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Ucraina
La guerra di rapina è il modo imperialista di spartirsi il mondo !
In Ucraina l’invasione russa del paese, iniziata il 24 febbraio 2022, è stata la continuazione della politica estera di Mosca nei confronti del paese confinante in cui, dal crollo dell’URSS e dalla costituzione della Repubblica indipendente di Ucraina, è sempre stata presente una lotta tra le fazioni filo-russe e le fazioni filo-occidentali che dal 2014 si è trasformata in un conflitto interetnico sia in Crimea, abitata dalla maggioranza etnica russa, che nelle regioni del Donbass dove i russofoni sono presenti in modo consistente (nel Donets’k, in particolare, e in buona parte del Luhans’k). La politica di Kiev, dopo la rivolta di Maidam (nel 2014) e la cacciata del presidente Yanukovich (che aveva sospeso il negoziato per l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea fortemente voluta dal movimento filo-occidentale), rispondeva all’obiettivo di fare dell’Ucraina un paese culturalmente ed etnicamente omogeneo, perciò le minoranze russe (e non parliamo delle minoranze cosacche e tatare) si sarebbero dovute sottomettere abbandonando ogni velleità di mantenere le proprie tradizioni culturali di origine russa e, naturalmente, la stessa lingua russa. Più le minoranze russe resistevano e si ribellavano, più la pressione e la repressione di Kiev crescevano, sobillate e spinte dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. La dimostrazione che nessuna soluzione borghese, né democratica, né autoritaria, sia in grado di risolvere i forti contrasti che, nei secoli, si sono generati tra le nazioni più forti e le nazioni più deboli, e che la “soluzione” verso cui quei contrasti spingono risieda nelle mani della repressione e dello scontro armato, la danno quei territori in cui la storia dei popoli ha concentrato i loro più acuti attriti. E l’Ucraina col Donbass e la Crimea oggi, come la Serbia con il Kossovo ieri e un domani , per rimanere nell’Europa orientale, potrebbe capitare nei paesi Baltici dove esistono forti minoranze russe (soprattutto in Estonia e in Lettonia), sono lì a ricordarlo.
IL CAPITALISMO E LA SUA LEGGE DI SVILUPPO
Il capitalismo e i regimi borghesi eretti su di esso hanno certamente superato, grazie allo sviluppo economico e alla formazione dei mercati nazionali e dei rispettivi Stati nazionali, molte parcellizzazioni che caratterizzavano l’epoca feudale, adeguando alle necessità degli scambi commerciali e dei rapporti tra le diverse comunità che formavano la “nazione” anche l’uso di una lingua comune – in genere quella della popolazione più avanzata e più forte – che avesse le caratteristiche di uniformare sia le esigenze economiche di sviluppo che le esigenze legislative e amministrative, cosicché ad un unico mercato nazionale corrispondessero un’unica moneta nazionale, un’unica lingua, un unico metodo di istruzione ecc. ecc. Ma questo sviluppo, certamente rivoluzionario rispetto agli spezzettamenti e ai compartimenti stagni dell’epoca feudale, portava con sé non solo uno sviluppo economico eccezionale, ma anche tutti i contrasti sociali e di classe che quello stesso sviluppo (sotto l’insegna della “libera concorrenza”) portava in grembo. Così i popoli più forti si imponevano sui popoli più deboli, gli Stati più forti su quelli più deboli, e le oppressioni che caratterizzavano l’epoca feudale e le epoche precedenti assumevano altre forme sviluppando ed estendendo, sulla base di un antagonismo di classe fondamentale tra capitale e lavoro, tra capitalisti e lavoratori salariati, ogni tipo di “concorrenza”: dal razzismo al nazionalismo, dalla concorrenza professionale a quella sessuale, da quella culturale a quella commerciale.
La civiltà borghese e capitalistica ha portato con sé non solo lo sviluppo tecnico e tecnologico, produttivo e distributivo, ma anche ogni forma di oppressione che quegli stessi sviluppi richiedevano perché la parte più sviluppata, più attrezzata economicamente e tecnicamente, prendesse il sopravvento con la forza su tutte le parti sociali meno sviluppate. Concorrenza, in regime capitalistico e borghese, non significa sviluppo “libero” e “fraterno” dei metodi e dei mezzi di produzione e di distribuzione affinché tutte le parti sociali e tutte le nazioni giungano a uno sviluppo omogeno, superando in questo modo le forti diseguaglianze ereditate dalle società precedenti; significa sviluppo economico e sociale – quindi anche politico – come arma di prevaricazione, di dominio, di conquista, di sottomissione dei concorrenti più deboli, meno sviluppati, e quindi arretrati. La concorrenza borghese, mentre il capitalismo nazionale di ogni paese si sviluppa, si trasferisce sempre più sul piano internazionale, obbligando ogni capitalismo nazionale, e quindi ogni Stato nazionale, a rafforzare le proprie capacità produttive, la propria intraprendenza commerciale e la propria forza militare per difendersi economicamente da tutti gli altri capitalismi nazionali. Le guerre commerciali, le guerre finanziarie e le guerre guerreggiate non sono che il logico sviluppo della concorrenza capitalistica, non sono che la politica estera fatta con altri mezzi, coi mezzi militari, di ogni Stato, come diceva von Clausewitz. Così, gli Stati più forti, più attrezzati economicamente e militarmente, di fronte a una concorrenza sempre più spinta a livello internazionale, devono essere costantemente pronti a sostenere gli interessi del capitalismo nazionale di cui sono il massimo rappresentante politico, in tutte le evenienze: politiche, diplomatiche, commerciali, economiche, finanziarie e militari. Il confronto con gli altri paesi, con gli altri Stati, prima o poi si trasforma in scontro, perché l’interesse capitalistico di un paese non si piega, senza combattere, all’interesse capitalistico di un altro paese più aggressivo e magari più forte, cercando alleanze presso altri paesi con cui condividere, anche se temporaneamente, lo stesso interesse contingente.
ROTTA DI COLLISIONE ANNUNCIATA TRA UCRAINA E RUSSIA
L’Ucraina, una volta che il regime di Mosca è crollato sotto i colpi della crisi economica mondiale e della crisi politica interna, non poteva che esprimere con la maggior forza di cui disponeva – come ogni altro paese capitalistico – il proprio interesse nazionale. Quasi tutti i paesi est-europei dell’ex impero sovietico hanno approfittato, a partire dalla Germania, della debolezza reale in cui il regime di Mosca era precipitato e della sua impossibilità di mantenere il controllo su di essi, per collocarsi il più rapidamente possibile sotto le ali protettive del maggiore concorrente di Mosca, l’Occidente – vuoi nella forma dell’Unione Europea, vuoi nella forma della Nato. Altri paesi, come la Bielorussia e l’Ucraina, dove forte è la presenza dell’etnia russa, costituivano oggettivamente per Mosca l’ultimo baluardo di protezione dei propri confini contro l’avanzata irresistibile della Nato e dell’Occidente euro-americano. La Bielorussia, abitata per l’85% da russi e dipendente economicamente e finanziariamente da Mosca, era quasi automaticamente affiliata alla Russia; ma l’Ucraina per la sua storia, per la sua struttura industriale e per la sua propensione capitalistica a fare della propria economia e delle proprie risorse minerarie e agricole una forza nazionale a sé stante, ha sempre ambito a separare il proprio futuro nazionale da Mosca, ma non necessariamente contro Mosca. Solo che i contrasti inter-imperialistici, soprattutto nell’area europea, tra la Russia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, non potevano lasciare agli ucraini la libertà di decidere sul proprio futuro, come d’altra parte non hanno lasciato a nessun altro paese la “libertà di autodecisione”.
Dal 1991, anno della propria indipendenza da Mosca, dopo una serie interminabile di tentativi di eleggere governi filo-occidentali o filo-russi, e dopo un lungo periodo in cui la corruzione dominava sia nelle stanze del potere che nel sottobosco parlamentare, si giunge al febbraio 2014 quando Yanucovich, eletto nuovamente presidente, che tendeva a una posizione in sostanza “equidistante” tra Russia e Occidente, dopo le manifestazioni violente contro di lui che presero il nome di Euromaidan, viene cacciato e a Kiev inizia un corso politico guidato dalla Nato (quindi dagli Stati Uniti) e dalla UE. Ma la Russia non sta a guardare: l’intervento russo inizia dalla Crimea, dove la maggioranza degli abitanti è di etnia russa (e dove è presente la base navale della flotta militare russa del Mar Nero); con un veloce referendum popolare gli abitanti della Crimea accettano l’annessione alla Russia, annessione che, naturalmente, non è ratificata né da Kiev né dagli Stati occidentali e dai loro alleati. Segue, dopo poco tempo, la dichiarazione di separazione dall’Ucraina delle due repubbliche di Donets’k e di Luhans’k. Comincia così lo scontro indiretto tra Russia e Ucraina mettendo al centro della guerra che si sta preparando la situazione nel Donbass. I tentativi portati avanti, in particolare da Germania e Francia, per “fermare la guerra civile” in Ucraina e impedire “l’escalation militare” (con gli accordi Minsk I, del 2014, e Minsk II, del 2015) si dimostreranno nel giro di pochissimo tempo del tutto fuorvianti, perché nulla di quanto scritto in quegli accordi viene messo in pratica né da parte ucraina né da parte russa. Saranno la stessa Angela Merckel per la Germania e il presidente Hollande per la Francia ad ammettere, anni dopo, che quel “negoziato” servì soltanto per dare tempo all’Ucraina di preparare il proprio esercito per fronteggiare la probabile guerra con la Russia che prima o poi sarebbe scoppiata (1).
In realtà, in tutti gli anni trascorsi dagli accordi, formali e informali, presi da Gorbaciov nel 1990 con gli USA e la Germania che escludevano l’espansione della Nato ad Est verso i confini della Russia, la Nato, e quindi l’Occidente, li infransero sistematicamente. D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare da potenze imperialistiche nel pieno della loro forza rispetto a potenze indebolite e in difficoltà? Anche se quegli accordi fossero stati firmati e controfirmati in ogni loro punto discusso e concordato a voce, avrebbero potuto essere stracciati alla prima occasione, come è successo sempre ai trattati tra potenze. Vogliamo ricordare, tanto per fare un esempio clamoroso, il voltafaccia dell’Italia nella prima guerra imperialistica mondiale nei confronti della Triplice Alleanza, voltafaccia ripetutosi durante la seconda guerra imperialistica mondiale nei confronti della Germania nazista? E’ la convenienza politica ed economica che guida gli Stati ad accordarsi un giorno con altri Stati per poi saltare il fosso e allearsi con quelli che solo il giorno prima erano i nemici. D’altra parte, la Germania nazista, che con Ribbentrop concordò un patto di ferro di non aggressione e di spartizione della Polonia con Molotov nell’agosto del 1939, nel giugno del 1941 stracciò quel patto con l’improvvisa invasione della Russia, sull’onda delle grandi vittorie nell’Europa occidentale. Così la Russia staliniana saltò nel campo avverso, e diventò uno dei più vitali alleati degli imperialisti occidentali euro-americani contro la Germania e il Giappone.
Quella che i russi hanno chiamato “operazione militare speciale”, condotta in sostegno delle popolazioni di etnia e di lingua russa della Crimea e del Donbass, in realtà è una guerra con la quale la Russia intende impossessarsi di quelle regioni sia per motivi politici ed economici sia per mortivi di strategia militare: si tratterebbe di un territorio che dalla regione russa di Rostov si prolungherebbe senza soluzione di continuità fino a tutta la Crimea, controllando in questo modo tutto il nord del Mar Nero fino al Golfo di Odessa che rimarrebbe all’Ucraina. Ovvio che l’Ucraina non aveva e non ha alcuna intenzione di perdere queste regioni che costituiscono la parte più ricca del paese dal punto di vista delle riserve minerarie e dello sbocco sul Mar Nero. La guerra, perciò, da parte di entrambi, ha ragioni capitalistiche più che valide, e il fatto che stia durando da più di quattro anni dimostra che l’Ucraina, sostenuta soprattutto dalle potenze europee e, fino al termine della presidenza americana di Biden, anche dagli Usa, non cederà se non a fronte di un crollo finanziario, politico ed economico delle potenze europee alleate. Queste ultime, d’altra parte, dopo il sostanziale ritiro del sostegno di Washington a Kiev e i contrasti politici ed economici scoppiati con la presidenza Trump, devono decidere se caricarsi completamente la difesa dell’Ucraina continuando a utilizzarla come ariete contro la Russia, nella speranza che l’economia russa – colpita da una serie continua di sanzioni – finisca in serie difficoltà, spingendo così Mosca ad abbassare le pretese e a trattare la fine di una guerra che finora ha provocato al suo stesso esercito centinaia di migliaia di morti e di feriti e potrebbe, prolungandosi nel tempo, far sorgere ulteriori tensioni sociali all’interno del paese, come le molteplici diserzioni hanno già fatto intendere.
LA FUTURA “PACE IMPERIALISTA” COME TREGUA DI UN CONFLITTO MAI RISOLTO
Nessun “piano di pace” o “piano di fine guerra” è stato mai proposto dalle potenze euro-occidentali; queste hanno continuato a ribadire che l’Ucraina doveva essere sostenuta fino alla vittoria, costringendo la Russia a ritirarsi dai territori ucraini occupati grazie a una vittoriosa controffensiva ucraina sostenuta da loro con decine di miliardi in armi e finanziamenti. Che la prospettiva di una vittoria ucraina sulla Russia non abbia un futuro è la stessa realtà sul campo di battaglia che lo dice. Né la controffensiva del 2023, né le sortite del 2024 e 2025 hanno sostanzialmente cambiato la situazione; il 20% del territorio ucraino – che corrisponde alla Crimea e al Donbass già sotto controllo russo – è già stato conquistato da parte russa e Mosca non lo mollerà per nessuna ragione al mondo. Questa guerra richiama le precedenti guerre di conquista, con trincee e territori su cui agiscono truppe fisicamente presenti; non è una guerra che si può vincere solo con missili e droni lanciati da lontano o con bombardamenti aerei; come dimostra da decenni Israele nei confronti di Gaza e Cisgiordania, della Siria e del Libano. Quel che rappresenta una sostanziale debolezza dell’attuale “fronte euro-occidentale” è dato dal fatto che la guerra in Ucraina vede in campo esclusivamente le truppe ucraine che sono state costrette a condurre una guerra per conto non solo del capitalismo nazionale ucraino, ma anche degli interessi imperialistici delle potenze euro-occidentali e di Washington, mentre il suo prolungarsi nel tempo ha risposto soprattutto agli interessi delle potenze europee occidentali. A nessuna potenza europea, e tanto meno agli Stati Uniti, è mai venuto in mente di andare a “liberare l’Ucraina” dall’invasore russo con le proprie truppe. Una guerra che Washington ha, d’altra parte, considerato fin dall’inizio come un’occasione per mettere alla prova i suoi alleati europei lanciati contro il nemico commerciale russo (al quale sottrarre i proficui commerci di petrolio, gas, fertilizzanti ecc.), per verificare inoltre i loro punti di forza e di debolezza in termini sia politici che economici e militari, e per approfittare dei contrasti politici ed economici presenti da sempre tra le grandi economie europee, sebbene coperti da accordi commerciali e istituzionali “unionisti”, accordi destinati a sfaldarsi di fronte a crisi di carattere internazionale come quelle che si sono verificate negli ultimi trentacinque anni.
LA GUERRA EUROPEA, OPZIONE SEMPRE APERTA
Con il crollo dell’Urss e, quindi, del “condominio russo-americano” sull’Europa, la guerra è diventata anche per l’Europa, e in Europa, la questione fondamentale, a partire dalla guerra in Jugoslavia degli anni Novanta del secolo scorso. Lo sviluppo postbellico degli imperialismi europei ha di fatto rafforzato gli interessi immediati europei non solo all’interno dell’Europa ma anche in tutto il Nord Africa e nel Vicino e Medio Oriente andando a costituire un’area di contrasti molto più ampia dell’Europa geograficamente intesa; tutto ciò che succede in questa vasta area riguarda da vicino tutte le potenze europee, e anche la Russia. Ovviamente, essendo gli Stati Uniti, dalla fine della seconda guerra imperialistica mondiale, il gendarme mondiale del capitalismo imperialistico, tutto ciò che si muove in qualsiasi angolo del mondo li riguarda, con maggiore o minore importanza. E, senza dubbio, tutto ciò che si muove in Europa li riguarda direttamente, non solo perché per ben due volte è in Europa che è esplosa la guerra mondiale, ma anche perché l’Europa capitalistica costituisce un polo imperialistico di primaria importanza nel quale storicamente si sono formate e sviluppate le prime grandi potenze mondiali, dall’Inghilterra alla Francia, alla Germania alla stessa Russia.
Il capitalismo si sviluppa comunque in modo ineguale nel mondo, e in questo procedere ha prodotto una miriade di paesi arretrati destinati alla colonizzazione da parte dei paesi capitalisti più avanzati, ma ha prodotto anche un campione del capitalismo sviluppato europeo al di là dell’Atlantico, gli Stati Uniti d’America, che, nel giro di un cinquantennio, sono diventati, dopo aver partecipato alle due guerre imperialistiche mondiali, la potenza più grande del mondo sostituendo, con forza di gran lunga superiore, la potenza mondiale che fu l’Inghilterra del XVIII e XIX secolo. Il secolo XX è stato, alla fin fine, il secolo americano, ma non è detto che il XXI secolo continui ad essere “americano”, perché all’orizzonte la sagoma della potenza cinese diventa sempre più definita e impressionante. Il XX secolo avrebbe potuto essere il secolo della grande rivoluzione mondiale del proletariato, che aveva iniziato il suo vittorioso cammino nella Russia del 1917, in piena guerra imperialistica mondiale. Un cammino interrotto e, infine, affossato, dalla controrivoluzione borghese che non sarebbe mai riuscita nel suo intento omicida se non fosse stata sostenuta dalle forze reazionarie dell’opportunismo socialsciovinista che approfittarono dell’intossicazione democratica e nazionalista delle masse proletarie europee per deviare il movimento proletario di classe dalla via rivoluzionaria facendolo deragliare drammaticamente. La forza di quell’intossicazione è stata tale da infettare per cent’anni il movimento proletario mondiale, in un primo tempo con il mito del progresso democratico e del benessere economico che solo la democrazia borghese poteva garantire, poi con il mito della costruzione del socialismo in un solo paese teorizzato dallo stalinismo che ha rappresentato per le masse proletarie di tutto il mondo una specie di falso riscatto a fronte dell’imperialismo repressore e guerrafondaio di marca euro-americana, infine con il mito della lotta contro il “totalitarismo” con cui la borghesia tenta di ripristinare l’effetto allucinogeno che la democrazia “antifascista” ha avuto nel portare le grandi masse proletarie all’ennesima carneficina mondiale tra il 1939 e il 1945. Anche la guerra in Ucraina è stata l’occasione per rinnovare, da parte russa, il mito della guerra antinazista e, da parte ucraina (ed europea), il mito della crociata antitotalitaria; di fatto, nascondendo, da parte di entrambi, le reali cause di questa come di tutte le altre guerre che hanno punteggiato gli scorsi decenni: la lotta per la supremazia imperialistica in ogni quadrante del mondo, in Europa, nel Medio Oriente, nel Pacifico, in Africa, nell’America Latina e, recentemente, anche nell’Artico.
La situazione ereditata dalla fine del condominio russo-americano in Europa, dal crollo dell’impero sovietico e dagli effetti delle crisi economiche e finanziarie che si sono susseguite soprattutto dopo la crisi mondiale del 1975, è destinata comunque a modificarsi nel tempo, sia in termini economici, sia in termini politici. Il capitalismo procede nella storia sviluppando economicamente paesi un tempo arretrati, allargando e rafforzando i mercati interni dei paesi avanzati e, inevitabilmente, creando e sviluppando industrie e mercati dove prima non esistevano, se non in forme primitive. Gli esempi della Cina, dell’India, dell’Indonesia, del Brasile, del Messico, della Turchia ecc. ecc. lo dimostrano. Nel contempo lo sviluppo capitalistico porta con sé i contrasti prodotti dalla concorrenza industriale, commerciale e finanziaria che, a sua volta, obbliga ogni Stato ad armarsi fino ai denti per difendere i propri interessi nazionali e i propri rapporti internazionali. La guerra, quindi, diventa un’opzione sempre aperta su ogni tavolo perché – in una situazione generale in cui i contrasti fra Stati e tra poli finanziari e imperialistici si acutizzano sempre più – la tendenza a prevaricare i concorrenti e a non farsi prevaricare dai concorrenti diventa sempre più una questione “di vita o di morte”. La guerra, d’altra parte, è, allo stesso tempo, un business di grandissima portata; in un periodo storico in cui le crisi di sovraproduzione si susseguono con frequenza accelerata rispetto ai secoli precedenti, la guerra è una delle “soluzioni” – benché non definitiva – che permette ai grandi trust, ai grandi monopoli e agli Stati che li rappresentano e li difendono nella guerra di concorrenza mondiale, di sopravvivere e accumulare profitti e potenza finanziaria in tempi molto più rapidi che in situazioni di pacifici scambi mercantili.
L’Ucraina e la guerra scatenata nel suo territorio hanno rappresentato, e rappresentano, una di queste “soluzioni”: hanno spinto al riarmo tutte le grandi potenze mondiali, hanno incrementato come mai prima d’ora le vendite di armi e i relativi profitti, hanno distrutto e continuano a distruggere infrastrutture, mezzi di produzione e prodotti di ogni genere – oltre ovviamente agli armamenti di ogni tipo che vanno continuamente sostituiti e rinnovati – su cui progettare colossali piani di ricostruzione postbellica, dando così ulteriore respiro alla macchina produttiva capitalistica sempre più in affanno. Ma la fame di profitto e di valorizzazione dei capitali è tale che una guerra locale, per quanto distruttiva e portata avanti per anni, non basta. Se allarghiamo lo sguardo al mondo, si vede che in tutto l’orizzonte visibile la guerra la fa da padrona: da Gaza e dalla Cisgiordania al Venezuela, dalla Libia e dalla Siria all’Iran e ai paesi del Golfo Persico, dal Sudan al Congo, in attesa che Cuba ridiventi pesantemente ancora una volta oggetto dell’interesse di Washington.
COME SEMPRE, WASHINGTON GIOCA CON L’EUROPA COME IL GATTO CON IL TOPO
Dopo un certo numero di anni e dopo centinaia di migliaia di morti da una e dall’altra parte dei paesi in conflitto, in Ucraina come in Russia emerge la necessità di giungere alla cessazione della guerra, sia per motivi di politica interna sia per ragioni di rapporti internazionali. Washington, passando la mano dai democratici di Biden ai repubblicani di Trump, ha cambiato posizione riguardo all’Ucraina e ciò è dovuto al fatto di aver cambiato posizione rispetto ai paesi europei che sono sì alleati, oltretutto vincolati nella Nato, ma sono anche fastidiosi concorrenti economici e commerciali. La raffica di dazi che Trump ha scaricato contro tutti, partendo dalla Germania e dalla sua industria automobilistica, è stato un segnale del malessere commerciale ed economico di un’America che soffre sempre più per la concorrenza mondiale da parte della Cina, ma nei confronti della quale non è ancora pronta a scontrarsi a viso aperto, preferendo forzare la mano intanto sugli alleati più vicini, come gli europei occidentali, il Canada, il Messico per poter un domani obbligarli a condividere la propria guerra contro la Cina, se proprio questo sarà il grande nemico da battere. Oggi, intanto, li obbliga a condividere la sua politica anti-russa sul terreno della fornitura di petrolio e gas a prezzi enormemente più cari di quanto non fossero il petrolio e il gas russo. Trump, facendo la parte dell’amico di Putin, e dando così a Putin la possibilità di scavalcare gli europei vantandosi del riconoscimento internazionale da parte di Washington, in realtà sta pestando duro proprio sugli alleati europei che, nel frattempo, ha obbligato a sostenere le spese della Nato, e delle basi americane in Europa, alzando il contributo finanziario al 5% del Pil di ogni paese membro. E, ancora una volta, la guerra in Ucraina torna a dimostrare quanto la politica estera di Washington sia del tutto sganciata dalla politica estera dell’Unione Europea e della Gran Bretagna: tira dritto verso un interesse immediato nell’approfittare dello scontro Mosca-Unione Europea/Gran Bretagna sulla “questione Ucraina” per ricavare da questa guerra il maggior vantaggio possibile (in termini di business della ricostruzione, di concessioni minerarie ecc.), trattando gli alleati europei come vassalli da tenere alla porta mentre “tratta” il “cessate il fuoco” e il “fine guerra” direttamente con Mosca. Lo stesso Zelensky, che Trump ha trattato come astuto venditore di fumo, ma del quale non si fida per niente, ha più volte ammesso che senza gli Usa – nonostante il sostegno continuo dei paesi europei – non solo la guerra contro la Russia non può continuare, ma non vi può essere nemmeno un accordo di “pace”.
Come ormai è evidente, l’accordo di “pace” con la Russia si incentra su tre questioni-base: il territorio del Donbass e della Crimea ormai russi, su cui la Russia non cede; l’esclusione dell’adesione dell’Ucraina alla Nato; l’esclusione di truppe euro-americane sulla linea di separazione tra il Donbass e la Crimea con il resto dell’Ucraina. Di fatto, questo quadro non è che la “soluzione coreana” che noi abbiamo anticipato nell’articolo del gennaio-febbraio 2023, Ucraina, Corea del XXI secolo? (il comunista, n. 176). In questo articolo richiamavamo una posizione ben definita già nel 1950, nell’articolo Né con Truman, né con Stalin (pubblicato nel nostro giornale di allora “battaglia comunista” n. 14, 12-26 luglio 1950) e che qui vale la pena riprendere:
«Nella storia di questo dopoguerra, che la piratesca demagogia delle potenze vittoriose aveva annunciato come apportatore di pace, di prosperità e di uguaglianza, il conflitto scoppiato in Corea non è un fatto nuovo. In Germania, in Grecia, in Cina, in Indonesia, nel Vietnam, in Malesia, la pace democratica non è stata in realtà che il prolungamento di una guerra in cui mutavano appena, di volta in volta, i protagonisti. Né poteva essere diversamente. A schiacciante conferma del marxismo, i fatti sono lì a dimostrare che la guerra è legata non all’esistenza di determinati regimi politici o di presunti istinti bellicosi di popoli o razze, ma alle leggi inesorabili di sviluppo del capitalismo.
«Di fronte al nuovo episodio della spinta internazionale dell’imperialismo, e alla propaganda falsificatrice ed avvelenatrice che da entrambe le parti viene svolta fra le masse operaie, va riaffermata con assoluta fermezza la posizione del marxismo rivoluzionario.
«Il conflitto in corso, per quanto geograficamente localizzato, ha natura schiettamente internazionale. Come nei precedenti episodi bellici della “pace democratica”, l’urto non è tra forze nazionali contrapposte, ma fra i due centri mondiali dell’imperialismo, America e Russia, rispetto ai quali le nazioni minori non sono che miserabili e impotenti pedine. Falsa, dunque, la parola di guerra d’indipendenza, di liberazione, di unità nazionale».
False, dunque, tutte le giustificazioni ideologiche e politiche che le borghesie di entrambi i fronti bellici hanno imbastito per nobilitare la carneficina che in ogni guerra attuano. La cosiddetta “sovranità nazionale” che l’Ucraina vuole che sia ripristinata, alla pari di qualsiasi altro paese borghese, non è che la linea dei confini di un territorio in cui la borghesia nazionale impone il proprio dominio di classe, sfruttando forza lavoro, risorse e ambiente naturale al solo scopo di arricchirsi, di valorizzare i propri capitali, di accumulare profitti e vantaggi economici e politici nei confronti delle borghesie concorrenti. Al benessere del proprio popolo e delle proprie masse lavoratrici è interessata ben poco, e comunque nella misura in cui essi si pieghino alle sue esigenze di dominio di classe, anche e soprattutto quando tali esigenze si presentano nella forma della guerra guerreggiata; allora, anche formalmente, non esistono più democrazia, diritti, libertà d’espressione e di andare dove si vuole, dissenso, libera concorrenza, dibattiti parlamentari, elezioni, esiste solo la legge marziale, la repressione di ogni dissenso o ribellione, il dovere di offrire la propria vita alla patria!
SI SCOPRONO GLI ALTARINI
Ma questa guerra, dicono alcune cronache giornalistiche, non solo gli Stati Uniti sapevano che sarebbe scoppiata – come svelava The Guardian circa un colloquio intrattenuto tra Putin e Clinton nel 2011 (2) – ma avrebbe potuto terminare già subito dopo l’invasione russa, tra la fine di febbraio e la fine di marzo 2022, visto che Zelenskyi e Putin avevano concordato alcuni punti decisivi per porre fine alla guerra sulla base di concessioni reciproche: l’Ucraina sarebbe diventata uno Stato permanentemente neutrale e senza armi nucleari, avrebbe rinunciato all’adesione alla Nato e ad altre alleanze militari e non avrebbe permesso ad altre alleanze militari la loro presenza nel proprio territorio, mentre la Russia non si sarebbe opposta all’avvicinamento dell’Ucraina alla UE; la Russia si sarebbe ritirata dal Donbass a fronte di una larga autonomia delle due regioni e avrebbe trattato con Kiev la sistemazione della Crimea con reciproche garanzie di pacificazione nel corso dei successivi 15 anni (3). La vicenda è confermata anche in un’intervista rilasciata al media ucraino Strana da David Arakhamia, leader del partito di Zelenskyi “Servo del popolo”, nel marzo 2022 (4), intervista nella quale sostenne che Boris Johnson, all’epoca primo ministro inglese, si precipitò a Kiev dicendo a Zelensky: Non firmeremo assolutamente nulla con loro, combattiamo e basta! D’altra parte, l’eventuale trattato tra Russia e Ucraina avrebbe dovuto essere controfirmato anche dai paesi del Consiglio di sicurezza dell’ONU e quel giorno era evidente che Boris Johnson parlava anche per conto degli Stati Uniti. Combattiamo e basta!??? In realtà dovevano essere solo gli ucraini a spargere il proprio sangue per gli interessi imperialistici dei paesi della Nato, a cominciare dagli Stati Uniti, perché nessun soldato sarebbe mai stato mandato in Ucraina a combattere contro i russi. E così la guerra che i grandi politicanti del civilissimo e armatissimo Occidente guardavano dalle loro poltrone sulle mappe dell’Europa, procedeva nel tempo accumulando distruzione e morte senza alcun piano strategico per porvi fine, se non quello di cercare di sfiancare l’esercito russo e indebolire l’economia russa aumentando le sanzioni contro Mosca, offrendo per il banchetto finale una spartizione dei reciproci business a spese, da parte occidentale, del sangue ucraino e, da parte russa, del sangue dei propri soldati e di quelli che gli alleati fidati, come la Corea del Nord, erano disposti a sacrificare per partecipare alla guerra di rapina in corso.
Al dramma dell’ecatombe che questa guerra ha prodotto e continua a produrre, se ne aggiunge un altro: l’assenza del proletariato e della sua lotta di classe contro le rispettive borghesie e, quindi, contro la loro guerra! Un’assenza che non è dovuta all’indifferenza verso i fini di questa guerra e che, solo in parte, dipende dall’illusione di dover combattere in difesa della propria “patria” perché accecato da un velenoso nazionalismo. Decenni di intossicazione nazionalista e patriottica, conta poco se iniettata da regimi democratici o autoritari – anche se tutte le democrazie imperialistiche non sono che autoritarismi mimetizzati sotto i veli sempre più sottili di una democrazia che non esiste più da oltre cent’anni. E’ da questa intossicazione che le masse proletarie in Ucraina, in Russia e in ogni altro paese, devono uscire, ma perché ciò avvenga ci vorrà inevitabilmente uno scossone sociale di grande portata, magari in paesi limitrofi non precipitati direttamente nel buco nero di una guerra devastante. Se un risveglio classista di questo genere non avviene prima della terza guerra mondiale, c’è da augurarsi che avvenga durante il suo corso come già avvenne nel 1871 con la Comune di Parigi e nel 1917 con la rivoluzione proletaria in Russia. I comunisti rivoluzionari di oggi, pur ridotti a un pugno di militanti, lavorano nella certezza di un futuro disastroso per il capitalismo mondiale, scientificamente previsto dal marxismo in un procedere storico che non risponde ai desiderata di questo o quel popolo, di questo o quel paese, di questo o quel duce, ma all’accumularsi oggettivo di contraddizioni economiche, sociali e politiche di cui il capitalismo nel suo sviluppo è portatore ignaro; contraddizioni che spingeranno le masse proletarie istintivamente ad accumulare la loro energia sociale e a lanciarsi contro l’ordine costituito con una forza storica che non ha avuto eguali nei secoli precedenti. L’era geo-storica del capitalismo ha avuto uno sviluppo eccezionale, portando il mondo al punto tale che il capitalismo, dopo aver esaltato la masse delle forze produttive, il loro accumularsi e il loro concentrarsi sempre più, dovrà fare i conti con la ppotente reazione antagonistica rappresentata dalla classe proletaria internazionale. Il capitalismo si è imposto e si è sviluppato grazie alla divisione della società in classi, e in particolare all’antagonismo tra la classe dominante borghese e la classe dominata proletaria. L’equilibrio che permette al capitalismo di accumularsi e concentrarsi sempre più verrà inesorabilmente rotto dallo stesso sviluppo del potenziale produttivo ed economico generale, aprendo una fase storica esplosiva e rivoluzionaria. Ebbene, certi che quella fase storica a un certo punto si aprirà, i marxisti rivoluzionari, costituendo il partito di classe sulle basi fondamentali del socialismo scientifico, hanno previsto e prevedono che in quella fase le forme di produzione esistenti, le forme capitalistiche e borghesi di produzione andranno in frantumi, non reggendo più alla pressione straordinaria degli antagonismi di classe, cedendo dialetticamente il passo a un nuovo sistema sociale di produzione, a una nuova società che non potrà essere che il comunismo, la società senza classi, la società di specie. Allora la società intera supererà finalmente i lunghi millenni di preistoria, di disumanizzazione, per diventare non una, ma la società umana in cui le guerre, le oppressioni, le diseguaglianze, con le loro mistificazioni democratiche, religiose, individualiste finiranno nella pattumiera della storia.
(1) https://www.zeit.de/2022/53/angela-merkel-russland-krieg-wladimir-putin; https://kyivindependent.com/hollande-there-will-only-be-a-way-out-of-the-conflict-when-russia-fails-on-the-ground/
(2) Cfr. https://www.agi.it/estero/news/2023-05-08/ucraina_clinton_usa_sapevano_attacco_putin. 21283446/
(3) Cfr. htpps://www.ilgiornaleditalia-it/news/esteri/640138/guerra-russia-ucraina-perche-falli-il-nego ziato- nel-2022-putin-era-pronto-a-concessioni-per.kiev-le-trattative-di-pace-saltate-a-istanbul.html
(4) Cfr. https://www.piccolenote.it/mondo/quando-boris-johnson-uccise-pace-ucraina
13 marzo 2026
Partito Comunista Internazionale
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