privato senza più “credere in niente” alla fuga in altre città, o dalle città alla campagna, o in altri paesi. La sua instabilità sociale trasferisce nel proletariato, in cui è socialmente caduta, la disillusione nella vita sociale, la ricerca dell’interesse individuale, il disinteresse per quel che succede nelle case accanto, nelle città vicine e negli altri paesi, insomma per quel che succede “agli altri”; oppure, nella ricerca di una forza sociale che come “classe” non possiede, tende a coinvolgere gruppi proletari per indirizzare la propria rabbia per aver perso i privilegi di un tempo contro i simboli del potere della grande borghesia, coniugandola con un’attività che metta in risalto la propria insoddisfazione e, contemporaneamente, sfoghi con violenza il risentimento accumulato nel tempo per aver perso i privilegi che la facevano sentire più protetta e sicura. Questo atteggiamento è sempre stato deleterio per proletariato perché lo spinge a condividere quel tipo di rabbia, sempre molto individuale e limitata a ciò che succede alla vita personale, e ad allontanarsi da una comunità di interessi che sono specificamente proletari e perciò non individuali ma di classe. Però, nello stesso tempo, quell’atteggiamento piccoloborghese è favorevole al potere della grande borghesia perché, da un lato, spegne la spinta classista del proletariato e, dall’altro, dà il fianco a tutte le misure di “sicurezza” necessarie all’ordine costituito per aumentare il controllo sociale in generale e il controllo sul proletariato in particolare.
Il cuore della questione sociale non sta nella conquista di più o meno spazio per i centri sociali, anche se nell’immediato e nella quasi totale mancanza di movimenti di sciopero che ridiano ossigeno alla lotta proletaria e, soprattutto, di lotte classiste del proletariato, la sopravvivenza dei centri sociali come il Leoncavallo, Askatasuna e altri simili rappresentano un modo per non accettare supinamente la pressione e la repressione del potere borghese. Come centri di aggregazione di quartiere e di città rappresentano indiscutibilmente un punto di riferimento di difesa dallo spopolamento e dall’assoluta rinuncia a reagire ai costanti soprusi di una società che passa sistematicamente sui bisogni immediati della gente – figuriamoci poi su quelli futuri – con la delicatezza di un caterpillar. Ma il proletariato ha bisogno d’altro, ha bisogno di riconoscersi come classe, certamente antagonista alla classe borghese sia sul piano degli interessi immediati e, soprattutto, sul piano degli interessi generali e futuri. Ma l’antagonismo di classe del proletariato è completamente diverso da quello anarchico individualista, anche se “insurrezionalista”, perché non è generato soltanto dalle condizioni materiali in cui la classe proletaria è stata creata dalla borghesia e nelle quali la borghesia stessa cerca in tutti i modi di mantenerla; l’antagonismo proletario è collegato direttamente con i grandi obiettivi storici di classe del proletariato, obiettivi che si riassumono nel superamento definitivo della società divisa in classi, perciò nell’instaurazione di tutti quei passaggi storici rivoluzionari che sboccheranno nella distruzione della società divisa in classi e nella fondazione della società senza classi, nella società di specie. La classe borghese sa perfettamente che questo obiettivo storico il proletariato potrà raggiungerlo soltanto attraverso la lotta di classe elevata a una rivoluzione che inevitabilmente non potrà essere limitata entro i confini nazionali stabiliti dalle classi dominanti borghesi, ma sarà inesorabilmente internazionale, come internazionale è diventato il mercato borghese, come internazionale è diventato il modo di produzione capitalistico.
Per raggiungere la percezione di questo immenso compito storico, il proletariato dovrà tornare a calcare – come già durante la rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia, e prima ancora durante la Comune di Parigi del 1871 – il terreno della lotta di classe, dell’unica lotta che come sbocco ha la presa rivoluzionaria del potere politico centrale e l’instaurazione della propria dittatura di classe una volta distrutta la dittatura della classe borghese. Non ci sono alternative per il proletariato, è la stessa storia delle sue sconfitte a dimostrarlo, come dimostra che – in assenza del suo partito di classe come unica guida rivoluzionaria e come unico partito che eserciterà la dittatura proletaria, saldo nella teoria rivoluzionaria marxista e nella linea politica che ne discende – è destinato a passare altri decenni nelle condizioni di schiavitù salariale da cui, già a partire dalle lotte in difesa delle sue condizioni economiche, cerca di uscire per emanciparsi, infine, totalmente.
I comunisti, se non lavorano in vista di questi grandi obiettivi storici, come lavorarono Marx, Engels, Lenin e tutti i rivoluzionari che li seguirono senza deragliare dalla strada storica indicata, non sono rivoluzionari, dunque non sono comunisti.
(*) Le notizie qui riprese provengono dai seguenti siti: https://www.magazine.it/torino-vivere-mille-vite-a-vanchigliaa; https://www.famigliacristiana.it/attualita/italia/che-cose-askatasuna-perche-si-chiama-cosi-le-tappe-di-una-storia-a-due-facce-ic70w5d; https://www.torinotoday.it/ cronaca/ perquisizione- askatasuna- 18-dicembre-2025-chiuso-regina-margherita-gtt-interrotto-patto-sgombero-idranti-scontri-feriti-agenti.htmlt; anche da "il fatto quotidiano" del 2, 3, 4 febbraio 2026 e da "la repubblica" del 6 febbraio 2026.
(1) RAF: Rote Armee Fraktion (Banda Baader-Meinhof), formatasi nel 1970; AD: Action Direct, formatasi nel 1979; BR: Brigate Rosse, il gruppo terroristico più noto e longevo, nato formalmente nel 1970.
10 febbraio 2026
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