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Prises
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Francia
Dopo gli studenti delle scuole superiori e quelli universitari, e dopo le manifestazioni del 17 ottobre, tocca ai proletari scendere in lotta, sulla base delle proprie rivendicazioni e con i propri metodi di classe!
La feroce repressione che si è abbattuta sui giovani proletari delle scuole superiori – provenienti in particolare dalle periferie – non è riuscita a porre fine al movimento, contrariamente a quanto sperava il governo (1). Nelle ultime settimane, al movimento si sono uniti gli studenti universitari, che hanno iniziato a bloccare i propri atenei in segno di solidarietà verso i liceali e in nome delle proprie condizioni di vita e di studio, a loro volta disastrose. Infine, al movimento si sono aggiunte centinaia di migliaia di persone (con stime che oscillano tra le 550.000 e le 800.000 in tutta la Francia), che hanno preso parte alle imponenti manifestazioni contro il caro-vita del 17 ottobre; una data fissata già all'inizio di settembre, in seguito a un appello a «ricostituire i Gilet gialli» circolato sui social network. Anche altrove in Europa – in particolare in Italia, Belgio, Portogallo, Grecia e Spagna – stanno emergendo movimenti analoghi, talvolta caratterizzati da forme di rivolta (come accaduto a Milano), che testimoniano la medesima esasperazione di fronte al peggioramento delle condizioni di vita, di studio e di lavoro. Una parte della rabbia e dell’indignazione che covano nel proletariato e nelle masse sfruttate in generale – le quali non potevano che riconoscersi nella condizione della gioventù proletaria in rivolta e repressa – ha trovato in Francia uno sfogo momentaneo il 17 ottobre: tale rabbia si è manifestata attraverso scontri violenti e quasi immediati con la polizia (secondo i dati ufficiali, 997 tra poliziotti e gendarmi sarebbero rimasti feriti, di cui 7 in modo grave (2)) e attraverso atti di vendetta e la distruzione di edifici e simboli dello Stato borghese (l’incendio del municipio di Limoges e dell’ufficio del turismo di Lione, il saccheggio dell’atrio del municipio di Marsiglia e della residenza prefettizia di Bordeaux, ecc.).
Solo nelle giornate di sabato 17 e domenica 18 ottobre, il bilancio della repressione è stato estremamente pesante: oltre 2500 arresti, numerosi feriti (una mano mutilata, occhi colpiti), un manifestante morto a Parigi. Mentre si susseguono i processi per direttissima – Darmanin ha promesso una «risposta giudiziaria estremamente ferma», al fine di stroncare ogni velleità di rivolta (3) –, il governo ha moltiplicato gli annunci di misure securitarie per ristabilire l’ordine: dispiegamento di un massiccio dispositivo di polizia, coprifuoco parziali in numerose città (Parigi, Marsiglia, Lione, ecc., oltre che in Guadalupa), divieto di manifestazioni «non legittime» (sic!), minaccia di ricorrere allo «stato di emergenza» e all’articolo 16, ecc. L’insieme di tali misure, annunciate o prese in considerazione, rivela ancora una volta la vera, orribile natura dello Stato borghese, anche quando questo si presenta sotto vesti democratiche e repubblicane: una pura e semplice dittatura di classe.
Tutti i partiti borghesi, di destra come di sinistra – a prescindere dal fatto che sostengano o meno, a parole, le rivendicazioni dei manifestanti – così come le principali organizzazioni sindacali collaborazioniste, si sono naturalmente uniti nell’appello alla «calma» e nella «condanna» della violenza dei «teppisti». In un’intervista su LCI (18/10), il candidato de «La France Insoumise» alle presidenziali, Mélenchon – accusato stupidamente dal governo di essere l’artefice del movimento – si è proposto come il miglior garante del «mantenimento dell’ordine». Egli ha colto l’occasione per definire gli attacchi contro le istituzioni statali dei veri e propri «crimini» e non ha trovato di meglio che rimproverare al Ministro dell’Interno e dei Servizi di Sicurezza la sua «incompetenza» per non aver saputo prevedere e impedire la violenza delle manifestazioni (elogiando, per contro, la «morale repubblicana d’acciaio» (!) che le forze repressive avrebbero dimostrato nel maggio del 1968)!
In realtà, il livello di combattività e di odio di classe manifestato dai coraggiosi dimostranti il 17 ottobre – i quali non hanno esitato a rispondere alla violenza statale e poliziesca con la violenza, e alla violenza dello sfruttamento capitalistico, della miseria e della disoccupazione con la rivolta e il saccheggio – è il segno che la rabbia proletaria sta iniziando a trovare la propria strada, rompendo progressivamente la cornice della «pace sociale» entro cui vorrebbero rinchiuderla tutti i servitori della borghesia e del suo marcio ordine: ma la strada è ancora lunga affinché questa mobilitazione assuma la forma di una vera lotta di classe!
Il proletariato non deve lasciarsi trascinare nel vicolo cieco di mobilitazioni come quella dei «Gilet gialli»: si tratta di mobilitazioni interclassiste che mettono in scena un presunto «popolo francese» o dei «cittadini» i cui interessi di classe sono, in realtà, antagonisti. Per i lavoratori che lottano contro la propria condizione di schiavi salariati, non esiste alcuna «convergenza delle rabbie» né una «mobilitazione generale dei cittadini» da portare avanti; i loro interessi sono infatti radicalmente diversi da quelli della piccola borghesia e dei piccoli padroni, che tentano di sfruttare le rivendicazioni del proletariato per i propri obiettivi. Il proletariato non deve marciare al loro fianco questo sabato 24, bensì colpire in modo duraturo la produzione e i profitti capitalistici: deve tornare a impugnare le proprie armi di classe e riscoprire quegli istinti andati perduti a causa di decenni di «pace sociale» e dell’influenza riformista, diffusa dai vari apparati politici e sindacali collaborazionisti. L’intersindacale, con la CGT in testa, cerca di far dimenticare le proprie responsabilità nelle sconfitte passate – tra cui, la più recente, il sabotaggio della lotta contro la «riforma» delle pensioni, incanalata nel vicolo cieco della via pacifica e parlamentare. Il 21 ottobre, la segretaria generale della CGT, Sophie Binet, ha invocato la necessità di «generalizzare lo sciopero» per il 5 novembre (evitando accuratamente di usare l’espressione «sciopero generale»); e proprio nei momenti di massima intensità della mobilitazione di liceali e studenti, aveva invitato alla calma, rimandando l’intervento dei sindacati a quella stessa, lontana data del 5 novembre! Il comunicato della CGT non dice naturalmente nulla sulla natura di questo «sciopero generalizzato» del 5 novembre; non chiarisce se si tratti dell’inizio di uno sciopero rinnovabile (cosa che, nei fatti, la CGT si guarda bene dal preparare) o se si tratti, ancora una volta, della sua consueta tecnica di sabotaggio delle lotte, attuata attraverso giornate di mobilitazione sporadiche e isolate (4)!
Senza attendere alcuna direttiva dall’Intersindacale e dai sindacati collaborazionisti che li hanno traditi ogni volta, i lavoratori devono cercare, fin da subito: di organizzarsi in assemblee generali in tutti i luoghi di lavoro per condurre, attraverso l’arma dello sciopero rinnovabile e poi a tempo indeterminato (con picchetti che garantiscano effettivamente il blocco totale delle attività), la lotta per le loro esclusive rivendicazioni di classe (difesa del salario, delle condizioni di lavoro e di vita, su una base la più ampia possibile, che includa sia i lavoratori francesi che quelli immigrati); di eleggere rappresentanti in comitati di sciopero, scelti tra i lavoratori più combattivi e determinati, i quali siano revocabili in qualsiasi momento; di inviare delegazioni di lavoratori presso altri settori produttivi per estendere ovunque lo sciopero e le occupazioni, al fine di condurre lo scontro contro il padronato e lo Stato borghese!
(1) Cfr. la nostra presa di posizione: «Blocchi dei licei: affrontando lo Stato e le sue forze repressive, i giovani proletari indicano la via da seguire nelle lotte rivendicative», 4/10/2026, https://www.pcint.org/01_Positions/01_01_fr/261004_blocage-lycees.htm.
(2) «"Non hanno più paura di attaccare la polizia": un agente impiegato il 17 ottobre a Parigi testimonia le violenze e teme "la stessa intensità" per la manifestazione di sabato [24 ottobre]», BFM, 22/10/2026.
(3) «Violenze: la risposta penale deve essere "estremamente ferma" per evitare che gli abitanti si "facciano giustizia da soli», dichiara Darmanin, Le Parisien, 20/10/2026.
(4) Nel suo nuovo comunicato del 22/10, la CGT – nel suo ruolo di fedele guardiana dell’ordine borghese – deplora i «danneggiamenti e le violenze [di sabato 17/10], che la CGT ha immediatamente condannato», ricorda di «invitare all'organizzazione di manifestazioni pacifiche» e sottolinea «che il mantenimento dell'ordine pubblico è una prerogativa dello Stato»!
23 ottobre 2026
Partito Comunista Internazionale
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