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Italia
Sulle manifestazioni dei giovani e giovanissimi
Le molteplici proteste della gioventù di queste settimane sono il sintomo della crisi della società borghese che si sta preparando a irreggimentare giovani e adulti per la guerra fra Stati, contro cui, in prospettiva, la soluzione sarà soltanto la guerra fra classi, fra la classe proletaria e la classe borghese dominante
Le piazze italiane, come quelle francesi, spagnole, belghe, albanesi, da settimane si stanno riempiendo di giovani e giovanissimi che protestano decisamente contro il caro vita, le scuole che cadono a pezzi, l’emarginazione sociale, le spese aumentate per gli armamenti, la criminalizzazione delle loro manifestazioni e indicano un tema drammatico: un futuro che non vedono, un futuro che vorrebbero in questa società. La gran parte delle scuole si sono svuotate, e i professori si sono uniti alle proteste dei loro studenti.
In assenza di un movimento sociale di carattere proletario e classista, è inevitabile che le piazze esprimano un disagio e un malessere generale da parte di un ceto sociale che si riassume, all’ingrosso, nel cosiddetto ceto medio, cioè negli strati piccoloborghesi che, dopo essere stati illusi dalla classe dominante borghese di potersi assicurare un futuro di benessere, di privilegi sociali, di scalata sociale, di differenziazione rispetto alle masse salariate e immigrate, vengono colpiti da una società che non è in grado di mantenere le promesse, che, entrando in crisi ciclicamente, ha continuato a erodere quel “benessere sociale” che avrebbe dovuto passare di padre in figlio e che, anzi, avrebbe dovuto essere migliore e più soddisfacente rispetto a quello dei genitori. Un “benessere sociale” che le scuole superiori e, soprattutto, l’università, avrebbero dovuto “garantire” alla maggioranza dei giovani studenti di oggi in un paese che fa parte dei grandi paesi capitalistici del mondo, ma che si è rivelato incapace di dare quel “futuro” alle giovani generazioni per le quali le loro famiglie hanno speso soldi, tempo, speranze.
Da anni, i media e gli “esperti” denunciano un fatto: i giovani degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso potevano contare, economicamente e socialmente, su un futuro migliore di quello dei genitori; dopo la grande crisi del capitalismo mondiale del 1975 e dagli anni Ottanta in poi, i traguardi economici e sociali a cui potevano aspirare i giovani liceali e universitari hanno iniziato a restringersi sempre più fino a diventare mete irraggiungibili. La scuola pubblica che la borghesia dominante ha costituito per allevare la gioventù secondo i principi e i valori della società civile e democratica, e che doveva preparare questa gioventù a prendere il posto dei genitori secondo acquisizioni culturali, tecniche e scientifiche molto più avanzate di quelle su cui si formarono i genitori – e perciò molto più soddisfacenti sia socialmente che economicamente – nella realtà si è dimostrata una grande presa in giro: da trampolino per un avanzamento sociale rispetto alle classi operaie e contadine, si è trasformata in un parcheggio a tempo, in attesa di cogliere qualche occasione non programmata o programmabile grazie alla quale riuscire comunque a posizionarsi socialmente al di sopra della semplice e dannata condizione in cui è costretta a vivere e a sopravvivere la classe operaia. Un tempo si diceva che i giovani dovevano inventarsi un lavoro, un futuro, visto che la società non riusciva a proporne uno che desse soddisfazione. Ma nella società capitalistica, che lavoro può inventarsi un giovane che non dipenda dalla base economica su cui è eretta l’intera società borghese?
La sua base economica è il capitalismo, ossia il modo di produzione basato sostanzialmente sullo sfruttamento del lavoro salariato, sullo sfruttamento del lavoro degli operai, della classe proletaria da cui il capitale – dunque i capitalisti che lo posseggono, lo difendono con le unghie e con i denti, lo investono per accumulare più capitale, più ricchezza – trae i suoi profitti, la sua vita, la sua permanenza nel tempo come valore di principio e di finalità e da cui dipende la vita nel presente e nel futuro di ogni essere umano. Perciò, se l’orizzonte visibile dei posti di lavoro di una certa levatura e a disposizione della gioventù liceale e universitaria è sempre più ristretto, quali possono essere le attività che nella società del capitale diano la certezza di un benessere che sia permanente? La risposta non è difficile: soltanto una parte, e una parte tendenzialmente sempre più ristretta di giovani aspiranti a posizioni sociali di maggior livello, potrà effettivamente andare ad occupare quelle posizioni (sia in ambito economico, sociale e politico) all’interno del paese in cui sono nati e cresciuti o emigrando in altri paesi, mentre la stragrande maggioranza della gioventù scolastica è costretta a rimanere al palo, ad accontentarsi di lavori al di sotto o molto al di sotto delle aspettative che la formazione scolastica generava.
La società borghese come risponde a questa situazione? Sostanzialmente in tre modi: 1) istituendo la scuola privata, e le università private, che hanno il compito di formare i “dirigenti di domani” (in ogni campo in cui si svolgono le attività remunerative del capitale), dove il tanto decantato merito viene elevato a discriminante preventiva; 2) mettendo in competizione tra di loro gli studenti che più si sono dedicati allo studio, soprattutto di quelle materie che lo sviluppo capitalistico tende sempre più a privilegiare (economia aziendale, gestione delle risorse umane, marketing pubblicitario, programmazione informatica, ingegneria tecnologica e spaziale, economia bancaria legata agli investimenti e alla Borsa ecc.), e senza farsi distrarre da questioni familiari, sociali, umanitarie; 3) gettando la stragrande maggioranza degli studenti nelle fauci dei piccoli, medi e grandi padroni che offrono un lavoro a condizioni di permanente precarietà e solitamente lontano, se non opposto, da quel lavoro per il quale si sono spesi anni di studio e di aspettative.
La scuola borghese, in realtà, ha un primo obiettivo fondamentale: istruire i giovani a vivere nella società secondo le regole e le leggi di questa società. E se è vero che la legge di questa società non è uguale per tutti, ma tutti sono sottoposti alla “legge della giungla” – dove sono normali i colpi bassi, i voltafaccia, i tradimenti, i sotterfugi, gli inganni ecc. fino alla “mors tua vita mea” –, allora la scuola borghese deve insegnare alla gioventù a sopravvivere secondo questa legge. Hanno un bel dire che la competizione, in qualsiasi campo, è il principale stimolo a “fare meglio”, a “eccellere”, a “dare il meglio di sé”: l’obiettivo, per la società capitalistica, non è quello di migliorare le qualità intrinseche di ciascun essere umano, di far sì che la vita sociale di tutti gli esseri umani sia il risultato di una attività solidale reale senza vantaggi se non del tutto impersonali e comuni, ma è quello di mettere gli uni contro gli altri, i più forti contro i più deboli, i più ricchi contro i più poveri, i più dotati fisicamente e/o intellettualmente contro quelli meno dotati. D’altra parte stiamo parlando di una società divisa in classi, e le classi di questa società sono antagoniste sia economicamente che socialmente; non sono classi differenti ma sullo stesso livello, equiparabili come vorrebbe la democrazia, hanno pesi del tutto diversi e da tutti i punti di vista, economico, sociale, politico, culturale e perfino fisico. La classe dominante borghese usa tutti gli strumenti, tutte le istituzioni, tutti i mezzi che ha costruito – dall’economia alla politica, dalla scuola alla religione e alla cultura – per accentuare sempre più l’antagonismo sociale tra sé stessa e le altre classi. Il fatto che l’antagonismo sociale non sia sempre evidente, non significa che non esista, che si sia attenuato nel tempo, magari grazie alla democrazia, o che può essere gestito soddisfacendo le esigenze di ogni classe, di ogni strato sociale.
La crisi economica del capitalismo è la più efficace dimostrazione del fatto che l’antagonismo sociale non solo esiste e si approfondisce sempre più, ma è un’arma che il potere politico borghese usa contro le classi inferiori, le classi dominate. Un’arma che la borghesia dominante tenta di mimetizzare, di nascondere sotto le vesti di leggi sfornate sistematicamente a difesa dell’ordine pubblico, di quello che continua a chiamare “Stato di diritto” ma nel quale il diritto è assicurato soltanto alla classe dominante borghese che si autogiustifica tutte le volte che le classi inferiori – dal proletariato ai ceti piccolo borghesi rovinati dalla crisi del capitalismo – alzano la voce, protestano nelle piazze, rispondono in quei frangenti con violenza a una violenza sistematica che la classe dominante borghese usa per riportare nella società il suo ordine.
Le piazze, da settembre in poi, hanno cominciato a riempirsi di masse disagiate sia a causa di affitti stratosferici per le abitazioni sia per un carovita che aumenta continuamente, sia per scuole che cadono a pezzi e classi superaffollate, sia per un “futuro” che si è talmente allontanato dalla vista della gioventù di oggi da diventare una parola senza senso, senza un peso, togliendo in questo modo anche un senso e un peso sociale alle masse giovanili che, quando gridano e protestano con violenza, vengono considerate come feccia, come masse ignoranti e senza spina dorsale che possono essere facilmente strumentalizzate da menti perverse, terroriste, criminali e, ovviamente, straniere.
Questi sussulti sociali, che non hanno l’aria di terminare in breve tempo, vedono come protagonisti gli strati piccoloborghesi che si ribellano a un disagio sociale determinato, appunto, dalla mancanza di prospettive a livello di promozione sociale. Le ragioni della loro protesta sono del tutto giustificate, se consideriamo le aspettative sociali su cui sono stati educati e formati. Ma il cambiamento che chiedono è, per l’ennesima volta, un cambiamento di superficie: chiedono un’attenzione e un supporto migliorativo delle loro condizioni attuali allo stesso potere politico che li ha spinti verso queste condizioni peggiorate non per malanimo, non per una cattiva gestione delle risorse economiche a disposizione, ma perché le leggi del capitale e del profitto capitalistico obbligano le classi dominanti borghesi a scaricare sulle classi inferiori e sulla gioventù genericamente intesa il massimo del peso negativo della crisi economica che ciclicamente va a colpire l’economia capitalistica.
Venerdì 30 ottobre si è svolto anche lo sciopero generale indetto dall’USB e da altri sindacati di base contro il caro vita e le spese per gli armamenti. In 70 città, secondo le cronache, vi sono state manifestazione in generale pacifiche, ma a Roma e a Torino vi sono stati scontri con la polizia, mentre a Genova e a Trieste i portuali hanno bloccato delle navi cariche di armi. Quel che va segnalato è che la partecipazione a questo sciopero, che si è incrociato con le manifestazioni degli studenti, è stata particolarmente alta: si parla di 1 milione di manifestanti in tutta Italia. Il malessere non è certo solo dei giovani che non vedono un futuro, ma anche dei lavoratori che, sebbene abbiano ancora un posto di lavoro, intascano un salario da fame!
La crisi economica del capitalismo, da quando esiste il capitalismo, è congenita al suo stesso modo di produzione. Il capitalismo si sviluppa economicamente e strutturalmente in un corso perenne di rivoluzionamento tecnico e tecnologico della produzione e della distribuzione delle merci che vengono prodotte, ma va incontro inevitabilmente a crisi sempre più acute, sempre più gravi e sempre più internazionali perché l’anarchia che caratterizza la produzione capitalistica porta a livelli sempre più dirompenti la concorrenza tra aziende, tra monopoli e tra Stati. Un tempo ci andavano di mezzo soprattutto le popolazioni dei paesi più deboli, delle colonie, dei paesi della periferia degli imperialismi di Europa e d’America. Ma le crisi capitalistiche che dal secondo dopoguerra in poi si sono presentate costantemente con effetti sempre più gravi e internazionali, provocando guerre in ogni parte del mondo, hanno cominciato ad aggredire anche il “benessere” delle popolazioni dei paesi più industrializzati e più ricchi; un benessere dovuto essenzialmente allo sfruttamento spaventoso delle popolazioni e dei proletariati dei paesi della periferia imperialistica, e che attualmente le classi borghesi imperialistiche non sono più in grado di “garantire” né alla propria piccola borghesia né, tantomeno, al proprio proletariato. Dovendo combattere una guerra commerciale senza limiti a livello internazionale, ogni borghesia imperialista è spinta a sfruttare sempre più la propria classe operaia produttrice, cercando di diminuire il più possibile il costo del lavoro. E’ per questo che i salari, da decenni, non aumentano rispetto all’inflazione e al rialzo del costo della vita; e a questa situazione certamente contribuisce lo sfruttamento senza limiti degli immigrati, resi “clandestini” dai ricchi borghesi per il semplice fatto che ,non riuscendo più a sopravvivere nei paesi d’origine, si rovesciano in massa nei paesi che un tempo li hanno colonizzati, massacrati, sfruttati atrocemente.
Ecco dunque che la crisi che un tempo veniva scaricata sui paesi più deboli, ora torna con effetti disastrosi nei paesi ricchi (e l’aumento della povertà assoluta in questi paesi è uno degli indici più evidenti di questa crisi) . Come è già successo nella storia passata, queste crisi scuotono socialmente prima di tutto gli strati della piccola borghesia, abituata a vivere sulle spalle dello sfruttamento borghese del proletariato. La piccola borghesia con la sua ribellione segnala alla grande borghesia che la crisi potrebbe mettere in movimento la classe operaia, il proletariato in genere che, normalmente, costituisce una parte importante dei consumatori che danno da vivere a botteghe, negozi, grandi magazzini, mercati rionali, piccola distribuzione ecc. Se il proletariato non ha abbastanza soldi per comprare quello che comprava dieci o cinque anni prima, non ci va di mezzo solo lui, ma anche i negozianti che su quei consumatori campano, gli agricoltori che forniscono frutta, verdura, latte, carni ecc. ai negozi, i padroncini che con i loro mezzi riforniscono i punti vendita nelle città e nei paesi, e poi tutta la serie di attività del divertimento, dello sport, del passatempo che dev’essere abbandonata per mancanza di soldi… Allora la piccola borghesia, non solo soffre a causa della rovina provocata dal grande capitale, dai monopoli, dalle grandi concentrazioni economiche e distributive che fa scomparire i negozi uno dopo l’altro, ma soffre anche perché la sua clientela più “fedele”, cioè i proletari, è costretta a diminuire gli acquisti.
Le proteste di queste settimane vedono convergere molte insoddisfazioni: dai negozianti agli agricoltori, dagli studenti liceali e universitari ai lavoratori massacrati di lavoro e mal pagati, dai piccoli imprenditori stritolati dall’aumento dei prezzi del carburante e di tutta una serie di articoli necessari alla loro impresa ai genitori degli studenti che vedono sfumare il futuro che speravano di avere. E’ il segnale sociale di un malessere generale che potrebbe contagiare anche le masse operaie, da decenni sottoposte a tagli dell’occupazione, trasferimenti, concorrenza spietata tra lavoratori, cassa integrazione e licenziamenti. Ma le masse operaie sono ancora preda delle politiche opportuniste degli ex partiti “operai” di una volta e dei partiti “di sinistra” di oggi, come delle politiche opportuniste dei grandi sindacati CGIL, CISL e UIL che si lamentano di non essere ascoltati dai governi – governi che sanno perfettamente quali sono le richieste dei sindacati collaborazionisti: qualche incontro e qualche piccola misura economica che possa essere propagandata dai sindacati come concessione “ottenuta” che è sempre meglio di niente…
Ebbene, fino a quando non riusciranno a scrollarsi di dosso il peso delle forze collaborazioniste che si presentano come loro “portavoce” e loro “difensori”, gli operai non saranno in grado non solo di sviluppare una lotta in difesa dei loro interessi di classe immediati degna di questo nome, ma non saranno nemmeno in grado di scrollarsi di dosso l’influenza che i ribelli piccolo borghesi riescono ancora ad avere su di loro. La pianta tossica del riformismo continua a mietere le sue vittime: i piccoloborghesi non riescono a concepire il proprio benessere se non attraverso delle riforme che li proteggano dagli effetti negativi delle crisi, magari con una politica fiscale più attenta nei loro confronti, e con una burocrazia meno asfissiante; gli operai, finché subiscono l’influenza ideologica, politica e organizzativa della piccola borghesia, sia vestita da “operai” che da “ribelli”, non riusciranno mai a imboccare la via della lotta che può davvero esprimere i loro interessi di classe, di classe antagonista rispetto alla classe borghese, una lotta che richiede una reale rottura con gli apparati del collaborazionismo politico e sindacale, una lotta che si basa su rivendicazioni che non sono compatibili con gli interessi borghesi e che richiede un’organizzazione del tutto indipendente dagli apparati, dall’ideologia e dalla politica della classe borghese e delle forze di conservazione ad essa votate.
Così anche i giovani che oggi si mobilitano contro il caro vita, gli affitti esosi nelle città universitarie e per un futuro di benessere visibile, e che si illudono di poter ottenere dei risultati concreti sul loro prossimo futuro lavorativo e sociale chiedendoli al potere borghese dominante, in realtà si muovono su un terreno paludoso in cui la loro energia e la loro lotta vengono sfruttate dallo stesso potere borghese per prepararsi a criminalizzare lotte ben più decisive, quelle della classe operaia finalmente tornata a riconoscersi non solo come classe antagonista a quella borghese, ma come classe che rappresenta davvero il futuro degli esseri umani non più schiavi del capitale, della sua ideologia competitiva, delle sue illusioni e mistificazioni: il futuro della rivoluzione anticapitalistica, della rivoluzione antiborghese e proletaria.
Allora, le energie di una gioventù ribelle, anziché essere impiegate come semplice sfogo di un disagio reale in attesa che il potere borghese “faccia qualcosa” per andare incontro alle sue richieste, potranno essere impiegate per obiettivi ben più solidi e incisivi nella storia: quelli della lotta di classe del proletariato, quelli della rivoluzione proletaria e comunista, obiettivo in contrasto netto con la preparazione alla guerra borghese, alla guerra fra Stati verso cui sta puntando il potere borghese che oggi la criminalizza per irreggimentarla domani in difesa di una patria assassina!
31 ottobre 2026
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