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G7 a Evian

Contro l'imperialismo e le sue guerre: ritornare ai metodi e agli orientamenti della lotta di classe !

 

 

Il G7, un gruppo selezionato fra i paesi liberal-democratici più industrializzati al mondo, creato nel 1975 per riconquistare il primato sulle potenze petrolifere, tiene quest'anno il suo vertice a Evian. Si svolge oggi, come al suo esordio, nello stesso contesto di una guerra per il controllo delle materie prime, con la notevole differenza che i conflitti e le dinamiche di potere non si esprimono più solo attraverso guerre commerciali, ma attraverso una guerra militare sistematica; guerra che non riguarda più solo il petrolio, ma molte altre materie prime, tra cui gli elementi presenti nelle terre rare, altrettanto strategici per il dominio stesso delle potenze imperialiste.

Attraverso i vari incontri internazionali, il capitalismo cerca di creare l'illusione di poter controllare le gigantesche forze economiche che genera e di risolvere, attraverso la pace negoziata, i conflitti armati che provoca. Le crisi e le guerre di cui è costellata la sua storia dimostrano il contrario. Tant’è che la crisi del 2008, evento costitutivo del G20, ha provocato un brusco crollo dell'economia globale. Per salvarsi, gli Stati – quando sostenevano di non avere un soldo da destinare alla classe proletaria – non hanno avuto altra scelta che iniettare trilioni di dollari nelle proprie economie, creando così condizioni di concorrenza ancora più accese e foriere di sconvolgimenti politici, economici e, soprattutto, militari ancora più devastanti. In questi momenti di panico, la retorica sul liberalismo si innalza con la stessa rapidità con cui crollano gli indici di borsa. Non ci si illuda: non esistono il neoliberismo o l'iperliberalismo, né il post-industrialismo o il post-capitalismo, né alcuno degli altri espedienti intellettuali prodotti dalle accademie o dai premi Nobel per l'economia. Qualunque etichetta gli studiosi gli attribuiscano, il ​​capitalismo regna tirannicamente in tutti i continenti nella sua fase estrema: l'imperialismo (Lenin).

La società borghese, fondata sulla produzione di merci, può sopravvivere solo creando una quantità sempre crescente di prodotti, che si trasformano in una massa di capitale in continua espansione, ma che poi fatica a trovare acquirenti. In questa situazione di forte concorrenza, le condizioni del commercio raggiungono un punto di non ritorno che spinge inesorabilmente ogni impresa, ogni nazione, a dissanguare ulteriormente la classe proletaria per estorcere ancora più plusvalore.

Il capitalismo, celato sotto molteplici veli intercambiabili – democratico, teocratico o autocratico –, rappresenta una minaccia per l'intera umanità. Certo, è nato come forza progressista per rovesciare i vecchi regimi feudali e i privilegi che ne ostacolavano lo sviluppo, ma da tempo ormai non è altro che una forza controrivoluzionaria incaricata di una missione assoluta: la propria preservazione con ogni mezzo contro il proletariato.

Per ridurre, a suo dire, gli "squilibri globali" e creare "uno spazio di dialogo tra le grandi potenze", si è dotato di ogni sorta di organi di "coordinamento", tra cui il G7 è uno dei più rappresentativi. Dopo l'esclusione della Russia (che comunque rimane membro del G20), ora riunisce la ristretta cerchia di Stati democratici borghesi in un conflitto per la spartizione del mondo tra Stati Uniti, Cina e Russia. Che si tratti del G7, dei nuovi arrivati ​​Bricks, dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), della Comunità Economica dell'ASEAN (AEC) o di altre associazioni, il messaggio è sempre lo stesso: riunire gli interessi per meglio regolare gli appetiti degli uni o degli altri paesi o di gruppi di essi. Ma possono coesistere lupi, volpi, iene o sciacalli quando la posta in gioco si fa troppo piccola?

Per il presidente francese Macron, il G7 è un'istituzione in grado di agire per riportare la calma in un mondo in cui: “Profondi squilibri minacciano la stabilità dell'economia globale: concorrenza predatoria, eccessiva capacità industriale, sottoinvestimenti, sovraindebitamento e deregolamentazione, declino della solidarietà internazionale, scarsi investimenti privati ​​nei paesi in via di sviluppo ecc. Tutto ciò si traduce in significative tensioni commerciali e geopolitiche. L'economia internazionale non è più un terreno di cooperazione, e neppure di feroce competizione: è diventata un'arena di confronto in cui si esprimono, attraverso il rapporto di forza e la coercizione, le ambizioni di potere e di dominio. Questi squilibri hanno un impatto diretto sulla capacità dell’insieme dei paesi di crescere e svilupparsi” (1).

La ​​borghesia non può più nascondere al proletariato la realtà della crisi capitalista che sta divorando il suo tenore di vita e lo sta precipitando in una permanente insicurezza economica e sociale. Ma, di fronte a questo fatto evidente per ogni proletario, solleva la spessa cortina fumogena di illusioni sulla costruzione di un dialogo tra nazioni potenti per mitigare conflitti e guerre e tornare a una situazione “equilibrata” in cui tutti parlano amichevolmente con tutti gli altri, nell’interesse di tutti. Essa promuove il ritorno al “diritto internazionale”, messo in letargo dagli stessi imperialismi dominanti, principalmente dagli Stati Uniti, come soluzione di tutti i mali. Ma dimentica di dire che il “diritto internazionale” nasce solo quando la storia consolida l’equilibrio di potere e stabilisce – sempre attraverso la guerra – una divisione stabile del mondo per un certo periodo. Oggi, tuttavia, la vecchia divisione, quella di Yalta, è crollata da tempo, e i rivali imperialisti del capitalismo si trovano sul campo di battaglia, a combattere per riconquistare, mantenere o espandere la propria quota di mercato. La guerra per la spartizione del mondo è tornata e il "diritto internazionale" dovrà aspettare il suo turno finché non verranno designati i vincitori.

In questa prospettiva, le tensioni si concentrano nelle regioni in cui gli interessi delle diverse parti si scontrano intensamente. Queste tensioni si manifestano in scontri in cui le popolazioni civili vengono bombardate, terrorizzate e sterminate, e dove il proletariato è trasformato in carne da cannone per difendere gli obiettivi delle proprie borghesie nazionali, come nella guerra russo-ucraina, nelle guerre in Medio Oriente che coinvolgono Israele, Stati Uniti, Palestina, Libano e Iran, nelle guerre in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, per non parlare dei sanguinosi conflitti in cui le forze imperialiste antagoniste si scontrano indirettamente attraverso eserciti o milizie per procura.

Oggi, in mezzo ai dissonanti discorsi sulla pace, sui valori democratici e sui diritti umani, intrecciati con quelli dei teorici della convergenza delle lotte tra minoranze interclassiste, è fondamentale riaffermare il quadro di principi che deve guidare il proletariato verso la sua emancipazione storica e la società comunista. Il proletariato deve ritornare alla sua lotta di classe e alla sua organizzazione indipendente dalle forze paralizzanti dell'opportunismo e del riformismo. Il proletariato deve ritrovare la fiducia nella propria forza di classe!

Contro la barbarie di un cammino che porta verso una nuova guerra mondiale per definire un nuovo ordine imperialista, non esistono soluzioni diplomatiche possibili, né un'alternativa pacifica.

L'unico modo per trasformare radicalmente la società attuale consiste nella distruzione violenta del capitalismo. Questo passerà necessariamente attraverso il rovesciamento degli Stati borghesi sotto i colpi della rivoluzione proletaria e attraverso l'instaurazione della dittatura del proletariato, fase di transizione volta a eliminare le categorie di questo modo di produzione mercantile – il lavoro salariato, la produzione di plusvalore come sua ragion d'essere, il mercato, la moneta, l'usura ecc. – e a consentire successivamente l'instaurazione del comunismo, una società umana senza lavoro salariato, senza classi, senza sfruttamento né oppressione, e quindi senza guerra.

Soltanto sotto la guida del partito di classe del proletariato si potrà condurre questa lotta storica; la storia lo ha dimostrato in modo inequivocabile in numerose occasioni. Il proletariato è la fonte dell'accumulazione di ricchezza e quindi del potere della borghesia, ma ne è anche il becchino.

 

Per la ripresa della lotta di classe e il ritorno a metodi e orientamenti classisti!

Al pacifismo, opponiamo l'antimilitarismo di classe!

Al militarismo borghese, opponiamo la forza dell'internazionalismo proletario!

Viva l'internazionalismo e la solidarietà proletaria contro tutti gli imperialisti!

Per la rivoluzione comunista mondiale!

 


 

(1) https://www.elysee.fr/G7evian/2026/01/23/les-priorites-du-g7-1

 

12 giugno 2026

 

 

Partito Comunista Internazionale

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